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Pene d’amore perdute -
1593/1596
atto
quinto -
Scena
prima |
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Entrano Oloferne, Don
Natalino e Intronato.
OLOFERNE
Satis quod sufficit.
DON NATALINO
Io ringrazio Iddio che a
noi v'ha dato, maestro.
I vostri ragionamenti a
colazione sono stati
aguti e sentenziosi,
piacevoli senza
scurrilità, spiritosi
senza affettazione,
audaci senz'impudenza,
colti senza spocchia
alcuna, e nuovi
senz'eresia. Ho
conversato sto quondam
dì con un compagno del
Re, ch'è intitolato,
vocato ovver chiamato
Don Adriano de Armado.
OLOFERNE
Novi hominem tanquam te.
Il suo umore è
altezzoso, il suo parlar
perentorio, la sua
lingua levigata, il suo
oculo ambizioso, il suo
passo maestoso, e tutto
il suo fare vanitoso,
ridicolo e da vantone.
Un tipo troppo
schizzinoso, tropo
eccentrico, troppo
prezioso, troppo
spocchioso o come può
dirsi, troppo
imperegrinato, se così
posso dire.
DON NATALINO
Epiteto ben eletto e più
che mai singolare.
Tira fuori il suo
calepino. |
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OLOFERNE
Ei mi dipana il filo
della sua verbosità più
fine che la matassa del
suo argomento. Io aborro
questi fanatici
stravaganti, questi
compagni insocievoli e
pedantesco-precisi,
questi martoriatori
d'ortografia, che ti
dicono "dubio" cum una
sola b, quando
dovrebboro dire
"dubbio","debbito"
quando dovrebbero
pronunciare "debito" -
d,e,b,i,t,o, e non
d,e,b,b,i,t,o. Un
vitellino ei te lo voca
"vittelino", mezzo "mezo",
un vicino vocatur "v-cino",
e nitrire l'abbrevia "nire".
Ora questo l'è
abominabile, che lui
sfiaterebbe "abbominevole".
E ciò insinua in me
l'insania. Ne intelligis,
domine? Far frenetico,
far lunatico.
DON NATALINO
Laus Deo, bone intelligo.
OLOFERNE
Bone? "Bone" per "bene"!
Prisciano un po'
scorticato; ma passi.
Entrano Armado,
Bruscolino e Melacotta.
DON NATALINO
Videsne quis venit?
OLOFERNE
Video et gaudeo.
ARMADO
Valète!
OLOFERNE
Quare "valète" e non "salvète"?
ARMADO
Uomini di pace, Iddio vi
salvi.
OLOFERNE
Uomo di guerra, i miei
saluti.
BRUSCOLINO (a Melacotta)
Sono stati ad una gran
festa delle lingue ed
hanno rubato gli avanzi.
MELACOTTA (a Bruscolino)
Uh, questi l'è una vita che
campano dei rimasugli di parole
dal paniere della limosina. Mi
fa specie che il tuo principale
non t'abbia ancora scambiato per
una parola e pappato, visto che
sei più corto di tutta la zucca
di honorificabilitudinitatibus.
Ti s'ingolla meglio d'un chicco
passito nella fiamma del rum.
BRUSCOLINO
Zitto! Ché qui comincia la
scampanata.
ARMADO (a Oloferne)
Monsieur, voi siete un uomo
letterato, nevvero?
BRUSCOLINO
Altro che! Insegna ai ragazzini
l'abbeccedario foderato di
corno. Ditemi un po' cosa sono a
e b letti a rovescio col corno
in capo?
OLOFERNE
Ba, pueritia, aggiungendo un
paio di corna.
BRUSCOLINO
Ba, tu stupidissima pecora con
le corna. Lo senti che pozzo di
scienza!
OLOFERNE
Quis, quis, consonante che non
sei altro?
BRUSCOLINO
Voi siete l'ultima delle cinque
vocali, con davanti la t. Ed io
la terza e la quarta.
OLOFERNE
Aspetta che me le ricordi:
a,e,i,o,u.
BRUSCOLINO
Pecorone sei solo tu. E a
rovescio: u,o,i,e,a - il caprone
eccolo qua!
ARMADO
Ma guarda, per l'onda salata del
Mediterraneum, che tocco fine,
che affondo fulmineo d'arguzia!
Zic, zac, zàcchete ed è toccato!
Mi rallegra l'intelletto. Questo
sì che l'è spirito!
BRUSCOLINO
Sì, offerto da un ragazzino a un
vecchio becco pappataci.
OLOFERNE
Ma che domine dite? L'idea qual
è?
BRUSCOLINO
Sempre le corna.
OLOFERNE
Ma stai zitto, tu mi ragioni
come un bebé. Va' a frustare la
trottola, va'.
BRUSCOLINO
Prestratemi le corna per farmene
una, farò girare la vostra
ignominia manu cita. Una
trottola di corno di becco!
MELACOTTA
Ah, ah, se avessi un solo
quattrino a sto mondo, te lo
darei per comperarti il pan
pepato. Tieni qua, questa l'è
propria la remunerazione che ho
avuto dal mio padrone, tu
borsellino di spiritosaggine,
ovettino di discernimento. Ah,
se fusse piaciuto ai superni che
tu fussi il mio bastardello, non
dico di più, che padre pieno di
gioia faresti di me! Ma va' che
sei pieno di spirito fino alla
punta dell'inguine, come ci
dicono quei che san parlare
latino.
OLOFERNE
Ahi, sento puzza di latino
fasullo! "All'inguine" per ad
unguem.
ARMADO
Uomo d'arti, preambula meco. Ci
insingoleremo dai barbari. Non
siete voi ch'istruite la
gioventù nel convitto lassuso in
cima al monte?
OLOFERNE
Diciamo mons, collina.
ARMADO
Oh, quanto al monte fate come vi
garba.
OLOFERNE
Son io quel desso, sans question.
ARMADO
Signore mio, è del sovrano più
che soave piacere e intendimento
visitare la Principessa nel di
lei padiglione nei posteriori di
questo dì, che la moltitudine
rozza appella il pomeriggio.
OLOFERNE
Il posteriore del dì,
generosissimo mio signore, è
locuzione ben appropriata,
congrua e convenevole per il
meriggio. Il motto è scelto
bene, ben azzeccato, melodioso
ed atto, io ve ne fò sicuro,
signore mio, ve ne fò sicuro.
ARMADO
Signore mio, il Re l'è un nobile
gentiluomo e un mio intimo, io
ve ne fò sicuro, un mio
buonissimo amico. Per ciò che
riguarda quel che fra noi è
intrinseco, sorvoliamo - io te
ne scongiuro, riponi in testa il
cappello, te ne scongiuro,
copriti il capo. Ed infra le
tante impellenti e molto serie
faccende, e di gran peso davvero
- ma sorvoliamo. Dacchè vo'
dirti che l'è piacimento della
sua grazia, per quanto l'è vero
il mondo, tal fiata
d'appoggiarsi alla mia umile
spalla, e col dito regale
giocherellare, così, con le
pilose escrescenze, vuoi col mio
mustacchio - ma sorvoliamo, o
mio carissimo. Per quant'è vero
il mondo, io non vi conto
favole! Anzi, taluni onori
speciali si compiace la sua
maestà di conferire ad Armado,
sendo costui soldato e viatore
che ha ben veduto il mondo - ma
sorvoliamo. La vera somma di
tutto questo - ma carissimo mio,
imploro la massima discrezione!
- è che il Re vorrebbe ch'io
offerissi alla Principessa - la
dolce pollastrina! - una qualche
spassosa esibizione,
ostentazione, spettacolo,
pantomima o grottesca co' fuochi
d'artifizio. Ora, dacché mi
risulta che il curato qui e voi
stesso - uomo delizioso! - siete
ben atti a codeste eruzioni ed
improvvisate vomizioni di
spasso, come posso dire, io ve
n'ho messi a parte, al fine di
sollecitare la vostra
assistenza.
OLOFERNE
Signore, dinnanzi a lei io vi
suggerisco di presentare i Nove
Uomini Magni. Don Natalino qui,
dacché di tratta d'intrattenere
per qualche tempo, di recitare
qualcosa nel posteriore di
questo dì, da mettere sù con la
nostra assistenza per comando
del Re, e con codesto galante,
illustrissimo e colto
gentiluomo, dinnanzi alla
Principessa - dico, niuno di voi
è più atto a presentare codesti
chiarissimi Nove.
DON NATALINO
Ma dove mai li andate a pescare
degli uomini tanto magni da
impersonare quei Magni?
OLOFERNE
Giosuè lo fate voi stesso;
questo nobile gentiluomo farà
Giuda il Maccabeo; quest'uomo
de' campi, visto che ha membra e
giunture magne, andrà bene per
Pompeo il Magno; il paggio sarà
Ercole...
ARMADO
Un momento, maestro: errore!
Costui non ha ciccia abbastanza
per fare il ditone del piè di
quel Magno! Non ha sostanza
sufficiente per il culone della
sua clava.
OLOFERNE
Volete stare un po' a sentirmi?
Costui sarà Ercole minorenne.
