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da Liber Liber
La commedia è la rappresentazione,
attraverso i modi di agire e di sentire dei
personaggi, del contrasto tra la vita di
corte, convulsa, complicata, insidiosa, e la
vita di campagna, all’aperto, nella natura;
rappresentazione che è condotta dal poeta
come un gioco dialettico tra aristocratici e
contadini, più tipi che personaggi, in un
linguaggio i cui pregi letterari rivelano la
raggiunta maturità e perizia drammaturgica
dell’autore, che si muove intorno ad una
trama piuttosto labile, evanescente, da
ridursi quasi a semplice pretesto
letterario. L’atmosfera bucolica vi è
punteggiata qua e là da canzoni e recitativi
in rima che ne accentuano il carattere di
“pièce” di letteratura pastorale: un genere
di moda all’epoca, come si è detto, ma che
Shakespeare non sembra prediligesse troppo,
se nello stesso titolo che dà al suo lavoro
- e che non è un titolo - sembra dire al suo
pubblico: “Io l’ho scritta per gioco e per
seguire la moda, e spero che vi piaccia;
dategli voi il titolo che volete; quel che
piace a voi, può anche non piacere a me”.
* * *
Questa commedia è, cronologicamente, la
terza del gruppo delle cosiddette “commedie
romantiche” di Shakespeare, insieme con le
altre “Tanto trambusto per nulla” (“Much Ado
about Nothing”), “Dodicesima notte (o quello
che volete)” (“Twelfth Night; or, What You
Will”) e “Le gaie mogli di Windsor” (“The
Merry Wives of Windsor”), scritte tutte
nello spazio di tre anni e poco più (1598
-1601).
Il titolo figura iscritto nello “Stationers’
Register” alla data del 4 agosto 1600; il
che fa presumere che la commedia non sia
stata scritta molto tempo prima, anche
perché essa non figura fra quelle elencate e
attribuite a Shakespeare nel “Palladis
Tamia” (“Doni di Minerva”) di Francis Meres,
una specie di antologia/inventario degli
autori inglesi contemporanei, apparso nel
1598.
Del manoscritto, com’è di tutti gli altri
lavori di Shakespeare, nessuna traccia: il
testo corrente è quello apparso nella prima
pubblicazione a stampa delle opere di
Shakespeare, il cosiddetto “primo in-folio”
uscito nel 1623, sette anni dopo la morte
del poeta, a cura di due suoi amici e
colleghi, gli attori John Heminge e Henry
Condell. La commedia ebbe grande fortuna
appena uscita, anche perché per stile,
fattura e impianto scenico seguiva una moda
del tempo, quasi un ritorno al gusto del
bucolico e dell’idilliaco nella forma
dialogica che aveva avuto notevole
espressione in Italia e in Spagna; e i
drammaturghi elisabettiani si premuravano di
soddisfare questo gusto. Uno dei loro più
insigni, Edmund Spenser, amico di
Shakespeare, pubblica (1579) anche un poema
pastorale di dodici egloghe, “The Shepherd’s
Calendar” che rimane il miglior esempio
della poesia pastorale inglese.
Poi la commedia scomparve dalle scene, e non
s’ha più notizia di sue rappresentazioni
fino a più d’un secolo dopo, quando -
dicembre 1740 - fu rappresentata a Londra al
teatro “Drury Lane”; dopo la quale
apparizione prenderà un posto stabile nel
repertorio di molte compagnie teatrali in
Inghilterra e all’estero, fino ai nostri
giorni, spesso rappresentata all’aperto,
come meglio si conviene al bucolico ambiente
della sua vicenda, quasi per intero ubicato
in una foresta.
Da Carte allineate
Come
vi piace non è certo la più nota delle
commedie di Shakespeare. Ma è conosciuta,
rappresentata, letta e studiata quel tanto
che basta per coglierne il fascino sottile,
subdolo, verrebbe da dire: le complessità, i
divertiti e bruschi cambiamenti di visione e
prospettiva, le trappole farcite di cortesi
florilegi accuratamente preparate dal buon
William. Ancora efficacissime, pronte a
scattare alla minima sollecitazione.
Shakespeare ricevette in dono una
consapevolezza linguistica che gli
consentiva di padroneggiare le parole, versi
alati o ruvida prosa, in modo da poter
comprendere, nel senso più ampio del
termine, il gusto, la capacità ricettiva, lo
scandaglio emotivo, la contemplazione
estetica (ed estatica) di un pubblico
vastissimo. Dal contadinotto venuto a teatro
per farsi due risate e guardarsi un paio di
dame dagli abiti non esattamente casti, al
Professore di Oxford che si mischia alla
folla ed elucubra, tra uno schiamazzo e
l’altro, individuando assonanze e
consonanze, richiami intertestuali e
compagnia bella. William aveva cibo a
sufficienza per sfamare tutti. Per lasciare
ciascuno alla fine, sazio, certo di aver
avuto ciò che desiderava.
