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tito
andronico -
1589/1593
atto secondo -
Scena
PRIMA |
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Roma, davanti al palazzo imperiale
AARON
Ora sale Tamora alla
cima dell 'Olimpo,
immune dai colpi della
fortuna, e in alto siede,
sicura dallo schianto
del tuono e dal lampo del
fulmine,
elevata oltre la
minaccia della pallida
invidia.
Come quando il sole
d'oro saluta il mattino
e, indorato l'oceano coi
suoi raggi,
galoppa per lo zodiaco
nel suo brillante carro,
e sovrasta con lo
sguardo i colli più alti in
vedetta;
così Tamora.
Al suo ingegno il
terrestre onore si fa servo
e la virtù s'inchina e
trema al suo cipiglio.
Dunque, Aaron, arma il
tuo cuore e acconcia i tuoi
pensieri
per montare in alto con
la tua imperiale signora,
montare all'eccelsa
quota di colei che a lungo
in trionfo
tu hai tenuto
prigioniera, avvinta in
amorose catene,
e più saldamente stretta
agli occhi incantatori di
Aaron
di quanto Prometeo al
Caucaso sia legato.
Via le vesti da schiavo
e i pensieri servili!
Voglio risplendere e
brillare di perle e d'oro
per servire questa
appena nominata imperatrice.
Servire, ho detto?
folleggiare con questa
regina,
questa dea, questa
Semiramide, questa ninfa,
questa sirena, che
incanterà il Saturnino di
Roma
e ne vedrà il naufragio,
e del suo stato.
Olà, che tempesta è
questa?
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Entrano Chirone e
Demetrio litigando.
DEMETRIO
Chirone, ai tuoi anni
manca il senno, al tuo
senno il filo
e le maniere, per
intrometterti là dove io
son favorito
e posso, per quel che ne
sai, essere amato.
CHIRONE
Demetrio, tu fai
l'arrogante in ogni
cosa,
e anche in quest'affare
vuoi mettermi sotto con
le tue sbruffonate.
Non è la differenza di
un anno o due
a far me meno gradito o
te più fortunato:
sono capace e adatto
quanto te
a servire e meritare le
grazie della mia
signora;
e questo lo proverà su
di te la mia spada,
sostenendo la passione
che ho per Lavinia.
AARON
Guardie, guardie! questi
innamorati turbano la pace.
DEMETRIO
Cosa, ragazzo! se nostra madre,
sconsideratamente,
ti ha dato uno spadino da
portare al ballo,
hai perso la testa al punto da
minacciare i tuoi amici?
Via, tienila incollata nel
fodero la tua lama di latta
finché non saprai maneggiarla
meglio.
CHIRONE
Intanto, mio signore, con la mia
poca abilità
ti farò provare fin in fondo
quanto so osare.
DEMETRIO
Ah, ragazzo, ti fai così audace?
Si affrontano.
AARON
Allora, che succede, signori?
Osate sguainare le spade così
vicino al palazzo
dell'imperatore
e scatenare m pubblico un simile
litigio?
So bene la ragione di questo
malanimo,
e non vorrei, per un milione in
oro,
che fosse conosciuta da chi più
ne è interessato;
né vorrebbe la vostra nobile
madre, per molto di più,
essere così disonorata alla
corte di Roma.
Vergogna, via le spade.
DEMETRIO
No, finché
non avrò inguainato la mia nel
suo petto
e non gli avrò ricacciato in
gola quelle parole offensive
che mi ha qui soffiato addosso
per il mio disonore.
CHIRONE
A questo son preparato e ben
deciso,
insolente vigliacco, che tuoni
con la lingua
e con la tua arma non osi far
nulla!
AARON
Basta, dico!
Per gli dèi adorati dai valorosi
Goti,
questa meschina lite ci perderà
tutti.
Ma, signori, non ci pensate
quant'è pericoloso
intromettersi nei diritti di un
principe?
Che? Lavinia è diventata così
dissoluta
o Bassiano così degenerato,
che per amor suo si può dar
corso a tali litigi
senza restrizione, giudizio, o
vendetta?
