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Introduzione |
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Per questa fosca e cruenta "tragedia di
vendetta" Shakespeare si ispirò a Thomas Kyd
(il drammaturgo elisabettiano autore di The
Spanish Tragedy), alla leggenda di Filomela
e Procne nelle Metamorfosi di Ovidio, e
specialmente al teatro di Seneca, sul cui
Tieste è ricalcato l'episodio del banchetto
cannibalesco.
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Ma Shakespeare superò i suoi modelli nella
rappresentazione scenica della crudeltà più
efferata. La scena più cruda del dramma è
probabilmente l'ultima dell'atto II, nella
quale Demetrio e Chirone sbeffeggiano
atrocemente la povera Lavinia, da loro
brutalizzata.
Lo stesso Shakespeare, nelle sue tragedie
successive, non arrivò più a questi eccessi,
nemmeno nel suo Re Lear (1605), che pure ha
vari punti di contatto con il Tito Andronico
(ad esempio, nel rapporto fra Tito e
Lavinia, che prefigura quello fra Lear e sua
figlia Cordelia).
La fantasia shakespeariana è già in grado di
dare forma a personaggi femminili quali la
dolce e violata Lavinia e la perfida regina
dei Goti Tamora e il satanico Moro Aronne.
Sicuro precursore di villains machiavellici
come Lady Macbeth, Jago, o Edmund in Re
Lear, Aronne è la perfetta incarnazione del
male, istigatore di ogni bassezza, figura
luciferina che con la propria perfidia e
astuzia tira le fila dell'intero dramma.
Nel Tito Andronico, Shakespeare rinuncia in
gran parte alla propria capacità di analisi
psicologica, al suo gusto per le sfumature,
per le sottili e complesse ambivalenze
emotive, e anche alla propria genialità
linguistica ed espressiva, per concentrarsi
esclusivamente nella creazione di una
macchina teatrale efficace e di grande
effetto scenico, cui tutti gli altri
elementi del dramma sono subordinati, anche
la stessa qualità letteraria della
scrittura.
Shakespeare scrisse questa tragedia
probabilmente fra il 1589 e il 1591;
pubblicata nel 1594, essa appartiene agli
inizi della carriera del grande drammaturgo
ed è forse la sua prima tragedia. I
personaggi principali sono il generale
romano Tito Andronico e la regina dei Goti,
Tamora. Dopo aver vinto i Goti, Tito dispone
che che il figlio primogenito di Tamora sia
sacrificato pubblicamente. Tamora, che ha
implorato invano la grazia per suo figlio,
giura vendetta.
L'occasione per vendicarsi si presenta dopo
che il nuovo imperatore romano Saturnino ha
scelto Tamora come sua sposa. I due figli
superstiti di Tamora, Demetrio e Chirone,
durante una battuta di caccia rapiscono la
figlia di Tito Andronico, Lavinia, la
violentano, le tagliano la lingua e le mani
per impedirle di comunicare, uccidono il
fidanzato di lei, Bassanio, e la lasciano
libera. Dell'assassinio di Bassanio sono
incolpati due figli di Tito, che vengono
giustiziati; un altro figlio di Tito, Lucio,
viene esiliato e si unisce all'esercito dei
Goti, assieme ai quali dichiara guerra a
Roma.
Quando Lavinia riesce, a gesti e
pateticamente, ad indicare a suo padre i
nomi dei suoi stupratori, la vendetta di
Tito Andronico è atroce. Con uno
stratagemma, cattura Demetrio e Chirone, li
sgozza, e ne serve le carni a Tamora e a
Saturnino, durante un banchetto allestito da
Tito con il pretesto di tentare una
mediazione tra Lucio e l'imperatore
Saturnino. Alla fine del banchetto, dopo
aver ucciso sua figlia Lavinia per liberarla
dalle sue sofferenze, e dopo aver rivelato a
Tamora di averle fatto mangiare i resti dei
suoi figli, Tito pugnala Tamora e viene
subito ucciso da Saturnino. Lucio, a sua
volta, pugnala Saturnino. Alla fine della
tragedia, Lucio è acclamato imperatore.
Per questa fosca e cruenta "tragedia di
vendetta" Shakespeare si ispirò a Thomas Kyd
(il drammaturgo elisabettiano autore di "The
Spanish Tragedy"), alla leggenda di Filomela
e Procne nelle "Metamorfosi" di Ovidio, e
specialmente al teatro di Seneca, sul cui "Tieste"
è ricalcato l'episodio del banchetto
cannibalesco. Ma Shakespeare superò i suoi
modelli nella rappresentazione scenica della
crudeltà più efferata. La scena più cruda
del dramma è probabilmente l'ultima
dell'atto II, nella quale Demetrio e Chirone
sbeffeggiano atrocemente la povera Lavinia,
da loro brutalizzata.
