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Riccardo Secondo -
1595
atto
quinto -
Scena
prima |
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Entrano la Regina con le dame
del seguito.
REGINA
Il Re passerà di qui. Questa è la strada che porta
all'infausto lascito di Giulio Cesare, la Torre,
al cui abbraccio di pietra è condannato il mio signore,
prigioniero per volontà del superbo Bolingbroke.
Fermiamoci qui, se questa terra ribelle
vorrà ospitare la sposa del legittimo Re.
Entrano Riccardo e guardie.
Piano! Guardate - o meglio, non guardate
la mia bella rosa che sta per appassire.
Ma sì, alzate gli occhi e guardate,
ché per pietà vi dissolverete in rugiada
per ridonargli la freschezza con lacrime d'amore sincero.
Ahi tu, immagine vivente della rovina di Troia!
Tu, mappa di ogni onore, tomba di Re Riccardo
ma non più Re Riccardo! Tu, locanda incantevole:
perché un'esecrabile pena deve albergare da te,
mentre il trionfo è ospite di una volgare osteria?
RICCARDO
Non allearti al dolore, o donna leggiadra, non farlo.
Non affrettar la mia fine. Impara, anima buona,
a pensare alla grandezza di un tempo come a un sogno felice,
ridestàti dal quale, la verità di quel che siamo
ci si mostra così. Io, dolcezza, son fratello giurato
della più dura Necessità. Lei ed io
saremo in lega fino alla morte. Cerca rifugio in Francia,
nei chiostri di un qualche monastero:
vivremo sante vite, per conquistarci nel mondo a venire
la corona che qui svaghi profani han fatto svanire.
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REGINA
Cosa? E mio Riccardo, nell'anima e nel corpo,
si è trasformato e infiacchito? Ha Bolingbroke
deposto il tuo intelletto? Ha violentato il tuo cuore?
Il leone morente tira fuori gli artigli
e se non altro fa a brani la terra, a sfogare la rabbia
della sconfitta. E tu, come uno scolaretto,
accetti docilmente il castigo, baciando la frusta,
e strisci davanti all'ira con l'umiltà dei vili?
Tu che sei un leone, e il re degli animali?
RICCARDO
Re degli animali, davvero! Se
non fossero tali
regnerei ancora felicemente su
uomini veri.
Mia buona regina di un tempo,
preparati a partir per la
Francia.
Pensami morto, e pensa che tu
stai per darmi,
qui al mio letto di morte, il
tuo ultimo addio.
Nelle tediose notti d'inverno
siedi accanto al fuoco
con dei bravi vecchietti, e
fatti narrare gli eventi
di queste età turbolente, ormai
tanto lontane;
e prima di dar la buonanotte, a
ripagarli dei loro rimpianti,
racconta loro la lamentevole mia
vicenda,
e manda gli ascoltatori a letto
piangenti:
poiché sì, anche gl'inanimati
tizzoni si commuoveranno
ai mesti accenti delle tue
toccanti parole,
e le loro lacrime pietose
estingueranno la fiamma;
e vestiranno un lutto di cenere
o nero carbone
per la deposizione di un
legittimo re.
Entra Northumberland.
NORTHUMBERLAND
Signore, Bolingbroke ha cambiato
idea.
Dovete andare a Pomfret, non
alla Torre.
Signora, ci sono ordini anche
per voi:
dovete partire immediatamente
per la Francia.
RICCARDO
Northumberland, tu che sei la
scala
su cui il rampante Bolingbroke
ascende al mio trono,
il tempo non invecchierà che di
qualche ora
prima che il bubbone di tale
misfatto, fattosi maturo,
diffonda il suo marciume. Tu
penserai
che se lui dividesse il reame
per dartene metà
sarebbe troppo poco, ché tu
l'hai aiutato a prendersi tutto.
Lui penserà che tu, che conosci
il sistema
di insediare re senza diritto,
lo richiamerai alla memoria
per poco che ti si spinga in
altra direzione,
scaraventando lui a capofitto
dal trono usurpato.
L'amore dei malvagi si converte
in paura,
la paura in odio, e l'odio li
tramuta - l'una cosa o entrambe
-
in meritato pericolo e morte ben
meritata.
NORTHUMBERLAND
La mia colpa ricada sul mio
capo. Facciamola finita.
Prendete congedo, ditevi addio e
fate presto.
RICCARDO
Divorziato due volte? O uomini
malvagi, voi violate
una duplice unione: tra me e la
mia corona,
e ora tra me e la mia legittima
sposa.
