Home Vita Teatro Sonetti

PirandelloWeb

Il teatro

Tragedie

1589 - 1593

Tito Andronico

1594 - 1595

Romeo e Giulietta

1599

Giulio Cesare

1600 - 1601

Amleto

1601

Troilo e Cressida

1602 - 1605

Otello

1605 - 1606

Re Lear

1607

Antonio e Cleopatra

1607 - 1608

Coriolano

Commedie

1590 - 1593

La bisbetica domata

1590 - 1594

La commedia degli errori

1590 - 1595

I due gentiluomini di Verona

1593 - 1596

Pene d'amor perdute

1594 - 1597

Il mercante di Venezia

1595

Sogno di una notte

di mezza estate

1598 - 1599

Molto rumore per nulla

1599 - 1600

Come vi piace

1599 - 1601

La dodicesima notte

1599 - 1601

Le allegre comari di Windsor

1602 - 1603

Tutto è bene quel

che finisce bene

1603

Misura per misura

1605 - 1608

Timone d'Atene

1607 - 1608

Pericle principe di Tiro

1609 - 1610

Cimbelino

1611

Il racconto d'inverno

1611 - 1612

La tempesta

1613 ca.

I due nobili cugini

Drammi storici

1588 - 1592

Re Enrico VI - Parti I, II, III

1590 - 1597

Re Giovanni

1591 - 1594

Riccardo III

1595

Riccardo II

1597 - 1598

Enrico IV - Parti I, II

1598 - 1599

Enrico V

1612 - 1613

Enrico VIII

Vita ed opere

Introduzione

Biografia 1

Biografia 2

Biografia 3

L'opera

Identità e paternità

I sonetti

Introduzione

1-10 51-60 101-110
11-20 61-70 111-120
21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154

 

 

re enrico vi - parte i - 1588/1590

atto secondo - scena prima

 

Entrano, sugli spalti, un ufficiale francese con due sentinelle.

 

UFFICIALE
Signori, prendete posizione e vigilate. Se udite un suono, o se scorgete un soldato presso le mura, con un segnale ben chiaro dateci l'allarme al corpo di guardia.

PRIMA SENTNELLA
Signorsì.

 

Esce l'ufficiale.


E così, noi poveri servi, mentre gli altri dormono in placidi letti, siamo costretti a montare la guardia nelle tenebre, sotto la pioggia, al gelo.

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna e soldati, con scale d'assalto, mentre i tamburi battono una marcia funebre.

TALBOT
Lord reggente e temutissimo Borgogna, grazie al cui arrivo sono a noi amiche le regioni di Artois, di Vallonia e di Piccardia, in questa notte propizia i Francesi si sentono al sicuro, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno.
Abbranchiamo questa occasione per dare ottima quietanza al loro inganno perpetrato con sortilegi e magie funeste.

 

BEDFORD
Quel vigliacco di un Francese, come danneggia la sua reputazione, diffidando della forza del suo braccio per entrare in combutta con le streghe, e i ministri dell'inferno!

BORGOGNA
I traditori non hanno mai altra compagnia. Ma chi è la Pulzella, colei che da tutti viene proclamata tanto pura?

TALBOT
Dicono sia vergine.

BEDFORD
Una vergine? Così bellicosa?

BORGOGNA
Preghiamo Dio che ella non neghi a lungo la sua natura femminile, visto che continua a portare il peso dell'asta francese inalberata.

TALBOT
Lasciamoli a praticare e a trafficare con gli spiriti. Dio è la nostra fortezza e nel suo nome vindice apprestiamoci a scalare i bastioni di pietra.

BEDFORD
Sali, coraggioso Talbot. Noi ti stiamo dietro.

TALBOT
Non tutti assieme; meglio distanti, credo, così da irrompere in più direzioni, e se per caso uno di noi fallisce, un altro può superare le difese.

 

BEDFORD
D'accordo. Tento da quel lato.

BORGOGNA
E io da questo.

TALBOT
Qui salirà Talbot, o scenderà nella tomba. Adesso, Salisbury, per te e per l'onore d'Enrico d'Inghilterra, questa notte mostrerò il legame che a voi mi unisce nel dovere supremo.


Avendo scalato le mura, gli Inglesi gridano, "San Giorgio!", "Per Talbot!".

SENTINELLE
All'armi, all'armi! Il nemico ci assale!

 

Allarme.
Le sentinelle francesi balzano sulle mura in maniche di camicia ed escono.

