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re enrico vi
- parte ii -
1588/1592
personaggi |
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RE ENRICO VI
DUCA DI GLOUCESTER, Humphrey, suo
zio
VESCOVO DI WINCHESTER, Henry
Beaufort, Cardinale, prozio del re
DUCA DI YORK, Riccardo
Plantageneto
EDOARDO, il figlio maggiore
RICCARDO, un altro figlio di York
DUCA DI SUFFOLK, William de la
Pole
DUCA DI SOMERSET
DUCA DI BUCKINGHAM
LORD CLIFFORD
CLIFFORD IL GIOVANE, suo figlio
CONTE DI SALISBURY
CONTE DI WARWICK, Richard Neville,
suo figlio
LORD SCALES
LORD SAY
SIR HUMPHREY STAFFORD
FRATELLO DI SIR HUMPHREY STAFFORD
[William]
SIR JOHN STANLEY
VAUX
MATTHEW GOUGH
WALTER WHITMORE
CAPO DEI PIRATI
CAPITANO DELLA NAVE PIRATA
SECONDO DI BORDO
DUE GENTILUOMINI, prigionieri con
Suffolk
JOHN HUME, prete
JOHN SOUTHWELL, un altro prete |
ROGER BOLINGBROKE, negromante
THOMAS HORNER, armaiolo
PETER, il suo apprendista
SAUNDER SIMPCOX, impostore
IL SINDACO DI SAINT ALBANS [e i
suoi confratelli]
UNO SCERIFFO [e i suoi ufficiali]
SAGRESTANO
IL CHIERICO DI CHARTHAM
DUE ASSASSINI
JACK CADE, ribelle
GEORGE BEVIS
JOHN HOLLAND
DICK, macellaio
SMITH, tessitore
MICHAEL
FALEGNAME
ALEXANDER IDEN, gentiluomo del Kent
MARGHERITA, regina d'Inghilterra
ELEANOR COBHAM, duchessa di
Gloucester
MARGERY JOURDAIN, strega
MOGLIE DI SIMPCOX
UNO SPIRITO DIABOLICO
Postulanti, servitori, guardie,
funzionari, apprendisti, falconieri,
messaggeri, araldi, cittadini, gente del
popolo, soldati, ribelli.
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re enrico vi
- parte ii -
1588/1592
riassunto |
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da Wikipedia
Enrico VI, parte seconda (King Henry VI,
Part II) si apre con un matrimonio
annunciato,quello di Enrico VI
d'Inghilterra con Margherita d'Angiò. Ma
questa felicità non è affatto condivisa da
molti membri autorevoli della corte, per i
quali “questo matrimonio è fatale”, essendo
parte di un accordo di tregua in cui il re,
“ben felice di barattare due ducati con la
bella figlia di un duca”, accordava
condizioni molto favorevoli alla Francia di
Carlo VI di Francia.
L’intrigo e la ribellione covano sotto la
cenere attorno al re e assediano la sua
lieve felicità; persino le donne sono
contagiate da questo fascino mortale del
potere, e se in questo sembrano "presuntuose
e perverse", tuttavia esse testimoniano una
diversa autocoscienza.
Nella seconda scena del secondo atto,
durante una passeggiata serale nel giardino
della casa di York, accade un fatto centrale
per l'intera vicenda narrata nell’Enrico VI:
York esce allo scoperto con i suoi buoni
amici Salisbury e Warwick, del grande e
potente clan dei Nevil, e chiedendo loro
apertamente “che cosa pensino del suo
indiscutibile diritto alla corona
d’Inghilterra” ne ottiene il prezioso
appoggio, ancorché segreto. Sulla base di
questo patto, la corda dell’intrigo si
stringe sempre più attorno a Gloucester, il
fedele protettore del re, cui vengono estesi
i sospetti che si nutrono sul conto di sua
moglie Eleonora e pertanto gli viene
revocato il ruolo di Protettore; nonostante
dubiti della veridicità delle accuse (“Il
duca è virtuoso, mite e di troppo buoni
costumi per sognare il male o per adoperarsi
per la mia rovina”, e “è mia viva speranza
che riusciate a giustificarvi pienamente di
ogni sospetto: la coscienza mi dice che
siete innocente”), Enrico non ha la forza di
opporsi alle accuse che vengono rivolte al
suo ex protettore, con lo scopo di farlo
cadere e di eliminare un ostacolo ai piani
di coloro che agiscono e si comportano da
congiurati, anche se – e non è paradossale
in Shakespeare questa ulteriore complessità
della trama - da un punto di vista giuridico
sono nel giusto e rivendicano il loro buon
diritto. Ma con i mezzi dei congiurati.
Del resto, lo stesso Gloucester avverte che
“questi sono tempi pericolosi: la virtù è
soffocata dalla vile ambizione e la carità
cacciata di qui dal rancore; l’istigazione
al male domina e la giustizia è sparita” e,
prima di essere arrestato, mette in guardia
Enrico sulle trame che si stanno compiendo
alle sue spalle.