Entrerà ed uscirà strangolando
una serpe; e al proposito io ci
apporrò due paroline d'apologia.
BRUSCOLINO
Trovata magna! Così se qualcuno
del pubblico fischia, voi ci
potete gridare "Forza, forza
Ercolino! Schiacciala questa
serpe!" Codesto l'è il vero modo
di far garbato uno sgarbo, ma
pochi hanno il garbo di farlo.
ARMADO
E per il resto dei Nove Magni?
OLOFERNE
Io stesso ne interpreto tre.
BRUSCOLINO
Tridegno Magno!
ARMADO
Vi posso dire una cosa?
OLOFERNE
Siamo tutti orecchi.
ARMADO
Se questo non fa colpo gli
serviremo una pantomima. Vi
prego, venitemi appresso.
OLOFERNE
Suvvia, compare Intronato! In
tutto questo tempo non hai detto
una sola parola.
INTRONATO
Nossignore, e nemmanco ne ho
capita nessuna.
OLOFERNE
Allons! Pure per te troviamo una
particina.
INTRONATO
Capo, farò una parte in un
balletto o roba del genere.
Oppure ci posso suonare il
tamburello ai Nove Magni, per
farci ballare il trescone.
OLOFERNE
Onesto Intronato, l'idea è
davvero intronata! Andiamo a
preparare lo spasso, oh va'!
Escono.
Inizio
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Pene d’amore perdute -
1593/1596
atto
quinto - scena
seconda |
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Entrano la Principessa,
Rosalina, Maria e Caterina.
PRINCIPESSA
Qui, care mie, diventeremo
ricche
prima della partenza, se i
regali
ci fioccano addosso in tanta
quantità.
Una damina cinta da muri di
diamanti!
Guardate cosa mi manda il
mio Re innamorato.
ROSALINA
Non è giunto nient'altro,
signora, insieme a questo?
PRINCIPESSA
Nient'altro insieme a
questo? Sì, tanto amore in
versi
quanto si può stiparne in un
foglio di carta,
scritto su due facciate,
margini e tutto il resto,
sicché il sigillo copre il
nome di Cupido.
ROSALINA
Così il deuccio cresce
nutrito di ceralacca,
mentre era stato bimbo
cinquemil'anni e passa.
CATERINA
Sicuro, ed un furbone, un
pendaglio da forca.
ROSALINA
Non gli sarai mai amica;
t'uccise la sorella.
CATERINA
Sì, me la rese afflitta,
pensosa e malinconica
sino a farla morire. Fosse
stata
leggera come te, col tuo
temperamento
così gaio, frizzante e
spiritato,
prima che se n'andasse
sarebbe stata nonna.
Come farai tu, forse, un
cuore allegro
campa cent'anni.
ROSALINA
Ma che significato
oscuro, topolino, dài al
termine leggero?
CATERINA
Leggero come luce in
avvenenza oscura.
ROSALINA
Per scoprire il tuo senso ci
abbisogna più luce.
CATERINA
Rovinerai la luce se
smoccoli la candela.
Quindi, meglio finire il mio
discorso al buio.
ROSALINA
Attenta a ciò che fai, lo
fai sempre nel buio.
CATERINA
Al contrario di te, leggera
come la luce.
ROSALINA
Ti dessi peso, certo,
peseresti più tu.
CATERINA
Non mi dài peso? Allora non
ti curi di me!
ROSALINA
Per te non c'è più cura,
quindi non me ne curo.
PRINCIPESSA
E brave! La partita l'avete
ben giocata.
Ma anche tu, Rosalina, hai
cosa da mostrarci...
Cos'è? Chi te la manda?
ROSALINA
Provate a indovinarlo.
Se la mia faccia fosse bella
come la vostra,
avrei altro da mostrare. È
qui la prova!
Ma versi ne ho anch'io,
grazie a Birùn.
Il metro è giusto; lo fosse
il giudizio
sarei la dea più bella sulla
terra.
Da sola valgo, dice,
ventimila bellezze.
Oh, m'ha fatto il ritratto
in questa lettera!
PRINCIPESSA
E t'assomiglia?
ROSALINA
Per com'è scritto, molto,
per niente nella lode.
PRINCIPESSA
Bella come l'inchiostro:
ottima conclusione.
CATERINA
Bella come la grande B nel
mio manuale.
ROSALINA
Lasciamo stare i pennelli,
eh! Se devo schiattare,
non resterò con te in debito
di baie,
mia rossa domenicale, mia
lettera indorata.
Oh, se quella tua faccia non
fosse butterata!
PRINCIPESSA
Tu sei peggio del vaiolo! E
io detesto le linguacce.
Ma dicci un po', Caterina,
cos'è che t'ha mandato
il tuo bello, Dumaine?
CATERINA
Signora, questo guanto.
PRINCIPESSA
Ne avrà mandati due!
CATERINA
Sicuro, e per buon peso
qualche migliaio di versi
d'un uomo tutto preso,
una prova mostruosa
d'ipocrisia;
versi malfatti, densi, ma
solo d'idiozia.
MARIA
Questa lettera e queste
perle me le manda Longaville.
La lettera è troppo lunga
almeno di mezzo miglio.
PRINCIPESSA
È così. Non vorresti, nel
profondo dell'anima,
la lettera più corta e più
lunga la collana?
MARIA
Certo, o mai più da questa
mi si sciolgano le mani!
PRINCIPESSA
Siamo sagge a schernire così
gl'innamorati.
ROSALINA
Tanto più pazzi loro a far
doni per essere beffati.
Io Birùn, prima d'andarmene,
vo' vederlo torturato.
Ah fossi certa d'averlo
saldamente intrappolato!
Ve lo farei strisciare,
implorare ben umiliato,
aspettare che il tempo
cambi, e menare il suo can
per l'aia,
e sprecare il suo prodigo
ingegno in queste inutili
baie,
e piegare i suoi servizi
totalmente ai miei capricci,
e contentarsi di farmi
contenta di sfotterlo co'
miei frizzi!
Come chi ha la carta che
vince, dominerei ogni suo
atto,
egli sarebbe il mio
pagliaccio, e io sarei il
suo fato.
PRINCIPESSA
Nessuno è preda più certa,
una volta abbindolato,
d'un uomo di mente fina ch'è
ridotto a fare il matto.
Covata dalla saggezza la
follia
ha l'aiuto dell'istruzione,
della scienza la garanzia,
e l'arguzia aggiunge grazia
alla colta sua pazzia.
ROSALINA
Vero, il sangue giovane non
brucia con tanto eccesso
come quello d'un uomo fatto
che si piega al gioco de'
sensi.
MARIA
Sì, la follia de' folli non
ha stigma così forte
come quella d'un uomo saggio
se il suo senno gli perde
colpi,
perché quest'ultima, vedete,
mette tutta la sua energia
a dimostrarvi con l'ingegno
il valore della follia.
Entra Boyet.
PRINCIPESSA
Ecco arrivare Boyet, la
faccia tutta allegra.
BOYET
Ah, io schiatto dal ridere!
Dov'è la Principessa?
PRINCIPESSA
Che c'è, Boyet?
BOYET
All'erta, signora mia,
all'erta!
All'armi, ragazze, all'armi!
Si trama un vero assalto
contro la vostra pace.
S'avvicina l'Amore in
maschera,
armato di parlantina. Vuole
prendervi di sorpresa.
Chiamate a raccolta
l'ingegno, preparatevi alla
difesa,
o celate le teste da vili e
scappate da qui alla svelta.
PRINCIPESSA
San Dionigi contro Cupido!
Chi sarebbero sti signori
che ci attaccano con il
fiato? Parla, parla,
esploratore.
BOYET
Sotto la fresca ombrìa d'un
sicomoro
volevo appisolarmi una
mezz'ora,
quand'ecco, a disturbarmi il
pisolino,
verso quell'ombra, vedo,
s'avvicinano
il Re e i suoi compagni! Di
soppiatto
a un cespuglio lì accanto io
striscio come un gatto,
e lì vi origlio ciò che qui
sentite:
saranno qui a momenti,
travestiti.
Il loro araldo è un
furfantel di paggio
che già ben a memoria ha
imparato il messaggio.
Gesti e accenti laggiù gli
hanno insegnati:
"Devi parlar così", "fare
gesti garbati".
Poi gli veniva il dubbio,
così di tratto in tratto,
che la vostra presenza
potesse scorbacchiarlo;
"Perché", diceva il Re, "è
un angelo che vedrai,
ma tu non aver paura,
parlale franco assai".
E il moccioso rispose: "Un
angelo non fa male,
invece l'avrei temuta se
fosse stata un diavolo".
Al che ridono tutti, gli dan
pacche sulle spalle,
e quel briccone sfacciato lo
fan più rompiballe.
Uno si gratta il gomito,
così, e ghigna e giura
che un discorso migliore non
s'è udito, è sicuro!
Un altro fa schioccare
l'indice e il dito grosso,
grida: "Via, lo faremo,
comunque vada la cosa!"
Il terzo fa un saltello,
esclama "Va tutto bene!"
e il quarto piroetta e
ruzzola per le terre.