In alto escono gli Inglesi.

Da diversi ingressi, in basso, entrano il Bastardo, Alençon e Reignier, semisvestiti.

ALENÇON
E adesso, miei signori? Cosa? Così svestiti?

BASTARDO
Svestiti? Sì, e lieti d'esserne usciti al meglio.

REIGNIER
Era tempo davvero di svegliarci e lasciare il letto; l'allarme si udiva sulla porta della camera.

ALENÇON
Di tutte le imprese militari che conosco, da quando seguo la sorte delle armi, nessuna mai ho udito più audace e disperata di questa.

BASTARDO
Quel Talbot dev'essere un demonio dell'inferno.

REIGNIER
Se non l'inferno, di sicuro lo protegge il cielo.

ALENÇON
Arriva Carlo. Mi chiedo come se l'è cavata.

Entrano Carlo e Giovanna la Pulzella.

BASTARDO (a parte)
E sì, Giovanna era a santa difesa del suo corpo.

CARLO
È questa la tua magia, ingannatrice? Dapprima come lusinga ci hai concesso un guadagno meschino, così che ora dieci volte più grande sia la nostra perdita?

PULZELLA
Perché Carlo è irritato con l'amica? In ogni ora, con uguale potere, che io dorma o vegli, mi vuoi sempre attiva, oppure mi getti addosso il biasimo, la colpa? Soldati imprevidenti, se aveste fatto buona guardia, mai ci sarebbe capitato questo rovescio improvviso.

CARLO
Duca d'Alençon, la mancanza è tua; tu, che comandavi la guardia questa notte, non hai saputo eseguire meglio un compito così importante.

ALENÇON
Se i vostri alloggiamenti fossero stati tutti tenuti saldamente come quello di cui avevo la responsabilità, avremmo evitato l'onta della sorpresa.

BASTARDO
Il mio era sicuro.

REIGNIER
E anche il mio, signore.

CARLO
In quanto a me, la notte l'ho passata quasi tutta a fare avanti e indietro tra l'alloggio di lei e il mio comando per provvedere al cambio della guardia. Dunque, come e dove sarebbe iniziata l'irruzione?

PULZELLA
Non discutete più a lungo la questione, miei signori, di come e dove. Quello che è indubbio è che hanno fatto breccia dopo aver scoperto un luogo debolmente sorvegliato. Non resta che raccogliere le truppe sparpagliate e disperse, e fare un nuovo piano per colpirli.


Si dirigono verso una porta.
Suona l'allarme.

Entra un soldato inglese gridando "Per Talbot! Per Talbot!".

I Francesi fuggono per il palcoscenico lasciandosi dietro i vestiti, ed escono.

SOLDATO
Sarò così impertinente da prendergli la roba. Il grido "Talbot" funziona come una spada, perché mi sono caricato di un bel po' di spoglie usando come arma solo il suo nome.

 

Esce.

Inizio pagina

 

re enrico vi - parte i - 1588/1590

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna, un Capitano e altri.


BEDFORD
Il giorno aggredisce e mette in fuga la notte, il cui mantello di pece ricopriva la terra come un velo pesante. Suonate la ritirata e la fine del nostro accanito inseguimento.


Viene suonata la ritirata.

TALBOT
Portate fuori il corpo del vecchio Salisbury e deponetelo sulla piazza del mercato, nel recinto che è al centro di questa città maledetta.


Marcia funebre.

Avanza il corteo con il corpo di Salisbury.


Ora il mio voto è reso all'anima sua: per ogni goccia di sangue a lui spillata almeno cinque Francesi sono morti questa notte. E perché possano scorgere le epoche future la gran rovina provocata a sua vendetta, dentro il tempio maggiore del nemico erigerò una tomba, dove il suo corpo sarà tumulato. Sopra di essa verrà inciso, affinché ognuno possa leggere, il sacco d'Orléans, la maniera proditoria della sua morte luttuosa, e quale terrore egli incuteva alla Francia.

 

Esce il funerale.
 

Ma, signori, in tutto il cruento massacro mi chiedo perché nessuno di noi abbia incontrato sua grazia, il Delfino, ovvero il suo recente campione di virtù, Giovanna d'Arco, né il resto della sua banda di impostori.

BEDFORD
Si pensa, Lord Talbot, che, scoppiata la battaglia, di colpo svegli, i letti sonnolenti abbandonati, essi siano balzati, tra le schiere in armi, dalle mura, per cercare riparo tra i campi.

