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andronico -
1589/1593
atto quinto -
Scena
PRIMA |
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Entra Lucio alla testa di un esercito di Goti, con vessilli e tamburi
LUCIO
Guerrieri provetti e
miei fedeli amici,
ho ricevuto una lettera
dalla grande Roma
che mi significa quale
odio là portano all'imperatore
e come sono ansiosi di
vederci.
Perciò, grandi signori,
siate, come attestano i
vostri titoli,
imperiali e insofferenti
dei torti ricevuti;
e per ogni offesa che vi
ha fatto Roma,
esigete triplice
rivalsa.
PRIMO GOTO
Valoroso virgulto,
spuntato dal grande
Andronico,
il cui nome, una volta
nostro terrore, è ora
nostro conforto,
le cui alte imprese e
onorate azioni
Roma ingrata ripaga con
vile disprezzo,
abbi fiducia in noi; ti
seguiremo dove ci condurrai,
come api pungenti nel
giorno più caldo
d'estate
condotte dal loro
signore ai campi
fioriti,
e ci vendicheremo della
maledetta Tamora.
TUTTI
Come ha detto lui, così
diciamo tutti insieme.
LUCIO
Lo ringrazio umilmente,
e ringrazio voi tutti.
Ma chi arriva, condotto
da un valoroso goto? |
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Entra un goto, che
conduce Aaron con il
bambino in braccio.
SECONDO GOTO
Illustre Lucio, mi ero
allontanato dalla truppa
per ammirare un
monastero in rovina,
e mentre fissavo
l'occhio attento
sull'edificio devastato,
d'improvviso
ho udito piangere un
bambino ai piedi d'un
muro.
Mi mossi verso quel
suono e subito sentii
questo discorso frenare
il pianto del bambino: Zitto, nero schiavo,
metà me e metà la tua
fattrice!
Se il tuo colore non
rivelasse di chi sei il
marmocchio,
e la natura t'avesse
dato solo l'aspetto di
tua madre,
tu, furfante, avresti
potuto essere un
imperatore.
Ma quando toro e vacca
sono entrambi
biancolatte,
non generano mai un
vitello nerocarbone.
Zitto, furfante,
zitto!", così lui sgrida
il bambino,
"ché ti devo portare da
un goto fidato:
quando saprà che sei il
figlio dell'imperatrice,
ti terrà caro per amore
di tua madre".
A questo, estratta
l'arma, gli sono andato
addosso,
l'ho colto di sorpresa e
l'ho portato qui
perché sia trattato come
credete necessario.
LUCIO
O degno goto, questo è il
diavolo incarnato
che ha privato Andronico della
sua nobile mano;
questa è la perla che piacque
all'occhio della vostra
imperatrice.
E qui è il vile frutto della sua
bruciante lussuria.
Di', schiavo dall'occhio torvo,
dove volevi portare
questa immagine vivente della
tua faccia di diavolo?
Perché non parli? Sei sordo? Non
una parola?
Un capestro, soldati;
impiccatelo a quest'albero,
e al suo fianco il suo frutto
bastardo.
AARON
Non toccate il ragazzo, è di
sangue reale.
LUCIO
Troppo simile al genitore per
essere mai buono.
Prima impiccate il bambino, che
possa vederlo dimenarsi:
una vista da torturare l'anima
del padre.
AARON
Datemi una scala. Lucio, salva
il bambino,
e portalo da parte mia
all'imperatrice.
Se lo fai, ti rivelerò cose straordinarie
che ti potranno molto
avvantaggiare.
Se non vuoi farlo, accada quel
che accada,
non dirò altro che "la vendetta
vi rovini tutti"!
LUCIO
Parla, e se mi piacerà ciò che
dici,
tuo figlio vivrà, e avrò cura
del suo sostentamento.
AARON
E se ti piacerà! Ah, sta'
sicuro, Lucio,
ti torturerà l'anima sentite
quello che dirò;
perché parlerò di assassinî,
stupri e massacri,
atti della nera notte, azioni
abominevoli,
maligni complotti, tradimenti,
delitti,
penosi a udirsi, eppure tristemente eseguiti;
e tutto questo sarà sepolto con
la mia morte,
se tu non mi giuri che mio
figlio vivrà.
LUCIO
Racconta ciò che sai; ti dico
che tuo figlio vivrà.
AARON
Giura che vivrà, e allora io
comincerò.