COME VI PIACE, opportunamente tradotto da
qualcuno anche con COME VI PARE, diventa
quindi in un certo senso anche una specie di
marchio di fabbrica, un motto, uno slogan.
Se è questo che volete, sembra dirsi
Shakespeare, questo avrete. Per me è lo
stesso, l’importante è che siate contenti
voi, e che riempiate i teatri, giorno dopo
giorno. Questa è, almeno in parte, una
potenziale chiave di lettura.
Le porte letterarie shakespeariane tuttavia
di chiavi ne richiedono numerose per sperare
di vederle socchiudere. Il buon William
sembra voler assecondare gusti e richieste,
pare allinearsi a ciò che furoreggia, ciò
che è in voga. Dal canto suo sembra
addirittura dire “Io scrivo, così, perché
sono drammaturgo, è il mio mestiere. Sono
come un sarto, confeziono abiti su misura, a
seconda delle esigenze e delle mode”. La
frase è falsa, oltre che inventata. Niente
di più lontano dalla realtà. Doveva
mangiare, William, certo, come ogni padre di
famiglia, o forse di famiglie. Ma ciò non
gli impediva di fare, in realtà, come pareva
a lui. Dando sempre l’impressione di servire
la rispettabilissima platea, of course.
La commedia avrebbe potuto, anzi avrebbe
dovuto, a regola, uniformarsi ai dettami
della letteratura “pastorale”, l’Arcadia che
faceva sognare e versare fiumi di
inchiostro. L’intreccio avrebbe potuto
essere complesso ma prevedibile, ed aprire
la strada, anzi, un verde e profumato
sentiero, verso l’atteso happy ending.
Avrebbe accontentato tutti, o quasi. Di
sicuro la maggioranza degli spettatori. Non
avrebbe soddisfatto però uno spettatore
particolare, il primo e l’ultimo: William
Shakespeare da Stratford. Accade così allora
che, alla fin fine, il primo e l’ultimo a
divertirsi sia proprio l’autore. Anche a
spese del suo pubblico. Lo schema di base
della commedia pastorale era semplice nella
sua intricatezza. Travestimenti, giochi,
trucchi innocui e in gran parte giocosi, e
poi via, l’agnizione, ognuno si rivela per
quello che è, buoni e cattivi, belli e
brutti, e finisce a tarallucci e vino, e
dentro una mirabolante alcova. Shakespeare
scardina il meccanismo. Dando la colpa con
un ghigno sarcastico ai propri attori, quasi
avessero fatto di testa loro, mostra che la
vita, sia nella realtà che nella finzione, è
più articolata, più ricca di sfumature.
Perché tutto il mondo recita una commedia (e
qui l’eco arriva nitida fino a Pirandello ed
oltre), e la Fortuna svolge una parte
determinante.
La scena è quella della foresta di Arden,
luogo deputato, idilliaco per eccellenza.
Una sede “ecologica” da contrapporre alla
cruda vita sociale e cittadina. Ma anche
nell’Arcadia si insinuano, non meno aspre,
le contraddizioni, i contrasti, i dissidi.
Shakespeare non sopportava l’esaltazione
incondizionata del mondo pastorale. A lui, è
il caso di dirlo, non pareva plausibile.
Finisce allora per minarne le basi
dall’interno, in modo velato, indiretto, e,
per questo, più efficace. Tramite il
linguaggio, arma primaria. Le miti
principessine e le fanciulle in fiore, ed
anche gli integerrimi eroi, cadono, non di
rado, e con un certo gusto, nel linguaggio
“osceno”. Mai fine a se stesso, con un verve
ed un senso della misura assoluti. Si tratta
però pur sempre di un elemento che va al di
fuori del cliché. Anche l’esaltazione della
campagna come paradiso in terra è sottoposta
a occhiate e battute schiettamente ironiche.
Meglio lasciare la campagna ai contadini, ci
dice Shakespeare.
Anzi, lo fa dire ai suoi saggi pazzi, siano
essi raffinati ed eccentrici viaggiatori o
buffoni di mestiere. Jaques, il personaggio
dal nome francesizzante, è il signore che
vive e pensa da filosofo. Divertendosi a
“ragionare”, il che spesso equivale a
camminare in direzione contraria rispetto
alla folla. Il buffone invece è Touchstone,
Pietra di Paragone. Già la traduzione del
suo nome dice molto. Ricerca l’oro.
Materiale prezioso e raro. Come la verità.
