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L'opera

Identità e paternità

I sonetti

Introduzione

1-10 51-60 101-110
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21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154

 

 

re enrico vi - parte ii - 1588/1592

personaggi

 

 

RE ENRICO VI


DUCA DI GLOUCESTER
, Humphrey, suo zio
VESCOVO DI WINCHESTER, Henry Beaufort, Cardinale, prozio del re
DUCA DI YORK, Riccardo Plantageneto
EDOARDO, il figlio maggiore
RICCARDO, un altro figlio di York
DUCA DI SUFFOLK, William de la Pole
DUCA DI SOMERSET
DUCA DI BUCKINGHAM
LORD CLIFFORD
CLIFFORD IL GIOVANE
, suo figlio
CONTE DI SALISBURY
CONTE DI WARWICK
, Richard Neville, suo figlio
LORD SCALES
LORD SAY
SIR HUMPHREY STAFFORD
FRATELLO DI SIR HUMPHREY STAFFORD
[William]
SIR JOHN STANLEY
VAUX
MATTHEW GOUGH
WALTER WHITMORE
CAPO DEI PIRATI
CAPITANO DELLA NAVE PIRATA
SECONDO DI BORDO
DUE GENTILUOMINI,
prigionieri con Suffolk

 

JOHN HUME, prete
JOHN SOUTHWELL, un altro prete

ROGER BOLINGBROKE, negromante
THOMAS HORNER, armaiolo
PETER, il suo apprendista
SAUNDER SIMPCOX, impostore
IL SINDACO DI SAINT ALBANS [e i suoi confratelli]
UNO SCERIFFO [e i suoi ufficiali]
SAGRESTANO
IL CHIERICO DI CHARTHAM
DUE ASSASSINI

JACK CADE, ribelle
GEORGE BEVIS
JOHN HOLLAND
DICK
, macellaio
SMITH, tessitore
MICHAEL
FALEGNAME
ALEXANDER IDEN
, gentiluomo del Kent

MARGHERITA, regina d'Inghilterra
ELEANOR COBHAM, duchessa di Gloucester
MARGERY JOURDAIN, strega
MOGLIE DI SIMPCOX

UNO SPIRITO DIABOLICO

Postulanti, servitori, guardie, funzionari, apprendisti, falconieri, messaggeri, araldi, cittadini, gente del popolo, soldati, ribelli.

 

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re enrico vi - parte ii - 1588/1592

riassunto

 

da Wikipedia

 

Enrico VI, parte seconda (King Henry VI, Part II) si apre con un matrimonio annunciato,quello di Enrico VI d'Inghilterra con Margherita d'Angiò. Ma questa felicità non è affatto condivisa da molti membri autorevoli della corte, per i quali “questo matrimonio è fatale”, essendo parte di un accordo di tregua in cui il re, “ben felice di barattare due ducati con la bella figlia di un duca”, accordava condizioni molto favorevoli alla Francia di Carlo VI di Francia.

L’intrigo e la ribellione covano sotto la cenere attorno al re e assediano la sua lieve felicità; persino le donne sono contagiate da questo fascino mortale del potere, e se in questo sembrano "presuntuose e perverse", tuttavia esse testimoniano una diversa autocoscienza.

Nella seconda scena del secondo atto, durante una passeggiata serale nel giardino della casa di York, accade un fatto centrale per l'intera vicenda narrata nell’Enrico VI: York esce allo scoperto con i suoi buoni amici Salisbury e Warwick, del grande e potente clan dei Nevil, e chiedendo loro apertamente “che cosa pensino del suo indiscutibile diritto alla corona d’Inghilterra” ne ottiene il prezioso appoggio, ancorché segreto. Sulla base di questo patto, la corda dell’intrigo si stringe sempre più attorno a Gloucester, il fedele protettore del re, cui vengono estesi i sospetti che si nutrono sul conto di sua moglie Eleonora e pertanto gli viene revocato il ruolo di Protettore; nonostante dubiti della veridicità delle accuse (“Il duca è virtuoso, mite e di troppo buoni costumi per sognare il male o per adoperarsi per la mia rovina”, e “è mia viva speranza che riusciate a giustificarvi pienamente di ogni sospetto: la coscienza mi dice che siete innocente”), Enrico non ha la forza di opporsi alle accuse che vengono rivolte al suo ex protettore, con lo scopo di farlo cadere e di eliminare un ostacolo ai piani di coloro che agiscono e si comportano da congiurati, anche se – e non è paradossale in Shakespeare questa ulteriore complessità della trama - da un punto di vista giuridico sono nel giusto e rivendicano il loro buon diritto. Ma con i mezzi dei congiurati.

