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41-50 91-100 141-154

 

 

La commedia degli errori - 1590/1594

aTTO PRIMO - Scena PRIMA

 

Entrano Solino Duca di Efeso, Egeone mercante di Siracusa, un carceriere, e altre guardie

 

EGEONE

Fa' presto a condannarmi, ora, Solino; la morte porrà fine a ogni mio affanno.

 

DUCA

Niente suppliche più, Siracusano: non son disposto a infrangere le leggi. L'inimicizia e l'odio che fra noi son derivati dal crudele oltraggio  del vostro duca ai nostri laboriosi mercanti, che se privi di moneta per il riscatto, pagano col sangue, a sigillo dei suoi ferrei decreti, dai nostri sguardi ogni pietà cancellano. Così, dopo le lotte sanguinose tra noi e i tuoi violenti confratelli, si è decretato in sinodi solenni a Siracusa e qui, che ogni commercio fra le città nemiche sia proibito.

Dico di più: se un nativo di Efeso viene scoperto in piazza o nel mercato di Siracusa, o un tuo concittadino approda a questa baia, viene ucciso, e i suoi beni dal Duca confiscati, se una somma di almeno mille scudi non può pagare per il suo riscatto.

Tu disponi, per esser generosi, sì e no di cento, forse ancora meno: dunque la legge ti condanna a morte..

 

EGEONE

Pure, un conforto: quando il tuo discorso sarà finito, tutti i miei affanni svaniranno al calare della sera.

 

DUCA

Ma raccontaci un po', Siracusano, perché hai lasciato la casa e la patria  e per quale ragione sei a Efeso.

 

EGEONE

E un compito gravoso che m'imponi, questo dolore mio non ha parole.

Ma perché il mondo sappia che è natura che mi condanna, non offesa o colpa, dirò quel poco che il dolore lascia che vi racconti. Nacqui a Siracusa, e a Siracusa avevo anche una moglie, che viveva per me, con me felice, finché il destino non ci è stato avverso. La vita era serena; e le ricchezze crescevano coi miei frequenti viaggi verso Epidamno. Morto un nostro agente, per prender cura delle tante merci rimaste incustodite, dalla sposa e dal suo affetto un giorno mi staccai, ma prima che passassero sei mesi ella stessa, che pure allor soffriva le pene così dolci ad ogni donna, aveva già deciso di seguirmi; e sana e salva a me si ricongiunse. Non passòmolto tempo che divenne madre felice di due figli maschi, fra loro, strano a dirsi, così uguali che il nome appena poteva distinguerli.

Lo stesso giorno, in quello stesso alloggio, una povera donna partoriva due gemelli, fra loro somiglianti. Miseri entrambi, lei e suo marito li cedettero a me, che li allevassi perché fossero servi dei miei figli.

Non poco fiera dei suoi due gemelli, ogni giorno mia moglie mi pregava di tornare, ed infine, a malincuore dissi di sì. Ma ahimè, troppo affrettata fu la nostra partenza. Solo a una lega appena da Epidamno, quel mare che ubbidisce sempre ai venti ci diede infausti segni di pericolo.

E non c'era speranza: i rari squarci nel cielo oscuro, di una morte certa parlavan minacciosi ai nostri cuori. Io l'avrei accettata, quella morte, ma il pianto disperato di mia moglie alla vista di quel che ci aspettava, i lamenti pietosi dei bambini, che piangevan così, per imitarci, senza sapere che cosa temessero, mi spinsero a cercare in ogni modo di rimandare il nostro triste fato.

E fu così: non c'era via d'uscita.

I marinai intanto si gettavano sulla scialuppa in cerca di salvezza, lasciando a noi la nave condannata.

Più premurosa dell'ultimo nato, mia moglie lo legava a uno degli alberi di scorta; e insieme a lui, ben stretto, c'era uno degli altri due gemelli, mentre io mi occupavo del secondo. Lo sguardo fisso a quello fra i due bimbi che si era stabilito di proteggere, mia moglie e io ci tenevamo stretti all'albero maestro, che seguendo le correnti, via via fino a Corinto, o così credevamo, ci sospinse.

Riapparso, il sole infine disperdeva quegli orridi vapori, e col conforto dei suoi raggi ci apparvero placati i marosi. Lontano, all'orizzonte, ecco allora due navi, che veloci verso di noi venivano: la prima di Corinto, quell'altra di Epidamno.

Ma prima che giungessero... oh ti prego, fammi tacere. Il resto della storia non lo indovini da quel che è successo?

