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Giulio Cesare - 1599
atto primo -
scena prima |
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Entrano in scena Flavio, Marullo
e alcuni popolani.
FLAVIO
Via di qui! A casa,
fannulloni, andatevene a
casa!
È festa oggi? Come? Non
sapete
che, essendo artigiani,
non dovreste andare in
giro
nei giorni di lavoro
senza i contrassegni
dei vostri mestieri?
Parla tu, di che
mestiere sei?
FALEGNAME
Beh, falegname, signore.
MARULLO
Dov'è il tuo grembiule
di cuoio e il tuo
righello?
Che ci fai qui col tuo
vestito migliore?
E tu, di che mestiere
sei?
CIABATTINO
Veramente, signore,
rispetto a un operaio
specializzato, io non
sono che, come direste?,
un rabberciatore.
MARULLO
Ma di che mestiere sei?
Rispondimi chiaro.
CIABATTINO
Un mestiere, signore,
che spero di poter
esercitare con la
coscienza tranquilla;
cioè a dire, in verità,
signore, il riparatore
di cuoio sciupato al
cuore. |
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FLAVIO
Che mestiere, furfante?
Furfante buono a nulla,
che mestiere?
CIABATTINO
No, signore, vi
supplico, non uscite dai
gangheri. Ma se vi
scalcagnate, signore, io
posso ripararvi.
MARULLO
Che vuoi dire con
questo? Ripararmi,
insolente?
CIABATTINO
Beh, signore, rifarvi le
scarpe.
FLAVIO
Sei un ciabattino, è
così?
CIABATTINO
È così, signore, mi
guadagno da vivere solo
col punteruolo. Non mi
ficco in faccende di
commercio, né in
faccende di donne; ma
con tutto ciò io sono,
in verità, signore, un
chirurgo di vecchie
scarpe; quando sono in
gran pericolo, io le
risano ricoprendole.
Quanta brava gente ha
mai pestato terra su
cuoio di vitello, son
tutti passati per la mia
mano d'opera.
FLAVIO
Ma perché non sei nel tuo
negozio oggi?
Perché ti porti dietro questi
uomini per le strade?
CIABATTINO
Veramente, signore, per
consumargli le scarpe, in modo
da aver più lavoro. Ma a dir la
verità, signore, facciamo festa
per vedere Cesare e per gioire
del suo trionfo.
MARULLO
Perché gioire? Che conquiste
porta in patria?
Quali prigionieri lo seguono a
Roma
per onorare in ceppi le ruote
del suo cocchio?
Voi, teste di legno, pietre,
peggio che cose insensibili!
Oh, voi, cuori induriti, voi,
crudeli uomini di Roma,
non avete conosciuto Pompeo?
Quante volte, quante,
vi siete arrampicati sulle mura
e sui bastioni,
su torri e su finestre, sì, su
comignoli,
coi bambini in braccio, seduti
lì
per tutto il santo giorno, in
paziente attesa,
per vedere il grande Pompeo
passare per le strade di Roma.
E quando vedevate solo apparire
il suo cocchio,
non lanciavate un unico immenso
grido,
che il Tevere tremava sotto i
suoi argini
ad ascoltare il rimbombo del
vostro clamore
tra le sue concave sponde?
E ora vi mettete i vostri
vestiti migliori?
E ora vi pigliate un giorno di
festa?
E ora spargete fiori sul cammino
di chi
viene qui in trionfo sul sangue
di Pompeo?
Andatevene!
Correte a casa, gettatevi in
ginocchio,
pregate gli dèi di sospendere la
peste
che per forza dovrà cadere su
questa ingratitudine.
FLAVIO
Andate, andate, bravi cittadini,
e per questa colpa
riunite tutti i poveruomini del
vostro stampo,
conduceteli sulle sponde del
Tevere e versate lacrime
nel fiume, finché la sua
corrente, anche se al minimo,
non vada a baciare le sue rive
più alte.
Escono tutti i plebei.
Vedi se non s'è commossa la loro
vilissima natura!
Spariscono ammutoliti per la
loro colpa.
Tu va' da quella parte verso il
Campidoglio;
io andrò da quest'altra. Spoglia
le statue,
se le trovi ornate di segni di
cerimonia.
MARULLO
Possiamo farlo?
Sai che è la festa dei
Lupercali.