Del resto, lo stesso Gloucester avverte che “questi sono tempi pericolosi: la virtù è soffocata dalla vile ambizione e la carità cacciata di qui dal rancore; l’istigazione al male domina e la giustizia è sparita” e, prima di essere arrestato, mette in guardia Enrico sulle trame che si stanno compiendo alle sue spalle.

In questo frangente decisivo, York incoraggia se stesso all’impresa, e la fortuna aiuta gli audaci: una sommossa in Irlanda consente a York, incaricato di sedarla, di radunare sotto il suo comando, senza destare sospetti, un grande esercito. La morte di Gloucester, assassinato durante la sua prigionia e prima del processo, consente ai veri alleati di York, cioè Salisbury e Warwick, di accusare davanti al re e al popolo Suffolk, Wichester e la stessa regina Margherita. Complice una sommossa, Suffolk viene così esiliato e deve dire addio all’Inghilterra e a Margherita, sua amante. E, come spesso avviene in Shakespeare, proprio in questo frangente al perfido Suffolk vengono inspirate parole d’addio a Margherita di una struggente bellezza:


« Così il povero Suffolk è dieci volte bandito, una volta dal re e nove da te medesima. Non è questa terra che mi importi, quando tu non ci sia; il deserto sarebbe anche troppo popolato se Suffolk avesse la tua celestiale compagnia, perché dove sei tu, colà è il mondo con tutti i piaceri che può dare; e dove non sei tu, non è che desolazione. Non posso più parlare, vivi e godi: io stesso avrò gioia soltanto dal sapere che tu vivi »
(Enrico VI parte II, Atto terzo, scena II)

 

Intanto anche il cardinale di Winchester muore “bestemmiando Dio e maledicendo gli uomini” in un delirio di sensi di colpa e di disperazione; e muore Suffolk, ucciso da pirati che hanno intercettato la sua barca mentre egli, insieme ad altri gentiluomini, attraversava il Canale della Manica per raggiungere il suo esilio in Francia.

Il piano di York prosegue senza intoppi; tutte le sue mosse riescono; i suoi nemici si eliminano tra di loro senza che egli debba scoprirsi o destare sospetti. Manca ancora una mossa per preparare il terreno propizio alla sua azione: come egli stesso ammette "Susciterò in Inghilterra una tenebrosa tempesta che manderà migliaia di anime in paradiso o le precipiterà all’inferno; e questo tremendo turbine non cesserà di infuriare finché l’aureo serto sul mio capo, come i raggi luminosi dello splendido sole, non calmi la furia di questo pazzo uragano". Lo strumento di questi disordini sarà John Cade, una losca figura di “demonio… e furfante”, un abile sobillatore senza scrupoli, che ama presentarsi come giustiziere del popolo e rivoluzionario che “vuol dare nuova veste allo stato, o rivoltarla e farvi nuovo pelo… animato dallo spirito di buttar giù re e principi...e giura di fare una riforma generale: in Inghilterra le pagnotte da sette soldi e mezzo saranno vendute per un soldo; la capacità del boccale sarà triplicata...tutto il regno sarà di tutti...e quando sarò re non ci sarà più denaro, tutti mangeranno e berranno a mie spese e vi vestirò tutti con la stessa livrea perché andiate d’accordo come buoni fratelli e mi riveriate come vostro signore”.

 

Il motto di questo brigante del Kent è: “Il nostro ordine è il massimo disordine!”. Alla testa del suo esercito costituito da "una moltitudine cenciosa di servi e contadini rozzi e spietati", Cade avanza verso Londra, se ne impadronisce, costringe il re alla fuga e assapora l’ebbrezza del potere:


« La mia bocca sarà il parlamento d’Inghilterra…e non si sposerà ragazza che non mi dia il tributo della sua verginità, prima che l’abbiano gli altri; gli uomini saranno miei vassalli diretti; inoltre ordiniamo e comandiamo che le loro mogli siano tanto libere quanto il cuore sa desiderare o lingua sa dire. »
(Atto IV, scena 7)

Ma ben presto viene abbandonato da quella stessa folla che lo aveva poco prima acclamato e reso padrone di Londra. “Ci fu mai piuma che si movesse al vento come questa moltitudine?”. Con questo amaro commento, Cade fugge e poco dopo viene ucciso. In questo frangente, il duca di York torna in Inghilterra alla testa dell’esercito che gli era stato messo a disposizione per sedare la rivolta irlandese. Nella sua mente un solo pensiero: “Dall’Irlanda viene York in armi per rivendicare il suo diritto e togliere la corona dal capo del debole Enrico…Ah, santa maestà! Chi non vorrebbe comprarti a caro prezzo? Obbediscano coloro che non sanno comandare”. Ma egli pensa di dover ancora dissimulare le sue intenzioni “finché Enrico non sia più debole ed io più forte”.

