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introduzione |
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da
Teatro libero di Palermo
Pene d’amore perdute (Love’s Labour’s Lost)
scritta e rappresentata molto probabilmente
prima del 1598 – ci sono tracce di una sua
rappresentazione dinanzi alla regina
Elisabetta nel natale del 1597 – fa parte
delle cinque commedie definite, per facilità
di classificazione, eufuistiche, perché
affini per tematiche e genere di scrittura
alla produzione poetica e letteraria degli
eufuisti inglesi (dall’opera Eupheus di John
Lyly del 1578) della cosiddetta University
Wits.
Come nella scrittura dei «Wits», la
predilezione per l’uso intensivo di modelli
retorici, per il costante ricorso a
parallelismi e comparazioni, è strumento per
l’indagine e l’impiego di tali artifici
stilistici e semantici quali mezzi
dell’espressività. Ciò nelle commedie
shakespeareane assume una funzione critica:
“smascherare” l’utilizzo convenzionale di
tali stilemi formali in stridente contrasto
con le forme di espressione dei veri
sentimenti.
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Tutto ciò si dipana in estrema ed efficace
sintesi nella forma, nella struttura di Pene
d’amore perdute, risolvendo
nell’accentuazione dei contrastanti
personaggi del testo shakespeareano.
Quando il giovane Re di Navarra, Ferdinand –
probabilmente ispirato all’ugonotto Enrico
re di Navarra – e i suoi compagni, il duca
di Biron, di Longueville, e di Dumaine
(probabile duca di Mayenne) – decretano tre
anni di astinenza per dedicarsi anima e
corpo allo studio e al servizio della
conoscenza, non compiono altro che un atto
che ha il sapore delle accademie,
dell’erudizione retorica, imperniata su i
convenzionali stilemi formali, in stridente
contrasto con quello che si appresteranno a
vivere di lì a poco con l’incontro con la
pragmaticità e vitalità della speculare
principessa di Francia e della sua corte. Il
contrasto tra la forma del verso e la
dinamicità della vita si trova incarnato
nelle relazioni e nelle contraddizioni dei
personaggi. La riduzione e l’adattamento che
qui se ne offre intendono mettere in risalto
proprio queste paradossalità: convenzioni
sociali che si ritrovano per pura necessità
contraddette dalla genuinità e spontaneità
dei sentimenti.
Volgendo lo sguardo alla corte di Navarra e
alle sue gigionesche imprese non si può che
dire che le pene d’amore in Shakespeare, in
realtà, non siano mai perdute.
Sono, infatti, un rituale d’iniziazione
verso l’età adulta. Nella nostra scrittura
scenica, la parola e il gesto traggono
vitalità dall’amore, all’interno di un mondo
guidato dalle convenzioni sociali. Ma la
parola da sola non è sufficiente a liberare
l’energia sprigionata dalla scoperta della
vera passione, e così ad essa, che non
soddisfa del tutto l’urgenza dell’amore, non
possono che associarsi ritmo e danza che
liberano la paura del desiderio. Non è un
caso la scelta di una giovane compagnia per
queste “pene d’amore”; è la saggia
leggerezza, infatti, la chiave di lettura
della complessa e ricca struttura
shakespeareana, che in questo spettacolo
vengono ridate attraverso l’appropriazione
del gioco leggero e sublime della macchina
teatrale, fatta di ritmo, iperboli,
semplicità e fisicità. Leggerezza che porta
in seno, però, la consapevolezza della
crescita che i quattro giovani della corte
di Navarra si troveranno ad aver compiuto
alla fine del loro vivace e un po’ fiabesco
viaggio.
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da
Licei di Bra
Nel
variegato panorama della prima produzione
teatrale shakespeariana, in cui si alternano
il dramma storico, la tragedia senechiana,
la farsa plautina e la commedia di
carattere, occupa un proprio spazio la
commedia cortese, attestata da I due
gentiluomini di Verona e da Pene d’amor
perdute, che risalgono probabilmente al
1594.
Imperversava in quell’anno una terribile
epidemia di peste e la corte di Elisabetta I
si era rinchiusa, per proteggersi dal
contagio, nel castello di Oxford.
Shakespeare, rivolgendosi alla cerchia del
conte di Southampton, il suo protettore,
mise mano a una commedia raffinata e
cortese, piena di schermaglie ingegnose e
argute, di allusioni e di discorsi
eloquenti: Pene d’amor perdute è, in modo
inconfutabile, una commedia aristocratica
composta a beneficio di un uditorio scelto.