FLAVIO
Non importa. Che nessuna statua
sia adorna di trofei di Cesare.
Io andrò in giro
e scaccerò il popolino dalle strade;
tu fa' lo stesso dove trovi
affollamenti.
Una volta strappate queste penne
crescenti
dall'ala di Cesare, egli sarà
costretto a volare
a un'altezza normale, che
altrimenti si librerebbe
oltre la vista degli uomini e ci
terrebbe tutti
in una servile soggezione.
Escono.
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Giulio Cesare - 1599
atto primo -
scena seconda |
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Entrano Cesare, Antonio
pronto per la corsa sacra,
Calpurnia, Porzia, Decio,
Cicerone, Bruto, Cassio, Casca,
un Indovino; dietro di loro,
Marullo e Flavio.
CESARE
Calpurnia.
CASCA
Ehi, silenzio! Cesare parla.
CESARE
Calpurnia.
CALPURNIA
Eccomi, mio signore.
CESARE
Mettiti proprio sulla strada di
Antonio,
quando farà la sua corsa.
Antonio!
ANTONIO
Cesare, mio signore?
CESARE
Non dimenticare, nella tua
corsa, Antonio,
di toccare Calpurnia; perché i
nostri anziani dicono
che le sterili, toccate in
questa corsa sacra,
si liberano della maledizione
della sterilità.
ANTONIO
Lo ricorderò.
Quando Cesare dice: "Fa'
questo", è fatto.
CESARE
Si dia inizio, e non sia
tralasciato alcun atto
cerimoniale.
INDOVINO
Cesare!
CESARE
Eh? Chi chiama?
CASCA
Non fate alcun rumore; di nuovo,
silenzio!
CESARE
Chi è che mi chiama nella calca?
Sento una voce più acuta di
qualsiasi musica
che grida "Cesare!". Parli.
Cesare è pronto ad ascoltare.
INDOVINO
Guardati dalle Idi di marzo.
CESARE
Chi è quell'uomo?
BRUTO
Un indovino ti invita a
guardarti dalle Idi di marzo.
CESARE
Portatemelo davanti,
lasciatemelo guardare in faccia.
CASSIO
Uomo, esci dalla folla. Guarda
Cesare.
CESARE
Che cosa mi dici ora? Parla di
nuovo.
INDOVINO
Guardati dalle Idi di marzo.
CESARE
È un sognatore. Lasciamolo.
Procediamo.
Fanfara. Escono tutti tranne
Bruto e Cassio.
CASSIO
Non vai a vedere come si
svolgerà la corsa?
BRUTO
Io no.
CASSIO
Ti prego di farlo.
BRUTO
Io non sono uno a cui piacciono
i giochi. Mi manca
buona parte di quello spirito
vivace che ha Antonio.
Non farmi ostacolare i tuoi
desideri, Cassio.
Ti lascio.
CASSIO
Bruto, ti ho osservato negli
ultimi tempi,
e non trovo nei tuoi occhi
quella gentilezza
e quella dimostrazione d'affetto
che solevo ricevere.
Hai la mano troppo dura e troppo
estranea
con il tuo amico che ti vuole
bene.
BRUTO
Cassio,
non ingannarti. Se ho velato il
mio sguardo,
rivolgo il tormento del mio viso
solo a me stesso. Sono turbato
negli ultimi tempi da passioni
contrastanti,
pensieri che riguardano me
soltanto,
e che macchiano, forse, il mio
comportamento.
Ma non per questo devono
affliggersi i miei buoni amici -
nel cui novero, Cassio,contati
pure -
né fare altre congetture sul
fatto che li trascuro,
se non quella che il povero
Bruto, in guerra con se stesso,
dimentica di manifestare affetto
agli altri.
CASSIO
Allora, Bruto, ho proprio
frainteso la passione
che ti muove, e perciò questo
mio petto ha sepolto
pensieri di gran conto,
riflessioni importanti.
Dimmi, caro Bruto, puoi vedere
la tua faccia?
BRUTO
No, Cassio; perché l'occhio non
vede se stesso
se non di riflesso, attraverso
altri oggetti.
CASSIO
È così;
e ci si rammarica molto, Bruto,
che tu non abbia
specchi che volgano ai tuoi
occhi il tuo valore
nascosto, così che tu possa
vedere la tua immagine
riflessa.Ho sentito molte
persone di alta reputazione
qui a Roma - eccetto l'immortale
Cesare -
che, parlando di Bruto, e
gemendo sotto il giogo
di questa epoca, hanno espresso
il desiderio
che il nobile Bruto abbia occhi.
