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Vita ed opere

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Biografia 1

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L'opera

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I sonetti

Introduzione

1-10 51-60 101-110
11-20 61-70 111-120
21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154

 

 

introduzione

 

 

Opera ricca e densa, Romeo e Giulietta fonde  tutti i generi, tutti gli stili, alternado la grossolanità più rozza ed il lirismo più raffinato. Ma soprattutto, è un’opera sostenuta da una poesia che oltrepassa il tempo e lo spazio. Questa tragedia, certamente la più popolare di Shakespeare, si ispira a numerose fonti. Tuttavia  solo lui  ha saputo elevare al rango di mito   questa tragica storia d'amore e di morte.

I personaggi di Romeo e Giulietta appaiono la prima volta in una novella di  Luigi da Porta (1485-1529) che riprendeva un soggetto già sviluppato da un racconto del Novellino di Masuccio Salernitano  e in seguito ripreso da Matteo Bandello in una delle sue Novelle. Ma il nucleo narrativo di fondo è già rintracciabile nelle figure di Piramo e Tisbe tratteggiate da Ovidio.
 

La pièce  ha ispirato moltissimi artisti (celebri l'opera musicale di Gounod e il balletto di Prokofiev ) e ha dato luogo ad innumerevoli adattamenti scenici e cinematografici.   

 

 

 

Tragedia del Rinascimento 

Questa tragedia ha per oggetto l’amore e la tragicità dell’amore. Dell’amore è certamente l’opera che, insieme a poche altre,  celebra il mito in un modo tale da fare assumere alla pièce la funzione di paradigma. Da questo momento in avanti   l’amore e Romeo e Giulietta faranno tutt’uno nell’immaginazione di tutti. È di scena  l’amore puro, rarefatto e senza condizioni, sembrerebbe neanche sotto l’ipoteca sessuale: a questo riguardo l’amore maturo e adulto di Antonio e Cleopatra potrà costituire la verifica realistica se Romeo e Giulietta ne è la trattazione idealistica o romantica.
 

Certamente il Romanticismo si è impadronito dell’opera e l’ha fatta propria: ma altre sono le sue radici e il suo spazio simbolico di fondo. In controluce c’è l’idea d’amore del Rinascimento con i suoi riferimenti neoplatonici.
 

Si rintraccia nell’opera l’eco di un’epoca bellicosa:   l’età elisabettiana  porta il segno delle guerre di religione e dei conflitti cruenti che si combatterono tra stati, tra famiglie. Il personaggio  del Principe richiama alla mente la figura della sovrana di ferro come anche il personaggio omonimo di Machiavelli e certo machiavellismo passato in Inghilterra all’epoca (e nelle orecchie) di Shakespeare (vedi il saggio di M.Praz). Si   annuncia peraltro in questo Shakespeare “italiano” l’eterna  Italie sanglante (pugnali e veleni) che perverrà intatta, come mito romantico, nella penna di Stendhal (Chroniques italiennes). 
 

Ma è il neoplatonismo di radice italiana passato ai poeti della Pléiade e certamente noto a Shakespeare  che edificando  una concezione del sentimento amoroso su forti basi idealistiche e quasi mistiche (che non riguarda solo i sentimenti umani ma tutta la concezione del cosmo e che peraltro,  in più luoghi, nella pièce, è  messa in relazione con l’amore in una fusione panteistica), mette una seria ipoteca sull'opera. L’amore fra i due adolescenti  si esprime anche con un vocabolario religioso e mistico cui la presenza di Fra Lorenzo dà quasi il carisma del mistero religioso.
 

Ma come sempre  i capolavori vivono sì  nello spazio simbolico della propria epoca ma fanno del proprio spazio simbolico un universo a se stante. Così  quest’opera reca il marchio del genio shakespeariano e l’idealismo romantico (se mai c’è stato) emerge da un mélange ardito di comico e patetico, andamento prosastico e slancio lirico, linguaggio sostenuto e grossolanità: la cifra del suo irregolare ed anticlassico autore.
 

Gli inestinguibili odi familiari, lo sferragliare delle spade, i sussurri amorosi dei giovanetti in amore in freschi giardini italiani, l’enfasi e il lirismo sentimentale senza paragoni del loro fraseggio amoroso, il ballo intrecciato del caso e della malasorte,  il sinistro operare dei veleni nel  freddo dell’ avello (dovuto anche al maneggio di un frate un po’ pasticcione quasi da opera buffa), le morti incrociate degli amanti resteranno nella memoria in fiamme dello spettatore e  del lettore  avvinti nel binomio di sempre (che come non mai qui celebra il suo trionfo): l’amore che eleva le anime in cielo  e la morte che trascina i corpi sottoterra.