BORGOGNA
In quanto a me, se bene ho intravisto tra il fumo e i foschi vapori della notte, di certo ho scorto il Delfino e la puttana mentre a braccetto correvano a perdifiato come un paio di tortore amorose che non potrebbero staccarsi giorno e notte. Dopo che qui le cose sono sistemate, li inseguiremo con tutte le nostre forze.

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Salute a tutti, miei signori! In questa eletta schiera, chi chiamate Talbot, il guerriero, applaudito per le sue gesta in tutto il regno di Francia?

TALBOT
Sono io Talbot. Chi vorrebbe parlargli?

MESSAGGERO
La Contessa d'Auvergne, mia virtuosa signora, con pudicizia ammirando la tua fama, per mio tramite, grande Lord, ti rivolge la preghiera di concederle una visita nel povero castello sua dimora, per potersi vantare d'aver posato lo sguardo sull'uomo la cui gloria riempie il mondo con voce fragorosa.

BORGOGNA
Ma davvero? Dunque le nostre guerre, m'avvedo, diverranno gioiose pacifiche tenzoni se le dame ambiscono a prender parte alla contesa. Non puoi, mio signore, rifiutare il gentile invito.

TALBOT
Altrimenti, non merito da voi nessuna fiducia, poiché, laddove una massa di uomini non avrebbe eloquenza sufficiente, trionfa invece una dolcezza muliebre.

(Al messaggero) Dalle perciò caldi ringraziamenti: mi sottometto al suo volere. Andrò. Le vostre grazie mi terranno compagnia?

BEDFORD
No, né lo suggerisce il galateo. Gli ospiti non richiesti, a quanto ho udito, ricevono i saluti più cordiali alla partenza.

TALBOT
Va bene, andrò solo. Non c'è rimedio. Metterò alla prova la cortesia della signora.

Vieni qui, capitano. Bisbiglia. Mi hai inteso?

CAPITANO
Sì, mio signore, e mi comporterò di conseguenza.

 

Escono.

Inizio pagina

 

re enrico vi - parte i - 1588/1590

atto secondo - scena terza

 

Entra la Contessa d'Auvergne assieme al custode del suo castello.


CONTESSA
Custode, rammenta l'incarico a te affidato, e quando l'hai eseguito, riportami le chiavi.

CUSTODE
Sì, signora.

 

Esce.

CONTESSA
La trama è ordita; se tutto va per il verso giusto, io sarò famosa per questa impresa come la scita Tomiri, che a Ciro diede la morte. Grandissima è la fama di questo temibile cavaliere, e i suoi successi anch'essi rinomati.
Vorrei testimoni occhi e orecchie per valutare queste novelle eccezionali.

Entrano il Messaggero e Talbot.

MESSAGGERO
Signora, secondo i desideri di vostra grazia, eccovi il nobile Talbot, implorato dal messaggio.

CONTESSA
Sia benvenuto. Cosa? È lui quell'uomo?

MESSAGGERO
Sì, signora.

CONTESSA
Lui il flagello di Francia? Costui è Talbot, tanto temuto in ogni luogo che col suo nome le mamme zittiscono i bambini? Favola vuota è la sua fama, vedo. Pensavo che avrei visto uno come Ercole, un secondo Ettore, dall'aspetto torvo gagliardo di membra, nerboruto.
Ahimè, questo è un fanciullo, uno sciocco nano! Questo fiacco granchietto raggrinzito non può incutere tale terrore ai nemici.

TALBOT
Signora, fui così temerario da recare disturbo, ma poiché vossignoria non è a suo agio, rinvio la visita a un'altra occasione.

Fa per andarsene.

CONTESSA
Cosa gli salta in mente? Chiedigli dove va.

MESSAGGERO
Fermo, Lord Talbot, perché la mia padrona desidera sapere la causa della vostra brusca partenza.

TALBOT
Madre mia, poiché sta facendo un grosso errore, me ne vado per informarla che Talbot è qui.

Entra il custode con le chiavi

CONTESSA
Se tu sei Talbot, allora ti dichiaro prigioniero.

TALBOT
Prigioniero? E di chi?

