Montecchi
e Capuletti, famiglie veronesi offuscate dai
soldi e dall’orgoglio smodato ed
egocentrico, lasciano scorrere gli anni
alimentando un odio recondito l’una verso
l’altra, e senza permettere spiragli di
chiarimento. Sotto l’ombra di quest’odio
sono cresciute le generazioni giovanili,
intolleranti tra loro quanto gli stessi
adulti; ma per quanto i due casati non
possano prendersi nemmeno in fotografica (o
in dipinto onde evitare anacronismi di
natura tecnologica) un tenue filo sembra
unirli segretamente: l’amore tra i
rispettivi figli: la dolce Giulietta, e il
baldo Romeo. Conosciutisi ad una festa, i
giovani inconsapevoli delle proprie origini,
si lasciano andare aprendo i propri animi
alle dichiarazioni più struggenti e sincere
di un amore così puro e saldo quanto
prematuro. Ma in fondo per ogni roseto c’è
sempre un bocciolo destinato ad essere
reciso o da natura stessa, o da mano
dell’uomo, e costretto a non vedere
fioritura… quanto per ogni amore c’è la
possibilità di non vederne maturazione.
Offuscato dai propri sentimenti verso la
bella Giulietta e fiducioso nel porre pace
tra la sua famiglia e quella dei Capuletti,
Romeo si oppone con animo sincero alle lotte
familiari fino a quando la sventura non vede
consegnare alla morte il suo amico Mercuzio
per mano del codardo Tebaldo, nipote di quel
casato tanto odiato. Il tenero amore verso
Giulietta, non impedisce a Romeo di
vendicare il sangue dell’amico versato.
Ucciso il riottoso
Tebaldo, Romeo viene esiliato da Verona
sotto gli occhi di Giulietta, troppo unita a
lui e alla sua mano, colpevole di aver
seminato sangue della sua famiglia. Divisa
dalla legge e dalle imminenti nozze
organizzate con il diletto Paride ad opera
di suo padre, Giulietta accetterebbe ogni
cosa pur di scampare al destino e attendere
chi lei realmente ama. Animata di coraggio
accetta ciò che il buon Frate Lorenzo, che
ufficiò le sue nozze con Romeo, ha da
proporle; e per quanto coraggiosa e
desiderosa di venire fuori, casualità o
destino ancora una volta si metteranno
contro, recidendo ciò spontaneamente veniva
fuori in splendore.
-Dramma d’amore-, -storia d’amore
maledetto-, -storia di due tristi amanti-, e
via dicendo, su “Romeo e Giulietta”
quotidianamente vengono messe centinaia di
targhe chiarificatrici quanto ingiustamente
riassuntive. L’opera scespiriana non è un
commento così spicciolo, “Romeo e Giulietta”
è innanzitutto poesia (essendo scritta per
la quasi totalità in versi, a tratti anche
ritmati), poi è l’esaltazione del sentimento
umano, un’architettura stabile e
inattaccabile come se giocasse su forze
fisiche tanto numerose quanto di diversa
intensità orientate tanto da annullarsi tra
di loro. In origine c’è l’odio, così forte e
sopra ad ogni cosa da portare solo pensieri
di morte:
«…portami la spada, ragazzo. Ma come, quel
vigliacco osa venire qui […] Ecco, per il
sangue e l’onore della mia stirpe, non
reputo un peccato colpirlo a morte.»
Tebaldo, Atto 1, sc. 5.
Non importa che cada qualcuno colpito a
morte, la sola cosa che conta animati da
quell’odio è che la famiglia e il nome
vengano messi in salvo dal semplice pensiero
di un disonore ipotetico. In questa via di
odio si stagliano due personaggi, il già
citato ed irruento Tebaldo, e il danzante
Mercuzio con Benvolio, cugino di Romeo. La
sola vista dei Capuletti per loro è sinonimo
di ira, vergogna, impeti, ma se Mercuzio
davanti all’irritante Tebaldo parla con
queste parole:
«Accordato? Ci prendi per sonatori? Se ci
prendi per tali allora preparati a sentire
soltanto disaccordi. Ecco il mio archetto,
ciò che vi farà danzare. Ecco i vostri
disaccordi»
Mercuzio, Atto 3, sc. 1.
Benvolio invece segue:
«Siamo in mezzo alla gente. O ci ritiriamo
in luogo appartato e ragioniamo a sangue
freddo delle vostre liti, o qui ci
separiamo: tutti gli occhi puntano su di
noi.»
Benvolio, Atto 3, sc. 1.
Se il primo, per quanto personaggio ilare
della vita di Romeo, si rivela pur sempre
vittima di quello spettro che è l’odio,
sempre pronto ad attaccare briga e azzannare
Capuletti; il secondo appare più moderato,
accomodante e differente manifestazione di
questo sentimento.
A
questo scheletro nero e teso, scarica un
altro insieme di immagini, personaggi e
forze riassunte nel sentimento opposto. Se a
fotogrammi alterni si alternano parole di
odio tra le due famiglie rivali per tutto il
dramma, allo stesso modo dal 2 atto, ci
vengono offerti altri stralci moderati ma
stabili, ed opposti al seme d’ira offertoci.
Il dramma diventa quindi una immane figura
retorica: una sorta di ossimoro fatto di
dialoghi e scene: è azzardata come
affermazione, ne sono conscio, ma la forza
intrinseca del dramma è lì, dietro questo
“odiato amore” che Shakespeare amplifica
abilmente. L’odio delle famiglie così forte
e amaro non fa altro che rendere
automaticamente più dolce l’amore dei due, e
altrettanto per l’amore, così vivo e sereno
da far apparire personaggi come Tebaldo,
Mercuzio, e compagnia accecati dalle loro
questioni.