Lasciami sciogliere con un bacio
la fede ch'io e te ci giurammo -
eppure no, poiché fu un bacio a
suggellarla.
Separaci, Northumberland: io
vado a settentrione,
dove i malanni e un freddo da
brividi infestano l'aria;
mia moglie in Francia, donde
partì in gran pompa,
per venire qui, adorna come il
dolce maggio:
là rimandata come il dì
d'Ognissanti, il più breve
dell'anno.
REGINA
Dobbiamo esser divisi? Saremo
separati?
RICCARDO
Sì, amore: la mano dalla mano,
il cuore dal cuore.
REGINA
Esiliateci entrambi, e il Re sia
mandato con me.
NORTHUMBERLAND
Una soluzione umana, ma
tutt'altro che politica.
REGINA
Allora dovunque egli vada, fate
andare anche me.
RICCARDO
Così due che piangono insieme
fanno un solo dolore.
No, piangi per me in Francia, e
io qui per te.
Meglio lontani che vicini, ma
mai veramente vicini.
Va', misura i tuoi passi a
sospiri, io a gemiti i miei.
REGINA
Allora chi ha più strada da fare
dovrà gemer di più.
RICCARDO
Ad ogni passo gemerò due volte:
ho poca strada da fare,
e allungherò il percorso con la
morte nel cuore.
Su, andiamo: nel far la corte al
dolore conviene esser brevi,
che poi, una volta sposato, si
vive con lui troppo a lungo.
Un bacio suggelli le nostre
labbra, in un addio silenzioso.
Così ti dono il mio cuore, così
mi porto via il tuo.
REGINA
Restituiscimi il mio. Non
sarebbe giusto
ch'io mi prenda il tuo cuore
solo per ucciderlo.
E ora che mi son ripreso il mio,
va' pure:
e forse ce la farò, a ucciderlo
con un gemito.
RICCARDO
Noi titilliamo la nostra pena,
con questi indugi d'amore.
Ancora un addio. Il resto, saprà
dirlo il dolore. Escono.
Inizio
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Riccardo Secondo -
1595
atto
quinto - scena
seconda |
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Entrano il Duca di York e la
Duchessa.
DUCHESSA
Mio signore, mi avevate promesso
di raccontare il seguito,
quando il pianto vi ruppe il
filo della storia
del rientro a Londra dei nostri
due cugini.
YORK
Dove ero rimasto?
DUCHESSA
A quel triste momento, mio
signore,
di quando mani villane di
facinorosi, dall'alto delle
finestre,
gettavano fango e immondizie
sulla testa di Re Riccardo.
YORK
Allora, come dicevo, il Duca, il
grande Bolingbroke,
montato su di un focoso,
irruento destriero
che pareva partecipe
dell'impazienza del suo
cavaliere,
con lenta e maestosa andatura
teneva il passo,
mentre le folle gridavano "Dio
salvi Bolingbroke!".
Avresti detto che le finestre
stesse gridassero,
tante eran le facce avide di
giovani e vecchi
che dai davanzali lanciavano
occhiate ardenti
sul volto di lui; e che tutti i
muri,
affrescati di folle, dicessero
all'unisono:
"Gesù ti conservi, benvenuto
Bolingbroke!",
mentr'egli, volgendosi ora a
destra, ora a sinistra,
a capo scoperto, curvandosi sul
collo del superbo destriero,
rispondeva così: "Grazie a voi,
compatrioti",
e così facendo andava per la sua
strada.
DUCHESSA
Ahimè, povero Riccardo! E lui,
in quel mentre, dove cavalcava?
YORK
Come a teatro gli occhi degli
spettatori,
dopo che un loro attore favorito
lascia il palcoscenico,
si volgono distratti su chi gli
subentri in scena,
pensando che il suo bla-bla non
meriti attenzione,
proprio così, e con maggiore
disdegno, gli occhi della gente
squadravano ostili il nobile
Riccardo. Nessun "Dio salvi!",
nessuna voce festosa a dargli il
bentornato:
ma fango, scagliato sulla sua
testa consacrata,
che lui si scrollava di dosso
con contenuta afflizione,
il volto combattuto tra lacrime
e sorrisi -
i segni del dolore e della
rassegnazione -
ché se Iddio, per qualche suo
alto disegno, non avesse
impietrito
i cuori degli uomini, essi si
sarebbero inteneriti per forza,
e la barbarie stessa lo avrebbe
compianto.
Ma in questi eventi c'è sempre
la mano del cielo,
al cui alto volere serenamente
ci rassegniamo.
