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I due
gentiluomini di Verona -
1590/1595
atto primo -
Scena
PRIMA |
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Entrano Valentino e Proteo.
VALENTINO
Non farla tanto lunga,
Proteo, amico mio caro:
il giovane che in casa
si chiude avrà mente
chiusa.
Se la passione non
incatenasse la tua verde
età
ai dolci sguardi di
colei che tu ami ed
onori,
sarei tentato d'indurti
a venire con me
a scoprire le meraviglie
del vasto mondo,
per non lasciarti a
casa, stoltamente
infiacchito,
a dissipare la tua
giovinezza in trastulli
senza senso.
Ma poiché ami, continua
ad amare e sii fortunato
quanto vorrei esser io,
fossi anch'io
innamorato.
PROTEO
Te ne vai, allora? Buon
Valentino, addio.
Pensa al tuo Proteo, se
mai ti accadrà di vedere
cose rare e inconsuete
nel corso dei tuoi
viaggi.
Immagina ch'io sia con
te, compagno del tuo
piacere,
ogni volta che
incapperai in qualcosa
di buono; e nel pericolo
(se mai dovessi rischiare di trovarti in
pericolo)
affida la tua pena alle
devote mie preci,
ché sarò io, Valentino,
a sgranarti il rosario.
VALENTINO
E a pregare per me su un
breviario d'amore?
PROTEO
A pregare per te su di
un libro che amo.
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VALENTINO
Vuoi dire, su qualche
effimera storia d'amore
eterno:
il giovane Leandro che
si fa l'Ellesponto...
PROTEO
Ma quella è una storia
eterna, di un amor senza
fondo:
tant'è che lui, per
amore, rimase
un'eternità a mollo.
VALENTINO
È vero. Mentre tu, per
amore, ti sei
rammollito,
senza mai aver nuotato
l'Ellesponto.
Entrano Turione,
Proteo e Giulia.
TURIONE
Ser Proteo, che dice
Silvia del mio
corteggiamento?
PROTEO
Beh, signore, la trovo
più ben disposta che in
passato;
ma trova ancora da
ridire sulla vostra
persona.
TURIONE
Perché? Ho le gambe
troppo lunghe?
PROTEO
No, semmai troppo
striminzite.
TURIONE
Mi metterò gli stivali,
per rimpolparle un po'.
GIULIA (a parte)
Ma l'amore non puoi
spronarlo a ciò che
aborre.
TURIONE
Del mio volto che dice?
PROTEO
Dice ch'è luminoso.
PROTEO
Rammollito? Suvvia, non mi dare
del molle!
VALENTINO
No, non lo farò: la mollezza non
fa per te.
PROTEO
Che intendi?
VALENTINO
L'essere innamorato: per cui lo
spregio lo paghi gemendo,
la freddezza con sospiri
dolenti, il piacere effimero
d'un istante
con chissà quante veglie
notturne, ansiose e defatiganti.
Se mai hai fortuna, potrai ben
dirti sfortunato;
se perdi, beh, potrai dir tua
un'improba fatica.
Come che vada, è una follia
pagata con la ragione,
se non è la ragione a cedere
alla follia.
PROTEO
Così, a rigor di logica, mi
definisci un folle.
VALENTINO
Temo che la tua logica mi dia in
questo ragione.
PROTEO
Stai cavillando sull'amore. Ma
io non sono Amore.
VALENTINO
Amore è il tuo padrone, visto
che è lui a dominarti;
e chi si sottomette al giogo di
un folle
non passerà alla storia, penso,
come uomo saggio.
PROTEO
Eppure è scritto: come nel più
tenero boccio
si annida, avido, il verme, così
l'avido Amore
s'insedia negli spiriti più eletti.
VALENTINO
Ma è anche scritto: come il
bocciolo più precoce
dal verme è roso prima di
fiorire,
così gli spiriti più giovani ed
ingenui
son volti dall'Amore alla follia
e, devastati in boccio,
a primavera perdono le foglie
e ogni bella speranza o promessa
di futuro.
Ma a che pro perdo tempo a
consigliarti,
votato come sei a dissennata
passione?
Addio di nuovo. Mio padre,
all'imbarcadero,
attende il mio arrivo per
vedermi salpare.