LUCIO
Su chi dovrei giurare? Tu non
credi in nessun dio;
e allora come puoi credere in un
giuramento?
AARON
Che importa se non ci credo,
come infatti non ci credo?
Però, poiché so che tu sei
religioso
e hai in te una cosa chiamata
coscienza,
insieme a venti trucchi e
cerimonie papiste
che ti ho visto praticare
scrupolosamente,
io pretendo il tuo giuramento;
poiché so
che un idiota tiene per dio il
suo scettro di buffone
e mantiene il giuramento che per
quel dio pronuncia,
io da lui lo pretendo: perciò,
tu giurerai,
per quello stesso dio, quale che
sia,
che tu adori e per cui hai
riverenza,
di salvare il mio ragazzo,
nutrirlo e allevarlo;
altrimenti io non ti rivelerò
nulla.
LUCIO
Per il mio dio ti giuro che lo
farò.
AARON
Per prima cosa sappi che l'ho
fatto con l'imperatrice.
LUCIO
Oh donna la più insaziabile e
lussuriosa!
AARON
Puah! Lucio, quello non fu che
un atto di carità
di fronte a ciò che ora sentirai
da me.
Sono stati i suoi due figli ad
assassinare Bassiano;
loro hanno tagliato la lingua a
tua sorella, l'hanno violentata,
le hanno tagliato le mani e dato
una spuntatina, come hai visto.
LUCIO
O abominevole canaglia! Lo
chiami spuntare?
AARON
Certo, è stata bagnata, e
tagliata e spuntata,
un puntuto spasso per loro che
l'han fatto.
LUCIO
O barbari, bestiali furfanti
come te!
AARON
Infatti fui io il loro tutore
nell'istruirli.
Lo spirito testicolare l'hanno
preso dalla madre,
la miglior carta per vincere
simile partita;
la mente sanguinaria l'hanno
appresa da me, io penso,
il miglior cane che abbia mai
azzannato alla gola.
Beh, i miei atti siano testimoni del mio valore.
Io ho menato i tuoi fratelli a
quell'insidiosa buca
dove giaceva il corpo morto di
Bassiano;
io ho scritto la lettera che
trovò tuo padre
e nascosto l'oro in quella
lettera menzionato,
in lega con la regina e i suoi
due figli;
e cosa non è stato fatto, di cui
tu hai motivo di soffrire,
in cui io non abbia messo il mio
tocco di perfidia?
Io ho condotto l'imbroglio della
mano di tuo padre,
e quando l'ho avuta, mi sono
tratto da parte,
e quasi mi scoppiava, il cuore
dalle risate.
Io l'ho spiato dal crepaccio di
un muro quando,
in cambio della mano, ha avuto
le teste dei suoi due figli;
ho visto le sue lacrime e riso
così di cuore
che tutti e due gli occhi mi
piovevano come i suoi.
E quando ho raccontato il mio
spasso all'imperatrice,
lei è quasi svenuta al mio
piacevole racconto
e mi ha dato venti baci per la
notizia.
PRIMO GOTO
Ma come puoi dire tutto questo
senza arrossire!
AARON
Già, come un cane nero, dice il
proverbio.
LUCIO
Non ti penti di questi atroci
atti?
AARON
Sì, di non averne fatti altri
mille.
Anche ora maledico il giorno -
ma pochi,
credo, rientrano in tale
maledizione -
in cui non ho fatto qualche
malvagità importante:
come uccidere un uomo o
altrimenti progettarne la morte;
violentare una fanciulla, o
tramare il modo per farlo;
accusare qualche innocente, e
spergiurare;
fomentare odio mortale tra due
amici;
far rompere il collo alle bestie
dei poveracci;
appiccare il fuoco di notte a
fienili e granaie chiamare i proprietari a
spengerli con le loro lacrime.
Spesso ho dissotterrato i morti
dalle tombe
e li ho messi diritti in piedi
alle porte dei loro cari,
quando questi avevano quasi
dimenticato il loro dolore,
e sulla loro pelle, come su una
corteccia d'albero,
ho inciso col miopugnale, a
lettere romane,
"Non muoia il vostro dolore,
anche se io son morto".
Ma io ho fatto mille cose
orrende,
con la disinvoltura di chi
uccide una mosca,
e niente in verità mi affligge
il cuore,
se non di non poterne fare
diecimila ancora.
