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Vita ed opere

Introduzione

Biografia 1

Biografia 2

Biografia 3

L'opera

Identità e paternità

I sonetti

Introduzione

1-10 51-60 101-110
11-20 61-70 111-120
21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154

 

 

re enrico vi - parte i - 1588/1590

personaggi

 

 

RE ENRICO VI

DUCA DI BEDFORD, Reggente di Francia, terzo figlio di Enrico IV, zio del Re
DUCA DI GLOUCESTER, Lord Protettore,

quarto figlio di Enrico IV

DUCA DI EXETER, Thomas Beaufort, prozio del Re
VESCOVO DI WINCHESTER, Henry Beaufort, fratello minore di Exeter, poi Cardinale
DUCA DI SOMERSET, Edmund Beaufort, nipote di Exeter

RICCARDO PLANTAGENETO, figlio di Riccardo, già Conte di Cambridge; poi Reggente di Francia e Duca di York

CONTE DI WARWICK
CONTE DI SALISBURY
CONTE DI SUFFOLK,
William De La Pole
LORD TALBOT, poi Conte di Shrewsbury
JOHN TALBOT, suo figlio
EDMUNDO MORTIMER, Conte di March
SIR JOHN FASTOLF
SIR WILLIAM GLANDSALE
SIR THOMAS GARGRAVE
SIR WILLIAM LUCY

WOODVILLE, luogotenente della Torre di Londra

SINDACO DI LONDRA

VERNON, seguace della fazione degli York, detta della Rosa Bianca

BASSET, seguace della fazione dei Lancaster, detta della Rosa Rossa

AVVOCATO del Temple
LEGATO DEL PAPA
CARCERIERI
di Mortimer

CARLO, il Delfino, in seguito Re di Francia
REIGNIER, Duca d'Angiò, detentore del titolo di Re di Napoli
DUCA D'ALENÇON
BASTARDO D'ORLÉANS
DUCA DI BORGOGNA
GENERALE
dell'esercito francese a Bordeaux
GOVERNATORE DI PARIGI
COMANDANTE DELL'ARTIGLIERIA
a Orléans
FIGLIO del Comandante dell'Artiglieria, un ragazzo


GIOVANNA LA PULZELLA, detta anche Giovanna d'Arco
PASTORE, padre della Pulzella
MARGHERITA, figlia di Reignier
CONTESSA D'AUVERGNE
CUSTODE
del castello della Contessa d'Auvergne
SERGENTE francese
SENTINELLA francese
SOLDATO francese
ESPLORATORE francese
DEMONI, che appaiono alla Pulzella

Signori al seguito, guardiani della Torre, araldi, soldati, cortigiani sia inglesi che francesi, domestici di Gloucester e di Winchester, funzionari del Sindaco di Londra.

 

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re enrico vi - parte i - 1588/1590

riassunto

 

Dramma del potere, indagato nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, vissuto come fatalità e maledizione - come testimonia la maledizione contro gli inglesi di Giovanna d'Arco sul rogo, nella quarta scena del V atto - che incombe come una cappa asfissiante non solo su chi se lo ritrova a gestire senza averlo cercato (come appunto Enrico VI) ma anche su coloro la cui vita è presentata invece come un’interminabile sforzo per raggiungerlo, agguantarlo e mantenerlo. Il tema del peso del potere è un elemento centrale, che continua a svilupparsi nelle successive parti dell'opera.


« Ci fu mai monarca che occupasse un trono in terra e fosse meno felice di me? Appena uscito di culla fui fatto re all’età di nove mesi; e non vi fu mai suddito che desiderasse di essere sovrano quanto io desidero di essere suddito » 

(Enrico VI, parte II - Atto 4, scena 9)

Shakespeare, non ancora trentenne, dimostra di ben conoscere gli arcana imperii, i meccanismi segreti del governo e delle lotte di potere, le logiche spietate che presiedono alle alleanze e ai tradimenti, alle promesse di fedeltà eterna e ai repentini spergiuri, alle richieste di perdono o di pietà da parte dei vinti e alle sete di vendetta dei vincitori.
 


