TITANIA
Dimmi,
dolce amor mio,
gradiresti un po' di
musica?
ROCCHETTO
Io per la musica ho un
discreto orecchio!
Sentiamo tintinnìo e
nacchere!
TITANIA
E dimmi,
diletto mio, cosa
vorresti mangiare?
ROCCHETTO
Beh, mi piacerebbe una manciata
di biada. E potrei masticare
della buona avena secca. E mi
par d'avere gran voglia d'una
brancata di fieno. Non c'è nulla
di meglio del buon fieno - del
buon fieno profumato!
TITANIA
Ho un elfo
intraprendente che andrà a
frugare nella riserva
dello scoiattolo,
e ti recherà noci fresche.
ROCCHETTO
Preferirei una o due manciate di
lupini secchi. Ma ti prego, che
nessuno della tua gente mi venga
a disturbare. Sento addosso una
certa esposizione al sonno.
TITANIA
Dormi pure, amor
mio, ed io ti cingerò con le mie
braccia.
Fate, andatevene
via; via disperdetevi da ogni
parte.
(Escono le Fate.)
Dolcemente così,
il caprifoglio al soave
convolvolo
s'allaccia.
L'edera inanella così
le dita rugose
dell'olmo.
Oh come t'amo! Oh
come per te deliro! (S'addormentano.)
Entra il Demone.
OBERON (facendosi avanti)
Benvenuto,
Robertino. Ma guarda che
spettacolo!
Comincio ad aver
pietà del suo delirio.
La incontrai poco
fa al margine del bosco.
Cercava dolci
pegni d'amore per l'odioso
balordo.
L'ho rimproverata
ed abbiam bisticciato;
ché avea cinte
l'irsute tempie
di fiori freschi e
profumati.
E le roride
stille, che sovente sui bocci
si fan rotonde
come perle d'oriente, stavano là
dentro agli occhi
di quei bei fiorellini
come lacrime
versate sulla loro vergogna.
Quando a piacer
mio l'ebbi schernita,
ed ella con umili
accenti mendicava pietà,
le chiesi quel suo
paggetto trafugato.
Ed ella subito
cedette; ed i suoi elfi a
scortarlo
inviò al mio
recesso, nella terra fatata.
Ora che ho
ottenuto il fanciullo, risanerò
l'odiosa
imperfezione dei suoi occhi.
E tu, caro Berto,
togli il metamorfico scalpo
dalla testa dello
zotico ateniese,
sì ch'egli possa,
destandosi con gli altri,
tornarsene con
loro alla città natia,
e mai più pensare
ai casi di questa notte
se non come allo
strano incubo d'un sogno.
Prima, però,
toglierò l'incantesimo alla
Regina delle Fate.
(Spreme il succo sulle ciglia
di Titania.)
Torna ad essere quella che
fosti.
Torna a vedere ciò che vedevi.
Il
boccio di Diana sul fior di Cupìdo
Ha
tale forza e divino potere.
Ora, mia cara
Titania, dèstati. Su, mia dolce
Regina!
TITANIA (destandosi)
Oberon, mio caro!
Che strane visioni ho avuto!
Mi pareva
d'essermi innamorata d'un asino.
OBERON
Eccolo là l'amore
tuo.
TITANIA
Ma come poté questo accadere?
Oh come gli occhi
miei aborrono il suo volto!
OBERON
Ora un po' di
silenzio. Berto, togli via
quella testa.
E tu, Titania,
musica invoca, e, più di quanto
faccia sonno comune,
A questi cinque
togli ogni coscienza.
TITANIA
Musica, orsù, e
musica che, per incanto, il
sonno induca!
Dolce musica.
DEMONE (togliendo a Rocchetto
la testa d'asino)
Ora, quando ti
desterai, torna a guardare
coi tuoi occhi di
balordo!
OBERON
Musica! (Musica
di danza.)
Vieni, mia Regina, danziamo
prendendoci per
mano, e il suolo
culli ondeggiando
i nostri addormentati.
(Oberon e Titania danzano.)
Tu ed io siamo
tornati amici, e domani,
a mezzanotte,
solennemente danzeremo
nella reggia del
Duca Teseo, in gran trionfo,
e con l'augurio
d'ogni prosperità.