Al che tutti quant'insieme
si rotolano sull'erba
con risa così profonde e
così fervide,
che in quest'accesso di risa
saltan fuori,
a frenar la follia, cupe
lacrime di passione.
PRINCIPESSA
Ma di', dimmi, verranno a
visitarci?
BOYET
Verranno sì, e perciò sono
addobbati
da moscoviti o russi,
crederei.
Lo scopo è di trattare con
voi, farvi la corte,
ballare, e poi ciascuno farà
dichiarazione
alla bella, che
riconosceranno
dai doni differenti che a
ciascheduna han fatto.
PRINCIPESSA
Ah, faranno così dunque? Sti
damerini
li metteremo a prova,
perché, signore mie,
ciascheduna di noi sarà ben
mascherata,
e nessuno di loro avrà la
grazia
di vederci nel viso, per
quanto preghi o faccia.
Piglia qua, Rosalina, porta
questa collana,
il Re ti farà la corte
invece che alla sua cara.
E tu piglia questo e dammi
il tuo, carina,
Birùn ti scambierà per
Rosalina.
Voi pure, scambiate i
regali; così gl'innamorati
corteggeranno a vanvera,
traditi da questi scambi.
ROSALINA
Sù allora, mettiamo i doni
bene in mostra.
CATERINA
Ma qual è negli scambi
l'idea vostra?
PRINCIPESSA
La mia intenzione è quella
di contrastar la loro.
Se vogliono divertirsi e
metterci in burletta,
ciò che voglio è soltanto
pagar beffa per beffa.
Ognuno espettorerà il suo
vario segreto
alla bella sbagliata, e per
ciò sarà beffato
la prima volta che li
rivedremo
a viso aperto, prima del
commiato.
ROSALINA
E se c'invitano a danza,
balleremo?
PRINCIPESSA
Nemmanco a morire, ragazze,
i piedi non muoveremo;
e non faremo grazia al
discorso che han preparato,
ognuna volti le spalle
mentre viene pronunciato.
BOYET
Suvvia, un tale disprezzo
disanima l'oratore
e divorzia la sua memoria
dalla parte che deve fare.
PRINCIPESSA
È proprio ciò che voglio, e
non dubito un momentino
che il resto non si fa
avanti, se facciamo fuori il
primo.
Non c'è scherzo migliore
d'uno scherzo rintuzzato
da uno scherzo far nostro il
loro, e il nostro, nostro
soltanto.
Così ci saremo beffate della
beffa che han preparata:
venuti per burlare, se ne
andranno via burlati.
Suona una tromba.
BOYET
La tromba! Sù le maschere!
Arrivano i mascherati.
Entrano dei mori che suonano
degli strumenti, Bruscolino
col suo discorso scritto, il
Re e gli altri baroni
travestiti da russie in
maschera.
BRUSCOLINO
Salve a voi, le più belle
bellezze della terra!
BOYET
Beh, non più belle che le
mascherine di seta.
BRUSCOLINO
Manciata sacrosanta delle
più venuste dame...
(Le ragazze gli voltano le
spalle.)
che mai volsero...
schiene... ad occhi umani!
BEROWNE
Ma che dici, mascalzone!
"Occhi, volsero gli occhi"!
BRUSCOLINO
Che mai volsero gli occhi a
viste umane!
Fuori...
BOYET
Proprio così, fatto fuori!
BRUSCOLINO
Fuori dagli occhi vostri, o
spiriti celestiali,
degnate di non versare...
BEROWNE
"Di versare", gran figlio di
puttana!
BRUSCOLINO
Di versare
almeno per una fiata i
vostri rai...
sì, i vostri rai solari...
BOYET
Quest'epiteto a loro non va
guari.
Faresti meglio a dire "rai
lunari".
BRUSCOLINO
Non m'ascoltano affatto, e
il fatto m'indispone.
BEROWNE
È questa la tua bravura? Ma
vattene via, cialtrone!
Bruscolino se ne va.
ROSALINA
Cosa voglion sti forastieri?
Boyet, chiedete loro.
Se parlano la nostra lingua,
gradiremmo
che uno che si capisca ci
spieghi francamente
i loro scopi. Cercate di
sapere
cosa vogliono insomma.
BOYET
Insomma cosa volete
da questa Principessa?
BEROWNE
Pace, solamente,
e un gentile riscontro.
ROSALINA
Che dice, cosa vogliono?
BOYET
Nient'altro che la pace e un
gentile riscontro.
ROSALINA
Ma questo l'hanno già, e
possono andare in pace.
BOYET
Dice che già l'avete, e
dunque potete andarvene.
RE
Dille che molte miglia
abbiamo misurato
per fare con lei un ballo,
qui sopra questo prato.
BOYET
Dicon che molte miglia han
misurato
per fare con voi una danza,
qui sul prato.
ROSALINA
Ne dubito. Chiedetegli
quanti pollici
ci sono in un solo miglio.
Se ne han contati tanti,
per loro è facile dirlo: i
pollici sono quanti?
BOYET
Se per venire qui avete
contate le miglia,
e tante, la Principessa
chiede di dirle
quanti pollici fanno un solo
miglio.
BEROWNE
Ditele: le contiamo a passi
affaticati.
BOYET
Vi può sentire lei stessa.
ROSALINA
Quanti passi affaticati
di tante stanche miglia che
avete attraversato
ci sono nel percorso di un
miglio, un miglio solo?
BEROWNE
Ciò che facciam per voi non
lo contiamo mica.
La nostra devozione è sì
ricca e infinita
che ve la offriamo ognora
senza fare di conto.
Mostrateci la luce solare
del vostro volto,
perché noi la si adori come
gente selvaggia.
ROSALINA
Il mio volto è una luna, ed
è rannuvolata.
RE
Beate nubi, che fanno ciò
che codeste fanno.
Vogliate, ardente luna,
brillar con queste stelle,
rimosse quelle nubi, sui
nostri rai piangenti.
ROSALINA
Chiedi assai più di questo,
o stolto postulante!
Ora chiedi soltanto chiar di
luna sul mare.
RE
Allora di quel ballo
concedimi solo un giro.
Tu mi chiedi di chiedere,
non chiedo cosa ardita.
ROSALINA
Musica dunque! Oh no, devi
muoverti con più slancio.
Fermo ancora? Niente danza!
Come la luna io cambio.
RE
Non volete più ballare? Come
mai così mutata?
ROSALINA
Hai chiesto alla luna piena,
ma adesso ell'è cambiata.
Suonano degli stumenti.
RE
Però è sempre la luna, ed io
son l'uomo lì drento.
La musica c'è, concedimi un
movimento.
ROSALINA
Lo concede l'udito.
RE
Le vostre gambe dovrebbero.
ROSALINA
Visto che siete stranieri, e
capitati qui per caso,
non faremo le schizzinose.
Qua la mano. Non danziamo.
RE
Perché allora darci la mano?
ROSALINA
Per separarci con buonanimo.
Un bell'inchino, ragazze.
Così finisce il ballo.
RE
Ancora dei passi di questo
ballo! Non siate avara.
ROSALINA
Per questo prezzo più non
possiamo darvi.
RE
Dite voi il prezzo: quanto
la vostra compagnia?
ROSALINA
Solo la vostra assenza.
RE
Ah, questo mai non sia!
ROSALINA
Niente comprarci allora. E
dunque addio -
due volte alla vostra
maschera, e mezza a
vossignoria!
RE
Se non vi va di ballare,
parliamo un poco di più.
ROSALINA
Bene, a quattr'occhi allora.
RE
Ah, non chiedo di più.
Parlano a parte.
BEROWNE
Madama La Bianca Mano, una
dolce parola con te.
PRINCIPESSA
Miele, zucchero e latte:
ecco, ve ne do tre.
BEROWNE
Facciamo due volte tre, se
voi siete così gentile.
Sidro, idromele e vin dolce.
Colpo di dadi fine!
Mezza dozzina di dolcezze.
PRINCIPESSA
La settima è questa: adieu.
Visto che voi barate, con
voi non ci gioco più.
BEROWNE
Una parola in segreto.
PRINCIPESSA
Che non sia dolce, va bene?
BEROWNE
Tu mi sdegni la bile.
PRINCIPESSA
Bile? Amara.
BEROWNE
Dunque va bene.
Parlano a parte.
DUMAINE
Volete degnarvi di scambiare
col qui presente due parole?
MARIA
Quali parole?
DUMAINE
Bella signora...
MARIA
Dite così! Bel signore!
Questo pigliatelo in cambio
per la vostra "bella
signora".
DUMAINE
Vi prego, altre due a parte.
Poi dirò, alla buon'ora.
Parlano a parte.
CATERINA
E che, la vostra maschera è
fatta senza linguetta?
LONGAVILLE
Signora, io so il motivo che
vi fa pormi tale richiesta.
CATERINA
Allora fuori il motivo!
Aspetto con ansia, fate
presto.
LONGAVILLE
Sotto la mascherina avete
una doppia lingua pizzuta,
e una vorreste prestarla
alla mia maschera muta.
CATERINA
"Veal", dicono gli olandesi.
Ma "veal" non è un vitello?