A Bolingbroke abbiamo, da
sudditi, giurato fedeltà:
del suo potere voglio onorare,
per sempre, l'autorità.
Entra Aumerle.
DUCHESSA
Ecco che arriva nostro figlio
Aumerle.
YORK
Aumerle non più:
ha perso il titolo perché era
amico di Riccardo;
e adesso, signora, dovrete
chiamarlo Rutland.
In Parlamento mi son fatto
garante della sua lealtà
e costanza di vassallo del
nostro nuovo Re.
DUCHESSA
Benvenuto, figlio mio! E chi
sono le violette
che costellano il grembo verde
della nuova primavera?
AUMERLE
Signora, non lo so, né me ne
importa un granché.
Dio sa quanto m'importa di
figurare fra loro.
YORK
Bravo, conduciti bene, in tal
primavera precoce,
o rischi di esser reciso prima
di sbocciare.
Che notizie da Oxford? Si
faranno, le giostre e i tornei?
AUMERLE
Per quanto mi consta, signore,
si faranno.
YORK
E voi ci andrete, lo so.
AUMERLE
A Dio piacendo, questa è la mia
intenzione.
YORK
Ma cos'è quel sigillo che ti
spunta dalla giubba?
Ehi! Cosa fai, impallidisci?
Fammi vedere la lettera.
AUMERLE
Non è nulla, signore.
YORK
In tal caso, non importa chi la
legge.
Voglio vederci chiaro: fammi
vedere la lettera.
AUMERLE
Imploro Vostra Grazia di
perdonarmi.
È una questione di nessuna
importanza,
che ho una qualche ragione di
non voler divulgata.
YORK
E che io, messere, ho qualche
ragione di voler leggere.
Io temo... Io temo...
DUCHESSA
Che avete da temere?
Sarà una qualche cambiale da lui
sottoscritta
per lo sfarzoso costume da
indossare al torneo.
YORK
Cambiale? e la tiene con sé? Che
ci fa con una cambiale
da lui stesso firmata? Moglie,
tu sei una sciocca.
Ragazzo, fammi veder che c'è
scritto.
AUMERLE
Vi scongiuro, perdonatemi, ma
non posso mostrarla.
YORK
Voglio vederci chiaro. Fammi
vedere, ti dico.
Gliela strappa dal seno e la
legge.
Tradimento, vile tradimento!
Mascalzone, fellone, vigliacco!
DUCHESSA
Di che si tratta, signore?
YORK
Ehi, c'è qualcuno qui? Sellatemi
il cavallo.
Misericordia divina, che azione
proditoria!
DUCHESSA
Ma come, di che si tratta,
signore?
YORK
Portatemi gli stivali, vi dico.
Sellate il cavallo.
Sul mio onore, la mia vita, la
mia fede giurata,
adesso corro a denunciare quel
disgraziato.
DUCHESSA
Ma di che si tratta?
YORK
Zitta, stupida che sei!
DUCHESSA
Parlo quanto mi pare. Di che si
tratta, Aumerle?
AUMERLE
Madre diletta, calmatevi. È solo
una cosa
di cui risponderò con la mia
povera vita.
DUCHESSA
Rispondere con la vita?
YORK
Portatemi gli stivali. Vado
subito dal Re.
Entra il suo attendente con gli
stivali.
DUCHESSA
Picchialo, Aumerle! Povero
ragazzo, trasecoli.
Via di qui, manigoldo! Non farti
mai più vedere!
YORK
Datemi gli stivali, vi dico!
DUCHESSA
Ebbene, York, che credi di fare?
Non vuoi coprire le malefatte
del tuo stesso sangue?
Ne abbiamo altri, di figli?
Potremo mai averne altri?
I miei giorni fecondi non li ha
disseccati il tempo?
E vorresti strappare il mio bel
figliolo alla mia vecchiaia,
e derubarmi del titolo di madre
felice?
Non è lui come te? Non ha il tuo
stesso sangue?
YORK
O donna folle e insensata!
Vorresti nascondere questa losca
congiura?
Una dozzina di costoro han
giurato sul Vangelo,
reciprocamente impegnandosi per
iscritto,
di assassinare il Re a Oxford.
DUCHESSA
E lui non ci sarà:
ce lo terremo qui. E allora, di
che lo potranno accusare?
YORK
Va' via, donna insensata. Fosse
venti volte mio figlio,
io l'andrei a denunciare.
DUCHESSA
Se me lo avessi partorito
urlando
come ho urlato io, saresti più
comprensivo.