 

DUCA

Continua invece, vecchio; non fermarti. Io non potrò concederti il perdono; ma senza dubbio avrai la mia pietà.  

EGEONE

Gli dei, purtroppo, non ne hanno avuta; e ho ben ragione a chiamarli crudeli. Prima che a dieci leghe di distanza giungessero le navi, ci trovammo davanti a un grosso scoglio; la violenza dello scontro spezzava in due la nave proprio nel mezzo, e l'ingiusta condanna di quel divorzio da noi non voluto, lasciava all'uno e all'altra di noi due causa di pianto e causa di conforto. Meno pesante, ma non meno carica di dolori e d'affanno, quella parte dov'era la mia sposa, fu sospinta più rapida dai venti; e li vedemmo coi nostri occhi tutti e tre soccorsi da gente, si pensava, di Corinto.

Un'altra nave infine ci raccolse, e sapendo chi avevano salvato, ci accolsero ospitali e generosi, volevano donarci il cibo stesso che avevano pescato i loro uomini, ma alle vele era lenta la risposta del loro scafo, e questo li decise al ritorno. Ora sai come ogni gioia mi sia negata, come la sventura prolunghi la mia vita al solo scopo di raccontare questa triste storia.

 

DUCA

E per amore dei tuoi cari, quelli la cui scomparsa tanto ti addolora, narra quel che è accaduto, a loro e a te.

 

EGEONE

Il mio figlio minore, non minore per la cura e l'affetto che gli porto, decise a diciott'anni di cercare il fratello perduto, e mi chiedeva che col suo servo, egualmente privato del suo gemello, ma non del suo nome, lo lasciassi partire alla ventura.

Io da un lato ero ansioso di riavere un figlio, ma dall'altro paventavo di perdere anche il solo a me rimasto.

Per cinque estati ho percorso le terre più remote di Grecia, ho superato i confini dell'Asia; nel ritorno, lungo le coste, sono giunto a Efeso, senza alcuna speranza, ma deciso a non lasciare nulla d'intentato, in nessun luogo abitato dall'uomo. Finisce qui, lo vedi, la vicenda della mia vita; e ne sarei felice se nella morte avessi la certezza che sono ancora vivi i miei due figli.

 

DUCA

O misero Egeone, com'è dura la sorte che i tuoi fati ti hanno imposto.

Credimi, se non fosse violazione delle leggi, del mio potere stesso, della mia dignità, del giuramento che nessuno potrebbe mai tradire, l'animo mio ti sarebbe vicino e sosterrebbe la tua causa. A morte sei stato condannato, e la sentenza non si può revocare senza danno del nostro onore; eppure voglio ancora favorirti per quanto è in mio potere.

Ecco, mercante, hai un giorno di tempo. Cerca aiuto fra tutti i tuoi amici, se ne hai qualcuno a Efeso; implora  che ti diano denaro, in dono o in prestito; se raggiungi la somma, potrai vivere.

Se non riesci, è la morte. Carceriere, lo affido a te.

 

CARCERIERE

Signore.

 

EGEONE

Disperato s'incammina Egeone, al solo scopo di rimandare un poco questa fine di una vita che ormai non è più vita.

 

Escono.

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La commedia degli errori - 1590/1593

ATTO PRIMO - Scena SECONDA

 

Entrano Antifolo di Siracusa, il primo mercante, e Dromio di Siracusa.

 

PRIMO MERCANTE

Dite allora che siete di Epidamno, se non volete che anche i vostri beni vengano confiscati. Oggi un mercante di Siracusa è stato catturato e non avendo di che riscattare la propria vita, prima del tramonto morrà come prescrivono le leggi. Questo è il denaro che avevo in custodia.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Prendilo, Dromio, e portalo al Centauro dove alloggiamo, e resta lì ad attendermi; fra un'ora sarà tempo di pranzare e intanto esplorerò questa città, gli edifici, i costumi, i commercianti. Poi tornerò al mio albergo: il lungo viaggio mi ha stancato, ho bisogno di riposo. Vai, presto.

 

DROMIO DI SIRACUSA

Molti vi prenderebbero in parola, e non se lo farebbero ripetere, avendo un'occasione così buona.

 

Esce.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

È un buffone, vedete, ma è fidato, e spesso, quando sono malinconico, cerca di rallegrarmi coi suoi scherzi. Volete unirvi a me, in questo cammino per la città, e più tardi al mio alloggio per il pranzo?