Lo stesso Shakespeare, nelle sue tragedie
successive, non arrivò più a questi eccessi,
nemmeno nel suo "Re Lear" (1605), che pure
ha vari punti di contatto con il "Tito
Andronico" (ad esempio, nel rapporto fra
Tito e Lavinia, che prefigura quello fra
Lear e sua figlia Cordelia). Un'altra
anticipazione nel "Tito" è costituita dal
personaggio del moro Aronne, amante della
regina Tamora e suo malvagio consigliere, un
personaggio negativo che precorre in qualche
modo Iago.
Nel "Tito Andronico", Shakespeare rinuncia
in gran parte alla propria capacità di
analisi psicologica, al suo gusto per le
sfumature, per le sottili e complesse
ambivalenze emotive, e anche alla propria
genialità linguistica ed espressiva, per
concentrarsi esclusivamente nella creazione
di una macchina teatrale efficace e di
grande effetto scenico, cui tutti gli altri
elementi del dramma sono subordinati, anche
la stessa qualità letteraria della
scrittura.
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L'influenza che subisce Shakespeare del
sapore italico, non sarà soltanto compresa
nell'aspetto formale di quest'opera, ma
bensì anche nel senso della scrittura:
chiarissima è infatti, l'infarinatura della
scrittura, consapevole di una fascinazione
con lo stile di Seneca e Ovidio che lascia
spesso intravedere esempi classicheggianti e
i simbolici come questo:
" Tamora è ormai sulla cima dell'Olimpo;
siede in alto al sicuro dai colpi della
fortuna e da rombo dei tuoni, dal bagliore
dei lampi,fuori dalla portata d' ogni
minaccia della pallida invidia. Come quando
il sole dorato saluta il mattino e, cosparso
d'oro l'oceano dei suoi raggi, galoppa per
lo zodiaco nel cocchio scintillante, avendo
le più eccelse alture sotto al suo sguardo,
tale è Tamora… " (Atto II)
Da quello che può emergere dai pochi versi
qui riportati, si può notare il supremo
senso di uno stile superbo, costruito però
su una scelta di vocaboli chiara a tutti
rimanendo però ricca di un frasario molto
variegato: se non altro, la critica
letteraria definisce Shakespeare come uno
dei più vivi ricercatori del lessico, di
tutta la storia del teatro e della
letteratura. In più, l'origine di uno stile
che riesca a conciliare la chiarezza
espressiva, sottolinea l'importanza che
Shakespeare h inserito nel progetto della
realizzazione del The Globe: il teatro
londinese aperto a tutte le classi sociali.
TITO ANDRONICO VISTO DA VICINO
Passando ad un'analisi più generale del
testo del Tito Andronico, possiamo
senz'altro dire che esso sia una denuncia
alla corruzione estrema che gli uomini
attuano per il potere: guerre, vendette e
matrimoni di convenienze, omicidi e duelli
in una miscellanea di morte e sangue che
scorre in una drammaticità e in un
machiavellismo da brivido e questo sarà solo
un dramma shakespeariano allo stato
embrionale se paragonato, al senso ancora
più denso di opere come quella del Riccardo
III o del Macbeth.
LA TRAMA
Nella fase ormai conclusiva dell'Impero
Romano d'Occidente, ritorna a Roma Tito
Andronico: valoroso condottiero in guerra
contro i Goti. Durante la battaglia 21 dei
suoi figli hanno perso la vita, ma in
compenso, la guerra è stata vinta dai Romani
e Tito ha portato a Roma come ostaggio, la
regina dei Goti Tamora e i suoi tre figli,
Alarbo, Chirone e Demetrio. Per onorare la
vittoria, una delle quattro prede di guerra
sarà uccisa: la sorte toccherà ad Alarbo.
Intanto però, l'amministrazione del regno ha
problemi ben più seri da domare. Morto
infatti l'imperatore, i suoi due figli
Saturnino e Bassiano. Sarà una lotta senza
esclusioni di colpi, tra cui andranno in
ballo moglie, figli e amanti, in un
combattimento in stile 'uno contro tutti',
senza esclusioni di colpi tra l'alternanza
psicologica di superbia e caduta.
IN CONCLUSIONE
Tito Andronico, è il lato di uno Shakespeare
ancora in fase di crescita ma che già riesce
a creare un impatto scenico davvero unico.
Sa calcare le cadenze narrative e
l'individualità dei personaggi, macabri e
neri sotto molti punti di vista, ma capaci
anche di conoscere il pentimento dando vita
a riflessioni sulla condizione umana, in
riflessioni concrete e accessibili.
Spesso i ruoli si confondono, si
capovolgono: le vittime diventano padrone
degli eventi, i condottieri periscono….
Tutti accomunati però da un'unica fine.

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