In questo frangente decisivo, York
incoraggia se stesso all’impresa, e la
fortuna aiuta gli audaci: una sommossa in
Irlanda consente a York, incaricato di
sedarla, di radunare sotto il suo comando,
senza destare sospetti, un grande esercito.
La morte di Gloucester, assassinato durante
la sua prigionia e prima del processo,
consente ai veri alleati di York, cioè
Salisbury e Warwick, di accusare davanti al
re e al popolo Suffolk, Wichester e la
stessa regina Margherita. Complice una
sommossa, Suffolk viene così esiliato e deve
dire addio all’Inghilterra e a Margherita,
sua amante. E, come spesso avviene in
Shakespeare, proprio in questo frangente al
perfido Suffolk vengono inspirate parole
d’addio a Margherita di una struggente
bellezza:
« Così il povero Suffolk è dieci volte
bandito, una volta dal re e nove da te
medesima. Non è questa terra che mi importi,
quando tu non ci sia; il deserto sarebbe
anche troppo popolato se Suffolk avesse la
tua celestiale compagnia, perché dove sei
tu, colà è il mondo con tutti i piaceri che
può dare; e dove non sei tu, non è che
desolazione. Non posso più parlare, vivi e
godi: io stesso avrò gioia soltanto dal
sapere che tu vivi »
(Enrico VI parte II, Atto terzo, scena II)
Intanto anche il cardinale di Winchester
muore “bestemmiando Dio e maledicendo gli
uomini” in un delirio di sensi di colpa e di
disperazione; e muore Suffolk, ucciso da
pirati che hanno intercettato la sua barca
mentre egli, insieme ad altri gentiluomini,
attraversava il Canale della Manica per
raggiungere il suo esilio in Francia.
Il piano di York prosegue senza intoppi;
tutte le sue mosse riescono; i suoi nemici
si eliminano tra di loro senza che egli
debba scoprirsi o destare sospetti. Manca
ancora una mossa per preparare il terreno
propizio alla sua azione: come egli stesso
ammette "Susciterò in Inghilterra una
tenebrosa tempesta che manderà migliaia di
anime in paradiso o le precipiterà
all’inferno; e questo tremendo turbine non
cesserà di infuriare finché l’aureo serto
sul mio capo, come i raggi luminosi dello
splendido sole, non calmi la furia di questo
pazzo uragano". Lo strumento di questi
disordini sarà John Cade, una losca figura
di “demonio… e furfante”, un abile
sobillatore senza scrupoli, che ama
presentarsi come giustiziere del popolo e
rivoluzionario che “vuol dare nuova veste
allo stato, o rivoltarla e farvi nuovo pelo…
animato dallo spirito di buttar giù re e
principi...e giura di fare una riforma
generale: in Inghilterra le pagnotte da
sette soldi e mezzo saranno vendute per un
soldo; la capacità del boccale sarà
triplicata...tutto il regno sarà di
tutti...e quando sarò re non ci sarà più
denaro, tutti mangeranno e berranno a mie
spese e vi vestirò tutti con la stessa
livrea perché andiate d’accordo come buoni
fratelli e mi riveriate come vostro
signore”.
Il motto di questo brigante del Kent è: “Il
nostro ordine è il massimo disordine!”. Alla
testa del suo esercito costituito da "una
moltitudine cenciosa di servi e contadini
rozzi e spietati", Cade avanza verso Londra,
se ne impadronisce, costringe il re alla
fuga e assapora l’ebbrezza del potere:
« La mia bocca sarà il parlamento
d’Inghilterra…e non si sposerà ragazza che
non mi dia il tributo della sua verginità,
prima che l’abbiano gli altri; gli uomini
saranno miei vassalli diretti; inoltre
ordiniamo e comandiamo che le loro mogli
siano tanto libere quanto il cuore sa
desiderare o lingua sa dire. »
(Atto IV, scena 7)
Ma ben presto viene abbandonato da quella
stessa folla che lo aveva poco prima
acclamato e reso padrone di Londra. “Ci fu
mai piuma che si movesse al vento come
questa moltitudine?”. Con questo amaro
commento, Cade fugge e poco dopo viene
ucciso. In questo frangente, il duca di York
torna in Inghilterra alla testa
dell’esercito che gli era stato messo a
disposizione per sedare la rivolta
irlandese. Nella sua mente un solo pensiero:
“Dall’Irlanda viene York in armi per
rivendicare il suo diritto e togliere la
corona dal capo del debole Enrico…Ah, santa
maestà! Chi non vorrebbe comprarti a caro
prezzo? Obbediscano coloro che non sanno
comandare”. Ma egli pensa di dover ancora
dissimulare le sue intenzioni “finché Enrico
non sia più debole ed io più forte”.