LUCIO
Portate giù il diavolo, non deve
morire
di una morte così dolce come
un'immediata impiccagione.
AARON
Se ci sono i diavoli, vorrei
essere un diavolo,
per vivere e bruciare in un
fuoco eterno,
pur di avere la tua compagnia all'inferno
e tormentarti con la mia lingua
amara!
LUCIO
Signori, tappategli la bocca,
che non parli più.
Entra Emilio.
GOTO
Mio signore, c'è un messaggero
da Roma
che desidera essere ammesso alla
vostra presenza.
LUCIO
Che venga avanti.
Benvenuto, Emilio: che notizie
da Roma?
EMILIO
Nobile Lucio, e voi principi
goti,
l'imperatore romano vi manda per
me il suo saluto;
e, poiché ha saputo che siete scesi in armi,
chiede parlamento nella casa di
vostro padre,
pronto a consegnarvi
immediatamente
gli ostaggi che avrete
richiesto.
PRIMO GOTO
Che dice il nostro generale?
LUCIO
Emilio, l'imperatore consegni i
suoi pegni
a mio adre e a mio zio Marco,
e noi verremo. In marcia.
Fanfara.
Escono.
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tito
andronico -
1589/1593
atto quinto -
Scena SECONDA |
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Entrano Tamora e i suoi due
figli, travestiti.
TAMORA
Così, in questo strano e tetro
abbigliamento,
mi incontrerò con Andronico
e gli dirò che sono Vendetta,
mandata da là sotto
a unirmi a lui per riparare i
suoi atroci torti.
Bussate al suo studio, dove
dicono che si chiude
a ruminare strane trame di
vendetta feroce;
ditegli che Vendetta è venuta a
unirsi a lui
e a operare distruzione sui suoi
nemici.
Bussano, e Tito apre la porta
dello studio.
TITO
Chi è che molesta la mia
meditazione?
È un trucco per farmi aprir la
porta
così che le mie tetre
risoluzioni volino via
e tutto il mio studio non vada a
nessun effetto?
V'ingannate, perché ciò che
intendo fare,
guardate, in righe di sangue l'ho messo giù,
e quel che e scritto sarà
eseguito.
TAMORA
Tito, sono venuta a parlare con
te.
TITO
No, non una parola. Come posso
dar grazia al mio discorso
se mi manca una mano per
aiutarmi con i gesti?
Tu sei in vantaggio su di me;
quindi, basta.
TAMORA
Se mi conoscessi, vorresti
parlare con me.
TITO
Non sono pazzo; ti conosco fin
troppo bene.
Lo testimoniano questo infelice
moncherino, queste righe
purpuree,
e questi solchi scavati dal
dolore e dall'affanno,
lo testimoniano il faticoso
giorno e la grave notte,
lo testimonia tutto il mio
dolore, che io ben ti riconosco
per la nostra altezzosa
imperatrice, la potente Tamora.
Non è per l'altra mia mano che
sei venuta?
TAMORA
Sappi, uomo infelice, che io non
sono Tamora;
lei è tua nemica, e io tua
amica.
Io sono Vendetta, mandata dal
regno infernale
a placare il vorace avvoltoio
della tua mente
operando terribile vendetta sui
tuoi nemici.
Scendi a darmi il benvenuto
nella luce di questo mondo
e conferisci con me di
assassinio e di morte.
Non esiste fonda caverna né
recesso,
né oscuro luogo desolato, né
valle nebbiosa
dove il sanguinarioassassinio o
l'aborrito stupro
possano acquattarsi impauriti,
senza che io li scovi
e al loro orecchio dica il mio
nome tremendo,
Vendetta, che fa tremare ogni
perfido malfattore.
TITO
Sei tu Vendetta? e sei stata
mandata da me
per tormentare i miei nemici?
TAMORA
Lo sono; scendi quindi a darmi
il benvenuto.
TITO
Fammi un favore prima che io
venga da te.
Lì al tuo fianco stanno Stupro e
Assassinio;
dammi ora la prova che sei
Vendetta:
pugnalali, o stritolali sotto le
ruote del tuo carro,
e allora io verrò da te e sarò
il tuo cocchiere,
e con te andrò turbinando
intorno al globo.
Procurati due adatti palafreni,
neri come il giaietto,
che tirino via veloci il tuo
carro vendicatore
e scoprano gli assassini nelle
loro colpevoli caverne.