La trama è semplice: Ferdinando, re di
Navarra, e i suoi tre gentiluomini di corte,
stanchi di una vita dissoluta, decidono di
dedicarsi agli studi e alla contemplazione,
formulando un solenne giuramento che però
non riusciranno a rispettare: rinunciano
infatti alle donne e all’amore, votandosi
per tre anni a vita ascetica e rigorosa. Li
renderà spergiuri l’arrivo della bella
Principessa di Francia accompagnata da tre
dame della sua corte, inviata dal padre in
issione speciale per recuperare i diritti
sull’Aquitania.
Ben altri diritti, quelli
dell’amore e della giovinezza, saranno
rivendicati prima da personaggi umili o
fantastici, riluttanti a seguire il decreto
imposto a tutta la corte di Navarra; poi,
con irresistibile progressione, il Re stesso
e i suoi compagni, invaghitisi delle
affascinanti fanciulle francesi, vedranno
crollare miserevolmente i loro virtuosi
propositi.
I giovani, ormai consapevoli del proprio
cedimento morale (borsaioli d’amore),
inviano alle dame doni preziosi e versi
lusinghieri, ma le fanciulle si mascherano
e, scambiatesi i doni, che diventano così
ingannevoli segni di riconoscimento, si
fanno beffe dei loro pentiti corteggiatori.
Il grottesco spettacolo teatrale dei Nove
Prodi, che fa da comico intermezzo allo
sviluppo dell’azione, viene però oscurato
dalla notizia della morte improvvisa del Re
di Francia: la festa di corte si interrompe,
la Principessa indice un anno di lutto e
chiede agli uomini, perché venga perdonato
il loro spergiuro, di giurare astinenza e
fedeltà per un anno, cioè per tutto il
periodo del lutto. Se i tre che avevano
aderito con ingenuo entusiasmo al primo
giuramento, giurano di nuovo senza
incertezze, lo scettico Biron ribatte che un
anno è lungo, troppo lungo per una commedia,
sarà quel che sarà.
Mentre il progetto iniziale sembrava
vagheggiare un’utopica accademia platonica,
l’irrompere della realtà della morte e il
disincantato pragmatismo dello scettico
Biron richiamano lo spettatore ad una
condivisa lezione di tollerante
quotidianità.
da delTeatro.it
A
guardar bene, Pene d'amor perdute
resta tuttora uno dei testi di Shakespeare
meno rappresentati sui palcoscenici
italiani. Colpa della sostanziale
inconsistenza dell'intreccio, o dell'ardua
impresa di interpretarlo come si deve?
Eppure questa delicata elegia dei sentimenti
sospesi e del tempo che fugge e che incombe
insidioso sugli impalpabili equilibri
dell'esistenza umana avrebbe tutte quelle
caratteristiche di tenue malinconia e di
scintillante ambiguità che ci fanno
considerare così «moderne» le sue commedie,
inducendoci a considerarle talora persino
più intriganti dei maggiori capolavori.
L'ambiguità, in questo caso, non deriva -
come altrove - da travestimenti e sorridenti
scambi di identità sessuale, anche se c'è un
momento in cui - come nel Sogno di mezza
estate - le coppie per così dire
predestinate, travolte da un malizioso gioco
di mascheramenti, si mescolano e si
intrecciano con un'innocenza erotica solo
apparentemente svagata: qui, di fatto,
l'ambiguità riguarda soprattutto la natura
intimamente metamorfica degli stati d'animo
dei personaggi, la repentinità con cui essi
trascorrono dall'allegria alla mestizia,
dall'estasi dell'abbandono nel trasporto
amoroso all'ombra raggelata del rimpianto.
La trama è presto detta: il re di Navarra e
tre suoi gentiluomini fanno voto di star
lontani per tre anni dalle tentazioni del
mondo dandosi unicamente a piaceri
filosofici: quando arriva in visita
diplomatica la principessa di Francia con
tre damigelle, scatta la chimica delle
attrazioni reciproche, vietate, stuzzicate
dal patto di astinenza maschile, assecondate
di nascosto e infine apertamente accettate
dai protagonisti. L'intarsio dei
corteggiamenti multipli sembra lì lì per
compiersi, ma la morte del padre induce la
principessa a partire: se le passioni erano
vere si vedrà, intanto il re e i suoi amici
affrontino realmente un anno di castità e
rinunce.
