O non ravviso bene la
tua forma, e il tuo
sembiante,
o tu sei quel maligno
demone beffardo
che ha nome Robertino
Buonalana. Non sei tu
forse
spaventa le ragazze; che
screma il latte
e a volte frucchia nella
zangola del burro
e la massaia invano
s'affanna a rimestare;
e talora la birra non
lascia lievitare,
E se invece qualcuno ti
chiama "follettino",
e "caro Robertino", i
suoi lavori ti addossi
e gli porti fortuna. Non
sei tu quello?
Hai proprio
indovinato.
Son io quel
mattacchione che va in giro di
notte.
Di Oberon, mio re,
sono il buffone.
col nitrito d'una
bella puledrina.
e giù sgorga la
birra lungo la gorgia vizza.
"Oh povero mio
culo!", e affoga nella tosse.
E allor gli
astanti si tengono i fianchi
dalle risa,
di non aver mai
trascorso ora più allegra.
Ed ecco qua anche
la mia Sovrana. Meglio sarebbe
che lui non ci fosse!
Entra Oberon, Re delle Fate,
da una porta, col Seguito, e
Titania, col suo Seguito, da
un'altra.
OBERON
Pessimo incontro,
al chiar di luna,
Titania
superbiosa.
TITANIA
Cosa, il geloso
Oberon? Fate, andiamocene via.
Di costui ho
ripudiato letto e compagnia.
OBERON
Aspetta, sfrontata
impudente. Non sono io il tuo
Re?
TITANIA
E allora io sarei
la tua sposa. Ma so
che furtivo te ne
andasti dal regno delle Fate
e, in spoglie di
Corinio, passasti un giorno
intero
a zufolar nei
calami d'avena e a verseggiar
d'amore
per Fillide
amorosa. E com'è che sei di
ritorno
dalle terre più
remote dell'India
se non perché la
tua arrogante Amazzone,
la tua coturnata
amante, il tuo amor guerriero,
va sposa a Teseo,
e tu al loro talamo nuziale
vuoi elargire
gioia e prosperità?
OBERON
Come puoi, tu -
vergognati - Titania
alludere alla
simpatia d'Ippolita per me
quando sai che ben
conosco la tua passione per
Teseo?
Non fosti tu a
condurlo, nel chiarore della
notte,
lungi da Perigune,
poi che l'avea violata?
Non l'inducesti tu
a mancar di fede
ad Egle bella, ad
Arianna, ad Antiòpe?
TITANIA
Queste son
fantasie d'una mente gelosa!
Fin dall'inizio di
questa piena estate,
mai ci adunammo su
colli e vallette,
nelle foreste e
sugli ameni prati,
presso fonti
ghiaiose o rivuli giuncosi
o bianca costa
marina,
a danzare in
cerchio al fischiettìo del
vento,
che non giungessi
tu, coi tuoi schiamazzi,
a disturbare i
nostri svaghi.
E i venti, stanchi
di zufolare invan per noi,
per vendetta
succhiarono dal mare
mefitici vapori,
che rovesciandosi poi sopra la
terra
han gonfiato ogni
modesto rivo di cotanto orgoglio
da romper gli
argini ed inondare i campi.
Così che il bove
tira il giogo invano,
il contadino
spreca il suo sudore, e il verde
germoglio del granturco
marcisce prima che
alla sua gioventù cresca la
barba.
Gli ovili ora son
vuoti nei campi melmosi,
i corvi s'ingrassan
con le carogne degli armenti,
lo spiazzo dei
nostri giochi è pien di fango,
e gli ingegnosi
tracciati, ora in disuso,
son cancellati
dall'erbe rigogliose. Ai miseri
mortali
son negate le
gioie dell'inverno, e mancano,
ad allietar le
notti, inni e carole.
Onde la luna, che
governa i flutti,
pallente d'ira
tutta l'aria inzuppa,
e di reumi
s'ammalano le genti.
E per tali
intemperie son le quattro
stagioni
sovvertite, i
canuti geli
calan nel giovane
grembo della rosa cremisi,
e sulla gelida
zucca spelacchiata del vegliardo
Inverno
posa - come per
scherno - un olezzante
serto di soavi
bocci estivi.
La primavera,
l'estate ed il fecondo autunno,
e l'iracondo
inverno, si sono scambiate
le livree; e il
mondo sbalordito
non più dai lor
prodotti distingue le stagioni.
E questa progenie
di malanni
nasce dal nostro
conflitto, dal nostro dissenso.
Noi l'abbiamo
generata, ne siamo noi la causa.