CONTESSA
Mio prigioniero, Lord sanguinario, e per questo motivo ti ho adescato dentro la mia casa.
Da molto la tua immagine è stata in mio possesso, perché nella mia galleria è appeso il tuo ritratto; ora la tua sostanza materiale farà la stessa fine, e io metterò in ceppi gambe e braccia del tiranno che da molti anni devasta il nostro paese, ne uccide i cittadini, tiene segregati i nostri figli e mariti.

 

TALBOT
Ah, ah, ah!

CONTESSA
Ridi, infame? La tua allegria si muterà in lamento.

TALBOT
Rido a vedere vossignoria che s'illude di avere qualcosa di più dell'immagine di Talbot su cui fare violenza.

CONTESSA
Be'? Non sei tu l'uomo?

TALBOT
Oh sì, davvero.

CONTESSA
Allora io ho anche la tua sostanza.

TALBOT
No, no, io sono solo un'immagine di me: ti sei ingannata, poiché tu vedi solo la porzione più minuta di me, l'infima particella della forma d'un uomo. Ti dico, signora, che se l'intera sostanza di cui dispongo fosse qui, sarebbe di tali dimensioni che, a contenerla, non basterebbe il tuo tetto.

CONTESSA
Costui è un venditore di indovinelli d'occasione. E qui, eppure non c'è; come si spiegano tali contraddizioni?

TALBOT
Te lo mostrerò immediatamente.


Suona il corno, rulli di tamburi; una scarica di cannoni.

Entrano i soldati.
 

Che ne dici, signora, sei convinta ora che Talbot è solo l'immagine di sé? Ecco le sue sostanze: muscoli, braccia, il vigore con cui egli soggioga il vostro collo ribelle, rade al suolo le vostre città, distrugge i borghi, e in un istante fa terra bruciata.

CONTESSA
Vittorioso Talbot, perdona il mio tranello; mi accorgo che sei come la fama ha divulgato, e più di quanto non esprima il tuo aspetto. La mia arroganza non provochi la tua ira, poiché mi dolgo di non averti accolto con riverenza per quel che sei.

TALBOT
Non affliggerti, bella dama, e non fraintendere il pensiero di Talbot, così come errasti nel calcolare l'involucro esteriore del suo corpo. Ciò che tu hai fatto, non mi ha recato offesa, né altra riparazione io ambisco se non, col tuo permesso, di poter gustare il tuo vino e provare le tue leccornie. Poiché i soldati hanno sempre grandi appetiti.

CONTESSA
Con tutto il cuore, considerami onorata di festeggiare un così grande guerriero a casa mia.


Escono.

Inizio pagina

re enrico vi - parte i - 1588/1590

atto secondo - scena quarta

 

Entrano Riccardo Plantageneto, Warwick, Somerset, Pole Conte di Suffolk, Vernon e un avvocato.


PLANTAGENETO
Nobili lord e signori, perché questo silenzio? Nessuno osa rispondere a difesa della verità?

SUFFOLK
Dentro le aule del Temple abbiamo gridato troppo. Meglio si prestano questi giardini.

PLANTAGENETO
E allora di' se non ho affermato verità, o se non sbagliava il capzioso Somerset?

SUFFOLK
Parola mia, ho studiato poco la legge, mai ho potuto adattarla al mio volere e dunque adattare il mio volere alle sue norme.

SOMERSET
Allora giudica tu, mio signore di Warwick chi tra noi due abbia ragione.

WARWICK
Tra due falchi, quello che vola più alto;
tra due cani, quello che ringhia più forte,
tra due lame, la più temprata;
tra due cavalli, quello che si porta meglio;
tra due ragazze, quella che ha l'occhio più vispo.
Il mio giudizio è forse poco profondo, ma in questi begli arzigogoli legali, in fede, non sono più saggio d'una taccola.

PLANTAGENETO
Suvvia, questa è cortese reticenza. La verità appare così nuda al mio fianco che anche un occhio miope la può scorgere.

SOMERSET
E al mio fianco è tanto bene adorna, così chiara, scintillante, nitida, da risplendere tra le palpebre d'un cieco.

PLANTAGENETO
Dacché tenete la bocca serrata, né vi azzardate a proferire parola, con segni silenziosi mimate il vostro pensiero: colui che è un gentiluomo tutto d'un pezzo e saldo sta sull'onore del suo lignaggio, se ritiene che io abbia affermato la verità, colga con me tra questi rovi una rosa bianca.

SOMERSET
E chi non è né un codardo né un adulatore, ma osa schierarsi con il partito della verità, colga con me tra quelle spine una rosa rossa.

