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re enrico vi
- parte iii -
1588/1592
personaggi |
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REGINA MARGHERITA D'ANGIÒ, figlia
di Reignier, Re di Napoli
EDOARDO, Principe di Galles,
figlio di Enrico e di Margherita
DUCA DI EXETER
DUCA DI SOMERSET
CONTE DI NORTHUMBERLAND
CONTE DI WESTMORLAND
CONTE DI OXFORD
LORD CLIFFORD
SIR JOHN SOMERVILLE
Un FIGLIO che ha ucciso il padre
Un CACCIATORE che fa la guardia a
Re Enrico
ENRICO, CONTE DI RICHMOND, cugino
lontano di Enrico VI e Edoardo IV, poi
Re Enrico VII
DUCA DI YORK, Riccardo
Plantageneto, figlio di Riccardo, già
Conte di Cambridge
EDOARDO, Conte di March, figlio
di York e poi Duca di York e RE
EDOARDO IV
GIORGIO, poi DUCA DI CLARENCE,
figlio di York
RICCARDO, figlio di York, poi
DUCA DI GLOUCESTER e Re Riccardo III
EDMUND, CONTE DI RUTLAND, figlio
di York
PRECETTORE di Rutland
SIR THOMAS SOMERVILLE
SIR JOHN MORTIMER, zio del Duca di
York
SIR HUGH MORTIMER, zio del Duca
di York |
DUCA DI NORFOLK
MARCHESE DI MONTAGUE
CONTE DI WARWICK, Richard Neville,
figlio del Conte di Salisbury
CONTE DI PEMBROKE
LORD STAFFORD
LORD HASTINGS
SIR WILLIAM STANLEY
SIR JOHN MONTGOMERY
Un NOBILUOMO
Un PADRE che ha ucciso il figlio
Due GUARDIACACCIA
LADY ELIZABETH GREY, poi moglie di
Edoardo IV e REGINA ELIZABETH
PRINCIPE EDOARDO, figlio piccolo
di Edoardo e della Regina Elizabeth
BALIA del Principe Edoardo di
York
LORD RIVERS, fratello di Lady
Elizabeth
LUOGOTENENTE della Torre di
Londra
SINDACO DI YORK
SINDACO DI COVENTRY
RE LUIGI XI, Re di Francia
LADY BONA, sua cognata
LORD BORBONE, Grand'Ammiraglio
francese
Signori al seguito, soldati,
consiglieri, guardiani, domestici,
messaggeri.
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re enrico vi
- parte iii -
1588/1592
riassunto |
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In Enrico VI, parte terza lo scontro
militare tra gli York e i Lancaster sembra
far pendere definitivamente il piatto della
bilancia dalla parte di York, ma in realtà
lo scontro non è ancora concluso.
Enrico VI è ancora libero a Londra e può far
leva su potenti appoggi politici in
Parlamento e nel paese. Gli York occupano
nella notte il Parlamento e lì attendono i
loro nemici. Il sole sta sorgendo su una
giornata decisiva e tutti sono consapevoli
della gravità dell’ora.
“Questo sarà
chiamato il Parlamento sanguinoso se
Riccardo Plantageneto, duca di York, non
sarà fatto re e non verrà deposto il pauroso
Enrico la cui viltà ci ha fatti passare in
proverbio presso i nemici” (P.3,At.1,Sc.1).
Dopo una convulsa trattativa piena di
minacce reciproche, Enrico cede
all’ultimatum di York, strappando tuttavia
una condizione: egli stesso potrà continuare
a regnare vita natural durante, e solo dopo
la sua morte, il duca di York potrà far
valere i suoi legittimi diritti dinastici e
diventare re. Ma non c’è onore in questo
accordo ed Enrico è abbandonato con
disprezzo
(“Ah, timoroso miserabile!”,
P.3,At.1,Sc.1) anche dai suoi partigiani più
irriducibili, dalla moglie e dal figlio
Riccardo, che si vede preclusa la
successione al trono.
