L’etica inflessibile dell’Ebreo Shylock, che
non conosce mediazione né perdono, punta il
dito sulla parzialità della legge veneziana
che risulta troppo elastica nelle sue
sentenze e assai poco affidabile. Il diritto
e la clemenza si mostrano insufficienti a
placarlo. A trovare la soluzione è una
donna, che comprende di poter vincere sulle
ragioni legittime dell’ebreo proprio
“usando” con determinazione e senza deroghe
la legge stessa, applicandola alla lettera.
L’uscita di scena dell’ebreo segna così
l’inizio della moderna, proteiforme
legalità. Shylock se ne va sconfitto e solo.
In silenzio torna alla sua condizione di “ibril”,
colui che vive al di là del fiume, l’Altro
in tutte le sue accezioni: lo straniero.
da Venezia.net
Il Mercante di Venezia, è forse una delle
creazioni più discusse e controverse di
Shakespeare a causa della quale venne da
molti tacciato di antisemismo. Ad una prima
lettura, infatti, il protagonista della
storia, l’ebreo Shylock può sembrare
soltanto un malvagio, colui che concepisce
la perversa idea di prestare denaro a un
cristiano prendendo come pegno una libbra di
carne e che esige ciò che gli è dovuto con
implacabile e disumana durezza. Già una
seconda lettura permette di comprendere come
Shakespeare non si muovesse affatto
all’interno dei consueti stereotipi
antisemiti, perché l’attitudine crudele di
Shylock è spiegata con i torti che egli ha
subito e che hanno indurito il suo cuore, ed
anzi si può dire che la parte finale
dell’opera contenga una vera e propria
filippica contro le crudeltà di cui il mondo
cristiano si è reso colpevole nei confronti
degli ebrei.
E
non a caso proprio Venezia viene utilizzata
come teatro della vicenda. Venezia è la-
città dei mercanti, simbolo di un mondo
concreto basato sul potere a sul commercio,
e proprio qui è stata coniata la parola
Ghetto, perché è qui che venne eretto il più
antico Ghetto della storia. Difatti la città
fin dai tempi antichi concesse agli ebrei di
svolgere tranquillamente alcune professioni
come l’usuraio (in quale città dove circoli
molto denaro non sono indispensabili i
prestiti e per far girare meglio gli
affari?) e il medico, e quindi tollerò la
loro presenza anche se ad una certa ora
della sera venivano poi rinchiusi con un
enorme lucchetto nella zona dove
risiedevano, sede di un’antica fonderia di
acciaio, il “getto” per l’appunto, da cui la
parola ghetto.
Lo straordinario intreccio del patto
'sanguinario' tra I'usuraio ebreo Shylock,
che nella più recente versione
cinematografica è impersonificato da uno
straordinario Al Pacino, animato da una sete
inestinguibile di vendetta dovuta agli
affronti subiti per la sua avidità e
'diversità', ed il mercante cristiano
Antonio, Jeremy Irons, uomo 'nuovo' di una
società borghese ed affaristica, intriso di
nobili sentimenti ma afflitto da una
inesauribile malinconia esistenziale e forse
chissà da un segreto amore per Bassanio,
Joseph Fiennes, si svolge a Venezia, mentre
è a Belmonte, rappresentazione di un
universo mitico, sprofondato in un clima da
romanzo cavalleresco tra fiaba e realtà, che
si sviluppa la vicenda delle nozze di Porzia,
maga-regina a metà tra una languida Ginevra
a una crudele Turandot, legata dalla volontà
del padre a sposare il 'cavaliere' che
supererà la prova dei tre scrigni. Solo il
nobiluomo che sceglierà lo scrigno giusto,
tra uno d’oro, uno d’argento e uno di piombo
potrà sposare la bella Porzia.
Anello di congiunzione tra questi due
universi opposti destinati ad incontrarsi e
a deflagrare, è Bassanio, gentiluomo
squattrinato, che è al tempo stesso causa
dell'infido contratto che lega la carne di
Antonio all'inveterato odio di Shylock e
sposo 'predestinato' di Porzia: userà il suo
spropositato e ambiguo ascendente su Antonio
per farsi prestare il denaro indispensabile
per apparire un nobile principe e poter così
aspirare alla mano di Porzia.