Divisi dal loro nome Romeo e Giulietta,
cedono ad un amore reso ancora più forte e
saldo dall’odio dal quale sono nati. L’amore
narrato diventa anche antidoto contro l’odio
di cui è pregna la schiera dei personaggi, e
testimone di questo tentativo è lo stesso
frate Lorenzo, confessore nonché amico di
Romeo, è lui stesso a parlare alimentato da
quest’idea:
«C’è una ragione per cui voglio aiutarti: il
vostro matrimonio potrebbe forse mutare il
rancore delle vostre famiglie in affetto
sincero…»
Frate Lorenzo, Atto 2, sc. 3.
E oltre l’appoggio spirituale del frate, a
creare questa piccola rosa tra i rovi, sono
gli stessi amanti, che dichiarandosi l’uno
all’altro e credendo in quel loro amore
tanto impetuoso, creano una bolla sospesa
per aria nel corso della storia. Un mondo
distaccato e denso:
«Se profano con la mano più indegna questa
santa reliquia, il peccato è veniale. Le mie
labbra, pellegrini che timidamente
arrossiscono, sono pronte a temperare questo
rude tocco con un tenero bacio.»
Romeo, Atto 1, sc. 5.
«Con le ali lievi dell’amore volai sopra
quei muri: confini di pietra non sanno
escludere amore, e quel che amore può fare,
amore osa tentarlo…»
Romeo, Atto 2, sc. 2.
«Mi arrestino, e mettano a morte: ne sono
felice, se sei tu a volerlo. […] vieni o
morte e sii la benvenuta, Giulietta lo
desidera, ora anima mia continuiamo a
parole… non è ancora giorno.»
Romeo, Atto 3, sc. 5.
«Oh mio amore, mia sposa! La morte che ha
succhiato il miele del tuo respiro, ancora
non ha avuto potere sulla tua bellezza.
Ancora non ti ha vita…»
Romeo, Atto 5, sc. 3.
E Giulietta dall’altro canto:
«Il mio unico amore, nato dal mio unico
odio!»
Giulietta, Atto 1, sc. 5.
«Stendi la tua fitta coltre notte, perché
gli occhi del giorno che fugge si chiudano,
complici, e il mio Romeo possa scivolare tra
le mie braccia senza che alcuno lo veda…»
Giulietta, Atto 3, sc. 2.
«La luce laggiù non è il chiarore del
giorno; lo so, credimi. […] e dunque resta;
non è tempo ancora che tu vada.»
Giulietta, Atto 3, sc. 5.
«Che c’è qui? Una tazza chiusa nella mano
del mio amore fedele. Il veleno lo ha uccisa
prima del tempo. Oh, egoista! Lo ha bevuto
tutto senza lasciarmene una goccia amica. Ti
bacerò nelle labbra, forse vi è rimasto
ancora del veleno per darmi la morte in un
istante. Le tue labbra sono calde.»
Giulietta, Atto 5, sc. 3.
Parlare
di amore è semplice fondamentalmente,
scrivere di amori struggenti, di lacrime e
di amori travagliati e osteggiati, è una
delle tematiche più battute nel percorso
letterario di ogni scrittore. Per quanto mi
riguarda cadere nella banalità
nell’affrontare questo campo, e scivolare in
frasi tipiche e inflazionate è più probabile
che essere originali e fuori dagli schemi.
Shakespeare nel 1597 – 98 (la data di
stesura del dramma è soggetta ancora a forti
indagini) con Romeo and Juliet si impone
caparbiamente con questo cocktail assurdo e
semplice. Citando frate Lorenzo: «Il miele
più dolce nausea per la sua stessa
dolcezza…», penso a Shakespeare che fa
tesoro di questo dettame. I dialoghi d’amore
sono asciutti nella loro sincerità,
Giulietta non è il personaggio che si
strugge di amore per il suo giovane, e ne
vanta le lodi facendolo apparire come il
cardine centrale di tutta la sua esistenza.
Romeo per bocca della ragazza non appare
come il “figo” perfetto, che non suda mai,
non va mai in bagno e non commette atti
impuri: Giulietta con le sue parole dice di
amare una persona comune, e la ama con una
parsimoniosa irruenza, senza lasciarsi
andare a considerazioni svenevoli, languide.
Romeo appare comune, vivo nella sua
altalenante passione del primo ATTO QUINTOerso la
giovane Rosalina, e debole davanti
all’imponente semplice figura di Giulietta.
Lui stesso ammette della sua debolezza
quando frate Lorenzo gli ricorda che si ama
con il cuore e non con gli occhi, e lui
stesso di rimando esalta, motivato, l’amore
per la giovane Giulietta, apparendo
umanamente fragile e attuale.
Shakespeare non parla di un amore smodato,
dove la gente si strappa i capelli e si
cosparge il capo di cenere davanti alle
avversità che si presentano nella loro
relazione, la modernità dell’autore è di
mettere in luce la frettolosa storia
adolescenziale dei due, travolti da
quell’impetuosa e ingestibile sincerità
amorosa che si dichiarano, creando così un
muro così imponente il cui crollo finale ha
ancora un carattere più drammatico. Scuro.
Una sorta di amarezza, non gratuita, ma
dovuta e causata da quel confondersi di
immagini di odio smodato, contrapposte a
quel dolce amore particolare e innovativo.
Diverso e mai ricalcato.