Del resto, anche nella fazione di York c’è
chi non è soddisfatto di questo accordo ed
Edoardo, figlio maggiore di York, incita a
riprendere immediatamente le armi:
“Se date
alla casa di Lancaster agio di respirare,
alla fine vi oltrepasserà nella corsa”
(P.3,At.1,Sc.2);
e se il duca di York teme
di violare un accordo su cui ha giurato, è
ancora Edoardo a vincere i suoi scrupoli:
“Ma per un regno si può rompere qualsiasi
giuramento: per conto mio verrei meno a
mille giuramenti pur di regnare un anno”
(ivi). La guerra dunque è decisa. La pace
appena sancita solennemente in Parlamento si
rivela una fragile e breve tregua. Ma la
fortuna adesso gira le spalle a York e le
forze raccolte dalla regina Margherita e dai
suoi sostenitori prevalgono in battaglia; lo
stesso duca di York è fatto prigioniero ed
ucciso.
“Vostro padre fu vinto da molti
nemici, ma ucciso soltanto dal braccio irato
del crudele Clifford e della regina. Questa
per dispregio prima incoronò il grazioso
duca, gli rise in faccia e quando piangeva
pel dolore gli diede, perché si asciugasse
le guance, una pezzuola intinta nel sangue
innocente del piccolo Rutland [figlio minore
e beniamino di York] già ucciso dal crudele
Clifford. Dopo molti scherni e turpi beffe
gli tagliarono la testa e la posero sulla
porta della città di York e colà è ancora,
il più triste spettacolo che abbia mai
visto” (P.3,At.2,Sc.1).
Il codice della vendetta si attiva
immediatamente. Dice Riccardo: “Piangere è
diminuire la profondità del dolore: piangano
dunque i fanciulli; per me, colpi e
vendetta!” (ivi).
Ma certo occorre ponderare
bene le proprie mosse:
“Ma in questo
difficile momento, che cosa si deve fare?”
(ivi).
Si decide nuovamente per lo scontro
frontale, senza lasciarsi aperte vie di
fuga. Tutti sono consapevoli che l’odio ha
ormai creato una matassa inestricabile; né
il dialogo
“la ferita che ci ha condotti a
questo punto non può sanarsi a parole” (P.3,At.2,Sc.2)
né il diritto (ormai
“tutto
può esser giusto e il torto non esiste più”,
ivi) possono sciogliere il nodo della
successione al trono d’Inghilterra.
L’atmosfera drammatica è tesa: sul palco si
fa dire all’attore che impersona Warwick:
“Perché ce ne stiamo qui come donnicciuole
impaurite piangendo le nostre perdite mentre
il nemico infuria, e stiamo a guardare come
come se si trattasse di una tragedia
recitata per spasso da simulanti attori?”,
P.3,At.2,Sc.3).
Intanto, l’ennesima battaglia viene
rappresentata a tinte fosche sulla scena.
Enrico VI ne attende fatalisticamente
l’esito.
“Questa battaglia è come la guerra
del mattino quando le nubi morenti
contendono con la luce che cresce, e il
pastore soffiandosi sulle dita intirizzite
non sa se sia giorno o notte. Ora la
vittoria inclina da questa parte, come un
mare possente forzato dalla marea a
combattere col vento; ora inclina dall’altra
parte, come quello stesso mare che la furia
del vento forzi a ritirarsi; talora la vince
il vento e talora la marea; ora l’uno è più
forte ora l’altra fortissima: lottano
entrambi per la vittoria corpo a corpo, e
nessuno è vincitore o vinto: così ugualmente
bilanciata è questa terribile battaglia. Mi
siederò qui su questa tana di talpa: conceda
Dio la vittoria a chi vuole! (…) O volesse
Dio farmi morire! Poiché, che vi è in questo
mondo se non dolori e guai? O Dio! Che vita
felice se fossi un semplice campagnuolo!”
(P.3,At.2,Sc.5).
La battaglia è sempre più
cruenta. Da opposti schieramenti, si
avanzano sulla scena padri che si rendono
conto di aver ucciso il figlio, e figli che
si avvedono di aver ucciso il padre.
“Il
nemico è spietato e non userà misericordia …
occorre rendere misura per misura”
(P.3,At.2,Sc.6).
Finalmente, il pendolo della fortuna si
sposta nuovamente dalla parte di York.
Edoardo torna a Londra a prendersi il titolo
di re per cui si è tanto combattuto versando
fiumi di sangue ma la sua indole buontempona
e godereccia lo induce ad usare il suo
potere non per occuparsi degli affari di
stato e degli interessi politici del suo
regno bensì per cercare di costringere
un’avvenente vedova, Lady Grey, a diventare
la sua amante. Ma Lady Grey resiste alla
impacciate avances del re (“il più goffo
corteggiatore della Cristianità”,
P.3,At.3,Sc.2) e questi finisce, contro ogni
logica politica e dinastica, col chiederle
addirittura di sposarlo.