Ma ora so cos'hai in mente. Tu
sospetti
che io sia stata infedele al tuo
letto
e che lui sia un bastardo, e non
un tuo figlio.
Dolce York, mio tenero sposo,
non pensare una cosa simile.
Lui ti assomiglia che più non
potrebbe:
non assomiglia a me, o a nessuno
dei miei -
eppure io lo amo.
YORK
Levati di mezzo, donna
impossibile! Esce.
DUCHESSA
Corrigli dietro, Aumerle. Salta
sul suo cavallo.
Sprona, galoppa, arriva dal Re
prima di lui,
e implorane il perdono prima che
lui ti accusi.
Non resterò indietro di molto:
sarò vecchia,
ma so di poter cavalcare veloce
quanto York;
e non mi alzerò più da terra
se prima Bolingbroke non ti avrà
perdonato. Va'.
Escono.
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Riccardo Secondo -
1595
atto
quinto - scena
terza |
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Entrano Bolingbroke, Percy e
altri Pari.
BOLINGBROKE
Nessuno sa dirmi di quel
perdigiorno di mio figlio?
Tre mesi interi sono passati da
quando l'ho visto l'ultima
volta.
Se una calamità ci pende fra
capo e collo, è proprio lui
quella.
Dio voglia, signori miei, che lo
si rintracci.
Cercatelo in tutta Londra, fra
le taverne,
là dove, dicono, bazzica tutti i
giorni,
con dei compagni scostumati e
senza freno:
gente capace, dicono, di
appostarsi per vicoli e
angiporti
e malmenare gli sbirri, e
rapinare i viandanti;
e lui, giovane dissoluto e senza
spina dorsale,
si fa un punto d'onore di
proteggerli,
quel branco di farabutti.
PERCY
Mio Sire, il principe l'ho visto
un paio di giorni fa,
e gli ho detto dei tornei che si
tengono a Oxford.
BOLINGBROKE
E che ha risposto, il signorino?
PERCY
Ha detto che sarebbe andato al
bordello,
avrebbe preso un guanto alla più
squallida di quelle creature,
e l'avrebbe portato qual pegno
d'amore; e con esso
avrebbe disarcionato il più
gagliardo dei campioni.
BOLINGBROKE
Temerità e dissolutezza! Pure,
in entrambi gli eccessi,
intravedo qualche barlume di
speranza, che in anni più maturi
potrà forse dar frutti. Ma chi
viene adesso?
Entra Aumerle, trafelato.
AUMERLE
Dov'è il Re?
BOLINGBROKE
Che accade a nostro cugino
che ha gli occhi sbarrati e
appare stralunato?
AUMERLE
Dio salvi Vostra Grazia. Ve ne
scongiuro, Maestà,
fatemi conferire in privato con
Vostra Grazia.
BOLINGBROKE
Ritiratevi, e lasciateci qui
soli.
[Escono Percy e i Pari.]
E ora, cos'ha da dirci il nostro
cugino?
AUMERLE
Le mie ginocchia mettan per
sempre radici a terra,
e la mia lingua mi s'inchiodi al
palato
se mi rialzo o apro bocca prima
di avere il perdono.
BOLINGBROKE
L'hai pensata, la malefatta, o
l'hai anche commessa?
Nel primo caso, per quanto
esecrabile sia,
io ti perdono: così mi guadagno
la tua gratitudine.
AUMERLE
Allora datemi licenza di girare
la chiave,
e che non entri nessuno, prima
ch'io abbia finito.
BOLINGBROKE
Fa' come vuoi.
[Aumerle chiude la porta a
chiave.] Il Duca di York bussa
alla porta e grida.
YORK (da dentro)
Mio Sire, in guardia, attento!
Ti trovi al cospetto di un
traditore.
BOLINGBROKE
Ribaldo, ti faccio passare la
voglia!
AUMERLE
Ferma la mano vindice! Non hai
da temere alcunché.
YORK
Apri la porta, o Re sconsiderato
e imprudente!
Devo per amor tuo mancarti di
rispetto?
Apri la porta, o sono costretto
a sfondarla!
Entra York.
BOLINGBROKE
Di che si tratta, zio? Parla,
riprendi fiato.
Dicci se questo pericolo è
davvero incombente,
così da armarci e affrontarlo.
YORK
Esamina questo scritto, e lo
saprai,
il tradimento che la mia urgenza
mi vieta di spiegare.
AUMERLE
Ricorda, nel leggere, la
promessa fatta.
Sono un pentito: non leggerci
anche il mio nome.
Il mio cuore non era in combutta
con la mia mano.