E quando il tuo carro sarà
carico delle loro teste,
io smonterò e a lato delle
ruote,
come un valletto servile,
trotterò tutto il giorno,
da quando Iperione si leva a
oriente
fino al suo precipitare dentro
il mare;
e giorno dopo giorno lo eseguirò
questo compito pesante,
purché tu distrugga Stupro e
Assassinio, lì.
TAMORA
Questi sono i miei ministri e
vengono con me.
TITO
Sono questi i tuoi ministri? e
come si chiamano?
TAMORA
Stupro e Assassinio, chiamati
così
perché fanno vendetta sugli
autori di tali delitti.
TITO
Buon Dio, come somigliano ai
figli dell'imperatrice,
e tu all'imperatrice: ma noi
uomini di questo mondo
abbiamo occhi miseri, folli,
fallaci.
O dolce Vendetta, ora io vengo a
te,
e se ti basta la stretta di un
solo braccio,
ti abbraccerò con, quello fra un
momento.
Esce.
TAMORA
Questo suo acconsentire si
addice alla sua pazzia.
Qualunque cosa io inventi per
nutrire i suoi umori malati,
sostenetela e confermatela nei
vostri discorsi,
perché ora egli mi tiene
certamente per Vendetta.
Convinto com'è di questa folle
idea,
lo spingerò a chiamare suo
figlio Lucio;
e, intrattenendolo a un
banchetto,
inventerò sul momento un piano
astuto
per disperdere e allontanare gli
storditi Goti
o, almeno, per farli suoi
nemici.
Eccolo che viene, devo
sviluppare il mio piano.
Entra Tito.
TITO
Da tempo me ne sto derelitto, e
tutto per te.
Benvenuta, Furia tremenda, nella
mia, casa sventurata.
Stupro e Assassinio, benvenuti
anche voi.
Come somigliate all'imperatrice
e ai suoi figli!
Sareste proprio uguali, se solo
aveste con voi un Moro;
l'intero inferno non v'ha saputo
fornire un tale diavolo?
Perché io so bene che
l'imperatrice non si muove mai
se in sua compagnia non c'è un
Moro.
E se tu vuoi rappresentare bene
la nostra regina,
sarebbe opportuno che avessi con
te un tale diavolo.
Ma benvenuti come siete. Che
vogliamo fare?
TAMORA
Che vuoi tu che facciamo,
Andronico?
DEMETRIO
Mostrami un assassino, a lui ci
penso io.
CHIRONE
Mostrami una canaglia che ha
commesso stupro,
ed io son qui per far vendetta
su di lui.
TAMORA
Mostrami mille persone che
t'hanno fatto torto,
e io mi vendicherò su tutte.
TITO
Guardati attorno per le malvagie
strade di Roma,
e quando trovi un uomo uguale a
te,
buon Assassinio, pugnalalo: è un
assassino.
Tu vai con lui; e quando ti
capita
di trovarne un altro che
rassomiglia a te,
mio buono Stupro, pugnalalo: è
uno stupratore.
Tu vai con loro: nella corte
dell'imperatore
c'è una regina accompagnata da
un Moro;
ben la riconoscerai dal tuo
stesso aspetto,
perché da capo a piedi
rassomiglia a te;
ti prego, da' loro morte
violenta;
loro sono stati violenti con me
e con i miei.
TAMORA
Ci hai istruiti bene, lo faremo.
Ma ti piaccia, buon Andronico,
mandare
a chiamare Lucio, il tuo tre
volte prode figlio,
che guida contro Roma una banda
di bellicosi Goti,
e invitalo a venire a casa tua
per un banchetto;
quando sarà qui, alla tua festa
solenne,
io vi condurrò l'imperatrice e i
suoi figli,
l'imperatore stesso e tutti i
tuoi nemici,
e alla tua mercé dovranno
chinarsi e inginocchiarsi,
e su di loro tu sfogherai il tuo
cuore irato.
Che dice Andronico di questo
progetto?
TITO
Marco, fratello, è il triste
Tito che ti chiama.
Entra Marco.
Va', gentile Marco, da tuo
nipote Lucio;
dovrai cercarlo fra i Goti.
Digli di ritornare da me e
portare con sé
alcuni dei più alti principi
goti;
digli di far campo sul posto;
digli che l'imperatore e anche
l'imperatrice
banchetteranno a casa mia, e lui
con loro.