Tuttavia gli eventi precipitano e finalmente i giochi finora nascosti si rivelano apertamente:


« Allora, York, schiudi i tuoi pensieri a lungo celati e lascia che la tua lingua vada di pari col tuo cuore. Falso re! Ti ho chiamato re? No, tu non sei re, né atto a governare e a reggere moltitudini, tu che non osi né sai importi a un traditore. Alla tua testa non si addice una corona; la tua mano è fatta per stringere un bordone di pellegrino e non per onorare lo scettro temuto del principe. Codesta corona d’oro deve cingere la mia fronte, che spianandosi o accigliandosi può, come la lancia di Achille, uccidere o sanare. Ecco qua una mano adatta a tenere alto uno scettro e con quello sancire leggi sovrane. Cedimi il tuo posto, per il Cielo! »
(Atto V, scena 1)

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Segue uno scontro cruento tra i partigiani di York, cioè innanzitutto i suoi figli Edoardo e Riccardo, e quindi Salisbury e Warwick, contro i partigiani di Enrico, ovvero Somerset e i due Clifford, padre e figlio. Nella sera di quella giornata, la vittoria arride agli York; il re e i resti dei suoi sostenitori si sono ritirati a Londra per salvare il salvabile e tentare una controffensiva. Il duca di York sa che deve incalzarli e non dare loro tregua.


Ma la ribellione e la riscossa delle forze francesi, (“Tristi notizie vi porto dalla Francia, di perdite, di stragi e di sconfitte; la Guienna, la Sciampagna, Reims, Orleans, Parigi, Guysors, Poitiers, sono tutte perdute”, Atto I, Scena 1) alla cui guida vediamo una figura di Giovanna d'Arco stranamente non valorizzata da Shakespeare (che peraltro scriveva per un uditorio inglese, certamente non bendisposto verso la pulzella d’Orleans), sono solo la conseguenza esteriore, non la causa del problema; questa infatti va individuata in un fattore interiore, cioè nelle discordie, nell’odio, nelle rivalità meschine che crescono come una tumore negli animi della nobiltà inglese e da qui si trasmettono nel popolo.

Storicamente, questi torbidi sono rappresentati dalla cosiddetta Guerra delle due rose, e appunto nella scena 4 del secondo atto viene descritta plasticamente l’origine di tale rivalità tra le opposte fazioni degli York e dei Lancaster, in una contesa che si protrarrà sanguinosamente per oltre trent’anni:


« E qui faccio una profezia: questa contesa fra rosa bianca e rosa rossa, divenuta oggi fazione nel giardino del Tempio, manderà mille anime nelle tenebre della morte.
[...]
Sì, marciamo pure in Inghilterra o in Francia, senza capire quello che probabilmente seguirà. Questa discordia nata da poco fra i pari cova sotto le ceneri fallaci di un amore simulato, e da ultimo eromperà in fiamma: come le membra infette imputridiscono a poco a poco finché ossa e carne e muscoli cadono in disfacimento, tali saranno i frutti di questa vile discordia nata dalla rivalità. Ed ora temo quella fatale profezia che al tempo di Enrico V correva persino sulle bocche dei lattanti: che Enrico di Montmouth avrebbe conquistato tutto e Enrico di Windsor tutto avrebbe perduto »
(Atto II, scena 4 e Atto III, scena 1)

 

Sullo sfondo di questa crisi drammatica, Enrico VI è il re, ma la sua figura è quella di chi il potere regale lo subisce invece che esercitarlo. Già la sua ascesa al trono d’Inghilterra all’età di appena nove mesi aveva qualcosa di innaturale; la sua incoronazione a re di Francia (procuratagli da un’accorta politica dinastica predisposta da suo padre Enrico V, che aveva sposato Caterina di Valois figlia di Carlo VI di Francia, Delfino e poi re di Francia) era avvenuta quando aveva 9 anni (nel 1430 a Parigi) e il regno di Enrico VI fu necessariamente un lungo periodo di reggenza, di governo per interposta persona (quella dei Lord Protettori); e Shakespeare fa commentare ad uno dei suoi personaggi: “ grave quando lo scettro è in mano di un fanciullo”.

Enrico VI è giovane e non ama la guerra; la sua indole meditativa ed introversa, come egli stesso ammette lo rende inadatto al suo ruolo, dati i tempi; la sua figura tragica è quella di chi vive credendo nella buona fede di quelli che lo circondano, sicuro che tutti siano come lui e quindi vogliano indefettibilmente il bene e rifiutino sempre e comunque il male. Ma il mondo non funziona così. Persino la sua intimità, la sua vita sentimentale è pregiudicata dall’inganno, quando il conte Suffolk gli propone in matrimonio la bella Margherita, di cui però egli stesso è invaghito e di cui si propone di fare la sua amante nonché la leva del suo potere, una volta condottala alla corte d’Inghilterra dalla nativa Francia.

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