YORK
Lo era, sciagurato, prima che la
tua mano impugnasse la penna.
Io l'ho strappato dal petto del
traditore, o Re.
Paura, e non amore, ha generato
il suo pentimento.
Scordati la pietà, o tale pietà
diventerà un serpente,
e ti trafiggerà il cuore.
BOLINGBROKE
Oh, odiosa, grave e temeraria
congiura!
O padre leale di un figlio
fellone,
tu pura, immacolata, argentea
sorgiva
da cui questo fiumiciattolo, per
fangosi meandri,
si è impantanato e intorbidato
del tutto.
Il bene di cui sei prodigo si
convertì in male,
ma la tua generosa purezza saprà
diluire
questa mortifera macchia nel tuo
figlio traviato.
YORK
Così la mia virtù farà da
mezzana al suo vizio,
ed egli farà sperpero del mio
onore col suo disonore,
come quei figli che scialacquano
l'oro di padri parsimoniosi.
Il mio onore vivrà se il suo
disonore morrà,
o la mia vita disonorata vivrà
nel suo disonore.
Uccidi me, se lui vive: se gli
concedi un fiato
vivrà un fellone, e un suddito
fedele è giustiziato.
DUCHESSA (da dentro)
Aiuto, mio Sire, in nome di Dio
fatemi entrare!
BOLINGBROKE
Che strida laceranti! Chi
supplica così?
DUCHESSA
Una donna, gran Re. Son io, tua
zia.
Parla con me, abbi pietà di me,
apri la porta!
T'implora una mendica che mai ha
mendicato.
BOLINGBROKE
Bel colpo di scena! da una
vicenda tragica
siamo passati alla storia del Re
e della Mendica.
Spericolato cugino, fate entrare
vostra madre:
lo so che viene a intercedere
pel vostro turpe peccato.
YORK
Se lo perdoni, chiunque venga a
pregarti,
da tal perdono scaturiranno
altre colpe;
se tagli via l'arto infetto, il
resto si manterrà sano;
ma se lo lasci com'è, infetterà
a tutto spiano.
Entra la Duchessa.
DUCHESSA
O Re, non dare ascolto a
quest'uomo indurito:
chi non ama il proprio sangue
non ama nessuno.
YORK
O donna forsennata, che vieni a
fare qui?
Torni ad offrire le poppe di
vecchia al figlio che tradì?
DUCHESSA
Diletto York, sta' calmo.
Ascolta, sovrano cortese.
BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!
DUCHESSA
Non ancora, t'imploro.
Camminerò per sempre a
ginocchioni
senza mai salutare il giorno con
l'occhio di chi è beato
finché non mi darai la gioia,
non m'intimerai la gioia
col perdonare Rutland, il mio
ragazzo traviato.
AUMERLE
Alle preghiere di mia madre
piego anch'io le ginocchia.
YORK
Contro l'uno e l'altra io piego
le mie giunture leali.
Se gli concedi la grazia, non ne
verranno che mali.
DUCHESSA
Supplica sul serio? Guardalo
bene in viso:
dai suoi occhi non cade lacrima,
se prega non fa sul serio.
Lui parla con la bocca, noi dal
profondo del cuore.
Lui prega senza slancio, perché
tu gli dica di no;
noi invece con anima e cuore,
con tutto il nostro essere.
Le sue stanche membra, lo so, si
leverebbero ben volentieri;
i nostri ginocchi resterebbero a
terra sino a metter radici.
Le sue preghiere trasudano
ipocrisia e falsità,
le nostre, autentica fede e
profonda onestà.
Le nostre danno dei punti alle
sue: ricevano intera
la ricompensa che dovrebbe
spettare a ogni prece sincera.
BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!
DUCHESSA
No, non dire "Alzatevi!".
Di' prima "Perdono", e poi
"Alzatevi!".
Foss'io la tua nutrice a
insegnarti a parlare,
"perdono" sarebbe la prima
parola da te pronunciata.
Mai prima d'ora ho atteso così
una parola.
Di' "Perdono", o Re, e che la
pietà t'insegni come dirlo:
ché la parola è breve, ma ancora
più dolce di quanto sia breve.
Non c'è parola che, come
"perdono", si addica tanto alla
bocca di un Re
YORK
Ditelo in francese, o Re: dite "Pardonne
moi".
DUCHESSA
Insegni al perdono ad annullare
il perdono?
Ah, mio arcigno sposo, mio
signore dal cuore di pietra,
che contrapponi una parola a se
stessa!