Fa' questo per amor mio; e così
faccia lui,
se gli sta a cuore la vita del
suo vecchio padre.
MARCO
Lo farò e ritornerò subito.
Esce.
TAMORA
Ora io me ne vado a provvedere
ai tuoi affari
e porto con me i miei ministri.
TITO
No, no, lascia con me Stupro e
Assassinio,
altrimenti chiamo indietro mio
fratello
e non vorrò altra vendetta se
non quella di Lucio.
TAMORA
Che dite, ragazzi? volete
restare con lui,
mentre vado a dire al mio
signore l'imperatore
come ho condotto la beffa da noi
progettata?
Assecondate i suoi umori,
lusingatelo e compiacetelo,
e restate con lui fino al mio
ritorno.
TITO
Li ho riconosciuti tutti, anche
se m'hanno creduto pazzo,
e li intrappolerò nelle loro
stesse trame,
un paio di maledetti cani
infernali con la loro cagna.
DEMETRIO
Va' pure, signora, lasciaci qui.
TAMORA
Arrivederci, Andronico; Vendetta
ora se ne va
a ordire un complotto che
tradirà i tuoi nemici.
TITO
Lo so che lo farai. Dolce
Vendetta, addio.
Esce Tamora.
CHIRONE
Dicci, vecchio, come vuoi
impiegarci?
TITO
Oh, ne ho abbastanza di lavoro
per voi.
Publio, vieni qui, e Caio e
Valentino.
Entrano Publio, Caio e
Valentino.
PUBLIO
Cosa desideri?
TITO
Conoscete questi due?
PUBLIO
I figli dell'imperatrice, direi,
Chirone e Demetrio.
TITO
Vergogna, Publio, vergogna,
molto ti inganni:
uno è Assassinio, e Stupro è il
nome dell'altro;
e perciò legali, caro Publio;
Caio e Valentino, afferrateli.
Spesso mi avete sentito invocare
quest'ora,
e ora la trovo; perciò legateli
forte
e tappategli la bocca se si
mettono a gridare.
Esce.
CHIRONE
Fermi, canaglie, noi siamo i
figli dell'imperatrice.
PUBLIO
E perciò facciamo quanto ci è
stato ordinato.
Tappategli bene la bocca, che
non dicano una parola.
È legato bene? Guardate di
legarli stretti.
Entrano Tito Andronico con un
coltello e Lavinia con un
bacile.
TITO
Vieni, vieni, Lavinia. Guarda, i
tuoi nemici sono legati.
Signori, tappategli la bocca,
che non mi parlino,
e che ascoltino le terribili
parole che dirò.
O canaglie, Chirone e Demetrio,
ecco la fonte che voi avete
sporcato di fango,
questa bella estate rimescolata
dal vostro inverno.
Voi avete ucciso suo marito e,
per tale vile colpa,
due dei suoi fratelli sono stati
condannati a morte,
la mia mano mozzata e usata in
una beffa.
Entrambe le sue dolci mani, la
sua lingua, e più cara
che mani e lingua, la sua
castità immacolata,
voi, disumani traditori, avete
costretto e forzato.
Cosa direste se vi lasciassi
parlare?
Per la vergogna, canaglie, non
riuscireste a chieder grazia.
Ascoltate, miserabili, come ho
in mente di martoriarvi.
Mi è rimasta questa mano per
tagliarvi la gola,
mentre Lavinia tra i suoi
moncherini regge
il bacile che riceverà il vostro
colpevole sangue.
Sapete che vostra madre intende
banchettare con me,
e si fa chiamare Vendetta, e mi
crede pazzo.
Ascoltate, scellerati, vi
macinerò le ossa in polvere,
e con quella e il vostro sangue
farò una pasta,
e con la pasta preparerò una
sfoglia
per fare due pasticci delle
vostre teste infami,
e inviterò quella puttana, la
vostra empia fattrice,
a inghiottire, come la terra, la
sua stessa progenie.
Questa è la festa a cui l'ho
invitata,
questo è il banchetto di cui
s'ingozzerà.
Perché peggio di Filomela avete
trattato mia figlia,
e peggio di Procne io mi
vendicherò.
E ora preparate la gola.
Lavinia, vieni,
raccogli il sangue, e, quando
saranno morti,
lasciami tritare le loro ossa in polvere fine,
da stemperare con questo liquido
odioso,
e in quella pasta saranno
arrostite le loro teste infami.