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Montecchi e Capuletti, famiglie veronesi offuscate dai soldi e dall’orgoglio smodato ed egocentrico, lasciano scorrere gli anni alimentando un odio recondito l’una verso l’altra, e senza permettere spiragli di chiarimento. Sotto l’ombra di quest’odio sono cresciute le generazioni giovanili, intolleranti tra loro quanto gli stessi adulti; ma per quanto i due casati non possano prendersi nemmeno in fotografica (o in dipinto onde evitare anacronismi di natura tecnologica) un tenue filo sembra unirli segretamente: l’amore tra i rispettivi figli: la dolce Giulietta, e il baldo Romeo. Conosciutisi ad una festa, i giovani inconsapevoli delle proprie origini, si lasciano andare aprendo i propri animi alle dichiarazioni più struggenti e sincere di un amore così puro e saldo quanto prematuro. Ma in fondo per ogni roseto c’è sempre un bocciolo destinato ad essere reciso o da natura stessa, o da mano dell’uomo, e costretto a non vedere fioritura… quanto per ogni amore c’è la possibilità di non vederne maturazione.
Offuscato dai propri sentimenti verso la bella Giulietta e fiducioso nel porre pace tra la sua famiglia e quella dei Capuletti, Romeo si oppone con animo sincero alle lotte familiari fino a quando la sventura non vede consegnare alla morte il suo amico Mercuzio per mano del codardo Tebaldo, nipote di quel casato tanto odiato. Il tenero amore verso Giulietta, non impedisce a Romeo di vendicare il sangue dell’amico versato. Ucciso il riottoso

 

Tebaldo, Romeo viene esiliato da Verona sotto gli occhi di Giulietta, troppo unita a lui e alla sua mano, colpevole di aver seminato sangue della sua famiglia. Divisa dalla legge e dalle imminenti nozze organizzate con il diletto Paride ad opera di suo padre, Giulietta accetterebbe ogni cosa pur di scampare al destino e attendere chi lei realmente ama. Animata di coraggio accetta ciò che il buon Frate Lorenzo, che ufficiò le sue nozze con Romeo, ha da proporle; e per quanto coraggiosa e desiderosa di venire fuori, casualità o destino ancora una volta si metteranno contro, recidendo ciò spontaneamente veniva fuori in splendore.

-Dramma d’amore-, -storia d’amore maledetto-, -storia di due tristi amanti-, e via dicendo, su “Romeo e Giulietta” quotidianamente vengono messe centinaia di targhe chiarificatrici quanto ingiustamente riassuntive. L’opera scespiriana non è un commento così spicciolo, “Romeo e Giulietta” è innanzitutto poesia (essendo scritta per la quasi totalità in versi, a tratti anche ritmati), poi è l’esaltazione del sentimento umano, un’architettura stabile e inattaccabile come se giocasse su forze fisiche tanto numerose quanto di diversa intensità orientate tanto da annullarsi tra di loro. In origine c’è l’odio, così forte e sopra ad ogni cosa da portare solo pensieri di morte:

 

«…portami la spada, ragazzo. Ma come, quel vigliacco osa venire qui […] Ecco, per il sangue e l’onore della mia stirpe, non reputo un peccato colpirlo a morte.»
Tebaldo, Atto 1, sc. 5.

 

Non importa che cada qualcuno colpito a morte, la sola cosa che conta animati da quell’odio è che la famiglia e il nome vengano messi in salvo dal semplice pensiero di un disonore ipotetico. In questa via di odio si stagliano due personaggi, il già citato ed irruento Tebaldo, e il danzante Mercuzio con Benvolio, cugino di Romeo. La sola vista dei Capuletti per loro è sinonimo di ira, vergogna, impeti, ma se Mercuzio davanti all’irritante Tebaldo parla con queste parole:

 

«Accordato? Ci prendi per sonatori? Se ci prendi per tali allora preparati a sentire soltanto disaccordi. Ecco il mio archetto, ciò che vi farà danzare. Ecco i vostri disaccordi»
Mercuzio, Atto 3, sc. 1.

 

Benvolio invece segue:

 

«Siamo in mezzo alla gente. O ci ritiriamo in luogo appartato e ragioniamo a sangue freddo delle vostre liti, o qui ci separiamo: tutti gli occhi puntano su di noi.»
Benvolio, Atto 3, sc. 1.

 

Se il primo, per quanto personaggio ilare della vita di Romeo, si rivela pur sempre vittima di quello spettro che è l’odio, sempre pronto ad attaccare briga e azzannare Capuletti; il secondo appare più moderato, accomodante e differente manifestazione di questo sentimento.

 

A questo scheletro nero e teso, scarica un altro insieme di immagini, personaggi e forze riassunte nel sentimento opposto. Se a fotogrammi alterni si alternano parole di odio tra le due famiglie rivali per tutto il dramma, allo stesso modo dal 2 atto, ci vengono offerti altri stralci moderati ma stabili, ed opposti al seme d’ira offertoci. Il dramma diventa quindi una immane figura retorica: una sorta di ossimoro fatto di dialoghi e scene: è azzardata come affermazione, ne sono conscio, ma la forza intrinseca del dramma è lì, dietro questo “odiato amore” che Shakespeare amplifica abilmente. L’odio delle famiglie così forte e amaro non fa altro che rendere automaticamente più dolce l’amore dei due, e altrettanto per l’amore, così vivo e sereno da far apparire personaggi come Tebaldo, Mercuzio, e compagnia accecati dalle loro questioni.
Divisi dal loro nome Romeo e Giulietta, cedono ad un amore reso ancora più forte e saldo dall’odio dal quale sono nati. L’amore narrato diventa anche antidoto contro l’odio di cui è pregna la schiera dei personaggi, e testimone di questo tentativo è lo stesso frate Lorenzo, confessore nonché amico di Romeo, è lui stesso a parlare alimentato da quest’idea:

 

«C’è una ragione per cui voglio aiutarti: il vostro matrimonio potrebbe forse mutare il rancore delle vostre famiglie in affetto sincero…»
Frate Lorenzo, Atto 2, sc. 3.