Là si uniranno in
nozze, insieme ad Ippolita e
Teseo,
le due coppie dei
fedeli amanti, con gran tripudio
di tutti.
DEMONE
Re degli Elfi,
presta orecchio,
Dell'allodola odo
il canto.
OBERON
Ed allora, mia
Regina, mesti e silenziosi,
seguiremo l'ombra
della notte.
Noi che possiam
cingere il mondo
più veloci della
luna errante.
TITANIA
Andiamo, mio
signore, e volando dirai
come avvenne che
ieri notte
addormentata mi
trovai
assieme a questi
mortali.
Escono. I quattro amanti e
Rocchetto giacciono ancora
addormentati.
Al suono di corni (fuori
scena) entrano Teseo,
Ippolita, Egeo e il Seguito.
TESEO
Vada in cerca, uno
di voi, del guardaboschi.
E poiché i riti di
Maggio son compiuti
e gli avamposti
del giorno ora son giunti
l'amor mio
ascolterà il concento dei miei
cani.
Scioglieteli là
nella valle di ponente.
Eseguite l'ordine
mio. E trovate il guardaboschi.
(Esce un Valletto.)
Mia bella Regina,
guadagneremo la cima del monte
e ascolteremo il
musical frastuono delle mute,
e l'eco che con
esso si congiunge.
IPPOLITA
Ero, una volta,
con Ercole e con Cadmo
in un bosco di
Creta, ove i due eroi
coi segugi di
Sparta cacciavano l'orso.
Mai ho udito più
forti latrati,
per cui le selve e
i cieli, le fonti ed ogni
prossima plaga,
parean congiunti
in un unico grido. Mai
ho udito più
musical discordo.
Mai un toneggiar
più dolce.
TESEO
I miei segugi son
di razza spartana:
larghe fauci,
biondo il manto, lunghe le
orecchie
che lambiscon le
rugiade dell'alba,
zampe ricurve e
pendule giogaie
come quelle dei
tori di Tessaglia.
Lenti a inseguire,
ma armoniosi nel latrare,
come campane in
digradanti toni. Voci meglio
intonate
non risposero mai
al richiamo del guardacaccia,
né dal suono del
corno furono incitate,
in Creta, in
Sparta, od in Tessaglia.
Giudica tu quando
le udrai. Ma attenzione! Che
ninfe son queste?
EGEO
Sire, è mia figlia
colei che giace addormentata!
E questo è
Lisandro, e questo è Demetrio.
Ed Elena è questa,
Elena del vecchio Nedar.
Mi domando com'è
che tutti insieme si ritrovano
qui.
TESEO
Per certo si
alzarono all'alba per onorare
i riti del Maggio.
E avendo sentito dei nostri
propositi
son venuti alle
cerimonie.
Ma dimmi, Egeo.
Non è questo il giorno
che Ermia dovea
comunicarci la sua scelta?
EGEO
Lo è, mio signore.
TESEO
Andate, ordinate
ai cacciatori di destarli coi
corni.
Clamori, fuori scena; suoni
di corno.
Gli amanti si destano e
balzano in piedi.
Buon giorno,
amici. San Valentino è ormai
lontano,
e com'è che sol
ora cominciano ad accoppiarsi
codesti uccelli di bosco?
LISANDRO
Perdono, mio
signore. (Gli amanti
s'inginocchiano.)
TESEO
Alzatevi, vi prego.
Messeri, so che
voi due siete rivali e nemici.
E com'è che al
mondo alberga sì dolce concordia
che l'odio è tanto
lungi dal sospetto
da dormire a
fianco dell'odio senza tema?
LISANDRO
Sire, tra il sogno
e la veglia risponderò confuso.
Giuro che finora
non so com'io sia qui venuto.
Forse - il vero
vorrei dirvi! -
or che ricordo,
ecco dev'essere così;
qui io venni con
Ermia. Intendevamo
fuggircene da
Atene, eludendo la minaccia
delle leggi
ateniesi...
EGEO
Basta così! Duca,
non più! Ciò vi sia sufficiente!
