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Con l'Enrico V, scritto e rappresentato nel
1599, il ciclo dei drammi storici di
Shakespeare è pressoché concluso. Prima
erano apparsi: le tre parti dell'Enrico VI
(1588-92); il Riccardo III (tra il 1591 e il
'94); Riccardo II (1595); Re Giovanni (tra
il 1590 e il '97); e le due parti
dell'Enrico IV (tra il 1596 e il '99).
L'ultima tessera del mosaico, l'Enrico VIII,
apparirà nel 1613: si dice che Shakespeare
lo abbia scritto su espressa richiesta della
corte d'Inghilterra, quando già il
drammaturgo aveva dato l'addio alle scene.
Evidentemente,
anche i contemporanei di William Shakespeare
(1564-1616) si rendevano conto della
importanza, anche ideologica, del grande
affresco che il drammaturgo aveva a poco a
poco realizzato.
Molti dei drammi storici shakespeariani si
svolgono nel XV secolo, l'epoca in cui
l'antica nobiltà feudale si autodistruggeva
in una sanguinosa guerra di successione (la
guerra "delle due rose"), mentre la
monarchia assoluta si veniva affermando, con
il sostegno iniziale di una nuova classe di
proprietari terrieri e di una borghesia
mercantile in rapida ascesa. L'Inghilterra
imboccava con decisione la strada che
avrebbe condotto, alcuni secoli più tardi,
alla nascita del capitalismo.
Shakespeare rappresenta questo complesso
momento storico mettendo in scena la vita e
le imprese di alcuni sovrani. Al
drammaturgo, naturalmente, non interessa
fornire una versione oleografica della
storia patria. Egli condivide il modo di
pensare diffuso nella sua epoca, e perciò
ritiene che, per la nazione, la cosa
migliore sia essere guidata da un monarca
forte, leale, saggio, generoso e giusto, che
goda dell'appoggio e dell'ubbidienza
dell'intero popolo. Ma è significativo che
questo ideale perlopiù non si trovi
realizzato nei drammi storici di
Shakespeare. Anche quando il re non è un
debole come Riccardo II o una canaglia come
Riccardo III, il regno è travagliato da
guerre civili, congiure, ribellioni; il
potere del sovrano è precario e instabile,
spesso nasce dall'usurpazione o è da essa
minacciato. La visione della storia che ne
risulta è prevalentemente cupa, pessimista
(o forse solo realistica).
L'unica eccezione sembra essere costituita
dal regno di Enrico V. Questo sovrano, che
regnò fra il 1413 e il 1422, è presentato da
Shakespeare come un modello di virtù (anche
nel senso di Machiavelli). Il trono di
Francia gli spetta per successione
dinastica; per ottenerlo, Enrico attraversa
la Manica con il suo esercito (è un episodio
della guerra dei Cent'anni), non senza aver
sventato una congiura di nobili al soldo
della Francia. S'impadronisce della città di
Harfleur senza colpo ferire, ed ottiene una
brillante ed insperata vittoria ad Agincourt,
dove le armi di Francia sono sbaragliate dal
numericamente esiguo esercito di re Enrico;
il tutto con grande stupore della corte
francese, che confidando nella superiorità
indiscussa dei propri cavalieri
sontuosamente addobbati, aveva considerato
con sufficienza il manipolo di "straccioni"
guidato dal re inglese. Tornato in patria,
Enrico V, durante le trattative di pace col
re di Francia, riesce a conquistare anche
l'amore della figlia di quest'ultimo, la
principessa Caterina: la pace fra i due
paesi sarà suggellata dal matrimonio fra
Enrico e Caterina, che unisce le due
dinastie.