LONGAVILLE
Un vitello, bella signora?
CATERINA
No, un bel signor vitello.
LONGAVILLE
Facciamo a metà ciascuno.
CATERINA
Non sarò la vostra metà.
Pigliate il vitello, fatelo
crescere, e un bue
diventerà.
LONGAVILLE
Attenta a non farvi male con
questi lazzi acuminati.
Darete le corna, casta
signora? Vi prego, non lo
fate.
CATERINA
Allora morite da vitello,
avanti che siano spuntate.
LONGAVILLE
Sì, ma prima vo' dirvi a
parte una singola paroletta.
CATERINA
Allora muggite piano piano,
che il macellaio non vi
senta.
Parlano a parte.
BOYET
Lingue pizzute di giovinette
sanno farsi così taglienti
come un filo di rasoio, ch'è
invisibile,
e spezza un capellino troppo
piccolo per vederlo;
oltre il senso dei sensi, è
proprio così sensibile
la loro conversazione. Il
loro spirito ha penne
più svelte di frecce, vento,
proietti, pensiero o cose
più svelte.
ROSALINA
Non una parola di più
ragazze! Via, andiamo via!
BEROWNE
Perdio, siamo scorticati
senza toccare ferita,
a forza di pura beffa!
RE
Addio, ragazze matte!
Le vostre doti di spirito
son davvero piatte piatte.
Escono il Re, i baroni e i
mori.
PRINCIPESSA
Venti volte salute, miei
moscoviti ben gelati.
È questo il vivaio di gente
arguta ch'è così rinomato?
BOYET
Mi sembrano candeloni spenti
dai vostri dolci fiati.
ROSALINA
Hanno spiriti proprio obesi!
Rozzi rozzi, grassi grassi.
PRINCIPESSA
Ah povertà di spirito!
Scherzo povero per un
sovrano!
Non credete che andranno ad
impiccarsi già stasera?
O d'ora in poi solo in
maschera le facce
mostreranno?
Quello spocchioso Birùn era
proprio terra terra.
ROSALINA
Ma sì, s'eran vestiti di
lamentevoli panni.
Il Re quasi implorava
piangendo una buona parola.
PRINCIPESSA
Birùn era fuor d'ogni parte,
tanto scuoiava santi.
MARIA
Dumaine l'era mio schiavo,
lui e il suo punteruolo.
"Non point", gli dico. E lui
si zittì d'incanto.
CATERINA
Baron Longaville m'ha detto
che possedevo il suo cuore.
E voi l'immaginate come che
m'ha chiamata?
PRINCIPESSA
Vertigine, forse.
CATERINA
Esatto.
PRINCIPESSA
Via, malanno del Signore!
ROSALINA
Bene, s'è messa la coppola
anche gente più brava.
Ma figuratevi, il Re m'aveva
giurato il suo amore.
PRINCIPESSA
E l'impetuoso Birùn m'ha
giurato la fedeltà.
CATERINA
E Longaville è nato per
servire me, sua signora.
MARIA
E Dumaine è tutto mio come
la scorza è della pianta.
BOYET
Sentitemi qui, gentili
donzelle e mia signora,
quelli lì di sicuro
rispunteranno qua
immediatamente, con la loro
facciata vera,
perché, son qui a giurarlo,
mai sarà
che mandino giù una simile
indegnità.
PRINCIPESSA
Dite che torneranno?
BOYET
Ma certo, Iddio lo sa;
e salteranno di gioia, anche
se gonfi di botte.
Perciò scambiate i regali, e
quando saranno qua,
sbocciate come le rose
nell'aria che si fa dolce.
PRINCIPESSA
Sbocciare? Come sbocciare?
Fatti capire, damerino.
BOYET
Le belle in bautta sono come
le rose in boccio.
Tolta la maschera appare
l'incarnato damaschino,
e son angeli dalle nuvole, o
rose in pieno sboccio.
PRINCIPESSA
Avanti, Signor L'Ambiguo!
Cosa dovremo fare
se tornano a viso aperto a
corteggiare?
ROSALINA
Signora, se volete seguire
il mio consiglio,
beffiamoli sempre, in
maschera ovvero col loro
viso.
Lagniamoci assai con loro,
quali stupidi sono stati
a venire da moscoviti,
malamente mascherati;
ci chiedevamo chi fossero, e
quale scopo aveva
quel prologo scritto male, e
quella insipida scena,
e perché mai così stolido e
rozzo portamento
ci si venisse ad esibire fin
nella nostra tenda.
BOYET
Ritiratevi dame, presto.
Arrivano i nostri prodi.
PRINCIPESSA
Presto, corriamo alle tende,
svelte come caprioli.
Escono la Principessa e le
damigelle.
Entrano il Re, Berowne,
Longaville e Dumaine, che
hanno smesso i
travestimenti.
RE
Signor mio bello, Dio vi
salvi. Ov'è la Principessa?
BOYET
È andata nella sua tenda.
Desidera vostra altezza
che porti qualche messaggio
lì a sua grazia?
RE
Che mi conceda udienza per
una sola parola.
BOYET
Lo farò; e lei lo farà, non
dubitate, signore. Esce.
BEROWNE
Quel tipo becca le arguzie
come piselli i piccioni,
e poi le risputa quando che
Iddio dispone.
È l'ambulante dei lazzi, e
li rivende al minuto
a veglie, feste e sagre, o
alla fiera, al mercato.
E noi che vendiamo
all'ingrosso, Iddio lo sa,
non abbiamo la grazia di
spacciare con tanta grazia.
Quel galante le ragazze se
le appunta sul giustaccuore.
Al posto d'Adamo avrebbe
indotto la sua Eva in
tentazione.
Sa pispigliare, far l'occhio
di triglia, è uno dei tipi
strani
che a furia di mandar baci
si son logorate le mani.
È Monsieur Le Récherché, la
scimia del come fare,
che in modi assai garbati ti
rimprovera i dadi
a tavola reale. Ti sa
cantare, inoltre,
molto mediocremente con
vocina di tenore,
e come cerimoniere non teme
competizione.
Le donne lo chiaman tesoro,
e pure le scale, vedi,
quando lui le calpesta gli
van sbaciucchiando i piedi.
Insomma è il fior de' fiori
che sorride a ogni persona
per mostrare i denti bianchi
come l'osso della balena,
ed ognuno che debitore verso
di lui non vuol decedere
lo ripaga chiamandolo 'Boyet
bocca di miele'.
RE
Gli venga una vescica su
quella lingua di miele
che al paggio di Armado ha
dato le traveggole!
Entrano la Principessa,
Rosalina, Maria e Caterina,
che si sono tolte le
maschere e scambiati i
regali, e con loro Boyet.
BEROWNE
Rieccolo! O Bel Garbo, che
cosa tu eri allora
quando costui non ti
mostrava, e cosa mai sei
ora?
RE
Ogni salute piova su te,
bella signora,
e una splendida giornata!
PRINCIPESSA
Splendida? Brutta se piove.
RE
Chiosate meglio il mio dire,
se la vostra mente può.
PRINCIPESSA
Allora un augurio migliore;
licenza ve ne do.
RE
Siamo venuti a trovarvi ed
intendiamo
condurvi alla corte. Se vi
degnate, andiamo.
PRINCIPESSA
No, questo prato mi basta.
Rispettate il giuramento.
Né Domineddio né io amiamo
chi gli vien meno.
RE
Via, non mi rimproverate ciò
che voi stessa state
facendo.
È la virtù degli occhi
vostri che il mio voto sta
infrangendo.
PRINCIPESSA
Voi la chiamate "virtù".
"Vizio", avreste dovuto,
ché la virtù ha un uffizio:
mai ch'ella rompa un giuro.
Ora, sull'onor mio di
vergine ancora pura
come un giglio innocente, io
v'assicuro
che, dovessi patire un mondo
intero di sofferenze,
io non accetterei la vostra
regale accoglienza,
tanto detesto d'essere la
causa della rottura
di sacri giuramenti, fatti
con mente pura.
RE
Ma siete rimasta qui fuori,
in questo squallido posto,
trascurata, abbandonata, a
tutto nostro disdoro.
PRINCIPESSA
Ma no, signore mio, non è
così, credete.
Distrazioni ne abbiamo
avute, s'è fatte le gran
risate:
una manciata di russi ci
hanno appena lasciate.
RE
Come, signora? Russi?
PRINCIPESSA
Sì, russi, sul mio onore:
elegantoni di rango, di
maniere raffinate.
ROSALINA
Ditegli il vero, signora!
Non è così, monsignore.
La mia signora ubbidisce a
ciò ch'è oggi di moda,
e concede cortesemente lodi
immeritate.
In verità noi quattro a
quattr'occhi ci siam trovate
con quattro vestiti da
russi. Sono stati qui per
un'ora
con una gran parlantina; in
un'ora, monsignore,
non ci han fatto la grazia
d'una parola felice, una
sola.
Io non oso chiamarli
sciocchi, ma una cosa la
devo credere,
che quando costoro han sete,
son degli sciocchi a voler
bere.
