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21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154

 

 

Introduzione

 

 

Per questa fosca e cruenta "tragedia di vendetta" Shakespeare si ispirò a Thomas Kyd (il drammaturgo elisabettiano autore di The Spanish Tragedy), alla leggenda di Filomela e Procne nelle Metamorfosi di Ovidio, e specialmente al teatro di Seneca, sul cui Tieste è ricalcato l'episodio del banchetto cannibalesco.

 

Ma Shakespeare superò i suoi modelli nella rappresentazione scenica della crudeltà più efferata. La scena più cruda del dramma è probabilmente l'ultima dell'atto II, nella quale Demetrio e Chirone sbeffeggiano atrocemente la povera Lavinia, da loro brutalizzata.
Lo stesso Shakespeare, nelle sue tragedie successive, non arrivò più a questi eccessi, nemmeno nel suo Re Lear (1605), che pure ha vari punti di contatto con il Tito Andronico (ad esempio, nel rapporto fra Tito e Lavinia, che prefigura quello fra Lear e sua figlia Cordelia).
La fantasia shakespeariana è già in grado di dare forma a personaggi femminili quali la dolce e violata Lavinia e la perfida regina dei Goti Tamora e il satanico Moro Aronne. Sicuro precursore di villains machiavellici come Lady Macbeth, Jago, o Edmund in Re Lear, Aronne è la perfetta incarnazione del male, istigatore di ogni bassezza, figura luciferina che con la propria perfidia e astuzia tira le fila dell'intero dramma.
Nel Tito Andronico, Shakespeare rinuncia in gran parte alla propria capacità di analisi psicologica, al suo gusto per le sfumature, per le sottili e complesse ambivalenze emotive, e anche alla propria genialità linguistica ed espressiva, per concentrarsi esclusivamente nella creazione di una macchina teatrale efficace e di grande effetto scenico, cui tutti gli altri elementi del dramma sono subordinati, anche la stessa qualità letteraria della scrittura.

 

Shakespeare scrisse questa tragedia probabilmente fra il 1589 e il 1591; pubblicata nel 1594, essa appartiene agli inizi della carriera del grande drammaturgo ed è forse la sua prima tragedia. I personaggi principali sono il generale romano Tito Andronico e la regina dei Goti, Tamora. Dopo aver vinto i Goti, Tito dispone che che il figlio primogenito di Tamora sia sacrificato pubblicamente. Tamora, che ha implorato invano la grazia per suo figlio, giura vendetta.


L'occasione per vendicarsi si presenta dopo che il nuovo imperatore romano Saturnino ha scelto Tamora come sua sposa. I due figli superstiti di Tamora, Demetrio e Chirone, durante una battuta di caccia rapiscono la figlia di Tito Andronico, Lavinia, la violentano, le tagliano la lingua e le mani per impedirle di comunicare, uccidono il fidanzato di lei, Bassanio, e la lasciano libera. Dell'assassinio di Bassanio sono incolpati due figli di Tito, che vengono giustiziati; un altro figlio di Tito, Lucio, viene esiliato e si unisce all'esercito dei Goti, assieme ai quali dichiara guerra a Roma.
Quando Lavinia riesce, a gesti e pateticamente, ad indicare a suo padre i nomi dei suoi stupratori, la vendetta di Tito Andronico è atroce. Con uno stratagemma, cattura Demetrio e Chirone, li sgozza, e ne serve le carni a Tamora e a Saturnino, durante un banchetto allestito da Tito con il pretesto di tentare una mediazione tra Lucio e l'imperatore Saturnino. Alla fine del banchetto, dopo aver ucciso sua figlia Lavinia per liberarla dalle sue sofferenze, e dopo aver rivelato a Tamora di averle fatto mangiare i resti dei suoi figli, Tito pugnala Tamora e viene subito ucciso da Saturnino. Lucio, a sua volta, pugnala Saturnino. Alla fine della tragedia, Lucio è acclamato imperatore.
Per questa fosca e cruenta "tragedia di vendetta" Shakespeare si ispirò a Thomas Kyd (il drammaturgo elisabettiano autore di "The Spanish Tragedy"), alla leggenda di Filomela e Procne nelle "Metamorfosi" di Ovidio, e specialmente al teatro di Seneca, sul cui "Tieste" è ricalcato l'episodio del banchetto cannibalesco. Ma Shakespeare superò i suoi modelli nella rappresentazione scenica della crudeltà più efferata. La scena più cruda del dramma è probabilmente l'ultima dell'atto II, nella quale Demetrio e Chirone sbeffeggiano atrocemente la povera Lavinia, da loro brutalizzata.
Lo stesso Shakespeare, nelle sue tragedie successive, non arrivò più a questi eccessi, nemmeno nel suo "Re Lear" (1605), che pure ha vari punti di contatto con il "Tito Andronico" (ad esempio, nel rapporto fra Tito e Lavinia, che prefigura quello fra Lear e sua figlia Cordelia). Un'altra anticipazione nel "Tito" è costituita dal personaggio del moro Aronne, amante della regina Tamora e suo malvagio consigliere, un personaggio negativo che precorre in qualche modo Iago.
Nel "Tito Andronico", Shakespeare rinuncia in gran parte alla propria capacità di analisi psicologica, al suo gusto per le sfumature, per le sottili e complesse ambivalenze emotive, e anche alla propria genialità linguistica ed espressiva, per concentrarsi esclusivamente nella creazione di una macchina teatrale efficace e di grande effetto scenico, cui tutti gli altri elementi del dramma sono subordinati, anche la stessa qualità letteraria della scrittura.