Una
vicenda difficile da rappresentare, si
diceva: pochi sviluppi dell'azione, e un
arabesco verbale dai toni sottilmente
trattenuti. Lo Stabile di Torino ne ha fatto
una palestra per una compagnia di giovani
attori, in un progetto che prevedeva
l'allestimento di tre opere scespiriane da
parte di tre registi francesi: non potendo
contare su grandi exploit recitativi,
Dominique Pitoiset punta qui sull'ironia,
sulla freschezza, immergendo il tutto in un
prato di erba sintetica, con le fanciulle
che arrivano in Seicento, e in abiti anni
Cinquanta. Fra mazze da golf e tende da
campeggio, qualche sfumatura va perduta: ma
lo spettacolo è lieve e piacevole, e propone
un testo che comunque non si vede spesso.
da Synergie Teatrali
Amore e Linguaggio sono i due protagonisti
supremi di questa singolarissima esilarante
commedia che si inoltra con stupefacente
analisi psicologica in tutte le labirintiche
e vorticose sfumature del corteggiamento
amoroso, fino allo sfinimento; e tutto ciò
con un linguaggio dinamico e festoso, acuto
e ironicamente soverchio, come una girandola
iridescente che irretisce e amalgama tutti i
colori della più colta dialettica.
Commedia mai così attuale come oggi,
storditi di parole, di contraddizioni
sfacciate e farsesche dove il linguaggio
prevarica sul senso, dove reale e virtuale
si intersecano, si confondono e confondono.
E' un’opera divertente, che ci permette di
sorridere di situazioni non facili. Non c’è
politica, né ideologia, in Pene d’amor
perdute c’è umanità, qualcosa che ci dice
che dobbiamo saper accettare la vita come
viene.
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Pene d'amor perdute
- 1593/1596
personaggi |
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IL RE FERDINANDO DI NAVARRA
BEROWNE, barone alla corte del Re
LONGAVILLE, barone alla corte del
Re
DUMAINE, barone alla corte del Re
DON ADRIANO DE ARMADO, smargiasso
spagnolo
BRUSCOLINO, suo paggio
OLOFERNE, maestro di scuola
DON NATALINO, curato
INTRONATO, gendarme
MELACOTTA, contadino |
GIACHENETTA, la ragazza che munge
le vacche
UN GUARDABOSCHI
LA PRINCIPESSA DI FRANCIA
ROSALINA, damigella della
Principessa
MARIA, damigella della
Principessa
CATERINA, damigella della
Principessa
BOYET, nobile francese
DUE BARONI
MARCADÉ, messo
Baroni e persone delle due corti |
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Pene d'amor perdute
- 1593/1596
riassunto |
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Ferdinando
re di Navarra e i suoi nobili amici
hanno fatto giuramento di non
dedicarsi a niente che non sia lo
studio per tre anni di seguito; è
quindi esclusa la frequentazione di
compagnie femminili ed anche la sia
pur minima confidenza con una donna;
proprio quando è ora di mettere in
pratica il proponimento, però,
giunge alla corte di Ferdinando la
figlia del re di Francia, insieme
alle sue dame di compagnia, inviata
dal vecchio padre per discutere di
alcune cessioni territoriali: i
giovani spagnoli non fanno in tempo
a ricevere le nobili francesi in
nome del protocollo di corte, che si
ritrovano tutti innamorati chi
dell'una chi dell'altra.
Segue tutta una serie di schermaglie
amorose, poiché quello che da parte
degli spagnoli è un sentimento
sincero, dalle giovani dame viene
scambiato per null'altro che
frivolezza; ma allorquando
Ferdinando e gli altri si rivelano
definitivamente in tutta la pienezza
dei loro sentimenti, un messo porta
improvvisa la notizia della morte
del re di Francia, sicché le giovani
dame devono abbandonare la Spagna
per tornare in patria. Prima, però,
una volta compresa la sincera natura
del sentimento dei nobili spagnoli,
fanno loro promettere che lo stesso
sarà messo alla prova da un anno di
eremitaggio, alla fine del quale, se
il proponimento sarà rimasto
immutato, esse acconsentiranno alle
loro richieste.
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