PROTEO
Ti accompagno, Valentino.
VALENTINO
No, mio buon Proteo: salutiamoci
adesso.
Mandami tue notizie, per
lettera, a Milano:
delle tue fortune amorose, e
d'ogni altro evento
che qui abbia luogo, in assenza
dell'amico;
ed io del pari ti manderò mie
nuove.
PROTEO
Che a Milano t'arrida ogni
fortuna!
VALENTINO
Ed altrettanto a te che resti.
Addio.
Esce.
PROTEO
Lui va a caccia d'onore, ed io
d'amore.
Lui lascia perder gli amici per
meglio onorarli,
ed io per amore perdo me stesso,
gli amici e tutto.
Tu, Giulia, tu mi hai
metamorfosato,
mi hai fatto trascurare gli
studi, perdere il mio tempo,
far guerra al buon consiglio,
far del mondo uno zero,
fiaccar cuore e intelletto,
confondere il pensiero.
Entra Svelto.
SVELTO
Salute a voi, Ser Proteo. Avete
visto il mio padrone?
PROTEO
È partito un momento fa:
s'imbarca per Milano.
SVELTO
Scommetto venti a uno che è già
salito a bordo,
e a farmelo scappare sono stato
un balordo.
PROTEO
Sicuro: anche una pecora si
rende latitante
se il pecoraio la molla, sia
pure un solo istante.
SVELTO
Volete dire che il padrone è il
pecoraio, e io sono un pecorone?
PROTEO
Esatto.
SVELTO
Allora, che io sia vigile oppure
dormiglione, le corna sono mie,
quanto del mio padrone.
PROTEO
Una risposta sciocca, ben degna
d'un montone.
SVELTO
Ciò prova che son sempre un
pecorone.
PROTEO
Giusto: e il tuo padrone un
pecoraio.
SVELTO
No, questo posso negarlo a fil
di logica.
PROTEO
Sarà difficile che, a fil di
logica, non sia io a provarlo.
SVELTO
Il pecoraio corre appresso alla
pecora, non la pecora al
pecoraio; ma io corro appresso
al mio padrone: non è il padrone
che corre appresso a me. Laonde
io non sono un pecorone.
PROTEO
La pecora, per trovar pascolo,
tien dietro al pecoraio; se il
pecoraio ha fame, non tien
dietro alla pecora. Tu tieni
dietro al padrone per via della
paga, non è mica lui a tener
dietro a te. Laonde tu sei un
pecorone.
SVELTO
Un'altra dimostrazione come
questa, e mi metto a belare!
PROTEO
Dammi retta, piuttosto:
gliel'hai data la mia lettera, a
Giulia?
SVELTO
Sissignore. Io, il pecorone
sperduto, ho dato la lettera a
lei, la pecorella smarrita; ma
lei, la pecorella smarrita, a
me, pecorone sperduto, non ha
dato nulla in cambio di tale
servizio.
PROTEO
Non c'è pascolo che basti, per
un gregge così numeroso!
SVELTO
Se il pascolo è troppo sfruttato
sarà bene sbatter fuori lei.
PROTEO
No, qui sei fuori strada: sarà
meglio sbatter dentro te.
SVELTO
Via, signore! Sbattermi dentro
per avervi recapitato una
lettera?
PROTEO
Non c'intendiamo. Voglio dire,
dentro a uno stabbio, a un
ovile.
SVELTO
Un ovile, o uno vile? Avete
voglia di girar la frittata!
Un compenso tre volte vile, per
una lettera alla donna amata.
PROTEO
Ma lei ha detto qualcosa?
SVELTO (scuote il capo prima di parlare)
Ah, sì.
PROTEO
Ah sì? No? Insomma, a-si-no.
SVELTO
Vi sbagliate, signore. Vi dico
che lei ha scosso il capo, voi
mi chiedete se ha detto "Sì" e
io vi dico di "No".
PROTEO
Il che, tirando le somme,
equivale a "A-si-no".
SVELTO
Giacché vi siete preso la briga
di tirare le somme, il totale
spetta a voi di diritto.
PROTEO
No, no, spetta a te, che hai
portato la lettera.
SVELTO
E va bene. Mi rendo conto che
con voi occorre portare
pazienza.