WARWICK
Non mi piacciono i colori, né il colore dell'adulazione bassa, insinuante: colgo col Plantageneto questa rosa bianca.

SUFFOLK
Con il giovane Somerset colgo la rosa rossa, e dico inoltre che ritengo egli abbia ragione.

VERNON
Fermi, lord e gentiluomini, non cogliete altre rose, finché non avrete stabilito che la fazione che ha strappato meno rose dalla pianta concederà il verdetto ai suoi rivali.

SOMERSET
Una valida obiezione, mio buon signore; se ne avrò meno, sottoscriverò in silenzio.

PLANTAGENETO
Anch'io.

VERNON
Allora, per la verità e l'evidenza del caso, colgo questo bocciolo pallido e virginale: A mio giudizio va a favore della rosa bianca.

SOMERSET
Non pungerti le dita, mentre lo cogli; altrimenti, con il tuo sangue dipingerai di rosso la rosa bianca, senza averne l'intenzione, e ti schiererai dalla mia parte.

VERNON
Mio signore, se sanguinerò per la mia opinione, la buona opinione che gli altri hanno di me farà da chirurgo alla mia ferita e mi terrà dalla parte dove sono ora.

SOMERSET
Ma bene: su, coraggio; chi altri?

AVVOCATO
Se i miei studi e i miei libri non dicono il falso, le vostre argomentazioni sono sbagliate di fronte alla legge. In segno di ciò anch'io colgo la rosa bianca.

PLANTAGENETO
Allora, Somerset, dove sono i tuoi argomenti?

SOMERSET
Qui nel mio fodero, a ragionare sulla vostra rosa bianca, tinta di rosso sangue.

PLANTAGENETO
Intanto, le vostre guance imitano le nostre rose, poiché appaiono bianche di paura, a testimonianza che la verità è dalla nostra parte.

SOMERSET
No, Plantageneto, non è per la paura, ma per la rabbia, che le tue guance arrossiscono di vergogna sfacciata, imitando le nostre rose, e la tua lingua non vuole confessare l'errore.

PLANTAGENETO
Somerset, non nutre un verme la tua rosa?

SOMERSET
E la tua rosa, Plantageneto, non ha spine?

PLANTAGENETO
Sì, aguzze e laceranti, per sostenerne la verità, mentre il tuo verme divoratore mangia il falso.

SOMERSET
Ebbene, troverò amici pronti a indossare le mie rose sanguinanti, che sosterranno quel che dico, mentre il falso Plantageneto non oserà mostrarsi.

PLANTAGENETO
Ora, con questo bocciolo virgineo in mano, tengo in disprezzo te e le tue maniere, ragazzaccio.

SUFFOLK
Risparmiaci il tuo disprezzo, Plantageneto.

PLANTAGENETO
Arrogante d'un Pole, invece lo rivolgo contro di lui e anche contro di te.

SUFFOLK
Quel che mi dai, te lo ricaccio in gola.

SOMERSET
Via, andiamo, buon William de la Pole; diamo credito a questo villanzone conversando con lui.

WARWICK
Ora, per Dio, gli fai torto, Somerset. Il suo nonno era Lionel, Duca di Clarence, terzo figlio di Edoardo Terzo d'Inghilterra. Da radici così fonde spuntano villani spennacchiati?

PLANTAGENETO
Approfitta dei privilegi del luogo; non oserebbe altrimenti parlare così con il suo ignobile cuore.

SOMERSET
Nel nome del Creatore, sosterrò le mie parole su ogni lembo di suolo cristiano. Non fu Riccardo, conte di Cambridge, tuo padre, giustiziato per alto tradimento nei giorni del defunto re Enrico?
E, per quel tradimento, non sei anche tu reo, degradato, escluso dal rango della nobiltà?

Il crimine della sua disobbedienza vive dentro il tuo sangue. Sei un villano qualunque finché non verrai riabilitato.

PLANTAGENETO
Mio padre fu arrestato, incriminato illegalmente, e condannato a morte per tradimento, senza aver tradito. Questo proverò contro uomini migliori di Somerset, quando i tempi saranno maturi al mio volere. In quanto al tuo compare Pole, e a te stesso, vi segnerò nel mio libro della memoria, per farvi pagare la vostra malafede.
Fate tesoro di questo avvertimento.

SOMERSET
Ah, ci troverai sempre a tua disposizione, ci riconoscerai come nemici dal colore della rosa, un colore che indosseranno i miei amici, tuo malgrado.