BRUTO
In quali pericoli vorresti
spingermi, Cassio,
invitandomi a cercare in me
stesso
quello che in me non c'è?
CASSIO
Per questo, caro Bruto,
preparati ad ascoltare.
E poiché tu sai di non poterti
vedere bene
se non per riflesso, io, il tuo
specchio,
rivelerò con discrezione a te
stesso
quello che di te stesso tu
ancora non conosci.
E non essere sospettoso con me,
gentile Bruto.
Se io fossi un buffone
qualsiasi, o fossi avvezzo
a svilire con volgari giuramenti il mio affetto
al primo venuto che mi assicuri
il suo; se ti risulta
che scodinzolo con le persone e
prima le abbraccio forte
e poi le calunnio; o se ti
risulta
che, alle feste, io mi professo
amico
di tutta la marmaglia, allora
ritienimi pericoloso.
Fanfare e grida.
BRUTO
Che significano queste grida?
Temo davvero
che il popolo scelga Cesare come
suo re.
CASSIO
Ah, lo temi?
Allora devo pensare che non lo
vorresti.
BRUTO
Non lo vorrei, Cassio, eppure
gli voglio molto bene.
Ma perché mi trattieni qui così
a lungo?
Cos'è che vuoi comunicarmi? Se è
cosa che interessa
il bene comune, mettimi l'onore
davanti ad un occhio
e la morte davanti all'altro, ed
io guarderò
a entrambi senza far differenza;
perché possano aiutarmi gli dèi
soltanto se io
amo la parola "onore" più di
quanto tema la morte.
CASSIO
So che hai in te tale virtù,
Bruto,
così come conosco il tuo aspetto
esteriore.
Bene, l'onore è il soggetto
della mia storia.
Non so dire che cosa tu e gli
altri
pensiate di questa vita; ma,
quanto a me,
preferirei non vivere piuttosto che stare
in soggezione di un essere che è
pari a me stesso.
Io nacqui libero come Cesare, e
così tu;
tutti e due ci siamo nutriti
come lui, e tutti e due
possiamo sopportare il freddo
dell'inverno come lui.
Una volta, infatti, in un giorno
rigido e tempestoso,
con il Tevere agitato che
infuriava contro le sue rive,
Cesare mi disse: "Oseresti,
Cassio, gettarti ora
con me in questa rabbiosa
corrente,
e nuotare fino a quel punto?". A
quelle parole,
vestito com'ero, io mi tuffai
e l'invitai a seguirmi; e lui lo
fece.
Il fiume ruggiva, e noi lo
percuotevamo
con muscoli vigorosi,
aprendocelo davanti
e affrontandolo con cuore pieno
di sfida.
Ma prima che potessimo
raggiungere il punto indicato,
Cesare gridò: "Aiutami, Cassio,
o affondo!".
Io, come Enea, il nostro grande
antenato,
che dalle fiamme di Troia si
portò sulle spalle
il vecchio Anchise, dalle onde
del Tevere
trassi fuori lo stanco Cesare. E
quest'uomo
è ora diventato un dio, e Cassio
è una misera creatura e deve
curvare la schiena,
solo che Cesare svagatamente gli
faccia un cenno.
Ebbe una febbre quando era in
Spagna,
e quando gli saliva forte, io
osservavo
come egli tremava. È così,
questo dio tremava!
Le sue labbra codarde
disertavano il loro colore,
e quello stesso occhio il cui
sguardo atterrisce il mondo
perdeva il suo lustro. L'ho
udito gemere,
sì, e quella lingua, che
comandava ai romani
di fargli attenzione e di
scrivere in libri i suoi
discorsi,
ahimè, gridava "Dammi da bere,
Titinio",
come una ragazzetta malata. Oh
voi, dèi, mi sbalordisce
che un uomo di così debole
tempra debba avere
il sopravvento in questo mondo
maestoso
e portare la palma da solo.
Fanfare. Grida.
BRUTO
Altre grida della folla?
Io credo proprio che questi
applausi siano
per qualche nuovo onore che si
riversa su Cesare.