Pronuncia il "perdono" così come
s'usa nel nostro paese:
questo francese a doppio taglio
non lo comprendiamo.
Il tuo occhio comincia a
parlare: lo accompagni la
lingua,
oppure s'accosti il tuo orecchio
al tuo cuore pietoso,
e udendo come l'hanno trafitto
preghiere e lamenti,
t'induca la pietà a recitare il
"Perdono".
BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!
DUCHESSA
Io non chiedo di alzarmi.
Una cosa sola io chiedo: il
perdono.
BOLINGBROKE
Lo perdono. E possa Iddio
perdonarmi!
DUCHESSA
O privilegio felice di un
ginocchio piegato!
Eppure la paura mi fa stare
male. Dillo di nuovo:
dire due volte "perdono" non è
perdonare due volte,
ma raddoppiare la forza di un
unico perdono.
BOLINGBROKE
Di tutto cuore
lo perdono.
DUCHESSA
Un dio in terra tu sei!
BOLINGBROKE
Ma quanto al mio fido cognato e
all'Abate,
con tutta la cricca dei loro
degni compari,
una sentenza di morte li
incalzerà alle calcagna.
Buon zio, fa' che molteplici
forze convergano
su Oxford, o dovunque si trovino
questi traditori.
Non resteranno a lungo, lo
giuro, in questo mondo,
poiché io li avrò, appena saprò
dove sono.
Arrivederci, zio, e tu, cugino,
addio.
Tua madre ha pregato bene:
dimostrati ora leale.
DUCHESSA
Vieni, mio figlio di sempre. Dio
ti faccia rigenerare.
Escono.
Entrano Sir Piers di Exton e
servitori.
EXTON
Non l'hai sentito il Re? Le
parole che ha detto?
"Non c'è un amico che mi liberi
di quest'incubo vivente?"
Non ha detto così?
SERVITORE
Queste parole esatte.
EXTON
"Non c'è un amico?" - ha detto.
E l'ha detto due volte.
Due volte: ci ha pure insistito.
Non è così?
SERVITORE
È così.
EXTON
Dicendo questo, mi guardava
fisso,
come per dire, "Come vorrei che
fossi tu l'uomo
capace di liberare il mio cuore
da questa ossessione!" -
Intendeva il Re a Pomfret.
Andiamo, ti dico.
Son io l'amico del Re, e
annienterò il suo nemico.
Escono.
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Riccardo Secondo -
1595
atto
quinto - scena
quarta |
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Entra Riccardo, solo.
RICCARDO
Continuo a chiedermi come
paragonare
questa prigione dove vivo al
resto del mondo,
e siccome il mondo è pieno di
gente
e qui non c'è anima viva, fuori
che me,
non posso farlo. Pure, continuo
a battere su quel chiodo.
La mia immaginazione farà da
femmina al mio spirito,
il mio spirito è il maschio, e
fra tutti e due concepiranno
una generazione di pensieri
prolifici,
e saranno essi a popolare questo
microcosmo
di personaggi irrequieti quanto
la gente di questo mondo:
poiché nessun pensiero è mai
contento. I migliori,
come i pensieri del divino, sono
frammisti
ai dubbi: tali da mettere il
Verbo stesso
in conflitto col Verbo. Come
"Lasciate che i pargoli";
oppure ancora
"È più facile per un cammello
passare per la cruna d'un ago".
I pensieri che spronano
all'ambizione, progettano
imprese irrealizzabili: come
queste vane, fragili unghie
possano aprirsi una breccia tra
le strutture granitiche
di questo duro universo - le
mura scabre della mia prigione.
E poiché non possono, si
annullano nella loro superbia.
I pensieri che aspirano alla
rassegnazione si consolano
di non essere i primi, fra gli
schiavi della Fortuna,
e neppure gli ultimi: come
stolti mendichi
che, inchiodati alla gogna, si
sentono meno umiliati
perché è toccato a tanti, e
toccherà a tanti altri.
E in questo pensiero trovano una
sorta di sollievo,
caricando le proprie sventure
sul dosso di quelli
che prima di loro ebbero simile
sorte.
Così io recito in un sol
personaggio la parte di molti:
e nessuno contento. Qualche
volta faccio il re:
allora il tradimento mi fa
sospirare di essere un
poveraccio -
ed io tale divento. Poi però
l'opprimente miseria
mi convince che me la passavo
meglio da re.
Ed eccomi rimesso sul trono:
solo che di lì a poco
mi vedo bello e detronizzato da
Bolingbroke,
e subito non sono più nulla. Ma
chiunque io sia,
né io né alcun uomo che possa
dirsi uomo
sarà contento di nulla finché
non avrà il sollievo
di sentirsi un nulla. (Suono di
musica) Sento della musica.