BEROWNE
Via, sto scherzo con me non
attacca. Mia gentile
signora,
è il vostro spirito a
stramutare cosa sennata in
cosa idiota.
Se un occhio acuto adocchia
l'occhio ardente del cielo,
la luce si perde per troppa
luce. Il vostro ingegno è di
tale sorta,
che a quel pozzo di scienza
che vi credete di essere,
le cose ricche paiono
povere, quelle sagge solo
scemenze.
ROSALINA
Ciò vi dimostra ricco e
saggio, perché a dire la
verità...
BEROWNE
Io sono solo uno sciocco, e
ricco di povertà.
ROSALINA
Ah, non fosse che vi
pigliate solamente ciò che
vi tocca,
sarebbe uno sgarbo rubarmi
così le parole di bocca.
BEROWNE
Oh, son tutto vostro, e
vostro tutto ciò che
possiedo.
ROSALINA
Anche la vostra sciocchezza?
BEROWNE
Non posso darvi di meno.
ROSALINA
E quale di tante maschere
era quella che portavate?
BEROWNE
Ma dove, ma quali maschere?
Perché me lo domandate?
ROSALINA
È quella dunque: involucro
innecessario,
che celava il viso peggiore
e mostrava il più simpatico.
RE
Ci avevano smascherati. Ora
ci sfottono sul serio.
DUMAINE
Confessiamo, signore,
voltiamo tutto in ischerzo.
PRINCIPESSA
Stupefatto, monsignore?
Perché è triste sua maestà?
ROSALINA
Aiuto. Reggetegli il capo!
Impallidisce, svenirà!
Mal di mare, probabilmente,
visto che vien dalla
Moscovia!
BEROWNE
Così le stelle fan piovere
guai su chi non tiene la
parola.
Può mai una faccia di bronzo
spingersi più lontano?
Eccomi, dardeggiate su me a
gragnòla!
Graffiatemi col disprezzo,
affossatemi col sarcasmo,
col vostro spirito acuto
trafiggete la mia ignoranza,
tagliatemi a pezzi con quel
brio appuntato,
ch'io non vorrò mai più
invitarvi a danza,
mai più in abiti russi vo'
servirvi da innamorato.
Ah mai più vo' affidarmi a
delle ciance scritte a
penna,
né al muoversi della lingua
d'un qualunque scolaretto,
e non verrò più in maschera
a trovare la mia bella,
né le farò la corte in
versi, come un arpista
cieco.
Frasi di taffetà, motti
pignoleschi e setosi,
iperboli di tre piani,
spiritosaggini affettate,
metafore da pedanti -
codeste mosche d'estate,
m'han gonfiato co' semi
d'una spocchia verminosa.
Io le rinnego, e faccio qui
promessa
su questo guanto bianco -
com'è bianca la mano
solo Iddio può saperlo! -
d'ora in poi la mia mente
innamorata sarà sempre
espressa
con dei sì di fustagno, dei
no di ruvido panno.
Per cominciare, ragazza -
Dio m'aiuti, lo giuro! -
il mio amore l'è sano, sans
difetto o incrinatura.
ROSALINA
Sans "sans", vi prego.
BEROWNE
Ah, l'è ancora un accesso
del vecchio delirio. Abbiate
pazienza, è malattia;
ne guarirò poco a poco. Ma
vediamo, un momento:
su questi tre scrivete "Dio
ne abbia misericordia".
Sono infetti, il male è
penetrato nei loro cuori;
hanno la peste, presa dai
vostri occhi.
Si son beccati il malanno. E
voi non ne siete fuori:
vedo su ognuna di voi le
segnature del Signore.
PRINCIPESSA
Ma no, chi ci ha dato i
pegni non aveva alcun
malanno.
BEROWNE
Ci avete confiscati. Non
fateci altro danno.
ROSALINA
Questo no, non è vero. E
come può essere vero
che siete confiscati, se
ancora ci fate appello?
BEROWNE
Zitta! Con voi non voglio
più litigare.
ROSALINA
E non litigherete se a mio
modo potrò fare.
BEROWNE
Parlatele voi, amici. Non so
più controbattere.
RE
Insegnateci, signora, per la
nostra trasgressione,
qualche scusa decente.
PRINCIPESSA
La migliore è la
confessione.
Non eravate voi in maschera,
qui, poco tempo fa?
RE
Lo ero, signora.
PRINCIPESSA
Ed avevate tutte le vostre
facoltà?
RE
Sì, bella signora.
PRINCIPESSA
E quando c'eravate,
che avete sussurrato alla
persona che amate?
RE
Che più di tutto il mondo io
valutavo il suo amore.
PRINCIPESSA
Quando vi chiederà di
mantenere queste parole
voi la respingerete.
RE
No di certo, sul mio onore.
PRINCIPESSA
Basta, basta coi giuramenti,
lasciateli stare!
Spergiuro una volta, vi sarà
facile spergiurare.
RE
Se rompo la mia promessa,
mettetemi alla berlina.
PRINCIPESSA
D'accordo, voi mantenetela.
Rosalina,
cos'è che il russo ti
sussurrò all'orecchio?
ROSALINA
Signora, mi giurò d'avermi
in pregio
come la vista degli occhi, e
mi stimava
più di tutto il mondo; e
aggiunse, per buon peso,
che sarebbe morto d'amore se
non mi sposava.
PRINCIPESSA
Dio te ne dia gioia. Questo
nobile signore
manterrà nobilmente la
parola.
RE
Signora mia, che volete
dire? Ma per la santa Monna,
io non ho mai giurato questo
a codesta donna.
ROSALINA
Lo sa il Cielo, l'avete
fatto! E per darvene
conferma,
m'avete donato questa. Ma
adesso riprendétela.
RE
Ma è alla Principessa che ho
fatto giuro e regalo!
La riconobbi da quel
gioiello appuntato sul
braccio.
PRINCIPESSA
Perdonate, sire, era lei a
portare il gioiello.
Il barone Birùn, che
ringrazio, è ora il mio
bello.
Dico a voi! Volete me, o
rivolete la vostra perla?
BEROWNE
Né l'una cosa né l'altra.
Rinuncio ad ambo le perle.
Vedo qual è il trucchetto.
Vi eravate accordate,
del nostro scherzo in
anticipo informate,
per mandarcelo in aria come
una recita di Natale.
Qualche spione sicofante,
qualche zanni miserabile,
qualche
bofonchia-chiacchiere,
cavaliere del trinciante,
qualche bischero che fa
grinze per ghigni, e sa il
suo affare
nel far ridere la padrona
quando che a lei le piace,
v'ha riferiti in anticipo
tutti i nostri intendimenti,
e una volta scoverti questi,
le dame immantinenti
si sono scambiati i regali,
ed allora noialtri
inseguendo quei segnali,
abbiamo corteggiato
solo i segni d'ognuna di
voi. Ed ora, accumulando,
sopra quello spergiuro un
altro errore allucinante,
siamo, volenti o nolenti,
spergiuri di bel nuovo.
L'è ita così più o meno. (A
Boyet) Diciamo che siete
stato
voi a sgonfiarci lo scherzo,
per rifarci menzogneri?
Il piedino di madonna non lo
sapete a menadito?
Non scherzate con lei
scambiandovi l'occhiolino?
Non vi piazzate apposta tra
il suo dorso e il camino,
con il vassoio in mano,
scompisciandovi per le risa?
Avete fregato il paggio -
v'è concesso questo ed
altro;
crepate quando volete, una
sottana farà da sudario.
Mi fissate ghignando? Avete
l'occhiata piatta
che può ferire un uomo come
una spada di latta.
BOYET
Che bella galoppata! Che
rincorsa per un bell'urto!
BEROWNE
Ma guardatelo! Lancia in
resta! Basta, per me ho
chiuso.
Entra Melacotta.
Benvenuto, spirito eletto!
Interrompi una bella
baruffa.
MELACOTTA
Ah Patreterno, capo, loro
vogliono sapere
se i tre Magni devono
incedere, oppure non devono
incedere.
BEROWNE
Ma come, son solo tre?
MELACOTTA
None, la cosa è fina davera:
ciascheduno di noialtri ne
sfarà tre nella recita.
BEROWNE
E tre per tre fa nove.
MELACOTTA
No per nisba, principale.
Non l'è minga così, io spero
- correggete se dico male.
Non ci potete coglionare, ma
scherziamo, caro messere,
noi sappiamo ciò che
sappiamo. Io, messere, spero
bene
che tre volte tre volte,
capo...
BEROWNE
Non fa nove?
MELACOTTA
Caro signore,
a quale cifra l'ammonta lo
sappiamo, salvo errore.
BEROWNE
Accidenti, ho sempre saputo
che tre per tre faceva nove.
MELACOTTA
Ah Patreterno, manco male
che non dovete buscarvi da
campare facendo i conti,
signore mio.
BEROWNE
Insomma quant'è che fa?
MELACOTTA
O signore, vostra
eccellenza, le stesse parti
in causa, ovvero a dire gli
attori medesimi mostreranno
a quale ammontare ammonta.
Per la mia propia parte,
loro dicono che ci debbo
solamente parfezionare in un
sol poveraccio un uomo solo:
Pompione il Magno, signore.