CASSIO
Perché, amico, lui sta a
cavalcioni di questo stretto
mondo
come un Colosso, e noi, uomini
meschini,
ci muoviamo sotto le sue gambe
immense e sbirciamo
di qua e di là per trovarci
disonorate tombe.
Gli uomini, in certi momenti, sono padroni del loro destino.
La colpa, caro Bruto, non è
delle nostre stelle,
ma di noi stessi, che siamo
degli schiavi.
"Bruto" e "Cesare"; che cosa c'è
in quel "Cesare"?
Perché quel nome dovrebbe
suonare meglio del tuo?
Scrivili entrambi, il tuo è un
nome altrettanto buono.
Dà loro voce, il tuo s'addice
alla bocca altrettanto bene.
Pesali, il tuo non è da meno.
Usali per evocare spiriti,
"Bruto" ne farà apparire uno non
più tardi di "Cesare".
Ora, nel nome di tutti gli dèi
in una volta,
di quale cibo si nutre questo
nostro Cesare
da diventare così grande? Oh epoca, sei svergognata!
Roma, tu hai perso la stirpe del
nobile sangue!
Quando mai è passata un'epoca,
dopo il grande diluvio,
che non andasse famosa per più
di un solo uomo?
Quando mai si è potuto dire,
finora, parlando di Roma,
che le sue ampie strade non
contenevano che un uomo?
Ora è Roma davvero un piccolo
romitaggio,
se in essa non c'è che un uomo
soltanto.
Oh, tu ed io abbiamo udito dire
ai nostri padri
che ci fu un Bruto, un tempo,
che avrebbe preferito
che il diavolo eterno tenesse
corte a Roma
piuttosto che un re.
BRUTO
Che tu mi voglia bene, non lo
dubito affatto.
A che cosa vorresti indurmi,
posso congetturarlo.
Che cosa abbia pensato di
questo, e di questi tempi,
te lo racconterò dopo. Per il
momento,
non vorrei, se posso chiedertelo affettuosamente,
essere sollecitato oltre. Quello
che hai detto
lo terrò in considerazione;
quello che hai ancora da dire
lo ascolterò pazientemente, e
troverò il momento
opportuno sia per ascoltare che
per rispondere
a cose così alte. Fino ad
allora, mio nobile amico,
rifletti su questo; Bruto
preferirebbe essere un bifolco
piuttosto che reputarsi figlio
di Roma
nelle dure condizioni a cui
questi tempi
rischiano di sottoporci.
CASSIO
Sono contento
che le mie deboli parole abbiano
attizzato
in Bruto questo accenno di
fuoco.
Entrano Cesare e il suo seguito.
BRUTO
I giochi sono finiti e Cesare
ritorna.
CASSIO
Mentre passano, tira Casca per
la manica,
e lui ti racconterà, alla sua
maniera acida,
che cosa è successo oggi che sia
degno di nota.
BRUTO
Lo farò. Ma osserva, Cassio,
quel segno d'ira sulla fronte di
Cesare,
e tutti gli altri hanno
l'aspetto di gente redarguita.
Il volto di Calpurnia è pallido,
e Cicerone
ha occhi di furetto, infuocati,
come l'abbiamo visto
a volte in Campidoglio, quando
viene contraddetto
nel dibattito da qualche
senatore.
CASSIO
Casca ci racconterà cosa è
successo.
CESARE
Antonio!
ANTONIO
Cesare?
CESARE
Fammi avere attorno uomini
grassi,
dalla testa liscia, e che
dormono la notte.
Quel Cassio ha un aspetto macilento e affamato;
pensa troppo. Uomini così sono
pericolosi.
ANTONIO
Non lo temere, Cesare, non è
pericoloso;
è un nobile romano, e ben
disposto.
CESARE
Preferirei che fosse grasso! Ma
non lo temo.
E però se il mio nome fosse
esposto alla paura,
non so quale uomo eviterei di
più
di quello sparuto Cassio. Legge molto,
è un grande osservatore, e spia
nei segreti
delle azioni umane. Non ama il
teatro,
come te, Antonio; non ascolta
musica.
Raramente sorride, e sorride in
un modo
come se sbeffeggiasse se stesso
e schernisse il suo spirito
per essersi fatto spingere a
sorridere di alcunché.
Uomini come lui non hanno mai il
cuore in pace
se vedono uno più grande di
loro,
e per questo sono pericolosi. Ti
dico ciò
che è da temere, non già ciò che
io temo;
perché io sono sempre Cesare.