PLANTAGENETO
Per la mia anima, questa rosa pallida, irosa, come emblema del mio odio assetato di sangue, sempre indosserò assieme alla mia fazione, finché essa non appassisca sulla mia tomba, o non fiorisca fino all'altezza del mio rango.

SUFFOLK
Va' pure avanti, e ti strozzi l'ambizione! Addio, dunque, fino al prossimo incontro.

 

Esce.

SOMERSET
Vengo con te, Pole. Addio, ambizioso Riccardo!

 

Esce.

PLANTAGENETO
Quanti insulti mi tocca sopportare!

WARWICK
La macchia rinfacciata al tuo casato sarà cancellata dal prossimo parlamento, convocato a sancire la tregua tra Winchester e Gloucester. Se non sarai fatto York, io non vivrò per fregiarmi del titolo di Warwick. Intanto, come pegno del mio amore, contro l'altero Somerset e William Pole, indosserò questa rosa cara al tuo partito, e profetizzo qui che la contesa odierna, trasformata in lotta di fazioni nei giardini del Temple, spedirà anime a migliaia, le rose rosse e le bianche, verso la morte e la notte spietata.

PLANTAGENETO
Mio buon Vernon, ti sono obbligato, perché hai colto un fiore in mio appoggio.

VERNON
In tuo appoggio lo indosserò sempre.

AVVOCATO
Anch'io.

PLANTAGENETO
Grazie, nobile signore. Andiamo a pranzo: in quattro facciamo una bella tavolata. Questa contesa berrà sangue un'altra giornata.

 

Escono.

Inizio pagina

 

re enrico vi - parte i - 1588/1590

atto secondo - scena quinta

 

Entrano Mortimer, trasportato su una seggiola, e i carcerieri.

 

MORTIMER
Gentili custodi della mia età, fiacca, declinante, lasciate riposare qui Mortimer morente.
Come in un uomo appena uscito dalla tortura le mie membra soffrono la lunga prigionia, e queste chiome grigie, messaggere di morte, proclamano la fine di Edmund Mortimer, un vecchio Nestore carico d'affanni. Simili a lampade il cui olio è consumato, questi occhi s'offuscano, già spenti.
Schiacciate dal fardello del dolore, le deboli spalle, le braccia smidollate, assomigliano a una vite inaridita, coi tralci secchi penzolanti verso terra. Eppure a questi piedi, paralitico sostegno incapace di reggere questo mucchietto di  creta, mette ali il desiderio di una tomba, perché sanno che non ho altro conforto. Ma dimmi, carceriere, verrà mio nipote?

PRIMO CARCERIERE
Riccardo Plantageneto verrà, mio signore: lo abbiamo mandato a chiamare al Temple, nelle sue stanze, e ci fu confermata la sua venuta.

MORTIMER
Tanto mi basta. La mia anima avrà soddisfazione.
Povero gentiluomo! I suoi torti sono pari ai miei.
Da quando salì al trono Enrico Monmouth, prima della cui gloria ero un grande guerriero, io subisco quest'orribile sequestro.

E da allora Riccardo è messo in ombra, depredato degli onori e dell'eredità.
Ma ora, il giudice conciliatore degli afflitti, la giusta Morte, arbitro imparziale d'ogni miseria umana, mi affranca da questo luogo con un gradito congedo. Vorrei che anche i suoi guai fossero in procinto di scomparire, così che egli possa recuperare ciò che fu perso.

Entra Riccardo Plantageneto.

PRIMO CARCERIERE
Mio signore, il tuo affezionato nipote è giunto.

MORTIMER
Riccardo Plantageneto, amico mio, sei giunto?

PLANTAGENETO
Sì, nobile zio, tanto maltrattato; ecco tuo nipote Riccardo, di recente altrettanto oltraggiato.

MORTIMER
Levate le mie braccia verso il suo collo, che lo possa stringere, ed esalargli sul petto l'ultimo rantolo. Oh, ditemi quando le mie braccia sfiorano le sue guance, che gli possa dare un amorevole bacio prima della fine.

Lo abbraccia.

Dolce ramo del gran ceppo di York, dimmi ora il fresco oltraggio che hai subito.