Forse non la troverà mai. Ma già la ricerca
lo eleva, di sicuro dal punto di vista
morale e intellettuale. I personaggi
“malinconici”, afflitti da quella sorta di
malattia che li porta al morbo del pensiero,
della ragione, erano un mezzo per mostrare
l’altro lato della luna, quello oscuro,
scomodo, avvolte da dense foschie. Un’altra
eco, distante dai tempi e dai climi
shakespeariani, ma forse neppure troppo,
destinata a giungere fino a Freud, comincia
a vibrare nell’aria.
L’ultimo è più gustoso scherzo di
Shakespeare, lo specchio deformante più
possente e grottesco, appare nel finale
della commedia. Il gioco della luce e
dell’ombra, del bianco e del nero, viene
ribaltato, o, almeno, intessuto in nodi più
complessi. Il duca cattivo in un primo
momento è al potere, e quello buono in
esilio. Situazione standard, si potrebbe
dire, comunissima, quasi normale,
nell’ambito teatrale e non solo. Accade però
in COME VI PIACE che il cattivo diventi
buono, e si faccia addirittura eremita.
Lasciando il potere all’altro, che lascia la
macchia, senza troppi rimpianti, per tornare
a palazzo. La formula si ripete, a chiasmo,
nei due figli dei duchi, Oliver e Orlando.
Il cattivo Oliver diventa buono e sceglie il
bosco. Quando però viene a sapere
dell’eredità, si ricrede. Pungente e
credibile, sul piano psicologico, anche
questo retrofront. Nella parte conclusiva
della pièce, le figlie dei duchi, Rosalinda
e Celia (nome forse non casuale,
quest’ultimo) sposeranno il nuovo buono e
l’ex-cattivo. In un matrimonio collettivo
stile giapponese, quasi, in grado di mettere
in crisi anche il più solerte impiegato
dell’Ufficio Anagrafe. Ma proprio
dall’ambito che dovrebbe rinsaldare la pace
e l’armonia, quello pastorale, emergono,
emblematicamente, le prime insidie, le
contraddizioni, le complicazioni amorose
personificate dall’ulteriore coppia, quella
di Silvio e Febe.
Complicata, molto, la trama della commedia,
e tuttavia solare, nella sua arguta sequenza
di ombre e riflessi. Forse perché il
linguaggio, è, come osservò Johnson, tra i
più fluidi e vitali del repertorio
shakespeariano. Una commedia un po’ fuori
luogo e fuori epoca, COME VI PIACE, ma anche
fuori dal tempo, con quella grazia e quel
brio, a tratti serenamente taglienti, che
ancora racchiude.
Divertente, a suo modo. Forse perché
l’autore si è divertito in prima persona, a
prendere modelli e smontarli, rimettendoli
insieme a suo piacimento. Si è anche
divertito a giocare a mosca cieca con lo
spettatore, e a prenderlo in giro,
facendogli credere che il testo fosse stato
scritto come piaceva a lui. In realtà è il
contrario, si tratta di un esperimento
letterario, giocoso e complicato come una
partita a dama. Ma a noi, in fondo, piace
anche così. Forse perché ci piace pensare
che tutto sia come ci pare.
Come vi piace non è solo uno degli esempi
più maturi della fantasia di Shakespeare, ma
il prototipo perfetto della commedia
romanzesca. E al più puro mondo romanzesco
appartengono i personaggi principali e il
gioco d'equivoci e di travestimenti che
intrecciano: l'eroe giovane e bello, due
principesse sotto mentite spoglie che
aspettano solo di venir corteggiate, un duca
virtuoso da restaurare in trono, e
naturalmente i loro antagonisti... Accanto
ad essi si muovono le figure del buffone
Touchstone e del malinconico Jaques che
screziano di sarcasmo e d'ironia l'atmosfera
rarefatta e incantata della foresta. Infatti
su tutto domina la malia della foresta di
Arden, dove gli eroi trovano rifugio per
trarvi nuove energie e forza rigenerante.
Anticipando quello che sarà il grande tema
della Tempesta, Shakespeare sembra voglia
ricordarci che la natura più intatta, in
contrasto con la passionale e turbolenta
città, stempera gli istinti ferini degli
uomini volgendoli alla lealtà e al bene. E
nella mitica foresta che ignora la tirannia
del tempo, Shakespeare evoca e fonde fra
loro, con sottile allusione, le forme
antiche e recenti della poesia pastorale e
dell'ecloga, e mette sulle labbra dei propri
personaggi le liriche più leggiadre della
propria arte. Non a caso, dunque, c'è chi ha
potuto definire Come vi piace la più
musicale e "mozartiana" delle sue commedie.

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