Su queste due 'trame' principali, si
innestano le storie parallele, quella di
Jessica, figlia di Shylock, che scappa dalla
casa del padre, rinnegandolo e derubandolo,
con l'amante cristiano Lorenzo; quella di
Lancillotto Gobbo, servo deforme ed
impiccione che non esita a barattare la
'ricchezza' del vecchio padrone ebreo con la
'grazia' del nuovo signore cristiano
Antonio; quella del gaudente a sfaccendato
Graziano che, giunto con l'amico a Belmonte,
sposerà l'ancella Nerissa, ribaltando in
tono scherzoso il romanticismo simbolico
dell'unione tra Porzia e Bassanio.
Evitando
quindi di fermarsi alle apparenze
etichettando superficialmente l’opera come
antisemita, non si può non rimanere
profondamente affascinati dal 'Mercante'
proprio per la sua profonda ambiguità, il
delicatissimo equilibrio di capolavoro in
bilico tra intolleranza a razzismo, senso
dell'etica a denuncia delle false apparenze.
Dopo un approfondita lettura risulta essere
un testo difficile e misterioso, che
costringe a un'avventura sincera e senza
possibilità di fuga e ci mette di fronte
alla complessa contraddittorietà dell'umano,
alla sua incapacità di costruire un mondo
adeguato ai suoi struggenti desideri.
II mondo concreto di Venezia si contrappone
al mondo mitico di Belmonte, ma i problemi
degli uomini a delle donne che li abitano
sono gli stessi: la malinconia d'amore, il
valore del denaro che non basta a riempire
la vita, il dilemma della scelta del proprio
destino, la ricerca disperante di un
equilibrio impossibile e di un'indefinibile
felicità.
Sia la ricca Venezia che la sognante
Belmonte diventano trappole con percorsi
obbligati che, nonostante l'apparente lieto
fine, sono disseminati di presagi verso un
inevitabile crollo.
E via via che gli universi paralleli si
intrecciano, rivelandosi l'uno specchio
dell'altro - pur nello scontro di climi e
atmosfere divergenti -, ogni certezza
presunta comincia ad incrinarsi e a creare
un’altra possibile realtà, mentre davanti ai
nostri occhi si svela il carattere doppio o
sfuggente di quasi tutti i personaggi. Gli
"eroi" rivelano le proprie debolezze e i
"malvagi" sanno spiegare le ragioni
dell'odio, che sempre nasce da violenze
reciproche, a turno inflitte e subite.
Tutti
– giovani innamorati e nobili gaudenti,
mercanti cristiani e usurai ebrei, belle
ereditiere e servi deformi – si preoccupano
della propria sopravvivenza e della propria
felicità, difendendo con feroce
determinazione il proprio ideale di vita
come l’unico possibile, calpestando la
tolleranza e confidando ciecamente nel
potere del denaro.
Shakespeare ci regala, anche in quest'opera,
un formidabile affresco della natura umana e
il mondo che ci sembra così equilibrato,
chiaramente diviso in buoni a malvagi,
colpevoli e innocenti, eletti e reietti,
mostra le sue crepe e si rivela fragile,
precario e relativo.
Si pensa di aver compreso ma ci si accorge
che la verità può essere un'altra. E' chiaro
perché Shakespeare apra la sua opera con la
meravigliosa battuta di Antonio "...questa
malinconia mi confonde... e non so più chi
sono": allora come oggi, ci sfugge la radice
più profonda della felicità, distratti come
siamo a preoccuparci di una sopravvivenza
che vorremmo eterna, e ci troviamo a
combattere con gli inferni di guerra,
sopraffazione e vuoto che noi stessi abbiamo
creato. Solo rinunciando alla tentazione di
fermare la vita con l'acquisizione di labili
certezze, si riesce ad abbracciare il senso
profondo dell'opera: una grande tenerezza
per la feroce ma anche disarmata lotta per
l'esistenza che accomuna tutti, questa sì,
al di là di ogni razza, censo o dote di
natura, a dunque la profonda necessità della
tolleranza e del rispetto reciproci che pure
tutti i personaggi della vicenda sembrano
ostinatamente voler rifiutare.