Invoco la legge,
la legge sul suo capo!
Avrebbero voluto
fuggirsene via, caro Demetrio.
Questo, avrebbero
voluto! Me e te defraudando.
Te di tua sposa, e
me del mio consenso...
del consenso al
vostro matrimonio.
DEMETRIO
Sire, Elena bella
m'informò del loro intento
di fuggire insieme
in questa selva.
Ed io, furibondo,
qua son venuto ad inseguirli;
ed Elena - di me
invaghita - venne sulle mie
tracce.
Ma, mio buon
signore, non so per quel magia
- ma di qualche
magia certo si tratta -
il mio amore per
Ermia qual neve si disciolse.
Ora nient'altro mi
pare che il ricordo
d'un vano balocco
dell'infanzia,
allora
appassionatamente amato.
La mia fedeltà, la
virtù del mio cuore,
son per Elena
soltanto, oggetto e piacere dei
miei occhi.
A lei, signore,
prima ch'io vedessi Ermia ero
promesso.
Ma, come infermo,
ebbi a schifo il mio cibo,
ed ora, risanato,
torno al mio gusto naturale.
Io quel cibo lo
voglio, lo amo, lo bramo,
e per sempre sarò
fedele ad Elena.
TESEO
Leggiadri amanti,
fu buona sorte incontrarvi.
Di queste cose,
fra breve, vorrò ascoltare
ancora.
Egeo, del tuo
volere non terrò conto;
e nel tempio, al
pari di noi,
queste coppie
d'amanti saran per sempre unite.
Ed essendo il
mattino ormai inoltrato,
il proposito di
caccia è accantonato.
Via, con noi,
tutti ad Atene, tre e tre, e
sarà festa solenne!
Vieni Ippolita.
Escono Teseo, Ippolita, Egeo
e il loro Seguito.
DEMETRIO
Queste cose
appaion tenui e indistinte
come montagne
lontane che scolorano in nubi.
ERMIA
A me pare di aver
guardato con gli occhi torti,
quando le cose si
vedono sdoppiate.
ELENA
Anche a me.
E mi pare d'aver
trovato Demetrio
come, per caso, si
trova un gioiello...
mio e non mio.
DEMETRIO
Ma sei proprio sicura
che noi siam
desti? Mi pare
di dormire ancora,
di sognare. Credi davvero
d'aver visto il
Duca, con noi qui, a dirci di
seguirlo?
ERMIA
Ma sì. Ed anche
mio padre.
ELENA
E Ippolita pure.
LISANDRO
E il Duca ci
diceva di seguirlo al tempio.
DEMETRIO
Ma allora non c'è
dubbio, siamo desti. Seguiamolo,
e strada facendo
ci racconteremo i nostri sogni.
Escono.
ROCCHETTO (svegliandosi)
Quando tocca a me, datemi
l'imbeccata, ed io risponderò. È
dove dice: "O bellissimo Piramo"
(Sbadiglia.) Auuu. Ehi,
Pietro Zeppa! Zufolo
aggiustamantici! Beccuccio
calderaio! Agonia! Perdio, se ne
sono andati tutti, e m'hanno
lasciato qui a dormire! Ho avuto
una visione straordinaria. Ho
fatto un sogno che nessun
cervello umano riuscirebbe a
spiegare. E c'è da far la figura
del somaro soltanto a provarcisi.
Mi pareva d'essere... nessuno
può dire che cosa. Mi pareva
d'essere... e mi pareva
d'avere... ma soltanto un pazzo
potrebbe tentar di dire quel che
mi pareva d'avere. Occhio umano
non poté mai udire, orecchio
umano non poté mai vedere, mano
umana non poté mai gustare,
lingua umana mai concepire, e
cuore umano mai narrare, un
sogno come il mio. Dirò a Pietro
Zeppa di scriverci sopra una
ballata. S'intitolerà "Il Sogno
di Rocchetto", che ha tanto filo
che non si finirà mai di
sdipanare. Ed io la canterò alla
fine del dramma alla presenza
del Duca. Anzi, perché faccia
ancora più effetto, forse la
canterò alla morte di Tisbe.
Esce.