 

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L'influenza che subisce Shakespeare del sapore italico, non sarà soltanto compresa nell'aspetto formale di quest'opera, ma bensì anche nel senso della scrittura: chiarissima è infatti, l'infarinatura della scrittura, consapevole di una fascinazione con lo stile di Seneca e Ovidio che lascia spesso intravedere esempi classicheggianti e i simbolici come questo:
" Tamora è ormai sulla cima dell'Olimpo; siede in alto al sicuro dai colpi della fortuna e da rombo dei tuoni, dal bagliore dei lampi,fuori dalla portata d' ogni minaccia della pallida invidia. Come quando il sole dorato saluta il mattino e, cosparso d'oro l'oceano dei suoi raggi, galoppa per lo zodiaco nel cocchio scintillante, avendo le più eccelse alture sotto al suo sguardo, tale è Tamora… " (Atto II)
Da quello che può emergere dai pochi versi qui riportati, si può notare il supremo senso di uno stile superbo, costruito però su una scelta di vocaboli chiara a tutti rimanendo però ricca di un frasario molto variegato: se non altro, la critica letteraria definisce Shakespeare come uno dei più vivi ricercatori del lessico, di tutta la storia del teatro e della letteratura. In più, l'origine di uno stile che riesca a conciliare la chiarezza espressiva, sottolinea l'importanza che Shakespeare h inserito nel progetto della realizzazione del The Globe: il teatro londinese aperto a tutte le classi sociali.


TITO ANDRONICO VISTO DA VICINO
Passando ad un'analisi più generale del testo del Tito Andronico, possiamo senz'altro dire che esso sia una denuncia alla corruzione estrema che gli uomini attuano per il potere: guerre, vendette e matrimoni di convenienze, omicidi e duelli in una miscellanea di morte e sangue che scorre in una drammaticità e in un machiavellismo da brivido e questo sarà solo un dramma shakespeariano allo stato embrionale se paragonato, al senso ancora più denso di opere come quella del Riccardo III o del Macbeth.


LA TRAMA
Nella fase ormai conclusiva dell'Impero Romano d'Occidente, ritorna a Roma Tito Andronico: valoroso condottiero in guerra contro i Goti. Durante la battaglia 21 dei suoi figli hanno perso la vita, ma in compenso, la guerra è stata vinta dai Romani e Tito ha portato a Roma come ostaggio, la regina dei Goti Tamora e i suoi tre figli, Alarbo, Chirone e Demetrio. Per onorare la vittoria, una delle quattro prede di guerra sarà uccisa: la sorte toccherà ad Alarbo.
Intanto però, l'amministrazione del regno ha problemi ben più seri da domare. Morto infatti l'imperatore, i suoi due figli Saturnino e Bassiano. Sarà una lotta senza esclusioni di colpi, tra cui andranno in ballo moglie, figli e amanti, in un combattimento in stile 'uno contro tutti', senza esclusioni di colpi tra l'alternanza psicologica di superbia e caduta.


IN CONCLUSIONE
Tito Andronico, è il lato di uno Shakespeare ancora in fase di crescita ma che già riesce a creare un impatto scenico davvero unico. Sa calcare le cadenze narrative e l'individualità dei personaggi, macabri e neri sotto molti punti di vista, ma capaci anche di conoscere il pentimento dando vita a riflessioni sulla condizione umana, in riflessioni concrete e accessibili.
Spesso i ruoli si confondono, si capovolgono: le vittime diventano padrone degli eventi, i condottieri periscono…. Tutti accomunati però da un'unica fine.

 

 

 

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