BEROWNE
Come, sei uno dei Magni
anche tu?
MELACOTTA
A loro è piaciuto pensarmi
degno di Pomponio Magno. Per
la mia propria parte, io non
lo so il grado preciso del
Magno, ma ho da far la sua
propia parte.
BEROWNE
Vagli a dire di prepararsi.
MELACOTTA
Capo, ci faremo una recita
magna. Ce la mettiamo tutta,
veh! Esce.
RE
Birùn, ci coprono di
ridicolo. Non li fare
venire.
BEROWNE
Siamo a prova di ridicolo,
sire. Ed è buona politica
avere almeno una farsa più
brutta di quella del Re e
compagnia.
RE
Ti dico: non farli venire,
via.
PRINCIPESSA
Ma no, mio buon signore, per
stavolta fatevi vincere.
Diverte di più chi meno sa
divertire -
quando lo zelo tenta di
contentarvi, e nello zelo
di chi presenta, muore tutto
ciò che v'è dentro;
allora una forma confusa
prende più forma
nell'allegria,
mentre cose più alte
abortiscono con fatica.
BEROWNE
Perfetta descrizione del
nostro spasso, signore mio.
Entra Armado.
ARMADO
Unto del Signore, t'imploro
di tanto dispendio del tuo
dolce fiato sovrano, quanto
ne basti a emettere un
mucchietto di parole. Armado
e il Re parlano a parte.
PRINCIPESSA
Ma costui crede in Dio?
BEROWNE
Perché lo chiedete?
PRINCIPESSA
Non parla come un uomo fatto
da Dio.
ARMADO
È tutta la stessa cosa, o
dolce mio monarca di miele;
dacché ti fò sicuro che il
maestro di scuola è uomo
superlativamente fantastico;
troppo, troppo vano; troppo,
troppo vano; ma ci
rimetteremo, come si dice,
alla fortuna de la guerra.
Dà al Re un foglio.
Auguro a voi la pace dello
spirito, o regalissima
accoppiata.
Esce.
RE
Qua ci sarà, temo, una bella
manciata di chiarissimi.
(Consulta il foglio) Lui
impersona Ettore di Troia;
il villano, Pompeo il
Grande; il curato della
parrocchia, Alessandro; il
paggio di Armado, Ercole; il
pedante, Giuda Maccabeo.
(Legge)
E se sti quattro Magni
all'atto primo han buona
figa,
sti quattro si mutano i
panni e faranno l'altra
cinquina.
BEROWNE
Ma sono già cinque nella
prima infornata.
RE
Ma no, non è così, ti stai
sbagliando.
BEROWNE
Il pedante, il vantone, il
prete prataiolo, il buffone
e il ragazzo.
Tranne un bel colpo di dado
al cinque-e-nove, l'universo
cinque più magni non li ha
mai visti, ciascuno per il
suo verso.
RE
La caracca ha spiegato le
vele, ecco che arriva a
tutta lena.
Entra Melacotta che fa
Pompeo.
MELACOTTA-POMPEO
Pompeo son io...
BEROWNE
Bugiardaccio, non sei
affatto lui.
MELACOTTA-POMPEO
Pompeo son io...
BOYET
Col leopardo sul deretano.
BEROWNE
Ben detto, vecchio burlone.
S'ha da fare la pace, è
chiaro.
MELACOTTA-POMPEO
Io son Pompeo, Pompeo nomato
il Grosso...
DUMAINE
Il "Grande".
MELACOTTA-POMPEO
Il Grande, naturalmente. -
Pompeo nomato il Grosso,
che spesso al campo, in
scudo e targa, fè i nimici
pisciarsi addosso.
Costeggiando questa costa,
mi son giunto qua per
sciansa,
e l'arme depongo dianzi alle
gambe di sto zuccherino di
Francia.
A sto punto vossignoria
dorebbe dire: "Grazie tante,
Pompeo", e io avrei chiuso.
PRINCIPESSA
Tantissime grazie, gran
Pompeo.
MELACOTTA
Bontà vostra, non merito
tanto, comunque spero di
essere stato perfetto. Ho
pigliata una piccola stecca
nel "Grosso".
BEROWNE
Scommetto il cappello contro
mezzo baiocco, Pompeo si
dimostra il più chiaro dei
chiarissimi.
Entra Don Natalino che fa
Alessandro.
DON NATALINO come Alessandro
Allor che al mondo io vissi,
ero del mondo il capo magno;
a est, a ovest, nord e sud
io sparsi il mio comando;
sto stemma lo dice chiaro,
io mi son Alisandro.
BOYET
Il tuo naso dice di no, che
non lo sei: troppo
appuntito.
BEROWNE
E il vostro vi annusa il no,
cavaliere dal fiuto fino.
PRINCIPESSA
Il conquistatore è
interdetto. Procedi, buon
Alessandro.
DON NATALINO come Alessandro
Allor ch'al mondo vivissi,
del mondo l'ero il cappio...
BOYET
Verissimo, proprio così -
eri il cappio, Alisandro.
BEROWNE
Pompeo Magno...
MELACOTTA
Qua per servirvi, lui e
Melacotta.
BEROWNE
Sloggiami il conquistatore,
sgombera quest'Alisandro.
MELACOTTA (a Don Natalino)
Ah, compare mio, l'hai steso
in terra Alisandro il
Conquistatore. Sarai
grattato via dal tabellone
pittato. E il tuo leone, che
impugna il troncone seduto
sulla seggetta, sarà passato
ad Aiace. Sarà lui il nono
Magno. Come, uno
Sconquistatore che ha fifa
di parlare? Ma vattene e
vergognati, Alisandro.
Don Natalino si ritira.
Ma guarda là, con licenza
vostra, una buona e scema
pasta d'uomo! Una brava
persona, badiamo bene, e in
quattro e quattr'otto a
gambe all'aria. Un vicino
come pochi, ci posso
giurare, e per giocare a
bocce senza pari; ma come
Alisandro, ahi, vossia lo
vede com'è, per quella parte
un poco stiracchiato. Ma ci
sono altri Chiarissimi che
stanno per arrivare, e
diranno il loro pensiero in
ben altra maniera, che
vogliamo scherzare?
PRINCIPESSA
Sù da bravo, mettiti un po'
da canto, buon Pompeo.
Entrano Oloferne nella parte
di Giuda e Bruscolino nei
panni di Ercole
OLOFERNE da presentatore
Il grand'Ercole è fatto da
questo birichino -
la clava mazzò Cerbero, quel
tricipite canus;
e allor ch'egli era un
bimbo, un bebé, un
granchiolino,
ei strozzava i serpenti
così, con la sua manus.
Quoniam vi sembri di minore
età,
Ergo ci appongo
quest'apologia.
Dignità nell'uscire, trotta
via.
Bruscolino si ritira.
Oloferne parla come Giuda.
Giuda io son...
DUMAINE
Giuda!
OLOFERNE
Ma non l'Iscariotto,
monsignore.
(parla come Giuda)
Giuda io son, vocato
Maccabeo.
DUMAINE
Giuda Maccabeo, equivocato,
non è altro che un puro e
semplice Giuda.
BEROWNE
Quello che tradiva dando
baci. Ma come, mi ti mostri
un Giuda?
OLOFERNE come Giuda
Giuda io son...
DUMAINE
E te ne dovresti vergognare,
Giuda.
OLOFERNE
Che intende dire
vossignoria?
BOYET
Vuole che Giuda vada ad
impiccarsi.
OLOFERNE
S'accomodi prima
vossignoria, prego, che l'è
mio anziano.
BEROWNE
Bella risposta: Giuda
s'impiccò a un sambuco
anziano.
OLOFERNE
Non ci riuscite a farmi
cascare la faccia!
BEROWNE
Difatti sei senza faccia.
OLOFERNE
E questa allora cos'è?
BOYET
Una chitarra.
DUMAINE
Una capocchia di spillone.
BEROWNE
La capoccia di morto su un
anello.
LONGAVILLE
Una faccia di vecchia
svanzica romana, che appena
la si distingue.
BOYET
No, è il pomello della
durlindana di Cesare.
DUMAINE
A me pare la faccia d'osso
scolpita sulle fiaschette.
BEROWNE
O la sagoma di San Giorgio
su qualche fermaglietto.
DUMAINE
Sì, ma di piombo.
BEROWNE
Giusto, di quei che i
cavadenti s'appuntano sul
cappello. E adesso prosegui
pure, ché t'abbiam rifatta
la faccia.
OLOFERNE
Me l'avete fatta perdere, la
faccia.
BEROWNE
Bugiardo! Te n'abbiamo date
più d'una, di facce.
OLOFERNE
Sì, ma l'avete prese tutte a
pesci in faccia.
BEROWNE
Se tu fossi un leone, lo
stesso sapremmo fare.
BOYET
Ma siccome l'è un somaro,
lasciamolo pure andare.
Dunque addio, caro Giudeo.
Ma come, vuoi restare?
DUMAINE
Aspetta d'aver la rima col
suo nome.
BEROWNE
Col Giudeo? Dàgliela dunque.
Babbeo, vatti con Domine.