PLANTAGENETO
Prima, poggia la tua vecchia schiena contro il mio braccio, così che, a tuo agio, ti possa raccontare del mio disagio. Oggi, mentre discutevo d'una questione legale, scoppiò una lite tra Somerset e me, e, nello scambio di insulti, quella sua lingua spudorata mi rinfacciò la morte di mio padre. Quell'accusa m'inceppò la lingua, altrimenti avrei ribattuto alle sue offese. Perciò, buon zio, per amore di mio padre, in onore di un vero Plantageneto, in considerazione del legame di parentela, dimmi la causa che costò la testa a mio padre, il Conte di Cambridge.

MORTIMER
La stessa causa che, caro nipote, ha consumato dentro un odioso carcere, in agonia, tutta la mia fiorente giovinezza, fu il dannato strumento della sua dipartita.

PLANTAGENETO
Dischiudimi più in dettaglio tale causa, perché io la ignoro e non riesco a immaginarla.

MORTIMER
Così sarà, se lo consente il mio fioco respiro e se la morte attende la fine del racconto. Enrico Quarto, il nonno del presente re, depose suo cugino Riccardo, figlio d'Edoardo, il primogenito e il legittimo erede di Re Edoardo, il terzo di sua stirpe.

Durante il suo regno, i Percy del Nord, ritenendo l'usurpazione atto assai ingiusto, appoggiarono la mia candidatura al trono. La ragione che spinse quei bellicosi lord fu che (una volta eliminato il giovane Riccardo senza ch'egli avesse generato alcun erede) ero io il successore per nascita e lignaggio.
Infatti, per parte di madre, io provengo da Lionel, Duca di Clarence, terzo figlio di Re Edoardo Terzo, mentre il re vanta discendenza da Giovanni di Gaunt, soltanto il quarto di quella eroica schiatta. Ma prendi nota: mentre erano impegnati nel poderoso e nobile sforzo di radicare il legittimo erede, io persi la libertà, loro la vita.
Molto tempo dopo, durante il regno di Enrico Quinto (succeduto a suo padre Bullingbrook), tuo padre, allora Conte di Cambridge, discendente dal celebre Edmund Langley, Duca di York, sposando mia sorella, e cioè tua madre, preso da pietà per la mia dura sorte, arruolò un nuovo esercito, con l'intenzione di reclamare la corona e pormi sul trono. Ma come gli altri, quel nobile conte fu sconfitto e decapitato. Così i Mortimer a cui apparteneva il titolo, vennero liquidati.

PLANTAGENETO
Tu, mio signore, sei l'ultimo di loro.

MORTIMER
È vero, e vedi che sono senza discendenza e che le mie parole, sempre più deboli, sono garanti di morte. Tu sei il mio erede. il mio auspicio è che tu ti riprenda tutto; però sii cauto e accorto nei tuoi progetti.

PLANTAGENETO
Mi farò guidare dai tuoi voti solenni.
Eppure, credo, l'esecuzione di mio padre non fu altro che un atto di sanguinaria tirannia.

MORTIMER
Nipote, il silenzio è prudenza politica.
La casa di Lancaster ha salde fondamenta, che, come una montagna, non possono essere smosse. Ma ora è tuo zio a muoversi di qui, come i principi abbandonano la corte quando hanno a noia una protratta e fissa residenza.

PLANTAGENETO
Se solo potessi riscattare la tua vecchiaia, zio, con una porzione dei miei giovani anni!

MORTIMER
Mi faresti torto, come chi massacra infliggendo molte ferite, quando una sola uccide.
Niente lutto, a meno che non ti dolga per il mio bene. Da' solo disposizione per il funerale, e, dunque, addio.

Tutte le tue speranze siano esaudite e prospera la tua vita in pace e in guerra. Muore.

PLANTAGENETO
E si diparta in pace, non in guerra, la tua anima!
In prigione compisti un lungo pellegrinaggio, consumando da eremita i tuoi giorni. Bene, serro i suoi consigli nel mio petto, e quello che mi passa per la mente, tengo in serbo. Carcerieri, portatelo via: io stesso provvederò a funerali migliori della sua vita.
 

Escono i carcerieri con il corpo di Mortimer.


Qui si spenge la tenue fiaccola di Mortimer, soffocata dall'ambizione di gente meschina.
In quanto ai torti, agli amari insulti che Somerset ha elargito alla mia casata, sono certo di saldare il conto con onore. Perciò mi affretto verso il parlamento, per essere reintegrato nel mio lignaggio, o perché dalle mie disgrazie possa trarre vantaggio.
 

Esce.

Inizio pagina