Vienimi qui a destra,
perché quest'orecchio è sordo,
e dimmi sinceramente cosa pensi
di lui.
Trombe. Escono Cesare e il suo
seguito, eccetto Casca.
CASCA
Mi hai tirato per il mantello.
Vuoi parlarmi?
BRUTO
Sì, Casca; raccontaci cosa è
successo oggi,
che Cesare appare così cupo.
CASCA
Come? Tu eri con lui, no?
BRUTO
In tal caso non chiederei a
Casca cosa è successo.
CASCA
Beh, gli è stata offerta una
corona; e quando gli è stata
offerta, lui l'ha rifiutata col
dorso della mano, così; e allora
il popolo s'è messo a gridare.
BRUTO
E a cosa era rivolto il secondo
clamore?
CASCA
Beh, alla stessa cosa.
CASSIO
Hanno gridato tre volte. Per che
cos'era l'ultimo grido?
CASCA
Beh, per la stessa cosa.
BRUTO
La corona gli è stata offerta
tre volte?
CASCA
Sì, perdio, e lui l'ha rifiutata
tre volte, e ogni volta più
debolmente; e ad ogni rifiuto la
brava gente attorno a me
gridava.
CASSIO
Chi gli ha offerto la corona?
CASCA
Ma come? Antonio.
BRUTO
Raccontaci in che modo, gentile
Casca.
CASCA
Mi sarebbe più facile farmi
impiccare che raccontarvi in che
modo. È stata una vera
buffonata; non ci ho fatto
attenzione. Ho visto
Marc'Antonio offrirgli la corona
- e però non era nemmeno una
corona, era una di quelle
coroncine - e come vi dicevo,
lui l'ha rifiutata una volta;
ma, ciononostante, a mio parere,
se la sarebbe tenuta volentieri.
Allora quello gliela offre di
nuovo; e allora lui la rifiuta
di nuovo; ma a mio parere era
molto riluttante a staccarci le
dita. E allora quello gliel'ha
offerta una terza volta. Lui
l'ha rifiutata per la terza
volta; e ogni volta che la
respingeva la marmaglia
strepitava e batteva le mani
ruvide e gettava per aria le
berrette sudate ed emetteva una
tale quantità di fiato
puzzolente, perché Cesare
rifiutava la corona, da
soffocarlo, quasi, Cesare,
perché svenne e cadde per terra,
a tutto questo. E, per parte
mia, non osavo ridere per la
paura di aprire le labbra e
ricevere quell'aria cattiva.
CASSIO
Piano, ti prego; allora, Cesare
è svenuto?
CASCA
È caduto giù, nel foro, e
schiumava dalla bocca e non
diceva parola.
BRUTO
È verosimile; ha il mal caduco.
CASSIO
No, non l'ha Cesare; ma tu, ed
io,
e l'onesto Casca, noi abbiamo il
mal caduco.
CASCA
Non so cosa vuoi dire, ma sono
sicuro che Cesare è caduto in
terra. Se tutti quegli
straccioni non l'hanno
applaudito e fischiato, a
seconda di come lui gli piaceva
e non gli piaceva, come fanno
con gli attori a teatro, io sono
un bugiardo.
BRUTO
Che cosa ha detto quando è
ritornato in sé?
CASCA
Perdio, prima di cadere, quando
s'è accorto che il vile gregge
era contento che rifiutava la
corona, lui si apre il corpetto
e offre loro la gola da
tagliare. E se io fossi stato
uno di quegli artigiani, l'avrei
preso in parola, che possa
altrimenti andare all'inferno
tra le canaglie. E così cadde.
Quando ritornò in sé, disse che
se aveva fatto o detto qualcosa
di sbagliato desiderava che le
loro signorie pensassero che era
per la sua infermità. Tre o
quattro ragazzette, lì dove
stavo io, gridarono "Ahi,
pover'anima" e lo perdonarono
con tutto il cuore. Ma non
bisogna farci caso a quelle; se
Cesare avesse pugnalato le loro
madri, avrebbero fatto lo
stesso.
BRUTO
E dopo questo se n'è venuto via
così cupo?
CASCA
Sì.
CASSIO
E Cicerone ha detto qualcosa?
CASCA
Sì, ha parlato in greco.
CASSIO
Per dire cosa?