Giovani signori, attenti, se
l'imperatrice sapesse il tema di questa discordanza, la sua musica non vi
piacerebbe.
CHIRONE
Non me ne importa che lo sappia
lei e tutto il mondo: io amo Lavinia più di tutto il mondo.
DEMETRIO
Ragazzino, impara a fare scelte
più modeste:
Lavinia è la speranza del tuo
fratello maggiore.
AARON
Ma che, siete matti? O non
sapete
quanto sono furiosi e
intolleranti i Romani
e non sopportano rivali in
amore?
Ve lo dico io, signori, con
queste idee non tramate
che la vostra morte.
CHIRONE
Aaron, mille morti
io rischierei, per ottenere
colei che amo.
AARON
Ottenerla! Come?
DEMETRIO
Perché ti pare così strano?
È una donna, quindi può esser
corteggiata;
è una donna, quindi può essere conquistata;
è Lavinia, quindi deve essere
amata.
Amico, scorre più acqua per il
mulino
di quanta ne sa il mugnaio, ed è
facile
rubare una fetta da una pagnotta
già tagliata; lo sai:
anche se Bassiano è il fratello
dell'imperatore,
più grandi di lui hanno portato
l'insegna di Vulcano.
AARON
Già, anche grandi come
Saturnino.
DEMETRIO
E allora, perché dovrebbe
disperare chi sa far la corte
con parole, sguardi dolci e
prodigalità?
Non t'è capitato tante volte di
colpire una cerbiatta
e di portartela via sotto il
naso del guardacaccia?
AARON
Ma allora, a quanto pare, una
caccia così, alla svelta,
farebbe al caso vostro?
CHIRONE
Certo, se si facesse fare.
DEMETRIO
Aaron, hai fatto centro.
AARON
Magari l'aveste fatto anche voi!
Non staremmo a sbiancarci con
questa cagnara.
Via, sentite, sentite, siete
così scemi
da prendervi per questo? Vi
offenderebbe
se ce la faceste tutt'e due?
CHIRONE
Me, no davvero.
DEMETRIO
E neanche me, basta che mi
tocchi.
AARON
Vergogna, allora; fate pace e
unitevi in ciò che vi divide.
Devono essere l'astuzia e lo
stratagemma a darvi
quanto vi sta a cuore; e quindi
dovete mettervi in testa
che quel che non potete ottenere
come vorreste,
dovete per forza raggiungerlo
come potete.
Date retta a me: Lucrezia non
era più casta
di questa Lavinia, l'amore di
Bassiano.
Una pista più veloce che non
quella degli esitanti languori
dobbiamo seguire, ed io ho
trovato il sentiero.
Miei signori, sta per aprirsi
una grande caccia,
dove si attrupperanno le amabili
signore romane.
Le vie della foresta sono ampie
e spaziose,
e ci sono molti posti solitari
adatti per natura allo stupro e
alla violenza.
Allora voi isolate laggiù questa
delicata cerbiatta,
e colpitela nel segno con la
forza, se non con le parole.
In questo modo, o niente
affatto, avete una speranza.
Su, venite, riveliamo le nostre
intenzioni
alla nostra imperatrice, che ha
consacrato
il suo sacro ingegno alla perfidia e alla vendetta,
e lei col suo consiglio affinerà
la nostra macchinazione,
e non tollererà che ve la
prendiate tra voi,
ma fino all'altezza dei vostri
desideri v'innalzerà entrambi.
La corte dell'imperatore è come
la casa della Fama,
palazzo pieno di lingue, di
occhi e di orecchi;
i boschi sono spietati,
terribili, sordi e muti.
Lì parlate, e colpite, valorosi
ragazzi, e servitevi;
lì appagate la vostra lussuria, nascosti all'occhio del cielo,
e fate bagordi nel tesoro di
Lavinia.
CHIRONE
Il tuo consiglio, giovanotto,
non puzza di vigliaccheria.