OBERON
Sta a te farne
ammenda, o Titania.
Perché devi
crucciare il tuo sovrano?
Altro non reclamo
che il giovinetto trafugato
per farne un mio
scudiero.
TITANIA
Metti l'animo in pace.
A pagarlo non
basta l'intero regno delle Fate.
Sua madre era
devota all'ordine mio
e a sera, nel
profumato aere dell'India,
tante volte m'è
stata compagna, con me assisa
sulle dorate
sabbie di Nettuno ad osservare
le navi dei
mercanti che solcavano il mare.
E abbiamo riso
insieme a guardare le vele
impregnate dal
vento lascivo;
e lei (già in
grembo portava il carico
prezioso del mio paggio)
ad imitarle con
passo aggraziato e rollante.
E poi fingeva di
far vela a terra, per me
a raccogliere
inezie, e ritornava,
ricca di
mercanzie, come da lungo
viaggio.
Ma lei, mortale,
morì di questo suo bambino;
che per amor suo
voglio allevare, e mai,
appunto per amor
suo, separarlo da me.
OBERON
Quanto vorrai
restare in questa selva?
TITANIA
Forse fin dopo le
nozze di Teseo.
Se tu, in buona
pace, vorrai danzar con noi,
e al chiar di luna
contemplar vorrai
i nostri tripudi,
vieni, se no da me rifuggi,
ed io stessa
eviterò di venire ove t'aggiri.
OBERON
Dammi quel
ragazzo, ed io verrò con te.
TITANIA
Neppure in cambio
di tutto il regno. Fate,
andiamo.
Se ancor rimango
ci accapigliamo!
Esce Titania con il Seguito.
OBERON
Va', va' dove
vuoi! Ma non uscirai dal bosco
prima ch'io
t'abbia fatto scontar simile
affronto.
Robertino caro,
avvicinati. Tu certo ben ricordi
quando, dalla cima
d'un alto scoglio,
ascoltai una
sirena, assisa sul dorso d'un
delfino, la quale
effondeva
nell'aria tanto soavi ed
armoniosi accenti
che il rude mare
s'ingentilì al suo canto, e
alcune stelle,
impazzite fuori
balzaron dalle sfere per
ascoltare
la melodia
dell'equorea fanciulla.
DEMONE
Me lo ricordo.
OBERON
Potei allor vedere
- e tu non lo potesti - volar
Cupìdo in arme fra
la luna gelida e la terra.
Egli dritto mirò a
una bella vestale,
assisa in trono in
occidente, e con tal veemenza
scoccò dall'arco
il suo dardo d'amore
che parea dovesse
centomila cuori trapassare.
Ma vidi invece
l'ardente strale del dio
fanciullo
spegnersi nei
casti raggi della luna, signora
dei flutti.
E l'imperiale
sacerdotessa passò via
indisturbata
in verginali
meditazioni, intatta da fantasie
d'amore.
Però osservai dove
il dardo di Cupìdo finì;
cadde su un
picciol fiore d'occidente,
allora
candido come il
latte ed ora rosso d'amorosa
piaga.
Viola del Pensiero
lo chiaman le fanciulle.
Trovami quel
fiore. Un dì te ne mostrai la
pianta.
Il succo suo,
stillato su ciglia dormenti,
farà uomo o donna
delirar d'amore
per qualsiasi
creatura il loro occhio
contempli.
Trovami quella
pianta, e torna subito qui
prima che il
leviatano nuoti una lega.
DEMONE
Avvolgerò un
nastro attorno al mondo
in quaranta
minuti. (Esce.)
OBERON
Quando avrò questo succo,
sorprenderò
Titania mentre dorme,
e sulle ciglia sue
stillerò l'umore.
Ciò ch'ella vedrà
al suo risveglio
(leone, orso, o
lupo o toro,
impacciosa
bertuccia, o inquieto babbuino)
dovrà corrergli
appresso per impulso d'amore.
E prima ch'io
disincanti l'occhio suo
(e con erba
diversa mi sarà agevole farlo)
ella sarà
costretta a cedermi il suo
paggio.
Ma chi viene? Io
sono invisibile;
origlierò da qui
ciò che essi dicono.
Entra Demetrio inseguito da
Elena.
DEMETRIO
Io non t'amo; e
perciò non inseguirmi.
Dov'è Lisandro?
Dov'è la bella Ermia?
Io ucciderò lui,
ma lei sta uccidendo me.
Dicesti che son
fuggiti in questa selva
selvaggia,
ed io son preda
d'un selvaggio furore
perché non trovo
la mia Ermia.