PROTEO
Come osi, messere? Cos'è che
occorre portare?
SVELTO
Diamine, signore, la lettera:
recapitata come di dovere, e
solo per sentirmi dare
dell'asino pel mio disturbo.
PROTEO
Ch'io sia dannato se non hai la
battuta facile.
SVELTO
Non tanto facile da indurvi ad
aprire la borsa.
PROTEO
Via, via, fuori le notizie e
alla svelta. Che cosa t'ha
detto?
SVELTO
E voi, fuori la borsa. Quattrini
contro notizie. Ci sentiremo
tutti e due più leggeri.
PROTEO
E va bene, messere, ecco qua,
pel disturbo. Che risposta ti ha
dato?
SVELTO
In fede mia, signore, penso che
la conquista sarà tutt'altro che
facile.
PROTEO
Perché? Da cosa lo percepisci?
SVELTO
Signore, da lei non ho percepito
un bel nulla, no, nemmeno
l'ombra di un ducato per averle
consegnato la vostra missiva. E
poiché è stata così dura con me
che le ho portato il vostro
cuore, temo sarà altrettanto
dura con voi che gliel'avete
messo a nudo. Non datele altri
pegni che selci: quella lì è
dura come l'acciaio.
PROTEO
Ma cos'ha detto? Proprio nulla?
SVELTO
Nulla, nemmeno un "Prendi, per
il tuo disturbo". E grazie a
voi: siete generoso, mi avete
assoldato per un soldone. Se
tanto mi dà tanto, le lettere,
d'ora in poi, portatevele da
voi. E così, signore, vi
raccomando al mio padrone.
Esce.
PROTEO
Va', va', sparisci, e salva la
tua nave dal naufragio:
non può colare a picco, con te a
bordo!
Il tuo destino è a terra: una
morte secca...
Dovrò trovarmi un corriere un
po' migliore.
Temo che Giulia reagirà con
sdegno
a versi inviati con un messo
indegno.
Esce.
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pagina
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I due
gentiluomini di Verona -
1590/1595
atto primo -
Scena SECONDA |
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Entrano Giulia e Lucetta.
GIULIA
Dimmi, Lucetta - ora che siamo
sole:
me lo consiglieresti tu
d'innamorarmi?
LUCETTA
Certo, madonna: ma attenta ai
passi falsi.
GIULIA
Di tutta la lieta brigata di
gentiluomini
che ogni giorno vengono a
rendermi omaggio
chi, secondo te, è il più degno
di amore?
LUCETTA
Vogliate, di grazia, ripeterne i
nomi: vi dirò quel che penso
con quel po' di modesto
buonsenso di cui sono capace.
GIULIA
Cosa ne pensi del bel Ser
Aglamoro?
LUCETTA
Un fine dicitore, elegante e
compito cavaliere;
ma, fossi in voi, non ne vorrei
sapere.
GIULIA
E di Mercazio cosa ne pensi? È
ricco.
LUCETTA
Gran bella cosa. Lui però è un
po' micco.
GIULIA
E il gentil Proteo? Ti par poco
attraente?
LUCETTA
Siamo impazzite? Che vi salta in
mente!
GIULIA
Com'è che adesso reagisci con
veemenza?
LUCETTA
Madonna, chiedo scusa. È
un'indecenza
che io, creatura indegna come
sono,
censuri questo o quel bel
gentiluomo.
GIULIA
Ma Proteo non l'hai messo in
discussione.
LUCETTA
Ebbene, sì: fra tutti, è
l'eccezione.
GIULIA
E per quale ragione?
LUCETTA
Nient'altro che la ragione di
una donna:
credo sia lui, perché credo sia
lui.
GIULIA
E vorresti che a lui facessi
dono del mio amore?
LUCETTA
Sì, se non pensate di gettarlo
al vento.
GIULIA
Ma è l'unico, fra tutti, che mai
si è dichiarato.
LUCETTA
Pure, fra tutti, è l'unico
davvero innamorato.
GIULIA
Un ben povero amore, se è tanto
reticente.
LUCETTA
Se ben coperto il fuoco arde più
intensamente.
GIULIA
Non ama veramente chi occulta la
passione.
LUCETTA
Oh, ama ancora meno chi ne fa
esibizione.