DEMETRIO
Sit fas aut nefas, finché non
trovo il fiume
che mi raffreddi questa caldana,
una magia che mi calmi queste
fitte,
Per Stygia, per manes vehor.
Escono.
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tito
andronico -
1589/1593
atto secondo -
Scena SECONDA |
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Entrano Tito Andronico e i
suoi tre figli, facendo chiasso
con cani e corni, e Marco.
TITO
La caccia è aperta, il mattino è
terso e ancora grigio,
i campi sono fragranti e i
boschi sono verdi.
Slegateli qui, che facciano una
canea
da destare l'imperatore e
l'amabile sua sposa,
e svegliare il principe; e suoniamo il corno,
che tutta la corte possa
echeggiarne il suono.
Figli, sia vostra cura, come è
nostra,
scortare la persona
dell'imperatore.
Ho avuto sonni agitati questa
notte,
ma l'albeggiar del giorno m'ha
ispirato nuovo conforto.
Qui abbaiano i cani e i corni
suonano insieme,
poi entrano
Saturnino, Tamora, Bassiano,
Lavinia, Chirone, Demetrio e il
loro seguito.
Molti giorni felici alla Vostra
Maestà;
a voi, signora, altrettanti e
ugualmente felici:
avevo promesso a Vostra Grazia
il suono del corno.
SATURNINO
E l'avete suonato vigorosamente,
miei signori,
e un po' troppo presto per
signore appena sposate.
BASSIANO
Lavinia, che ne dici?
LAVINIA
Dico di no:
sono sveglia da più di due ore.
SATURNINO
Andiamo, allora, prendiamo
cavalli e carri
e via al nostro diporto.
Signora, ora vedrai
la caccia dei Romani.
MARCO
Ho cani, mio signore,
che staneranno la pantera più
feroce della caccia
e scaleranno la vetta più alta.
TITO
E io ho cavalli che inseguiranno
la preda
dovunque vada e correranno come
rondini per la pianura.
DEMETRIO
Chirone, non cacciamo, noi, con
cavalli e cani,
ma speriamo di mettere per terra
una cerbiatta delicata.
Escono.
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tito
andronico -
1589/1593
atto secondo -
Scena TERZA |
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Entra Aaron, solo, con un
sacco d'oro.
AARON
Chi ha cervello penserebbe
che io non ne abbia,
a sotterrare tanto oro sotto
un albero
per non goderselo più.
Chi ha di me una così bassa
stima
sappia che quest'oro deve
coniare uno stratagemma,
che, abilmente condotto,
produrrà
un eccellentissimo pezzo di
furfanteria.
E così riposa, dolce oro,
per l'affanno di coloro
che prendono l'elemosina dal
forziere dell'imperatrice.
Entra Tamora sola e si
rivolge al Moro.
TAMORA
Mio amato Aaron, perché fai
quell'aria così triste,
quando ogni cosa fa vanto
d'allegria?
Gli uccelli cantano melodie
in ogni cespuglio,
il serpente dorme arrotolato
nel gioioso sole,
le verdi foglie tremano al
vento che raffresca,
e fanno in terra un'ombra
screziata.
Alla loro dolce penombra
sediamoci, Aaron,
e, mentre la balbettante eco
irride i cani
replicando stridula agli
intonati corni,
come se una doppia caccia ad
un tempo fosse udita,
sediamoci ad ascoltare il
loro chiasso che si stinge;
e dopo tale lotta quale si
dice
che godettero una volta il
principe errante e la sua
Didone,
quando furono sorpresi da
una felice tempesta
e tiraron le cortine in una
grotta che tenne il loro
segreto,
noi potremo, avvinti nelle
braccia l'un dell'altra,
finiti i nostri passatempi,
gustare un sonno dorato,
mentre i cani e i corni e i
dolci melodiosi uccelli
per noi saranno come il
canto di una balia,
ninnananna che addormenta i
bambini.