CASCA
Beh, se ve lo dicessi non potrei
più guardarvi in faccia. Ma
quelli che l'hanno capito si
sono scambiati un sorriso e
hanno scosso la testa; ma, per
quel che mi riguarda, per me era
greco. Potrei darvi anche altre
notizie; Marullo e Flavio, per
aver tolto addobbi dalle statue
di Cesare, sono stati messi a
tacere. Addio. Ci sono state
altre buffonate, ma non me le
ricordo.
CASSIO
Vuoi cenare con me stasera,
Casca?
CASCA
No, sono impegnato.
CASSIO
Vuoi cenare con me domani?
CASCA
Sì, se sarò vivo, e tu non
cambierai idea, e la tua cena
sarà all'altezza.
CASSIO
Bene, ti aspetterò.
CASCA
D'accordo. Addio a tutti e due.
Esce.
BRUTO
Com'è diventato rozzo di
cervello quest'uomo!
Era di acuta tempra quando
andava a scuola.
CASSIO
E lo è ancora per eseguire
qualsiasi impresa audace o
nobile,
anche se assume questi modi
balordi.
Questa rudezza è come una salsa
per il suo ingegno,
che dispone lo stomaco degli
altri a digerire
le sue parole con maggior
appetito.
BRUTO
E sia così. Per ora ti lascio.
Domani, se vorrai parlarmi,
verrò a casa tua; o, se vuoi,
vieni tu da me, e ti aspetterò.
CASSIO
Lo farò. Fino ad allora, pensa a
come va ora il mondo.
Bruto esce.
Ebbene, Bruto, tu sei nobile,
eppure vedo
che la tua onorevole tempra può
essere lavorata
e cambiata dalla sua inclinazione. Perciò è opportuno
che gli spiriti nobili stiano
sempre con i loro pari;
perché chi è così fermo da non poter essere sedotto?
Cesare ce l'ha con me, ma ama
Bruto.
Se io ora fossi Bruto, e lui
fosse Cassio,
non mi smuoverebbe dalla mia disposizione. Stanotte
getterò alle sue finestre
scritti di mani diverse,
come se provenissero da diversi
cittadini,
scritti tutti intesi a mostrare
la grande opinione
che Roma ha del suo nome, e
velatamente
vi si farà cenno all'ambizione
di Cesare.
E, dopo questo, che Cesare si
tenga ben forte,
perché noi lo butteremo giù o
patiremo peggior sorte.
Esce.
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|
Giulio Cesare - 1599
atto primo -
scena terza |
|
Tuoni e fulmini. Entrano
Casca, con la spada
sguainata, e Cicerone.
CICERONE
Buona sera, Casca. Hai portato
Cesare a casa?
Perché sei senza fiato, e perché
sbarri gli occhi?
CASCA
Tu non ti spaventi quando
l'intero regno della terra
si scuote come cosa malferma?
Oh, Cicerone,
ho visto tempeste in cui i
litigiosi venti
spaccavano le querce nodose, e
ho visto
l'ambizioso oceano gonfiarsi e
infuriare e schiumare
per elevarsi fino alle
minaccianti nuvole;
ma mai, fino a stanotte, mai
finora,
mi sono trovato in una tempesta
che piove fuoco.
O c'è guerra civile nei cieli,
oppure questo mondo, troppo
insolente con gli dèi,
li accende di tale ira che essi mandano distruzione.
CICERONE
Ma hai visto qualcosa di più
stupefacente?
CASCA
Un comune schiavo - lo conosci
di vista - ha alzato
la mano sinistra e quella s'è
infiammata, bruciando
come venti torce tutte insieme,
e tuttavia la sua mano,
insensibile al fuoco, è rimasta
intatta.
Inoltre - da allora non ho rinfoderato la spada -
davanti al Campidoglio ho
incontrato un leone
che m'ha guardato fisso e se n'è
andato via torvo,
senza farmi alcun male. E si
sono riunite
in un sol mucchio cento donne
simili a fantasmi,
stravolte dalla paura, che
giuravano d'aver visto
uomini in fiamme andare su e giù
per le strade.
E ieri il barbagianni s'è seduto
in pieno mezzogiorno in mezzo al
Foro,
urlando e stridendo. Quando
simili prodigi
s'incontrano tutti insieme, non
si dica
"Eccone le ragioni, sono cose
naturali";
perché io credo che siano
cattivi presagi
per il paese a cui sono rivolti.