Il protagonista di questo dramma era già
apparso nell'Enrico IV, dove era un
giovanotto di belle speranze (principe
ereditario), amante della gozzoviglia e
della crapula, assiduo frequentatore di
taverne d'infimo ordine assieme a John
Falstaff e ad altri popolani, suoi compagni
di goliardia. Diventato re, Enrico ha "messo
la testa a posto", ma del suo periodo
goliardico ha conservato la familiarità con
le classi popolari. La notte che precede la
battaglia di Agincourt lo vediamo visitare
in incognito gli accampamenti del suo
esercito, per sondare il morale delle truppe
(e non tutto ciò che gli dicono i suoi
soldati è per lui lusinghiero).
Questa celebrazione dell'assolutismo
monarchico in chiave nazional-popolare
avrebbe potuto risolversi in un'opera di
mera propaganda. Shakespeare, nonostante la
sua sostanziale adesione all'ideologia
dominante, riesce ad evitare un tale esito,
aprendo anzi geniali "squarci" di realtà
storica, fin dalla prima scena del primo
atto: è l'Arcivescovo di Canterbury a
convincere Enrico V ad intraprendere la sua
spedizione in Francia, perché c'è il
concreto rischio che la monarchia, a corto
di fondi, decreti l'espropriazione dei beni
ecclesiastici... molto meglio una bella
guerra di conquista, specie se fondata su
"giuste" ragioni di diritto. "Ora prosperano
gli armaioli e in ogni petto / Regna
soltanto il pensiero dell'onore" (Atto II,
Coro, vv. 3-4).
I Cori di questo dramma sono un ulteriore
motivo d'interesse, in quanto in essi si
trovano alcune significative dichiarazioni
di poetica teatrale, valevoli per tutta
l'opera di Shakespeare. Come può la finzione
scenica rappresentare la realtà? "Può questa
misera arena contenere i vasti / Campi di
Francia? E possiamo, questa O di legno, /
Inzepparla pur dei soli cimieri che
atterrirono l'aria / Ad Agincourt?" (Atto I,
Coro, vv. 11-14).
Shakespeare rifiuta il falso realismo delle
tre regole aristoteliche - unità di tempo,
di luogo, di azione - e chiede direttamente
alla fantasia dello spettatore di
collaborare alla creazione dell'opera:
"Rimediate / Coi vostri pensieri alle nostre
imperfezioni: dividete / Un solo uomo in
mille parti e create / Un'armata
immaginaria. [...] / sono i vostri pensieri
che ora / Debbono addobbare i nostri re,
portarli / Di qua e di là, scavalcando i
tempi, chiudendo / Le gesta di molti anni
nel giro di una clessidra." (Ibid., vv.
23-25, 28-31).
Questa edizione supereconomica dell'Enrico V
è curata da un anglista di vaglia ed è
corredata di testo a fronte, ricca
bibliografia e di un'utile tabella
cronologica delle opere di Shakespeare. La
qualità della carta e della rilegatura
lasciano a desiderare, ma non si può avere
tutto.
Apologia
del Re, di un Re. Apologia dell’Inghilterra
in cinque atti. Torniamo indietro rispetto a
Riccardo III. Primo ventennio del XV secolo.
In perfetta sincronia con la più lineare tra
le epopee di tipo classico, ogni elemento
s’incastra a perfezione in un più grande
mosaico, finalizzato all’elogio sublime e
supremo della terra d’origine. Re Harry è il
centro-boa di una vasca di versi armati per
un impatto frontale, affrescati di
riferimenti e ironie storiche, ma pur sempre
di stampo guerresco e cavalleresco. Il Re è
la consacrazione di una fase epica decisiva
per le sorti d’Europa dei secoli a venire, o
quanto meno per le sorti dei binari su cui
le genti d’Europa si troveranno instradate.