AARON
Signora, se Venere governa i
tuoi desideri,
Saturno è la mia dominante:
che significa il mio occhio
dal mortale sguardo,
il mio silenzio e la mia
rannuvolata malinconia,
il mio vello di lanosi
capelli che ora si snoda
proprio come una serpe
quando si srotola
per compiere una fatale
esecuzione?
No, signora, questi non sono
segni di Venere:
la vendetta è nel mio cuore,
la morte nella mia mano,
sangue e rivalsa mi
martellano nella testa.
Ascolta, Tamora, imperatrice
della mia anima,
che non spera paradiso più
grande di quel che in te si
trova,
questo è il giorno del
giudizio per Bassiano:
la sua Filomela dovrà oggi
perdere la lingua
e i tuoi figli metteranno a
sacco la sua castità,
e si laveranno le mani nel
sangue di Bassiano.
Vedi questa lettera?
prendila ti prego,
da' al re questo rotolo con
trama di morte.
Ora non farmi più domande;
siamo spiati;
arriva una partita del
nostro sperato bottino;
ancora non temono la distruzione della vita.
Entrano Bassiano e Lavinia.
TAMORA
Ah mio dolce Moro, per me
più dolce della vita.
AARON
Basta, grande imperatrice,
arriva Bassiano;
sii aspra con lui, io vado a
cercare i tuoi figli
per sostenerti nella lite, quale che sia.
Esce.
BASSIANO
Chi abbiamo qui? la regale
imperatrice di Roma,
sprovvista della sua
appropriata scorta?
O non è Diana, come lei
abbigliata,
che ha abbandonato i suoi
boschi sacri
per vedere la grande caccia
in questa foresta?
TAMORA
Insolente spione dei miei
passi!
Avessi il potere che si dice
aveva Diana,
ti pianterei subito le corna
sulle tempie,
come successe ad Atteone; e
i cani
s'avventerebbero sulle tue
membra appena trasformate,
volgare intruso che non sei
altro.
LAVINIA
Con tua licenza, gentile
imperatrice,
si pensa che tu abbia un
gran talento nel piantar
coma,
e c'è da sospettare che tu e
il tuo Moro
vi siate appartati per fare
esperimenti.
Giove protegga oggi tuo
marito dai suoi cani!
Sarebbe un peccato se lo
prendessero per un cervo.
BASSIANO
Credimi, regina, il tuo nero
Cimmerio
dà al tuo onore la tinta del
suo corpo,
sporco, abominevole e
immondo.
Perché ti saresti separata
da tutto il tuo seguito,
smontando dal tuo bel
cavallo bianco-neve
e avventurandoti qui in un
luogo oscuro,
accompagnata solo da un
barbaro Moro,
se non ti avesse spinta un
turpe desiderio?
LAVINIA
E, interrotta nel tuo
spasso,
hai buona ragione di
rimproverare il mio nobile
signore
d'insolenza. Ti prego, andiamo via di qui,
e che si goda il suo amore
color del corvo;
questa valle si addice allo
scopo ottimamente.
BASSIANO
Il re mio fratello ne sarà
informato.
LAVINIA
Sì, perché queste scappate
l'hanno già troppo esposto:
buon re, a tal punto
infamato!
TAMORA
Perché ho la pazienza di
sopportare tutto questo?
Entrano Chirone e Demetrio.
DEMETRIO
Che c'è, cara sovrana e
nostra graziosa madre?
Perché la Vostra Altezza è
così pallida e livida?
TAMORA
Non ho ragione, credete, di
essere pallida?
Questi due mi hanno
adescata, in questo luogo:
una sterile valle desolata,
la vedete;
gli alberi, anche se, è estate, miseri e spogli,
sopraffatti dal muschio e
dal vischio malefico.
Qui non splende mai il sole;
qui niente si riproduce,
se non la civetta notturna o
l'infausto corvo.
Nel mostrarmi questo
aborrito abisso,
m'hanno detto che qui, nel
cuore della notte,
mille diavoli, mille
serpenti fischianti,
diecimila gonfi rospi e
altrettanti porcospini
levano urli così paurosi e
confusi
da far impazzire, o morire
d'un tratto,
qualsiasi mortale che si
trovi a udirli.