 

E oltre l’appoggio spirituale del frate, a creare questa piccola rosa tra i rovi, sono gli stessi amanti, che dichiarandosi l’uno all’altro e credendo in quel loro amore tanto impetuoso, creano una bolla sospesa per aria nel corso della storia. Un mondo distaccato e denso:

 

«Se profano con la mano più indegna questa santa reliquia, il peccato è veniale. Le mie labbra, pellegrini che timidamente arrossiscono, sono pronte a temperare questo rude tocco con un tenero bacio.»
Romeo, Atto 1, sc. 5.

 

«Con le ali lievi dell’amore volai sopra quei muri: confini di pietra non sanno escludere amore, e quel che amore può fare, amore osa tentarlo…»
Romeo, Atto 2, sc. 2.

 

«Mi arrestino, e mettano a morte: ne sono felice, se sei tu a volerlo. […] vieni o morte e sii la benvenuta, Giulietta lo desidera, ora anima mia continuiamo a parole… non è ancora giorno.»
Romeo, Atto 3, sc. 5.

 

«Oh mio amore, mia sposa! La morte che ha succhiato il miele del tuo respiro, ancora non ha avuto potere sulla tua bellezza. Ancora non ti ha vita…»
Romeo, Atto 5, sc. 3.

 

E Giulietta dall’altro canto:

«Il mio unico amore, nato dal mio unico odio!»
Giulietta, Atto 1, sc. 5.

 

«Stendi la tua fitta coltre notte, perché gli occhi del giorno che fugge si chiudano, complici, e il mio Romeo possa scivolare tra le mie braccia senza che alcuno lo veda…»
Giulietta, Atto 3, sc. 2.

 

«La luce laggiù non è il chiarore del giorno; lo so, credimi. […] e dunque resta; non è tempo ancora che tu vada.»
Giulietta, Atto 3, sc. 5.

 

«Che c’è qui? Una tazza chiusa nella mano del mio amore fedele. Il veleno lo ha uccisa prima del tempo. Oh, egoista! Lo ha bevuto tutto senza lasciarmene una goccia amica. Ti bacerò nelle labbra, forse vi è rimasto ancora del veleno per darmi la morte in un istante. Le tue labbra sono calde.»
Giulietta, Atto 5, sc. 3.

 

Parlare di amore è semplice fondamentalmente, scrivere di amori struggenti, di lacrime e di amori travagliati e osteggiati, è una delle tematiche più battute nel percorso letterario di ogni scrittore. Per quanto mi riguarda cadere nella banalità nell’affrontare questo campo, e scivolare in frasi tipiche e inflazionate è più probabile che essere originali e fuori dagli schemi. Shakespeare nel 1597 – 98 (la data di stesura del dramma è soggetta ancora a forti indagini) con Romeo and Juliet si impone caparbiamente con questo cocktail assurdo e semplice. Citando frate Lorenzo: «Il miele più dolce nausea per la sua stessa dolcezza…», penso a Shakespeare che fa tesoro di questo dettame. I dialoghi d’amore sono asciutti nella loro sincerità, Giulietta non è il personaggio che si strugge di amore per il suo giovane, e ne vanta le lodi facendolo apparire come il cardine centrale di tutta la sua esistenza. Romeo per bocca della ragazza non appare come il “figo” perfetto, che non suda mai, non va mai in bagno e non commette atti impuri: Giulietta con le sue parole dice di amare una persona comune, e la ama con una parsimoniosa irruenza, senza lasciarsi andare a considerazioni svenevoli, languide. Romeo appare comune, vivo nella sua altalenante passione del primo ATTO QUINTOerso la giovane Rosalina, e debole davanti all’imponente semplice figura di Giulietta. Lui stesso ammette della sua debolezza quando frate Lorenzo gli ricorda che si ama con il cuore e non con gli occhi, e lui stesso di rimando esalta, motivato, l’amore per la giovane Giulietta, apparendo umanamente fragile e attuale.

Shakespeare non parla di un amore smodato, dove la gente si strappa i capelli e si cosparge il capo di cenere davanti alle avversità che si presentano nella loro relazione, la modernità dell’autore è di mettere in luce la frettolosa storia adolescenziale dei due, travolti da quell’impetuosa e ingestibile sincerità amorosa che si dichiarano, creando così un muro così imponente il cui crollo finale ha ancora un carattere più drammatico. Scuro. Una sorta di amarezza, non gratuita, ma dovuta e causata da quel confondersi di immagini di odio smodato, contrapposte a quel dolce amore particolare e innovativo. Diverso e mai ricalcato.

 

 

 

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