Se non lo è, sicuramente lo sarebbe nelle
intenzioni dell’Autore, dei patrocinatori e
delle loro mire. Il dramma di Shakespeare è
di fatto e a tutti gli effetti la storia
della battaglia di Agincourt, combattuta in
terra di Francia nell’ottobre dell’anno del
Signore 1415. Il significato apologetico
nazionale è così evidente da ricalcare le
orme autocelebrative di Cesare durante
l’assedio di Alesia. I riferimenti
terminologici (Gallia spesso al posto di
Francia) sono lampanti e le intenzioni non
sono da meno. Lo si capisce in altra chiave
anche alla fine, quando alla campagna
guidata da un re non completamente in buona
fede (legge salica ed eredità delle corona
d’Inghilterra) si dà un significato
pacificatore e unificatore. La differenza è
nel mezzo falso storico che incombe di
continuo sui dati (il numero reali di
inglesi schierati da diecimila diventa
cinquemila, confortando l’epicità del
dramma), e comunque sulle asimmetrie
caratteriali e motivazionali affibbiate in
modo didascalico ai due schieramenti. Così
si continua lungo una scala che avviluppa in
senso ciclico tutti gli elementi necessari
alla documentazione storica di una necessità
d’amalgama, pace e prosperità, di cui Enrico
V sembra erede suo malgrado.
In sostanza Enrico V è la resurrezione
morale di un ex sfaccendato salito alla
ribalta dei doveri storico esistenziali,
propri di chi incarna le vesti morali degne
dei gonfaloni, degli araldi e della missione
di una grande Nazione. È il Re che
rappresenta il paradigma profondo entrato
nell’iconografia collettiva più classica
antesignana delle attuali credenze relative
alla “perfida Albione”. Il simbolo della
rinascita nazionale o meglio della nascita
definitiva e dell’assunzione di
consapevolezza. Già al primo atto i dubbi
sono fugati. Non c’è spazio per
ripensamenti; la missione è stabilita. Le
imprese ricordate degli avi in terra di
Francia (il principe Nero, Edoardo di
Galles) come richiamo al volere prossimo ne
sono testimoni. L’ardore di pochi, stanchi,
arditi, affamati, lisi contrapposto ai molti
affettati, belli e piumati e drammaticamente
poco guerreschi ne connotano il senso (lo
spunto ripreso da Orwell e Churchill è
evidente).
Il fatto che nell’Enrico V tutto sia
strumentale ne deriva automaticamente. Hanry
il Plantageneto funge da fulcro per una
visione globale di un’apologia
straordinaria. Un terzo dei versi spetta a
lui. Dalla dichiarazione di intenti, al
campo di battaglia; dalle sue vocazioni
“sociali” (accetta di essere apostrofato e
sfidato dal soldato Williams) contrapposte
alla noblesse spocchiosa e classista dei
francesi, alla corte finale a Caterina di
Valois (1401-1431) figlia dello sconfitto Re
Carlo di Francia. Tutto è cucito su di lui,
da lui per la prosperità del futuro regno
unito tra Inghilterra e Francia.
Da Enrico V e Caterina nascerà Enrico VI. La
mollezza degli eredi e la vacuità dei
presagi sarà oggetto di altre analisi.
Il libro scorre come può farlo un dramma
epico. Il ritmo dei versi, cadenzato dal
tamburo e dalle trombe, appare da subito
meno complesso nelle sue chiavi di lettura
di altri lavori e proprio per questo in
alcuni momenti meno disposto a farsi
digerire. La riflessione umana è enorme ma
supina alla inquadratura storica e
finalistica di un dovere collettivo. La
grande spinta individuale di cui gode
autonomamente l’Enrico protagonista sembra
quasi impersonale a fronte di obiettivi
tanto supremi. Sembra di scorrere lungo i
lineamenti rozzi e soldateschi di un Re
necessario, per respirarne uno strano e
contagioso senso di protezione diffuso.
Oltre le pagine; oltre le parole e i
riferimenti.
Il tutto si legge e si ammira con
consapevole soggezione alla maestosità delle
gesta. Ci si lascia coinvolgere con sete
crescente fin dentro la bruma fangosa del
suolo francese.