Su, su, che ognuno si dia da
fare
ad allestire questo banchetto,
che dovrà risultare
più spietato e sanguinario di quello dei Centauri.
(Taglia loro la gola)
Così, ora portateli dentro: io
farò il cuoco
e li preparerò in tempo per
l'arrivo della madre.
Escono.
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tito
andronico -
1589/1593
atto quinto -
Scena terza |
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Entrano Lucio, Marco, e i
Goti, con Aaron.
LUCIO
Zio Marco, poiché è volontà
di mio padre
che io ritorni a Roma,
acconsento.
GOTO
E noi con te, accada quel
che vorrà la sorte.
LUCIO
Caro zio, prendi tu in
consegna questo barbaro
Moro,
questa tigre vorace questo
diavolo dannato;
non dargli sostentamento e
tienilo in catene,
finché non sia messo faccia
a faccia con l'imperatrice
a testimoniare sulle sue infami azioni;
e bada che l'agguato dei
nostri amici sia fatto in
forze:
temo che l'imperatore non ci
riservi niente di buono.
AARON
Qualche diavolo mi sussurri
maledizioni all'orecchio
e suggerisca alla mia lingua
come dar fondo
all'odio velenoso del mio
cuore rigonfio!
LUCIO
Via, cane disumano, empio
schiavo!
Signori, aiutate mio zio a
portarlo dentro.
Fanfara.
Le trombe annunciano
l'arrivo dell'imperatore.
Escono Goti con Aaron.
Suono di trombe.
Entrano
l'imperatore e
l'imperatrice, con i Tribuni
e altri.
SATURNINO
Cosa? ha forse il firmamento
più di un sole?
LUCIO
A che ti serve chiamarti
sole?
MARCO
Imperatore di Roma, e
nipote, aprite il negoziato:
questi contrasti devono
essere dibattuti con calma.
È pronto il banchetto che
l'avveduto Tito
ha preordinato a fini
onorevoli,
la pace, l'amore, la
concordia e il bene di Roma.
Vi piaccia, dunque,
avvicinarvi e prender posto.
SATURNINO
Così faremo, Marco.
Viene introdotta una tavola.
Al suono di trombe, entra
Tito, vestito da cuoco, che
sistema il cibo sul tavolo e
Lavinia con un velo sul
volto.
TITO
Benvenuto, mio signore;
benvenuta, temuta regina;
benvenuti, voi guerrieri
goti; benvenuto, Lucio;
e benvenuti tutti.
L'imbandigione è povera,
ma vi riempirà lo stomaco.
Prego, mangiate.
SATURNINO
Perché ti sei abbigliato
così, Andronico?
TITO
Perché volevo esser certo
che tutto fosse a posto
per intrattenere Vostra
Altezza e la vostra
imperatrice.
TAMORA
Ti siamo obbligati, buon
Andronico.
TITO
Se Vostra Altezza conoscesse
il mio cuore, lo sareste.
Mio signore, imperatore,
chiaritemi questo:
fece bene l'impetuoso
Virginio
a uccidere la figlia con la
sua stessa mano destra,
perché era stata forzata,
insozzata e deflorata?
SATURNINO
Fece bene, Andronico.
TITO
La ragione, potente signore?
SATURNINO
Perché la ragazza non
sopravvivesse alla vergogna
e con la sua presenza non
rinnovasse il dolore di lui.
TITO
Ragione valida, forte, e
decisiva:
un modello, un precedente, e
un'efficace giustificazione,
per me, tanto infelice, ad agire allo stesso modo.
Muori, muori, Lavinia, e la
tua vergogna con te,
e con la tua vergogna muoia
il dolore di tuo padre.
La uccide.
SATURNINO
Che hai fatto, snaturato e
disumano?
TITO
Ho ucciso lei, per la quale
ho pianto fino ad accecarmi.
Io sono straziato come lo fu
Virginio,
e ho mille volte più motivi
di lui
di compiere questa violenza:
e ora è fatta.
SATURNINO
Cosa, era stata violentata?
Dimmi chi compì il Misfatto.
TITO
Volete mangiare? Si compiace
Vostra Altezza di cibarsi?
TAMORA
Perché hai ucciso così la
tua unica figlia?
TITO
Non io; Chirone e Demetrio
sono stati.
Loro l'hanno violentata e le
hanno tagliato la lingua;
loro, sono stati loro, che
le hanno fatto tutto questo
male.