GIULIA
Se almeno lo sapessi, cosa gli
frulla in mente!
LUCETTA
Leggete questo foglio, madonna,
immantinente.
GIULIA
"A Giulia". - Ma di', chi l'ha
mandata?
LUCETTA
Lo dice il contenuto. Voi dateci
un'occhiata.
GIULIA
Ma insomma, dimmi, chi è che te
l'ha data?
LUCETTA
Di Valentino il paggio; e Proteo
l'ha vergata.
Doveva darla a voi, ma mi sono
intromessa -
scuserete l'ardire - per
consegnarla io stessa.
GIULIA
Sul mio onore di donna, e brava
la ruffiana!
Tu osi dar ricetto a scritti
licenziosi?
Brigare e cospirare ai danni
della mia innocenza?
Davvero, dai retta a me, hai
scelto un gran bel mestiere,
e fatto su misura per una come
te.
Ecco, prendi la lettera. Fa' di
rimandarla al mittente,
oppure non farti rivedere mai
più.
LUCETTA
La causa dell'amore non merita
la vostra esecrazione.
GIULIA
Te ne vai o no?
LUCETTA
Sol per lasciarvi alla
meditazione.
Esce.
GIULIA
Eppure avrei voluto leggerla, la
missiva.
Sarebbe una vergogna richiamarla
di nuovo
e indurla a commettere
l'indiscrezione per cui l'ho
sgridata.
Che sciocca è costei! Sa bene
che sono vergine:
doveva forzarmi a prender
visione di quella lettera,
dal momento che le vergini, per
pudore, dicon di no
a chi le corteggia, sperando che
lui intenda "Sì".
Che disdetta! Com'è
imprevedibile questo assurdo
amore
che, come un bimbo bizzoso, si
mette a graffiare la balia
e un attimo dopo si fa piccolo
piccolo, e bacia la sferza.
Ho sgridato Lucetta,
scacciandola in malo modo,
quando ben volentieri l'avrei
tenuta con me.Con quale sforzo mi sono imposta
le mie occhiatacce
quando un'intima gioia voleva
indurmi al sorriso!Dovrò far penitenza, e
richiamare Lucetta,
e chiederle perdono per la
follia di poc'anzi.
Ehilà, Lucetta!
Rientra Lucetta
LUCETTA
Vossignoria comanda?
GIULIA
Non è già ora di cena?
LUCETTA
Fosse vero!
Così sarebbero le vivande a
guastarvi il fegato,
e non la vostra ancella.
GIULIA
Cos'è che hai raccolto, facendo
finta di niente?
LUCETTA
Nulla.
GIULIA
E allora perché ti sei chinata?
LUCETTA
Per raccattare un biglietto
cadutomi di mano.
GIULIA
E quel biglietto è un nulla?
LUCETTA
Nulla che riguardi me.
GIULIA
Allora lascia perdere, se non
riguarda te.
LUCETTA
Però potrebbe perdere colei cui
è indirizzato,
per poco che il messaggio sia
mal interpretato.
GIULIA
Qualche tuo innamorato ti ha
scritto dei versi.
LUCETTA
Perch'io li canti, madonna, a
suon di musica.
Datemi il "la": vossignoria sa
comporre.
GIULIA
Appena un po': delle ariette da
nulla.
Meglio cantare al suon di
"Levità d'amore".
LUCETTA
Un'aria troppo lieve per un
qualcosa di basso.
GIULIA
Basso? Non ci vorrà un
bell'organo per suonarla?
LUCETTA
Sì: ma se foste voi a cantare,
sarebbe una bella musica.
GIULIA
E perché non tu?
LUCETTA
Le note alte non fanno per me.
GIULIA
Vediamola, la canzone. Suvvia,
colombella!
LUCETTA
La stessa solfa di prima:
cantiamola fino in fondo...
(Giulia la colpisce e le strappa la lettera di Proteo)
Eppure questa musica non mi
piace.
GIULIA
Non ti piace?
LUCETTA
No, madonna: è una brutta
stecca.
GIULIA
E tu, colombella, sei troppo
sfrontata.
LUCETTA
No, siete voi che siete stonata
e guastate l'armonia con brusche
variazioni:
al vostro canto mancan le note
alte.