Tuttavia gli eventi precipitano e finalmente
i giochi finora nascosti si rivelano
apertamente:
« Allora, York, schiudi i tuoi pensieri a
lungo celati e lascia che la tua lingua vada
di pari col tuo cuore. Falso re! Ti ho
chiamato re? No, tu non sei re, né atto a
governare e a reggere moltitudini, tu che
non osi né sai importi a un traditore. Alla
tua testa non si addice una corona; la tua
mano è fatta per stringere un bordone di
pellegrino e non per onorare lo scettro
temuto del principe. Codesta corona d’oro
deve cingere la mia fronte, che spianandosi
o accigliandosi può, come la lancia di
Achille, uccidere o sanare. Ecco qua una
mano adatta a tenere alto uno scettro e con
quello sancire leggi sovrane. Cedimi il tuo
posto, per il Cielo! »
(Atto V, scena 1)
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Segue uno scontro cruento tra i partigiani
di York, cioè innanzitutto i suoi figli
Edoardo e Riccardo, e quindi Salisbury e
Warwick, contro i partigiani di Enrico,
ovvero Somerset e i due Clifford, padre e
figlio. Nella sera di quella giornata, la
vittoria arride agli York; il re e i resti
dei suoi sostenitori si sono ritirati a
Londra per salvare il salvabile e tentare
una controffensiva. Il duca di York sa che
deve incalzarli e non dare loro tregua.
Ma la ribellione e la riscossa delle
forze francesi, (“Tristi notizie vi
porto dalla Francia, di perdite, di
stragi e di sconfitte; la Guienna,
la Sciampagna, Reims, Orleans,
Parigi, Guysors, Poitiers, sono
tutte perdute”, Atto I, Scena 1)
alla cui guida vediamo una figura di
Giovanna d'Arco stranamente non
valorizzata da Shakespeare (che
peraltro scriveva per un uditorio
inglese, certamente non bendisposto
verso la pulzella d’Orleans), sono
solo la conseguenza esteriore, non
la causa del problema; questa
infatti va individuata in un fattore
interiore, cioè nelle discordie,
nell’odio, nelle rivalità meschine
che crescono come una tumore negli
animi della nobiltà inglese e da qui
si trasmettono nel popolo.
Storicamente, questi torbidi sono
rappresentati dalla cosiddetta
Guerra delle due rose, e appunto
nella scena 4 del secondo atto viene
descritta plasticamente l’origine di
tale rivalità tra le opposte fazioni
degli York e dei Lancaster, in una
contesa che si protrarrà
sanguinosamente per oltre
trent’anni:
« E qui faccio una profezia: questa
contesa fra rosa bianca e rosa
rossa, divenuta oggi fazione nel
giardino del Tempio, manderà mille
anime nelle tenebre della morte.
[...]
Sì, marciamo pure in Inghilterra o
in Francia, senza capire quello che
probabilmente seguirà. Questa
discordia nata da poco fra i pari
cova sotto le ceneri fallaci di un
amore simulato, e da ultimo eromperà
in fiamma: come le membra infette
imputridiscono a poco a poco finché
ossa e carne e muscoli cadono in
disfacimento, tali saranno i frutti
di questa vile discordia nata dalla
rivalità. Ed ora temo quella fatale
profezia che al tempo di Enrico V
correva persino sulle bocche dei
lattanti: che Enrico di Montmouth
avrebbe conquistato tutto e Enrico
di Windsor tutto avrebbe perduto »
(Atto II, scena 4 e Atto III, scena
1)
Sullo sfondo di questa crisi drammatica,
Enrico VI è il re, ma la sua figura è quella
di chi il potere regale lo subisce invece
che esercitarlo. Già la sua ascesa al trono
d’Inghilterra all’età di appena nove mesi
aveva qualcosa di innaturale; la sua
incoronazione a re di Francia (procuratagli
da un’accorta politica dinastica predisposta
da suo padre Enrico V, che aveva sposato
Caterina di Valois figlia di Carlo VI di
Francia, Delfino e poi re di Francia) era
avvenuta quando aveva 9 anni (nel 1430 a
Parigi) e il regno di Enrico VI fu
necessariamente un lungo periodo di
reggenza, di governo per interposta persona
(quella dei Lord Protettori); e Shakespeare
fa commentare ad uno dei suoi personaggi: “
grave quando lo scettro è in mano di un
fanciullo”.
Enrico VI è giovane e non ama la guerra; la
sua indole meditativa ed introversa, come
egli stesso ammette lo rende inadatto al suo
ruolo, dati i tempi; la sua figura tragica è
quella di chi vive credendo nella buona fede
di quelli che lo circondano, sicuro che
tutti siano come lui e quindi vogliano
indefettibilmente il bene e rifiutino sempre
e comunque il male. Ma il mondo non funziona
così. Persino la sua intimità, la sua vita
sentimentale è pregiudicata dall’inganno,
quando il conte Suffolk gli propone in
matrimonio la bella Margherita, di cui però
egli stesso è invaghito e di cui si propone
di fare la sua amante nonché la leva del suo
potere, una volta condottala alla corte
d’Inghilterra dalla nativa Francia.
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