SATURNINO
Cercateli e portateli qui
immediatamente.
TITO
Ma no, sono qui, cotti tutti
e due in questo pasticcio,
di cui la loro madre s'è
cibata con gusto,
mangiando la carne che lei
stessa ha generato.
È vero, è vero; lo
testimonia la punta aguzza
del mio coltello.
Pugnala l'imperatrice.
SATURNINO
Muori, folle canaglia, per
quest'atto maledetto.
Uccide Tito.
LUCIO
Può l'occhio di un figlio
veder sanguinare il padre?
Misura per misura, morte per
un atto di morte.
Uccide Saturnino.
MARCO
Voi, uomini rattristati,
popolo e figli di Roma,
divisi dai tumulti, come uno
stormo di uccelli
disperso dai venti e dalle
raffiche della tempesta,
oh, lasciate che v'insegni
come riunire
questo grano sparpagliato in
un covone comune,
queste sparse membra in un
unico corpo,
perché Roma non sia veleno
contro se stessa
e, mentre regni potenti la
riveriscono,
come un fuorilegge derelitto
e disperato
non esegua su se stessa una
vergognosa fine.
Ma se questi segni miei di
brina e queste crepe di
vecchiaia,
gravi testimoni di
un'esperienza vera,
non sanno indurvi ad
ascoltare le mie parole,
parla tu, amico caro di
Roma, come fece il nostro
progenitore
quando con lingua solenne
narrò all'orecchio,
triste per l'ascolto, di
Didone malata d'amore,
la storia di quella funesta
notte di fuoco
quando gli astuti Greci
sorpresero la Troia del re
Priamo.
Raccontaci quale Sinone ha
incantato le nostre
orecchie,
o chi ha introdotto la
macchina fatale
che infligge alla nostra
Troia, Roma, la ferita
civile.
Il mio cuore non è fatto di
selce e di acciaio,
e non so manifestare tutto
il nostro amaro dolore,
senza che fiumi di lacrime
mi affoghino la parola
e interrompano il mio
discorso, proprio quando
esso dovrebbe indurvi a
prestarmi più attenzione
e obbligarvi alla pietà.
Qui è il giovane capitano di
Roma, racconti lui i fatti,
mentre io mi metto da parte
e piango ad ascoltarlo.
LUCIO
Allora, benevolo uditorio,
sia noto a voi
che furono Chirone e il
dannato Demetrio
ad assassinare il fratello
del nostro imperatore;
e furono loro a violentare
nostra sorella.
Per le loro atroci colpe i
nostri fratelli furono
decapitati,
e nostro padre disprezzato
nel suo pianto e privato con
vile inganno
di quella mano leale che
combatté e vinse per Roma
e mandò alla tomba i suoi
nemici.
Infine io fui ingiustamente
esiliato,
chiuse per me le porte,
cacciato via piangendo
a mendicare conforto dai
nemici di Roma,
che soffocarono la loro
inimicizia nelle mie lacrime
sincere
e mi aprirono le braccia
accogliendomi da amico.
Io sono il rinnegato,
sappiatelo,
che col mio sangue ho
preservato il benessere di
Roma
e le ho tolto dal petto la
lama del nemico
ricevendo il ferro nel mio
corpo audace.
Ahimè, voi sapete che non mi
vanto, io:
le mie cicatrici possono
testimoniare, benché mute,
che il mio resoconto è
giusto e vero.
Ma basta, mi sembra di
dilungarmi troppo
citando i miei indegni
pregi. Oh, perdonatemi:
se non hanno amici accanto,
gli uomini si pregiano da
soli.
MARCO
Ora è il mio turno di
parlare. Guardate il
bambino:
lo ha partorito Tamora,
il frutto di un Moro
miscredente,
principale architetto e
macchinatore di queste
sventure.
Lo scellerato è vivo, in
casa di Tito,
e, come dovrà testimoniare,
tutto ciò è vero.
Giudicate ora quale ragione
aveva Tito, di vendicare
questi soprusi indicibili e
intollerabili,
per qualsiasi uomo
insopportabili.
Ora avete udito la verità.
Che dite, Romani?
Se abbiamo sbagliato in
qualcosa, mostratecelo,
e da questo posto dove ci
vedete parlare,
i poveri resti degli
Andronici,
mano nella mano, ci
butteremo giù a capofitto,
e sulle ruvide pietre
esaleremo la nostra anima,
mettendo una comune fine
alla nostra casata.