GIULIA
Le note alte sono sommerse da un
basso sfrenato.
LUCETTA
Se son caduta in basso, l'ho
fatto per Proteo.
GIULIA
Non perderò altro tempo con tali
corbellerie.
La fa ben lunga, con le
dichiarazioni.
(Fa a pezzi la lettera)
Va', sparisci, e lascia stare
quei pezzi di carta.
Ti piacerebbe metterci mano, sol
per farmi arrabbiare.
LUCETTA
Si finge indifferente, ma cosa
non darebbe per arrabbiarsi così per un'altra lettera!
Esce.
GIULIA (raccattando i frammenti della lettera)
No, è proprio per questa che
vorrei arrabbiarmi.
Oh mani detestabili, che han
fatto a brani parole tanto
amorose!
Oh, perniciose vespe! Nutrirvi
d'un miele sì dolce
e uccidere le api che l'han
prodotto coi vostri pungiglioni!
Voglio baciare ogni frammento
per fare ammenda.
Guarda, qui è scritto, "soave
Giulia". Altro che soave!
Per vendicare la tua
ingratitudine
scaglio il tuo nome contro la
ruvida pietra
per calpestare, sdegnosa, il tuo
disdegno.
E qui c'è scritto, "Proteo
d'amor ferito".
Povero nome ferito! Il mio seno,
come un'alcova,
ti accoglierà finché la ferita
non guarisca del tutto:
e così io lo esploro con un
bacio sovrano.
Ma "Proteo" l'ho visto scritto
due o tre volte.
Sta' calmo, vento benigno, non
involarti con una sola parola,
fammi prima trovare ogni lettera
della lettera,
eccezion fatta per il mio
proprio nome: che un mulinello
l'involi
su una scogliera aspra,
scoscesa, incombente,
da cui scagliarlo nel mare
procelloso!
Ecco, in una sola riga due volte
ricorre il suo nome:
"Il povero, derelitto Proteo,
Proteo l'appassionato
alla soave Giulia". Questa la
strapperò.
Eppure no, giacché con tanta
grazia
tal nome accoppia ai nomi suoi
dolenti.
Così, li piegherò l'un
sull'altro:
ora baciatevi, stringetevi,
urtatevi, fate quel che vi pare.
Rientra Lucetta.
LUCETTA
Madonna,
la cena è pronta, e vostro padre
vi attende.
GIULIA
Orbene, andiamo.
LUCETTA
Ma come, questi pezzi di carta
restano qui a tradirci?
GIULIA
Se li tieni così da conto, fai
meglio a raccattarli.
LUCETTA
No, mi avete già ripresa per non
averli presi.
Pure, non resteran qui a prender
freddo.
(Li raccoglie)
GIULIA
Vedo che ti ci sei proprio
fissata.
LUCETTA
Sissignora: ditelo pure, quel
che vedete.
Voi mi credete orba, ma ho
anch'io la vista buona.
GIULIA
Su, andiamo, ti vuoi muovere o
no?
Escono.
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I due
gentiluomini di Verona -
1590/1595
atto primo -
Scena TERZA |
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Entrano Antonio e Pantino.
ANTONIO
Dimmi, Pantino, di quali gravi
cose ti parlava
mio fratello, trattenendoti nel
chiostro?
PANTINO
Di suo nipote Proteo, il figliol
vostro.
ANTONIO
Perché, che diceva di lui?
PANTINO
Si stupiva che Vossignoria
gli lasciasse sprecare a casa la
sua giovinezza
mentre altri, di assai minor
reputazione,
mandano i loro rampolli a far
carriera lontano:
chi in guerra, a tentarvi la
fortuna,chi alla scoperta di isole
remote,
chi in università di chiara
fama.
In ciascuno di questi campi, se
non in tutti -
diceva lui - il vostro Proteo
potrebbe farsi onore;
per cui mi ha chiesto di
sollecitarvi
a non lasciarlo più starsene a
casa:
ché, grave d'anni, assai nuocerebbe al suo prestigio
il non aver mai viaggiato in
gioventù.
ANTONIO
Non occorre che ti dilunghi
tanto su questo punto:
è da un mese che mi ci sto
arrovellando.