Ha-ha! Andate a tempo! Come è
aspra la dolce musica
quando non tiene il ritmo e non
rispetta il tempo.
Così è per la musica delle umane
vite:
e qui io ho un orecchio talmente
affinato
da avvertire la stonatura in una
corda non bene accordata.
Ma per accordare il mio regno ai
bisogni del tempo,
non ebbi orecchio da avvertire
le mie stonature.
Ho fatto pessimo uso del tempo,
e il tempo fa pessimo uso di me,
ché ora il tempo ha fatto di me
il suo orologio.
I miei pensieri sono minuti, che
i miei sospiri
vanno ritmando sul quadrante dei
miei occhi;
mentre il mio dito, come la
punta della lancetta,
continua a segnare il tempo,
nettandoli delle lacrime.
Ora, signore, il suono che
indica lo scadere dell'ora
è il clamore dei gemiti che mi
squassano il cuore -
che è la campana. Così sospiri,
e lacrime, e gemiti,
scandiscono i minuti, i quarti e
le ore; mentre il tempo mio
va galoppando a portare la gioia
del superbo Bolingbroke,
e io me ne sto qui a fare il
pupazzo, a guardia del suo
orologio.
Questa musica mi fa uscir di
senno. Fatela smettere!
Può darsi abbia ricondotto dei
folli a rinsavire,
ma io dico che può portare chi è
savio alla follia.
Pure, benedetta l'anima buona
che me la infligge,
poiché essa è segno d'affetto, e
l'affetto per Riccardo
è un ben raro gioiello, in un
mondo così saturo d'odio.
Entra uno staffiere.
STAFFIERE
Salute, o principe reale!
RICCARDO
Grazie, nobile Pari.
Il meno caro di noialtri costa
dieci soldi di troppo.
Chi sei, e come sei arrivato sin
qui,
dove non arriva mai un'anima, a
parte quel tristo figuro
che mi porta del cibo, per
prolungare la mia disgrazia?
STAFFIERE
Ero un povero garzone delle tue
scuderie, o Re,
quando tu eri re: in viaggio
alla volta di York,
a furia di darmi da fare ho
infine avuto il permesso
di rivedere in faccia il regale
padrone di un tempo.
Oh, come mi si è stretto il
cuore quando ho assistito,
nelle strade di Londra, al
giorno dell'incoronazione,
con Bolingbroke che cavalcava
Berbero, il tuo roano,
quel cavallo che tante volte tu
hai cavalcato,
quel cavallo che io curavo con
tanto amore!
RICCARDO
Cavalcava Berbero? Dimmi, amico
cortese,
con lui in sella, come si
portava?
STAFFIERE
Superbamente, come se
disdegnasse la terra.
RICCARDO
Superbo di avere in groppa
Bolingbroke!
Quel brocco ha preso il pane
dalla mia mano di re:
questa mano l'ha fatto superbo,
carezzandogli il collo.
E non ha sgroppato? Non è
caduto? -
anche la superbia cade, prima o
poi. - Non ha rotto il collo
a quell'uomo superbo che ha
usurpato il suo dosso?
Perdonami, cavallo! Perché me la
prendo con te,
visto che tu, creato per esser
domato dall'uomo,
sei fatto per portarlo? Io non
son nato cavallo,
eppure porto la soma di un
somaro,
spronato, escoriato, fiaccato da
un rampante Bolingbroke.
Entra un carceriere con un
piatto.
CARCERIERE
Levati di tomo, compare. Qui non
si può stare.
RICCARDO
Se mi vuoi bene, è tempo che tu
vada.
STAFFIERE
Quel che la lingua non osa, lo
dirà il mio cuore.
Esce.
CARCERIERE
Signore, gradireste un boccone?
RICCARDO
Assaggialo prima tu, come al
solito.
CARCERIERE
Mio signore, non oso. Sir Piers
di Exton,
da poco inviato da parte del Re,
me l'ha espressamente proibito.
RICCARDO
Il diavolo vi porti, Enrico di
Lancaster e te.
La mia pazienza è inacidita, ne
ho più che abbastanza.
[Batte il carceriere.]
CARCERIERE
Aiuto, aiuto, aiuto!
Exton e i sicari entrano di
corsa .
RICCARDO
Cosa? Che vuole dire la morte
con questa brutale irruzione?
Farabutto, la tua mano mi offre
lo strumento della tua morte
E tu, va' a prendere un altro
posto all'inferno!