Parlate, Romani, parlate, e
se ci dite di farlo,
ecco, mano nella mano, Lucio
ed io ci butteremo.
EMILIO
Vieni, vieni, venerabile
Romano,
e conduci gentilmente per
mano il nostro imperatore,
Lucio, nostro imperatore,
perché io so bene
che la voce di tutti grida
che così sia.
TUTTI
Evviva Lucio, regale
imperatore di Roma!
MARCO
Andate, andate nella triste
casa del vecchio Tito,
e trascinate qui quel Moro
miscredente,
che gli sia aggiudicata una
tremenda morte che lo
macelli,
in punizione della sua vita
così malvagia.
TUTTI
Evviva Lucio, benigno
governatore di Roma!
LUCIO
Grazie, gentili Romani. Che
io possa governare così
da risanare i mali di Roma e
asciugarne il pianto.
Ma, popolo gentile, mostrami
la mèta,
ché la natura mi pone a un
compito pesante.
Fate spazio; tu avvicinati,
zio,
e versa lacrime di omaggio
su questo tronco.
Oh, accogli questo caldo
bacio sulle tue pallide
labbra fredde,
queste gocce dolorose sul
tuo volto macchiato di
sangue,
gli ultimi ossequi sinceri
del tuo nobile figlio.
MARCO
Lacrima per lacrima, e
amoroso bacio per bacio
tuo fratello Marco offre
alle tue labbra.
Oh, fosse infinita,
sconfinata, la somma di
tutti questi
da pagare, ben volentieri li
pagherei.
LUCIO
Vieni qui, ragazzo; vieni,
vieni e impara da noi
a scioglierti nel pianto;
tuo nonno ti amava tanto;
quante volte ti ha fatto
ballare sul ginocchio,
ha cantato per
addormentarti, tuo cuscino
il suo amoroso petto; tante
storie ti ha raccontato,
e ti diceva di tenere a
mente i suoi bei racconti
per poterli poi narrare
quando fosse morto e andato.
MARCO
Quante volte, migliaia,
queste povere labbra,
quando erano in vita si sono
scaldate sulle tue!
Oh, dolce ragazzo, da' loro
adesso l'ultimo bacio.
Digli addio, affidalo alla
tomba;
fagli questa gentilezza e
congedati da lui.
RAGAZZO
O nonno, nonno, con tutto il
mio cuore,
vorrei essere morto io, se
tu potessi vivere di nuovo!
O signore, il pianto non mi
fa parlare,
le lacrime mi soffocano se
apro la bocca.
Rientrano i servi con Aaron.
ROMANO
Tristi Andronici, siano
finiti i vostri dolori:
emettete la sentenza contro
questo esecrande furfante
che è stato l'ideatore di
questi atroci eventi.
LUCIO
Mettetelo nella terra fino
al petto e affamatelo
stia lì e vaneggi e urli per
il cibo.
Se qualcuno o gli dà aiuto o
lo compatisce,
morirà per tale colpa.
Questa è la nostra condanna.
Che qualcuno provveda a
ficcarlo nella terra.
AARON
Ah perché dovrebbe essere
muta l'ira e zitta la furia?
Non sono un bambino io, che
con vili preghiere
mi debba pentire dei mali,c
he ho commesso;
diecimila anche peggiori di
quanti mai ne ho fatti
vorrei mettere in atto,
potessi fare secondo il mio
volere.
Se una sola buona azione ho
fatto in tutta la mia vita,
me ne pento dal profondo del
cuore.
LUCIO
Qualche devoto amico porti
via di qui l'imperatore
e gli dia sepoltura nella
tomba dei suoi padri.
Mio padre e Lavinia siano
deposti
senza indugio nel sepolcro
della nostra famiglia.
E per quella tigre vorace,
Tamora,
nessun rito funebre, non una
persona in gramaglie,
e la luttuosa campana non suoni al suo funerale;
ma gettatela alle bestie e
agli uccelli, che predino su
di lei.
La sua vita fu bestiale e
priva d'ogni pietà;
ora che è morta, gli uccelli
si prendano pietà di lei.
Guardate che sia fatta
giustizia di Aaron, quel
dannato Moro,
da cui han tratto origine i
nostri dolorosi casi.
Poi passeremo a dar ordine
allo stato, che simili eventi, mai più possano rovinarlo.
Escono.
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