 

PRIMO MERCANTE

Non posso, altri mercanti dai quali spero trarre beneficio mi hanno invitato già; vi chiedo scusa. Potrei vedervi alle cinque, in piazza, e restare con voi fino a stasera; gli affari ora mi impongono il congedo.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Dunque a più tardi. Io ora per le strade della città voglio perdermi un poco, e vagare così, senza una meta.

 

PRIMO MERCANTE

Mio signore, io vi auguro ogni bene.

 

Esce.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Chi mi augura il bene, raccomanda quello che a me sarà sempre negato. Che cosa faccio io al mondo? Cosa sono? Sono una goccia d'acqua nell'oceano che invano cerca un'altra goccia, e poi, non riuscendo a trovar chi le somigli, angosciata, non vista, si disperde.

Così anche io, nella vana illusione di trovare una madre ed un fratello, riuscirò solo a perdere me stesso.

 

Entra Dromio di Efeso.

 

Ma ecco un almanacco, che registra la mia data di nascita. Che cosa succede? Perché hai fatto così presto?

 

DROMIO DI EFESO

Presto? Direi piuttosto troppo tardi. E cappone si brucia, la porchetta cade giù dallo spiedo, l'orologio ha battuto dodici colpi, e un tredicesimo me l'ha affibbiato in faccia la padrona; lei si è scaldata perché il pranzo è freddo, la carne è fredda ché non siete a casa, non siete a casa non avendo fame, se non l'avete è perché avete rotto il digiuno: così noi, che ben sappiamo quand'è ora di digiunare e di pregare, per colpa vostra siamo in penitenza.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Ma basta, smetti questa filastrocca. Dove hai messo il denaro che ti ho dato?

 

DROMIO DI EFESO

Ah, voi volete dire i sei centesimi dell'altro venerdì, per il sellaio che li doveva aver per la groppiera della padrona? Certo, glieli ho dati, non li ho tenuti io.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Basta scherzare. Non sono in vena. I soldi dove sono? Siamo stranieri qui: come hai osato lasciare in giro una somma del genere?

 

DROMIO DI EFESO

Signore, questi scherzi riservateli per la tavola. Senza por tempo in mezzo mi ha mandato a chiamarvi la padrona; se torno senza di voi ci sarò io in mezzo ai guai, e sarà la mia zucca a pagare per voi. Ma su, fidatevi dell'orologio che è nel vostro stomaco! Fosse simile al mio, sareste corso subito a casa e senza messaggeri.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Su, Dromio, ora lo scherzo è fuori luogo. Riservalo a un momento più appropriato. Voglio sapere dove hai messo l'oro.

 

DROMIO DI EFESO

A me, signore? Non ne avete dato.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Basta, furfante, con queste sciocchezze. Di' piuttosto che hai fatto dei miei ordini.

 

DROMIO DI EFESO

Era uno il mio ordine: andarvi a prendere al mercato e portarvi a casa vostra, alla Fenice, signore, per il pranzo, li vi aspettano la padrona e sua sorella.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Com'è vero che sono uomo di fede dimmi ora dove hai messo quel denaro. Se non rispondi, ti rompo quel muso che insiste negli scherzi oltre ogni limite. T'ho dato mille piotte: dove sono?

 

DROMIO DI EFESO

Oh, di piotte da voi ne ho avute tante sulla testa, e le altre la padrona me le ha suonate sulla schiena; ma fra tutte a mille non si arriva. E se dovessi restituirle a vostra signoria, non ne sareste tanto soddisfatto.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

La padrona? sei pazzo? e chi sarebbe?

 

DROMIO DI EFESO

Vostra moglie, signore, la padrona che è alla Fenice, e non si siede a tavola finché voi non rientrate, e vi scongiura di fare presto, e di tornare a casa.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Continui nonostante i miei divieti con queste ciance? Prendi, mi hai stancato.

(Batte Dromio.)

 

DROMIO DI EFESO

Che volete, padrone? Per amore del cielo, su, frenate quelle mani, o io dovrò affidarmi alle mie gambe.

 

Esce.

 

ANTIFOLO DI SIRACUSA

Ci scommetto la testa, quello sciocco è stato derubato dei miei soldi, in un modo o nell'altro. La città dicono, è piena di diavolerie, giocolieri che ingannano la vista, demoni occulti che ti cambian l'anima, stregoni che deformano il tuo corpo, erranti ciarlatani, che ti frodano protetti dalle maschere e al peccato in mille forme inducono. Per questo sarà bene ch'io fugga appena posso. Ora al Centauro seguo quell'infame, mi tormenta il pensiero di quell'oro.

 

Esce.