OLOFERNE
Tutto ciò non è generoso, né
gentile né amabile.
BOYET
Luce a Monsieur Giudeo! Si
fa buio, può inciampare.
Oloferne si ritira.
PRINCIPESSA
Ah povero Maccabeo, come
l'avete tormentato!
Entra Armado come Ettore.
BEROWNE
Achille, nascondi la zucca!
Arriva Ettore armato.
DUMAINE
Le mie burle sul mio capo,
ma ora vo' spassarmela.
RE
Però di fronte a costui
Ettore era un troiano
qualunque.
BOYET
Ma Ettore è questo qua?
RE
Io credo che non fosse così
ben impostato.
LONGAVILLE
La gamba è troppo cicciuta
per essere quella di Ettore.
DUMAINE
Troppo polpaccio di sicuro.
BOYET
Non c'è dubbio, è meglio
fornito dove l'è di minore
stazza.
BEROWNE
Ma via, costui non può
essere quel Magno.
DUMAINE
Fa certe facce! È un
pittore, o un dio sovrano.
ARMADO come Ettore
L'armipossente Marte, di
lance il dio primario,
fé un regalo ad Ettorre...
DUMAINE
Sì, una noce moscata tinta
col tuorlo d'ovo.
BEROWNE
Meglio, una limoncella.
LONGAVILLE
Tutta fessa da' chiodi di
garofano.
DUMAINE
No, con la fessurina.
ARMADO
Statevi zitti!
(parla come Ettore)
L'armipossente Marte, di
lance il dio primario,
fé un regalo ad Ettorre,
erede d'Ilione,
uomo ricco di fiato, da
poterci pugnare, oh
sì! da mattina a sera, fuor
del suo padiglione.
Sonmi quel fior...
DUMAINE
Fior di mentuccia.
LONGAVILLE
O di vermèna!
ARMADO
Dolce ser Longaville, la
lingua tenetela a freno.
LONGAVILLE
Anzi la vo' sfrenare, se va
contro ad Ettorre.
DUMAINE
Appunto, e questo Ettorre è
un levriero che corre.
ARMADO
Quel dolce uomo di guerra
l'è morto e putrefatto. Miei
cari pollastrelli, non
bastonate le ossa ai
sepolti. Quando che
respirava, egli era un uomo.
Ma prosieguo la mia
finzione. Dolce regalità, fa
scendere su di me il tuo
senso dell'udito.
Berowne va a sussurrare
qualcosa a Melacotta.
PRINCIPESSA
Parla, mio prode Ettorre,
noi t'udiamo con molta
letizia.
ARMADO
Io adoro la pantofola della
tua dolce grazia.
BOYET
L'ama a misura di piede.
DUMAINE
Forse non ce la farebbe a
misura di canna.
ARMADO come Ettore
Quell'Ettòr di gran pezza
Annibal superava;
ma l'uomo è andato...
MELACOTTA
Compare Ettore, è lei ch'è
bella e andata! Son due mesi
che va per la mammana.
ARMADO
Che cosa intendi dire?
MELACOTTA
Che se non ti comporti da
onesto troiano, la povera
monella è bell'e fritta. È
viva, e il suo bebé le fa
già il vantone in pancia. È
proprio roba tua.
ARMADO
Vuoi tu infamificarmi tra
questi potentati? Tu morrai!
MELACOTTA
Sì, e in tal caso Ettorre
verrà frustato per via di
Giachenetta da lui
vivificata, e appoi
impiccato per Pompeo da lui
stesso immortalato.
DUMAINE
Rarissimo Pompeo!
BOYET
Rinomato Pompeo!
BEROWNE
Più magno ancor che "Magno"!
Magno, magno, magno Pompeo!
Pompeo l'Immane!
DUMAINE
Ettòrre ha la tremarella.
BEROWNE
Pompeo l'è fuor dei
gangheri. Forza Ate, forza
Ate! Aìzzali di più, aìzzali
contro!
DUMAINE
Ettòr lo sfiderà.
BEROWNE
Certo, anche se in pancia
non avesse abbastanza sangue
da far cenare una pulce.
ARMADO
Pel Polo Nord, io disfida ti
butto.
MELACOTTA
Come, col palo? Io non mi
batto col palo come un uomo
dei ghiacci. Io spacco a
pezzi; io me la sbrigo col
brando. Prégovi,
rimprestàtemi il mio
armamento.
DUMAINE
Fate largo ai Chiarissimi
indispettiti.
MELACOTTA
Io scendo in lizza in
maniche di camicia.
DUMAINE
Qual fermezza, o Pompeo!
BRUSCOLINO
Padrone, fatevi sbottonare
di un bottone più in giuso.
Non lo vedete, Pompeo scarta
l'involucro per il
combattimento. Ci avete
pensato bene? Qua vi giocate
la vostra reputazione.
ARMADO
Guerrieri e gentiluomini,
perdonate. Non vo' pugnare
in maniche di camicia.
DUMAINE
Impossibile rifiutare. È
Pompeo che v'ha sfidato.
ARMADO
Cari prodi, io lo posso e
pur lo voglio.
BEROWNE
Ma qual motivo ne dài?
ARMADO
Il nudo motivo è questo qua,
ch'io non ho camicia. Io vò
con lana su pelle per un mio
voto.
BRUSCOLINO
È vero, è vero, e gli fu
imposto in Roma perché non
si trovava più biancheria.
Da allora, ve lo posso
giurare, non porta sotto
nient'altro che uno
strofinaccio di Giachenetta,
e lo indossa vicino al cuore
quale pegno della sua bella.
Entra un messo, Monsieur
Marcadé
MARCADÉ
Dio vi salvi, signora.
PRINCIPESSA
Benvenuto, Marcadé,
anche se c'interrompi il
divertimento.
MARCADÉ
Signora, mi rincresce, ma la
notizia che porto
mi pesa sulla lingua. Il Re
vostro padre...
PRINCIPESSA
Sulla mia vita, è morto!
MARCADÉ
Così. V'ho detto tutto.
BEROWNE
Chiarissimi, andate via! Qua
la scena s'annuvola.
ARMADO
Da parte mia, io respiro di
sollievo. Ho visto il dì
dell'oltraggio pel minuscolo
pertuso della moderazione, e
saprò come pormi nel giusto,
da soldato.
Escono gli Uomini Magni.
RE
Come si sente vostra maestà?
PRINCIPESSA
Boyet, prepara tutto.
Partirò stasera.
RE
No di certo, Madonna. Vi
scongiuro, restate.
PRINCIPESSA
Prepara tutto, dico. Miei
gentili signori,
grazie per tutte le vostre
premure. Io vi chiedo,
con l'anima gravata da
questo nuovo dolore,
che nella profonda saggezza
vostra, voi vogliate
scusare, o trascurare,
quegli eccessi di libertà
nel nostro giostrar di
spirito, se forse ci siam
portate
con troppa sfrontatezza nel
conversare. La nobiltà
vostra ne è stata la causa.
Addio, degno signore!
Un cuore attristato non
tollera troppe scuse.
Perdonatemi se riesco troppo
poco a ringraziare
per la mia grande richiesta,
così presto esaudita.
RE
Il tempo, che incalza e
urge, a certe decisioni
impresta la forma della sua
urgenza. E come spesso
accade,
quello che un lungo
parlamento non ha saputo
arbitrare,
lui lo decide, rapido come
un arco che scocca.
Se pure quel vostro afflitto
sguardo filiale
proibisca alla ridente
cortesia dell'amore
la sacra istanza ch'egli
vorrìa fare accettabile,
però, dato che il tema s'era
già fatto avanti,
vi prego, non lasciate che
in quest'ora lo scalzi,
da ciò che si proponeva,
questa nuvola di dolore;
piangere per persone perdute
è men salutare,
ed utile, che gioire per
amici appena trovati.
PRINCIPESSA
Non vi capisco. L'amarezza
mi si raddoppia.
BEROWNE
Parole oneste e semplici san
meglio penetrare
l'orecchio del dolore. Con
l'aiuto dei miei segnali
cercate di capire quel che
il Re ha tentato di dirvi.
Per amore di tutte voi
abbiamo negletto il tempo,
abbiamo barato coi nostri
impegni. Le vostre beltà,
signore,
ci hanno sfigurati, torcendo
i nostri umori
al fine contrario delle
nostre intenzioni;
e ciò che in noi v'è parso
meritevole di risate -
l'amore, sapete, è pieno di
momenti indecorosi,
pieno di bizze come un
bimbo, saltellante,
vanitoso,
nato dall'occhio e quindi
come l'occhio
pieno d'ombre sbagliate, di
vecchie mode,
e di forme che cangiano di
sostanza
man mano che l'occhio stesso
va rotando
da qui a lì, continuamente,
nel balenare;
quest'abito variopinto
dell'amore incontrollato
indossato da noi, se ai
vostri occhi di cielo
è parso sconveniente ai
voti, alla serietà,
quei vostri rai celesti, che
gli errori han scrutato,
ci hanno tentati a farli.