Exton lo abbatte.
Nel fuoco inestinguibile arderà
la mano
che scrolla così la mia persona.
Exton, la tua mano crudele
ha macchiato col sangue del Re
la terra del Re.
In alto, in alto, anima mia! Il
tuo trono è in alto, lassù,
mentre la carne greve sprofonda
e muore quaggiù.
[Muore.
EXTON
Pieno di valore come di sangue
reale.
Ho versato l'uno e l'altro. Oh,
se fosse almeno una buona
azione!
Adesso il demonio, che mi disse
ch'ero nel giusto,
dice che quest'azione è già
rubricata all'inferno.
Porterò il Re morto dal Re
vivente.
Gli altri portateli via, e
seppelliteli nei paraggi.
Escono.
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Riccardo Secondo -
1595
atto
quinto - scena
quinta |
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Fanfara. Entrano Bolingbroke
col Duca di York, altri Pari e
persone del seguito.
BOLINGBROKE
Mio caro zio York, l'ultima
notizia che abbiamo
è che i ribelli hanno ridotto in
cenere
la nostra città di Cirencester,
nella contea di Gloucester.
Ma non sappiamo se li abbiamo
uccisi o fatti prigionieri.
Entra Northumberland.
Benvenuto, mio Duca. Che novità
ci sono?
NORTHUMBERLAND
Innanzitutto, auguro ogni bene
alla tua sacra Maestà.
Quindi t'informo di aver mandato
a Londra
le teste di Oxford, Salisbury,
Spencer, Blunt e Kent.
Le circostanze della cattura le
troverai
descritte diffusamente qui, in
questo rapporto.
BOLINGBROKE
Ti ringraziamo, nobile Percy,
per la pena che ti sei dato.
Ai tuoi meriti aggiungeremo un
compenso assai ben meritato.
Entra Lord Fitzwater.
FITZWATER
Mio Sire, ho mandato a Londra da
Oxford
le teste di Brocas e Sir Bennet
Seely,
due dei pericolosi traditori che
han cospirato
preparando, a Oxford, il tuo
rovesciamento.
BOLINGBROKE
La tua opera, Fitzwater, non
sarà dimenticata.
Alti e nobili sono i tuoi
meriti, e ben lo sappiamo.
Entrano Percy e [il Vescovo di]
Carlisle.
PERCY
L'anima della cospirazione,
l'Abate di Westminster,
gravata dai rimorsi e da
un'amara ipocondria,
ha abbandonato il suo corpo alla
sepoltura.
Ma Carlisle è qui, vivo, che
attende
la tua reale sentenza, e la
condanna della sua insolenza.
BOLINGBROKE
Carlisle, questa è la tua
condanna:
scegliti un rifugio segreto, un
ritiro claustrale
migliore dell'attuale, e là
goditi la vita.
Così, se saprai vivere in pace,
morirai senza affanni.
Anche se da sempre nemico mi sei
stato,
in te nobili vampate d'onore ho
riscontrato.
Entra Exton con la bara.
EXTON
Gran Re, dentro questa bara io
ti presento
la fine del tuo incubo. Qui
giace, senz'alito di vita,
il più potente dei tuoi più
grandi nemici:
Riccardo di Bordeaux, che ti ho
portato sin qui.
BOLINGBROKE
Exton, non ti dico grazie: tu
hai perpetrato,
con la tua mano nefanda,
un'azione obbrobriosa
che ricadrà sul mio capo, e su
quest'intera nazione gloriosa.
EXTON
Ma l'ordine, mio Sire, partì
dalle vostre labbra...
BOLINGBROKE
Non ama il veleno chi fa ricorso
al veleno:
ed io non amo te. Per quanto lo
volessi morto,
io odio chi l'ha ucciso ed amo
lui, l'ucciso.
Avrai il rimorso, per la briga
che ti sei preso,
ma non una buona parola né un
principesco favore.
Va' con Caino a vagare
nell'oscurità della notte
e non osare mostrarti alla luce
del giorno.
Miei Pari, ve l'assicuro, la mia
anima è piena di dolore,
ché la mia pianta, per crescere,
è stata innaffiata di sangue.
Venite a pianger con me quello
che piango io,
e immantinente vestitevi di nere
gramaglie.
Io andrò in pellegrinaggio in
Terrasanta,
a mondare di questo sangue la
mia mano colpevole.
Rendete onore al mio lutto,
seguitemi con viso scuro,
piangendo al seguito di questo
feretro prematuro. Escono.
Finis
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