È il dramma del potere [1], indagato nei
suoi aspetti più torbidi e oscuri, vissuto
come fatalità e maledizione - come
testimonia la maledizione contro gli inglesi
di Giovanna d'Arco sul rogo, nella quarta
scena del V atto - che incombe come una
cappa asfissiante non solo su chi se lo
ritrova a gestire senza averlo cercato (come
appunto Enrico VI) ma anche su coloro la cui
vita è presentata invece come
un’interminabile sforzo per raggiungerlo,
agguantarlo e mantenerlo. Il tema del peso
del potere è un elemento centrale, che
continua a svilupparsi nelle successive
parti dell'opera.
« Ci fu mai monarca che occupasse un trono
in terra e fosse meno felice di me? Appena
uscito di culla fui fatto re all’età di nove
mesi; e non vi fu mai suddito che
desiderasse di essere sovrano quanto io
desidero di essere suddito »
(Enrico VI, parte II - Atto 4, scena 9)
Shakespeare, non ancora trentenne, dimostra
di ben conoscere gli arcana imperii, i
meccanismi segreti del governo e delle lotte
di potere, le logiche spietate che
presiedono alle alleanze e ai tradimenti,
alle promesse di fedeltà eterna e ai
repentini spergiuri, alle richieste di
perdono o di pietà da parte dei vinti e alle
sete di vendetta dei vincitori.
Il sottofondo di ogni vicenda è quello
eterno della lotta fratricida di Caino che
colpisce suo fratello Abele (evocata
esplicitamente da Winchester nella scena
terza del primo atto) e delle inevitabili
tristi conseguenze che questo delitto
originario riproduce nella storia senza mai
trovare redenzione, come un veleno versato
alla sorgente di un fiume e che mai si
diluisce o dissolve durante il suo corso,
mantenendo intatti nel tempo il suo potere
letale e la sua capacità di infettare le
valli che attraversa; forse, soltanto quando
le acque sfoceranno e si disperderanno nel
mare aperto, alla fine della storia umana,
questo veleno perderà la sua concentrazione
mortale.