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Suo fratello Riccardo assiste alla tresca e
la collera di Caino, origine di tutto, torna
nuovamente protagonista della scena.
Riccardo confessa al pubblico le sue
intenzioni più segrete, le sue mire a
spodestare il fratello e tutti quelli che lo
precedono nella linea di successione al
trono. Un sogno a occhi aperti, difficile da
realizzare, anzi quasi impossibile. Però,
supponendo
“che non vi sia possibilità di
regno per Riccardo: quale altro piacere può
fornirmi il mondo? Troverò forse il mio
paradiso in grembo a una donna, coprirò il
mio corpo di gai ornamenti, e affascinerò il
bel sesso con le parole e con gli sguardi? O
miserabile pensiero e più difficile a
mettere in atto che ottenere venti corone
d’oro! Già! L’amore mi abbandonò fin da
quando ero in seno a mia madre e perché non
m’impacciassi con le sue tenere leggi
corruppe con qualche dono la fragile natura
e la indusse ad atrofizzarmi il braccio come
un ramo secco, a crearmi un’odiosa
prominenza sul dorso dove la deformità siede
a scherno del mio corpo, a dar forma
disuguale alle mie gambe, a far di me un
ammasso caotico, un orsacchiotto mal leccato
che non ha alcuna delle sembianze materne.
Come potrei essere fra quelli che piacciono
alle donne? Mostruoso errore nutrire un tal
pensiero! Dunque, giacché questa terra non
mi offre alcuna gioia se non nel comandare,
nel tenere a freno e nell’usar prepotenze a
coloro che son fatti meglio di me, sarà mio
paradiso sognare il trono e per tutta la mia
vita considerare il mondo come un inferno,
finché il mio capo, portato dal tronco
deforme, non sia circondato da una
splendente corona” (P.3,At.3,Sc.2).
In questa situazione ancora fluida e non
assestata, una leggerezza di re Edoardo fa
di nuovo precipitare la situazione. Infatti,
mentre Warwick si trova in Francia per
chiedere al re Luigi il consenso al
matrimonio fra Edoardo stesso e madama Bona,
la sorella del re, giunge notizia che
intanto proprio Edoardo, sconfessando di
fatto l’operato del suo plenipotenziario e
il suo disegno politico di alleanza con la
Francia, ha sposato Lady Grey,
“spinto alle
nozze dall’appetito e non dall’onore né dal
desiderio di rafforzare e garantire il
nostro paese” (P.3,At.3,Sc.3).
Questa “mala
azione di Edoardo” offende profondamente Warwick e ne determina il passaggio al campo
dei sostenitori dello spodestato Enrico. Ma
anche nell’entourage di Edoardo c’è
malcontento e preoccupazione per questa sua
scelta non meditata. Ben presto si giunge
allo scontro armato ed Edoardo cade
prigioniero di Warwick, che gli notifica la
sua deposizione e l’imminente ritorno al
trono di Enrico.
Le scene si susseguono velocemente, fino a
giungere al grande finale dell’atto V, con
lo scontro campale tra le opposte fazioni
che culmina col trionfo di Edoardo di York e
il conseguente assassinio di di Enrico VI e
di suo figlio Edoardo.
Quando tutto è finito, e sembra ad Edoardo
che “non ci resta che passare il tempo
allegramente in maestose feste trionfali e
lieti spettacoli teatrali… poiché qui,
spero, comincia la nostra durevole gioia”,
proprio allora la maledizione di Caino si
mostra di nuovo furtivamente all’opera.
Riccardo di Gloucester confessa infatti:
“non ho né pietà né amore né paura… giacché
il cielo ha foggiato così il mio corpo,
l’inferno mi storpiò la mente in
proporzione. Non ho fratelli, non somiglio a
nessun fratello; e questa parola amore che i
barbogi chiamano divina, stia con gli uomini
che si somigliano l’un l’altro, non con me;
io sono soltanto me stesso. Re Enrico e il
principe suo figlio sono morti; Clarence ora
tocca a te e poi agli altri [che mi
precedete nella linea di successione al
trono] perché continuerò a ritenermi infimo
finché non sia salito più alto di tutti”
(P.3,At.5,Sc.8).
Così, Shakespeare conclude
l’Enrico VI, preannunciando e gettando il
seme del successivo dramma storico, il
Riccardo III.
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