Signore mie, perciò,
essendo l'amore il vostro,
l'errore ch'esso fa
è pure vostro. Noi riusciamo
falsi a noi stessi
nell'essere falsi una volta,
per essere sempre leali
a chi ci fa ambo le cose - a
voi, belle signore.
E persino la falsità, che in
sé è peccato,
si purifica in questo modo,
e diventa una dote.
PRINCIPESSA
Abbiamo ricevuto le vostre
lettere, piene d'amore,
i doni, ambasciatori del
vostro amore,
e la mente innocente li
aveva considerati
mere galanterie, scherzi
piacevoli,
forme di cortesia e modi di
rimpinzare
ed imbottire il tempo: più
di tanto,
a nostro avviso, non c'era
da riputarli.
Per questo abbiamo accolta
la vostra corte
nel suo spirito stesso, come
un divertimento.
DUMAINE
Signora, le nostre lettere
mostravano più di questo.
LONGAVILLE
E anche le nostre facce.
ROSALINA
Così non c'era parso.
RE
Ma adesso, proprio
all'ultimo momento,
dateci il vostro amore.
PRINCIPESSA
No, troppo breve è il tempo
per un contratto che non
avrà più fine.
No, no, signore mio, vostra
grazia è già troppo
manchevole di promesse, e
questa è grave colpa.
Allora vi dico questo: se
per amore mio
- che ancora non è evidente
- volete fare qualcosa,
farete questo per me: dei
vostri giuramenti
io non mi fido; andate
immediatamente
in qualche eremitaggio
squallido, desolato,
lontano da tutti i piaceri
del mondo, e lì
restate finché i dodici
segni in cielo
non abbiano terminato il
loro computo annuale.
Se quella vita austera e
solitaria
non muterà la proposta che
fate a sangue caldo,
se i geli, se i digiuni,
l'alloggio disagiato
e i panni insufficienti non
bruceranno
questi bocci smaglianti
dell'amore,
se superata la prova il
vostro resta amore,
allora, spirato l'anno,
torna a chiedermi,
chiedi per i tuoi meriti; e
per questa mia mano
pura che adesso bacia la tua
mano,
vorrò essere tua; e fino a
quel momento
chiuderò il mio dolore in
casa, a lutto,
farò piovere lacrime di
lamento
per il ricordo di mio padre
morto.
Se tu mi neghi questo, le
mani si separino,
nessuno dei due ha diritto
al cuore dell'altro.
RE
Se questo, o più di questo,
ti dovessi negare,
per svilire nella mollezza
le virtù che possiedo,
una morte subitanea spenga i
miei occhi.
Da qui me ne andrò eremita -
il mio cuore è nel tuo
petto.
Il Re e la Principessa
parlano a parte.
DUMAINE
E a me, amor mio? A me che
imponi, una sposa?
CATERINA
No, barba, buona salute e
d'essere onesto.
Con triplice amore t'auguro
tutto questo.
DUMAINE
Ma posso dirti almeno
"Grazie, mia cara sposa"?
CATERINA
No di certo, signore. Per
dodici mesi e un giorno
non darò retta a quel che
dicono gli sbarbati che ho
dattorno.
Venite a trovarmi quando il
Re tornerà dalla mia
signora,
e allora, se n'ho
abbastanza, vi darò un
tantino d'amore.
DUMAINE
Ti servirò, sincero e
fedele, sino ad allora.
CATERINA
Ma non fate giuramenti, per
non dover rimangiarveli
ancora.
Parlano a parte.
LONGAVILLE
Maria che dice?
MARIA
Dodici mesi. Quando sono
finiti, allora
cambierò le mie vesti nere
con un uomo che sia di
parola.
LONGAVILLE
Aspetterò con pazienza, ma
quel tempo è lungo.
MARIA
Tanto più vi somiglia,
allora. Dei ragazzi siete il
più lungo.
Parlano a parte.
BEROWNE
Cosa medita la mia bella?
Guardami, tesoro.
Guardami gli occhi, le
finestre del mio cuore.
Un umile appello aspetta lì
che tu gli voglia
rispondere.
Imponimi qualche prova per
il tuo amore.
ROSALINA
Avevo sentito parlare spesso
di voi, Birùn,
già prima di vedervi, e la
gran lingua del mondo
vi proclamava persona piena
di lazzi e burle,
gonfia di paragoni e di
mordenti freddure,
che spargevate su gente
d'ogni sorta
caduta alla mercé della
vostra salacità.
Per estirparvi
quell'assenzio dal cervello
ferace,
e con questo per ottenermi,
se vi piace,
senza di che non c'è modo di
conquistarmi,
per tutto il corso di dodici
mesi, giorno per giorno,
visiterete i malati senza
voce, parlerete sempre e
solo
con gl'infelici che gemono;
il vostro compito sarà,
con tutto l'ardore del
vostro ingegno,
forzare ad un sorriso
gl'inermi sofferenti.
BEROWNE
Ma come, strappare una
risata selvaggia
dalla strozza della morte?
Non può essere;
è impossibile; non può mai,
l'allegria,
far presa sopra un'anima in
agonia.
ROSALINA
Sì invece, è l'unico modo di
soffocare
lo spirito beffardo; il suo
potere nasce
dalla grazia sfrenata con
cui la gente
dal riso vuoto gratifica i
suoi pagliacci.
Il successo d'una freddura è
tutto nell'orecchio
di chi l'ascolta, non è mai
nella lingua
di chi l'inventa. Dunque, se
orecchie sofferenti,
stordite dai clamori dei
propri gemiti,
daranno retta ai vostri
sarcasmi idioti,
continuate così, avrò voi e
con voi quel peccato;
ma se non vi danno ascolto,
via, gettatelo
quel vostro talento; vi
troverò liberato dal
difetto,
e ben lieta del vostro
ravvedimento.
BEROWNE
Dodici mesi? Bene, per
quanto che vada male,
farò lo spiritoso dodici
mesi allo spedale.
PRINCIPESSA (al Re)
Sì, mio dolce signore, e
così mi congedo.
RE
Ma no, ché per un poco noi
v'accompagneremo.
BEROWNE
La nostra storia non finisce
come un copione di quei
vecchi lavori di teatro:
qua, lui non ha lei.
Avrebbe potuto darlo, la
cortesia di queste signore,
al nostro divertimento
qualche finale migliore.
RE
Dodici mesi e un giorno! Ma
vecchio mio, è un'inezia,
finirà tutto presto.
BEROWNE
Troppo lungo per una
commedia.
Entra Armado.
ARMADO
Dolce maestà, consentimi...
PRINCIPESSA
Ma questo non era Ettore?
DUMAINE
Il nobile cavaliere di
Troia.
ARMADO
... ch'io baci il tuo dito
regale e prenda congedo.
Sonmi votato, ho giurato a
Giachenetta di guidar tre
anni l'aratro, per il suo
dolce amore. Ma,
stimatissima magnificenza,
la vuol sentire il dialogo
che due colti Magni v'han
compilato in onore del gufo
e del cùculo? Avrebbe dovuto
venire in coda al nostro
spettacolo.
RE
Chiamali fuori alla svelta,
li staremo a sentire.
ARMADO
Voialtri! Venite fuori!
Entrano tutti quanti.
Da questo lato abbiamo
l'inverno, Hiems; da
quest'altro la primavera,
Ver; l'uno sostenuto dal
gufo, l'altra dal cuccù.
Ver, attacca, via.
CANTO
PRIMAVERA
Quando le margheritine
screziate,
le viole azzurre, i fiori
del cùculo
bianchi e argento, i
ranuncoli gialli
di gioia tingono il prato,
allora il cuccù su tutti gli
alberi
beffa gli uomini maritati,
ché gli canta così:
"Cucù!
Cucù, cucù!" O suono
ingrato,
sgradevole a orecchio
sposato!
E quando il pastore sùfola
sull'avena, e fà da gaia
sveglia l'allodola
all'aratore,
quando fotticchiano tortore,
taccole, corvi,
e bimbe candeggiano bluse
per la bella stagione,
allora il cuccù su tutti gli
alberi,
beffa gli uomini coniugati,
e gli canta così:
"Cucù!
Cucù, cucù!" Suoni esecrati,
sgradevoli a orecchi
sposati!
INVERNO
Quando i ghiaccioli pendono
giù dal tetto,
e l'unghia si soffia il
pastore Checco,
e Titta porta in casa la
legna,
e arriva ghiacciato il latte
nel secchio,
e il sangue stagna e fuori
fa brutto,
allora di notte canta
l'occhiuto gufo:
"Tiuuh!
Tiu-uuh!" Che lieto suono!
E Peppa bisunta raffredda il
paiolo.
Quando soffia e sibila il
vento,
la tosse strozza il sermone
al curato,
e triste sul ghiaccio
s'accuccia l'uccello,
e il naso di Betta è rosso e
gelato,
quando le mele arrosto
fischiano nel boccale,
allora canta ogni notte il
gufo occhiato:
"Tiu-uuh,
Tiu-uuh!" Che nota lieta!
E Peppa bisunta raffredda la
pentola.
ARMADO
I motti di Mercurio son
rauchi dopo i carmi
d'Apollo. Voi uscite di là;
noi di qua. Escono.
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