Dunque, vattene
via di qui, e smetti
d'inseguirmi!
ELENA
Tu m'attrai, duro
cuor di calamita.
Ma ciò che attiri
non è ferro volgare ché questo
cuore
è puro come
acciaio. Sospendi la tua forza
d'attrazione
ed io non avrò più
la forza di seguirti.
DEMETRIO
Ti lusingo, io,
forse? Ti dico dolci parole?
O non ti dico
piuttosto, con tutta franchezza,
che non t'amo, né
potrò amarti mai?
ELENA
Ed è appunto per
questo ch'io t'amo di più.
Son come il tuo
cagnolino. O mio Demetrio,
più mi bastoni e
più ti faccio le feste.
Oh, trattami come
fossi il tuo spagnolino.
Respingimi, battimi,
trascurami,
scacciami! Ma concedimi -
anche se degna non
sono - di venire con te.
Qual posto
peggiore potrei chiederti nel
cuore
(eppur per me di
massimo rispetto)
che d'esser
trattata come un cane?
DEMETRIO
Non suscitare
troppo disgusto nel mio petto,
ché io mi sento
male se ti vedo.
ELENA
Ed io mi sento
male se non posso vederti.
DEMETRIO
Tu comprometti
troppo il tuo pudore,
avendo così
lasciato la città
per metterti in
balìa di chi non t'ama,
affidando alle
insidie della notte,
e al mal consiglio
di un luogo solitario,
il tesoro prezioso
della tua purezza.
ELENA
La tua virtù è la
mia sicurezza. E allora
non è notte se ti
guardo in volto,
e perciò non mi
par d'andar nel buio,
e nel bosco non
manca compagnia
perché per me tu
sei l'intero mondo.
E come posso dire
d'esser sola
se tutto il mondo
è qui che mi contempla?
DEMETRIO
Correrò a
nascondermi nel folto della
macchia,
e ti lascerò in
balìa delle fiere.
ELENA
Non v'è fiera più
fiera del tuo cuore.
Fuggi pur quando
vuoi. L'antica favola è riversa;
fugge Apollo, e
Dafne lo persegue;
la colombella dà
la caccia al grifone, la mite
cerbiatta
corre ad afferrar
la tigre - inutile la corsa
quando è viltà che
insegue ed è il valor che fugge!
DEMETRIO
Ti dico di
lasciarmi andare. Non voglio più
ascoltare.
E se m'inseguirai,
non isperare
ch'io non ti rechi
oltraggio dentro al bosco.
ELENA
Sì, nel tempio, in
città, nei campi - e come! -
tu oltraggio mi
rechi. Vergogna, vergogna,
Demetrio!
I tuoi torti
offendono l'intero mondo delle
donne.
A noi non è dato
combatter per amore, come gli
uomini fanno.
Siamo state create
per esser corteggiate, e non per
corteggiare. (Esce Demetrio.)
T'inseguirò, e
l'inferno diverrà il paradiso
se morrò per la
mano di chi adoro. Esce.
OBERON
Addio, ninfa
leggiadra. Prima che egli lasci
questo bosco,
sarai tu a
fuggirlo, e sarà lui a cercare
l'amor tuo.
Entra il Demone.
Ce l'hai il fiore?
Bentornato, girellone!
DEMONE
Ce l'ho qui.
OBERON
Dammelo, ti prego.
Conosco un ciglio
dove il timo selvatico fiorisce,
crescon le
margherite e reclinano il capo
le viole,
coperto da un
padiglione di fin troppo
rigoglioso caprifoglio,
con dolci rose
muschiate e roselline di
macchia.
Colà, fra i fiori,
Titania dorme talvolta di notte,
cullata da musiche
e danze.
E là si spoglia il
serpente della sua pelle
variegata,
manto bastante a
coprire una Fata.
I suoi occhi
bagnerò con questo succo,
e la colmerò di
turpi fantasie.
Prendine un po'
anche tu, e cerca dentro al
bosco.
Una dolce
fanciulla ateniese s'è invaghita
d'un giovane
sdegnoso. Bagnagli le palpebre
con questo;
ma fai in modo
ch'egli al suo risveglio
volga i suoi occhi
proprio a quella dama.
Il giovane
conoscerai dagli abiti ateniesi.
E fa' le cose con
cura, sì ch'egli poi dimostri
d'essere vago di
lei più di quanto, di lui, ella
già fosse.
E bada bene,
voglio qui riaverti al primo
canto del gallo.
DEMONE
Sire, non temete.
Farò quel che volete.
Escono.