Appena finita questa storia
infernale,
m'hanno detto che qui mi
avrebbero legata
al tronco d'un lugubre tasso
abbandonandomi a tale morte
miserabile.
E poi m'hanno chiamata
sporca adultera,
Gota lasciva, e tutte le
altre più aspre parole
di questo genere che mai
orecchio abbia udito.
E se per meravigliosa
fortuna non foste arrivati
voi,
tale vendetta avrebbero
eseguito su di me.
Vendicatemi, se amate la
vita di vostra madre;
altrimenti non siate più
chiamati miei figli.
DEMETRIO
Questo è la prova che sono
tuo figlio.
Lo colpisce.
CHIRONE
E questo è la mia, messo a
segno per mostrare la mia
forza.
LAVINIA
Su, avanti, Semiramide, no,
barbara Tamora,
perché non c'è nome che
s'adatti alla tua natura
tranne il tuo!
TAMORA
Datemi il pugnale. Vedrete,
ragazzi,
la mano di vostra madre
riparerà i torti di vostra
madre.
DEMETRIO
Ferma, signora, c'è
dell'altro che le spetta:
prima si sbatte il grano e
poi si brucia la paglia.
Questa mignotta si vantava
della sua castità,
del suo voto nuziale, della
sua fedeltà,
e con questa speranza dipinta sfida il tuo potere.
E se la dovrebbe portare
nella tomba?
CHIRONE
Se ci riesce, che io diventi
un eunuco.
Trasciniamo via suo marito
in qualche buca nascosta
e facciamo un cuscino, del
suo tronco morto, per la
nostra lussuria.
TAMORA
Ma quando avrete il miele
che ci piace
non sopravviva questa vespa,
per pungerci tutti.
CHIRONE
Te l'assicuro, signora, ci
pensiamo noi.
Vieni, donna, ora ci godremo
con la forza
questa tua onestà ben
preservata.
LAVINIA
O Tamora, tu hai un volto di
donna...
TAMORA
Non voglio sentirla;
portatela via!
LAVINIA
Buoni signori, supplicatela
di ascoltare solo una
parola.
DEMETRIO
Ascolta, nobile signora, sia
tua gloria
vedere le sue lacrime: ma di
fronte ad esse il tuo cuore
sia
come l'inflessibile selce
con le gocce di pioggia.
LAVINIA
Quando mai i figli della
tigre istruiscono la madre?
Oh non insegnarle la furia;
lei te l'ha insegnata.
Il latte che da lei hai
succhiato s'è fatto marmo;
già alla tua poppa prendevi
la tua ferocia.
Ma non tutte le madri
generano figli uguali:
supplicala tu di mostrare
pietà di donna.
CHIRONE
Cosa! Vuoi che mi dimostri
un bastardo?
LAVINIA
È vero che il corvo non cova
l'allodola,
eppure ho sentito - potessi
scoprirlo ora! -
che, mosso a pietà, il leone
si lasciò tagliare i
principeschi artigli.
E c'è chi dice che i corvi
allevano uccellini
abbandonati,
mentre i loro figli restano
affamati nel nido.
Oh sii con me, anche se il
tuo duro cuore dice no,
non così gentile, ma un po'
pietosa.
TAMORA
Non so cosa vuol dire;
portatela via!
LAVINIA
Oh lascia che ti spieghi,
per amore di mio padre,
che t'ha concesso la vita
quando poteva ucciderti,
non essere così dura, apri i
tuoi sordi orecchi.
TAMORA
Anche se tu di persona non
mi avessi mai offeso,
proprio per causa di lui io
sarei spietata.
Ricordate, ragazzi, ho sparso lacrime invano
per salvare vostro fratello
dal sacrificio,
ma il feroce Andronico non
si mosse a pietà.
Quindi, portatela via, e
usatela come volete:
il peggio fatto a lei è il
meglio per me.
LAVINIA
O Tamora, sarai chiamata
gentile regina,
se con le tue stesse mani mi
uccidi in questo luogo,
perché non è la vita che ho
implorato fin qui.