Il sottofondo di ogni vicenda è quello eterno della lotta fratricida di Caino che colpisce suo fratello Abele (evocata esplicitamente da Winchester nella scena terza del primo atto) e delle inevitabili tristi conseguenze che questo delitto originario riproduce nella storia senza mai trovare redenzione, come un veleno versato alla sorgente di un fiume e che mai si diluisce o dissolve durante il suo corso, mantenendo intatti nel tempo il suo potere letale e la sua capacità di infettare le valli che attraversa; forse, soltanto quando le acque sfoceranno e si disperderanno nel mare aperto, alla fine della storia umana, questo veleno perderà la sua concentrazione mortale.Nella prima parte assistiamo alle celebrazioni per la morte prematura di Enrico V (padre di Enrico VI), grande re e condottiero, che con la battaglia di Azincourt (1415) aveva piegato a sé la Francia e poi riconquistato alla corona inglese tutta la Normandia. L'evento inatteso inaugura per l’Inghilterra un periodo di incertezza e di torbidi politici.

 

«Ora che Enrico è morto, o generazioni future, attendetevi anni di dolore: i bambini suggeranno agli umidi occhi materni, quest’isola diverrà nutrice di amaro pianto, e non resteranno che donne a piangere i morti »
(Atto I, Scena 1)

 

Ma la ribellione e la riscossa delle forze francesi, (“Tristi notizie vi porto dalla Francia, di perdite, di stragi e di sconfitte; la Guienna, la Sciampagna, Reims, Orleans, Parigi, Guysors, Poitiers, sono tutte perdute”, Atto I, Scena 1) alla cui guida vediamo una figura di Giovanna d'Arco stranamente non valorizzata da Shakespeare (che peraltro scriveva per un uditorio inglese, certamente non bendisposto verso la pulzella d’Orleans), sono solo la conseguenza esteriore, non la causa del problema; questa infatti va individuata in un fattore interiore, cioè nelle discordie, nell’odio, nelle rivalità meschine che crescono come una tumore negli animi della nobiltà inglese e da qui si trasmettono nel popolo.
Storicamente, questi torbidi sono rappresentati dalla cosiddetta Guerra delle due rose, e appunto nella scena 4 del secondo atto viene descritta plasticamente l’origine di tale rivalità tra le opposte fazioni degli York e dei Lancaster, in una contesa che si protrarrà sanguinosamente per oltre trent’anni:


« E qui faccio una profezia: questa contesa fra rosa bianca e rosa rossa, divenuta oggi fazione nel giardino del Tempio, manderà mille anime nelle tenebre della morte.
[...]
Sì, marciamo pure in Inghilterra o in Francia, senza capire quello che probabilmente seguirà. Questa discordia nata da poco fra i pari cova sotto le ceneri fallaci di un amore simulato, e da ultimo eromperà in fiamma: come le membra infette imputridiscono a poco a poco finché ossa e carne e muscoli cadono in disfacimento, tali saranno i frutti di questa vile discordia nata dalla rivalità. Ed ora temo quella fatale profezia che al tempo di Enrico V correva persino sulle bocche dei lattanti: che Enrico di Montmouth avrebbe conquistato tutto e Enrico di Windsor tutto avrebbe perduto »

(Atto II, scena 4 e Atto III, scena 1)

 

Sullo sfondo di questa crisi drammatica, Enrico VI è il re, ma la sua figura è quella di chi il potere regale lo subisce invece che esercitarlo. Già la sua ascesa al trono d’Inghilterra all’età di appena nove mesi aveva qualcosa di innaturale;

la sua incoronazione a re di Francia (procuratagli da un’accorta politica dinastica predisposta da suo padre Enrico V, che aveva sposato Caterina di Valois figlia di Carlo VI di Francia, Delfino e poi re di Francia) era avvenuta quando aveva 9 anni (nel 1430 a Parigi) e il regno di Enrico VI fu necessariamente un lungo periodo di reggenza, di governo per interposta persona (quella dei Lord Protettori); e Shakespeare fa commentare ad uno dei suoi personaggi: “ grave quando lo scettro è in mano di un fanciullo”.

Enrico VI è giovane e non ama la guerra;

la sua indole meditativa ed introversa, come egli stesso ammette lo rende inadatto al suo ruolo, dati i tempi; la sua figura tragica è quella di chi vive credendo nella buona fede di quelli che lo circondano, sicuro che tutti siano come lui e quindi vogliano indefettibilmente il bene e rifiutino sempre e comunque il male.

 

Ma il mondo non funziona così.

Persino la sua intimità, la sua vita sentimentale è pregiudicata dall’inganno, quando il conte Suffolk gli propone in matrimonio la bella Margherita, di cui però egli stesso è invaghito e di cui si propone di fare la sua amante nonché la leva del suo potere, una volta condottala alla corte d’Inghilterra dalla nativa Francia.

 

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