Il potere e la modernità: Shakespeare di
Roberto Chiappi
"Questo
giorno è celebrato come la festa di San
Crispino: chi sopravvive a questo giorno e
se ne torna sano e salvo a casa, si leverà
in punta di piedi tutte le volte che questo
giorno verra ricordato e si sentirà più
grande all'udire il nome di San Crispino...
I vecchi dimenticano: eppure, anche quando
avrà dimenticato ogni cosa, si ricorderà
delle azioni di questo giorno... forse le
abbellirà anche un poco". Enrico V°, Atto IV
Scena III°.
"...Io so che Antonio è triste perché pensa
alle sue mercanzie. No credimi ringrazio la
fortuna: i miei investimenti non sono
affidati a una sola nave o a un solo
approdo, ne tutti i miei averi dipendono
dalla fortuna di quest'anno..." Il Mercante
di Venezia, AttoI° Scena I°.
Qualcuno ha scritto che Shakespeare è ampio
quanto il mondo certo è che nei suoi drammi
storici e in alcune tragedie si può trovare
molto sulla gestione del potere e sugli
stili di leadership nelle organizzazioni:
Riccardo II° è convinto che possedere il
titolo di Re per diritto divino gli dovrebbe
assicurare l'obbedienza dei sudditi;
Re Lear pensa che anche dopo aver ceduto
agli eredi la sua terra il sangue reale gli
garantisca un potere illimitato; Antonio
crede che il potere affidatogli dipenda
unicamente dalla sua persona e non dalla
istituzione (l'impero romano) che glielo ha
delegato;
Riccardo III° è spinto dalla sua ambizione a
pensare che potrà ottenere ciò che vuole;
Macbeth mostra come dietro il potere e la
determinazione di un grande uomo (nel bene e
nel male) ci sia spesso una donna;
Coriolano è sempre in prima linea nella
gestione dei conflitti più duri mostrandosi
coraggioso, ma anche implacabile e
vendicativo;
Enrico V° considera determinante per la sua
leadership ascoltare i propri uomini e
saperli motivare. (vedi: P. Carrigan,
Shakespeare e il management, Etas, Milano
2002). Antonio, il Mercante di Venezia,
esordisce ricordando che i suoi investimenti
sono ben distribuiti nello spazio e nel
tempo anticipando concetti moderni come la
diversificazione e la globalizzazione dei
mercati. Le vicende narrate lo
contrappongono all'usuraio ebreo Shylock che
gli ha prestato del denaro essendo tutti i
suoi averi immobilizzati nelle attività
commerciali. E' interessante ricordare che
la parola usuraio deriva dal latino usum
(cioè colui che dà in uso il denaro) ed è
comprensibile che chi dà in uso (affitto,
comodato, leasing, prestito,ecc.), per un
certo tempo, un bene debba essere
adeguatamente remunerato (vedi anche in
questa stessa sezione la parabola dei
talenti). Nel moderno sistema economico
finanziario occidentale si legittima il
tasso d'interesse, ma si condanna il suo
valore troppo elevato come reato di usura.
Shylock si oppone ad Antonio anche perché la
consuetudine del Mercante di prestare
gratuitamente denaro agli amici gli rovina
il mercato (oggi si parla molto di mercato
drogato, sussidi di stato ecc.).
Contro l'avanzata della classe mercantile
che esaltava i valori della industry, ossia
del lavoro produttivo e delle nuove pratiche
finanziarie, il vecchio ordine si difendeva
con i diritti della nobiltà ereditaria, dei
privilegi di sangue e delle proprietà
terriere. E' proprio Porzia, una donna
ereditiera delle terre di Belmonte, il terzo
attore economico di questa commedia; è lei a
comprendere la situazione, i problemi e a
portarli a soluzione con sagacia ed
intelligenza. Shakespeare, esponente della
nuova borghesia, ma con potenti amici
aristocratici, non fa trapelare la sua
preferenza tra questi tre personaggi in
quanto la scelta è fra la nuova etica
capitalistica che si affaccia e quella
tradizionale che tutela gli antichi
privilegi.
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