Povera me, sono stata uccisa
quando è morto Bassiano.
TAMORA
Che mendichi allora?
Lasciami stare, stupida.
LAVINIA
La morte immediata mendico;
e un'altra cosa
che la mia natura di donna
vieta alla mia lingua di
dire.
Oh, salvami dalla loro
lussuria, peggio che
assassina,
e gettami in qualche orrido
abisso,
dove mai occhio umano possa
vedere il mio corpo:
fallo, e sarai una pietosa
assassina.
TAMORA
Così dovrei rubare ai miei
dolci figli la loro
ricompensa?
No, che soddisfno su di te
la loro lussuria.
DEMETRIO
Via! Ci hai tenuti qui anche
troppo.
LAVINIA
Nessuna pietà? Nessun
sentimento di donna? Ah,
bestiale creatura,
macchia e nemica del nostro
comune nome!
La maledizione cada...
CHIRONE
Allora ti chiuderò la bocca.
Tu porta suo marito:
questa è la buca dove Aaron
ci ha detto di nasconderlo.
Escono Chirone e Demetrio
con Lavinia.
TAMORA
Arrivederci, figli miei,
guardate di metterla a
posto.
Il mio cuore non conoscerà
gioia
finché tutti gli Andronici
non saranno spacciati.
Ora me ne andrò a cercare il
mio amato Moro,
e lascerò che i miei figli
infoiati deflorino questa
troia.
Esce.
Entra Aaron con due dei
figli di Tito.
AARON
Avanti, miei signori, di
buon passo:
vi porterò dritti all'orrida
fossa
dove ho scoperto la pantera
addormentata.
QUINTO
La vista mi si confonde, non
so perché.
MARZIO
Anche a me, ti giuro. Se non
fosse per la vergogna,
abbandonerei la caccia per
dormire un po'.
QUINTO
Che c'è, sei caduto? Che
buco ingannatore è questo,
con la bocca coperta di irti
rovi
sulle cui foglie stanno
gocce di sangue appena
sparso,
fresco come la rugiada
mattutina che stilla sui
fiori?
Un luogo davvero fatale mi
sembra.
Parla, fratello, ti sei
ferito nella caduta?
MARZIO
Oh, fratello, ferito dal più
orribile oggetto
con cui mai l'occhio,
vedendo, abbia trafitto il
cuore.
AARON
Ora vado a prendere il re,
che li trovi qui
e possa verosimilmente
congetturare
che siano stati loro a far
fuori suo fratello.
Esce.
MARZIO
Perché non mi conforti e non
mi aiuti a uscire
da questo dannato buco
macchiato di sangue?
QUINTO
Sono preso da una strana
paura,
un sudore freddo mi scorre
per il corpo che mi trema,
il mio cuore sospetta più di quanto vedano i miei occhi.
MARZIO
Per provare che hai un cuore
che sa divinare,
guarda, tu e Aaron, dentro
questa tana,
e scorgi una paurosa vista di sangue e morte.
QUINTO
Aaron se n'è andato, e il
mio cuore afflitto
non consente ai miei occhi
di guardare anche una sola
volta
la cosa per cui trema solo a
immaginarla.
Oh, dimmi cos'è, perché mai
finora
sono stato come un bambino
impaurito di non so cosa.
MARZIO
Il nobile Bassiano giace
morto nel suo sangue,
un mucchio di carne come un
agnello macellato,
in questo odioso, oscuro
abisso, che beve sangue.
QUINTO
Se è oscuro, come sai che è
lui?
MARZIO
Al dito insanguinato egli
porta
un prezioso anello. che
illumina tutta questa buca
e, come un cero dentro un sepolcro,
splende sulle guance terrose
del morto
e rivela le frastagliate
viscere di questa fossa:
così pallida splendeva la
luna su Piramo,
la notte che giacque bagnato
di sangue di vergine.
Oh fratello, aiutami con la
tua mano snervata -
se la paura ti fa mancare
come me -
e tirami fuori da questo crudele ricettacolo
divoratore,
odioso come la bocca brumosa
di Cocito.