Ho a lungo meditato sulla
dissipazione del suo tempo,
e so che mai potrà dirsi uomo
completo
senza lo studio e l'esperienza
delle vie del mondo.
L'esperienza si acquista con una
vita attiva,
per poi affinarsi nel rapido
corso del tempo.
E allora dimmi, dove farei
meglio a mandarlo?
PANTINO
Penso che Vossignoria non ignori
che il suo amico del cuore, il
giovane Valentino,
si trova a corte, al servizio dell'Imperatore.
ANTONIO
Lo so bene.
PANTINO
Credo sia bene Vossignoria mandi
a corte anche lui:
colà farà pratica di giostre e
tornei,
presterà orecchio a eletti
conversari, s'intratterrà coi
nobili,
e si cimenterà in ogni esercizio
che ben si addica ai suoi anni e
al suo alto lignaggio.
ANTONIO
Apprezzo il tuo consiglio, ch'è
saggio e ponderato;
e, a che tu sappia quanto esso
m'aggrada,
ti dico subito come lo metto in
pratica.
Con tutta la speditezza e
l'urgenza del caso,
lo mando alla corte
dell'Imperatore.
PANTINO
Domani - con vostra licenza -
Don Alfonso,
con altri gentiluomini di gran
conto,
si reca a rendere omaggio
all'Imperatore
e a offrire i lor servigi al suo
volere.
ANTONIO
Ottima compagnia: e Proteo se ne
andrà con loro.
Entra Proteo.
Ah, giusto in tempo! Adesso
glielo diciamo.
PROTEO (a parte)
Dolce amore, dolci parole, dolce
vita!
Ecco la sua scrittura, tramite
del suo cuore;
eccone il giuramento d'amore, a
pegno del suo onore.
Oh, che i nostri padri plaudano
all'amor nostro,
e il loro assenso suggelli la
nostra felicità!
Sublime Giulia!
ANTONIO
Che c'è? Che lettera mi stai
leggendo?
PROTEO
Con vostra licenza, mio signore,
solo qualche parola
di convenevoli, da parte di
Valentino,
recatami da un amico inviato da
lui.
ANTONIO
Passami la lettera: vediamo che
novità.
PROTEO
Novità nessuna, mio signore:
dice soltanto
che fa una vita felice, è quanto
mai benvoluto,
non passa giorno senza un segno
del favore imperiale,
e mi vorrebbe con sé, a
condividere la sua fortuna.
ANTONIO
E tu? Come lo prendi questo suo
desiderio?
PROTEO
Come uno che è ligio al volere
di Vossignoria,
e non dipende dal desiderio
dell'amico.
ANTONIO
Il mio volere coincide, più o
meno, con tal desiderio.
Non farti l'idea ch'io ora
agisca così, per impulso:
so quel che voglio e lo voglio,
punto e basta.
Ho deciso che per qualche tempo
tu dovrai soggiornare
alla corte dell'Imperatore,
insieme con Valentino.
La stessa rendita che lui riceve
dai familiari
tu avrai da me, con pari
elargizione.
Tieniti pronto a partire domani,
e niente storie: qui son
categorico.
PROTEO
Mio signore, non posso
equipaggiarmi su due piedi.
Vi prego, temporeggiate un
giorno o due.
ANTONIO
Qualunque cosa ti manchi, te
l'invieremo dopo.
Bando agli indugi: partirai
domani.
Vieni, Pantino: tu ti adoprerai
ad affrettare questa sua
partenza.
Escono Antonio e Pantino.
PROTEO
Così, per tema di bruciare, ho
scansato il fuoco
tuffandomi nel mare, e adesso
affogo.
Avevo paura di mostrare a mio
padre la lettera di Giulia
per tema che si opponesse
all'amor mio,
e proprio la mia scusa gli offre
il destro
di ostacolare al massimo il mio
amore.
Oh, come questa primavera
amorosa è tal quale
l'incerta gloria d'un giorno
d'aprile,
che ora proclama la beltà del
sole,
e in un istante l'offusca poi di
nubi!
Entra Pantino.
PANTINO
Ser Proteo, vostro padre vi
chiama.
Ha molta fretta, perciò vi prego
di andare.
PROTEO
Ci siamo! In fondo, il cuor
dice, "Ci sto",
eppur risponde mille volte,
"No!".
Escono.
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