QUINTO
Allungami la mano, che possa
tirarti fuori,
o, se mi manca la forza di
farti questo bene,
sia anch'io strappato dentro
il famelico ventre
di questo profondo abisso,
tomba del povero Bassiano.
Non ho la forza di tirarti
fino al bordo.
MARZIO
Né io ho la forza di
arrampicarmi senza il tuo
aiuto.
QUINTO
La tua mano ancora una
volta; non ti lascerò
finché tu non sarai qui
sopra, o io sotto.
Non puoi venire a me: vengo
io a te.
Cade dentro.
Entrano l'imperatore e Aaron
il Moro.
SATURNINO
Vieni con me! Voglio vedere
che buca è questa
e chi ora vi è saltato
dentro.
Di', chi sei tu che sei
appena disceso
in questa spalancata cavità
della terra?
MARZIO
I figli infelici del vecchio
Andronico,
qui condotti in un'ora assai
funesta
per trovare tuo fratello
Bassiano, morto.
SATURNINO
Mio fratello morto! So che
lo dici per scherzo:
lui e la sua signora si
trovano nel padiglione
sul lato nord di questa amena riserva;
non è un'ora che li ho
lasciati lì.
MARZIO
Non sappiamo dove li hai
lasciati vivi,
ma qui, ahimè, noi abbiamo
trovato lui morto.
Entrano Tamora, Andronico e
Lucio.
TAMORA
Dov'è il mio signore il re?
SATURNINO
Qui, Tamora, ma addolorato
da un affanno mortale.
TAMORA
Dov'è tuo fratello Bassiano?
SATURNINO
Ora mi frughi la ferita fin
in fondo:
il povero Bassiano giace qui
assassinato.
TAMORA
Troppo tardi allora porto
questo fatale scritto,
l'intrigo di questa tragedia
intempestiva;
e mi stupisco molto che la faccia umana possa celare
in amabili sorrisi tale
ferocia omicida.
Dà a Saturnino una lettera.
SATURNINO (legge la lettera)
E se non riusciamo a
trovarlo al momento
opportuno,
Bassiano vogliamo dire,
provvedi tu
a scavargli la tomba, caro
cacciatore:
sai cosa intendiamo; cerca
la tua ricompensa
fra le ortiche sotto il
sambuco
che abbuia la bocca di quella stessa fossa
in cui, deliberammo di
seppellire Bassiano:
fallo, e ci avrai eterni
amici.
O Tamora, si è mai udito
niente di simile?
Questa è la fossa, e questo
il sambuco.
Guardate, signori, di
scovare il cacciatore
che doveva assassinare qui
Bassiano.
AARON
Mio grazioso signore, ecco
il sacco dell'oro.
SATURNINO
Due dei tuoi cuccioli,
feroci bastardi di razza
sanguinaria,
hanno qui privato mio
fratello della vita.
Signori, dalla fossa
trascinateli in prigione:
aspettino lì finché non
abbiamo escogitato
per loro qualche inaudita tortura.
TAMORA
Come? sono in questa fossa?
O meravigliosa cosa!
Quanto facilmente viene
scoperto l'assassinio!
TITO
Sommo imperatore, sul mio
debole ginocchio
imploro questa grazia, con
lacrime non leggere da
versare,
che questa feroce colpa dei
miei figli maledetti,
maledetti se sarà provata la
loro colpa...
SATURNINO
Se sarà provata! Lo vedi che
è manifesta.
Chi ha trovato questa
lettera? Tamora, sei stata
tu?
TAMORA
Andronico stesso l'ha
raccolta.
TITO
L'ho fatto, mio signore, ma
lasciate che io sia loro
garante,
perché giuro, sulla venerata
tomba dei miei padri,
che saranno pronti, al
volere di Vostra Maestà,
a rispondere di questo
sospetto con la vita.
SATURNINO
Tu non sarai loro garante;
guarda, invece, di seguirmi.
Qualcuno porti il corpo
assassinato, altri gli
assassini:
che non dicano una parola;
la colpa è chiara;
per l'anima mia, ci fosse
una fine peggiore della
morte,
quella fine su di essi
dovrebbe essere eseguita.
TAMORA
Andronico, supplicherò il
re,
non temere per i tuoi figli,
andrà tutto bene.
TITO
Vieni, Lucio, vieni; non
fermarti a parlare con loro.
Escono.
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tito
andronico -
1589/1593
atto secondo -
Scena QUARTA |
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Entrano i figli
dell'imperatrice con Lavinia, le
mani mozzate, la lingua
tagliata, e violentata.
DEMETRIO
E ora va' a dire, se la tua
lingua può parlare,
chi è stato a tagliarti la
lingua e a violentarti.
CHIRONE
Scrivi cos'hai in mente e svela
così il tuo pensiero,
se i tuoi moncherini ti
consentono di fare la scrivana.
DEMETRIO
Guarda come scarabocchia segni e
segnali.
CHIRONE
Va' a casa, chiedi acqua
profumata, lavati le mani.
DEMETRIO
Non ha lingua per chiedere, né
mani da lavare;
lasciamola quindi alla sua
passeggiata silenziosa.
CHIRONE
Fossi in lei, io mi andrei a
impiccare.
DEMETRIO
Se tu avessi le mani per
annodare la corda!
Escono.
Entra Marco, proveniente dalla
caccia.
MARCO
Chi è costei? mia nipote, che
fugge via così in fretta!
Nipote, una parola, dov'è tuo
marito?
Se sogno, darò ogni ricchezza
per svegliarmi!
Se sono sveglio, mi fulmini un
pianeta,
che possa dormire un sonno
eterno!
Parla, gentile nipote, quali
dure mani spietate
hanno troncato e spaccato e
denudato il tuo corpo
dei suoi due rami, quei dolci
ornamenti
nel cui cerchio d'ombra re hanno
cercato di dormire,
e non poterono ottenere felicità così grande
quanto metà del tuo amore?
Perché non mi parli?
Ahimè, un fiume purpureo di
caldo sangue,
come una fontana che gorgoglia
mossa dal vento,
sgorga e ricade tra le tue
labbra rosate,
al moto alterno del tuo respiro
di miele.
Certo un Tereo ti ha violata
e, perché tu non lo scoprissi,
ti ha tagliato la lingua.
Ah, ora volti la testa per la
vergogna,
e, nonostante tutto questo
sangue che perdi
come da una canna a tre zampilli,
le tue guance sono rosse come la
faccia di Titano
che avvampa se una nuvola
l'incontra.
Devo parlare per te? Devo dire
che è così?
Oh, se conoscessi il tuo cuore,
e conoscessi quella bestia
per poterla vituperare e sfogare
così la mia mente!
Il dolore nascosto, come un
forno tappato,
brucia in ceneri il cuore che lo racchiude.
Dolce Filomela,5 no, lei perse
solo la lingua
e in un laborioso ricamo cucì il
suo pensiero;
ma, amata nipote, quel mezzo a
te è precluso.
Un più astuto Tereo hai tu
incontrato,
che ti ha mozzato quelle
graziose dita
che avrebbero cucito meglio di Filomela.
Oh, se il mostro avesse visto
quelle mani di giglio
tremare come foglie di pioppo
sul liuto
deliziando di baci le corde di
seta,
non le avrebbe toccate a costo
della vita.
O se avesse udito la divina
armonia
che quella dolce lingua
diffondeva,
avrebbe lasciato cadere il
coltello, addormentandosi
come Cerbero ai piedi del poeta
trace.
Vieni, andiamo ad accecare tuo
padre,
perché una tale vista acceca gli
occhi di un padre.
La tempesta di un'ora annega i
prati fragranti;
che faranno interi mesi di
lacrime agli occhi di tuo padre?
Non indietreggiare, noi
piangeremo con te.
Oh, potesse il nostro compianto
alleviare il tuo, tormento!
Escono.
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