CICERONE
In verità, è un tempo ben
stranamente disposto.
Ma gli uomini possono
interpretare le cose a loro
modo,
ben lungi dal proposito delle
cose stesse.
Cesare viene in Campidoglio
domani?
CASCA
Sì, infatti ha detto ad Antonio
di mandarti parola che sarà lì
domani.
CICERONE
Buona notte, allora, Casca.
Questo cielo sconvolto
non invita ad andare in giro.
CASCA
Arrivederci, Cicerone.
Esce Cicerone.
Entra Cassio.
CASSIO
Chi è là?
CASCA
Un romano.
CASSIO
Casca, dalla voce.
CASCA
Hai l'orecchio buono. Cassio,
che notte è questa!
CASSIO
Una notte molto piacevole per
gli uomini onesti.
CASCA
Chi ha mai saputo che i cieli
potessero minacciare così?
CASSIO
Chi sapeva che la terra era così
piena di colpe.
Per parte mia, ho girato per le
strade,
esponendomi alla pericolosa
notte,
e, sbottonato così, Casca, come
tu vedi,
mi sono denudato il petto al
fulmine;
e quando l'azzurro lampo
zigzagante
sembrava aprire il seno del
cielo, mi offrivo
al suo bersaglio e al suo
bagliore.
CASCA
Ma perché hai tentato i cieli
fino a questo punto?
È la parte degli uomini quella
di temere e tremare
quando i potentissimi dèi ci
mandano come segni
tali terribili araldi per
sgomentarci.
CASSIO
Sei ottuso, Casca, e quelle
scintille di vita
che dovrebbe avere un romano a
te mancano,
oppure non ne fai uso. Sei
pallido, e sbarri gli occhi,
e ti copri di paura, e ti getti
nella stupefazione,
a vedere la strana irrequietezza
dei cieli.
Ma se tu volessi considerare la
vera causa
di tutti questi fuochi, di tutti
questi spettri vaganti,
di uccelli e bestie lontani
dalla loro natura,
di vecchi, idioti e bambini che
vanno almanaccando,
perché tutte queste cose si
mutano dal loro ordine,
dalla loro natura e dalle loro
congenite facoltà,
per assumere qualità mostruose,
perché, troverai
che i cieli hanno infuso in loro
un tale spirito
per farli strumenti di paura e
di ammonimento
riguardo a un qualche mostruoso
stato.
Ora io potrei, Casca, nominarti
un uomo
del tutto simile a questa
tremenda notte,
il quale tuona, lampeggia,
scoperchia tombe
e ruggisce come fa il leone in
Campidoglio -
un uomo che non è più potente di
te o di me
per capacità di azione
personale, ma che è diventato
portentoso e terribile, come
questi strani sconvolgimenti.
CASCA
È Cesare che intendi, non è
così, Cassio?
CASSIO
Sia chi sia; perché ora i romani
hanno muscoli e braccia come i
loro antenati,
ma, ahimè tempi!, lo spirito dei
nostri padri è morto,
e siamo governati da quello
delle nostre madri.
Sopportando il nostro giogo ci
mostriamo femmine.
CASCA
In effetti si dice che domani i
senatori
vogliano nominare Cesare re,
e porterà la corona per mare e
per terra,
dovunque, salvo qui in Italia.
CASSIO
Io so dove porterò questo
pugnale allora;
Cassio dalla schiavitù libererà
Cassio.
In tal modo, oh dèi, voi rendete
i deboli i più forti;
in tal modo, oh dèi, voi
sconfiggete i tiranni.
Né torre di pietra, né muri di
bronzo battuto,
né prigione senz'aria, né forti
catene di ferro
possono rinchiudere la forza
dello spirito;
ma la vita, stanca di queste sbarre terrene,
non perde mai il potere di
dimettere se stessa.
Se io so questo, sappia il mondo
intero
che quella parte di tirannia che
sopporto
io posso scrollarmela via a mio
piacere.
Ancora tuoni.
CASCA
Così posso anch'io.
Così ogni schiavo ha nella sua
mano
il potere di cancellare il suo
servaggio.
CASSIO
E perché allora Cesare deve
essere tiranno?
Pover'uomo, so che non vorrebbe
essere lupo,
senonché vede che i romani sono
pecore.
Non sarebbe leone, se i romani
non fossero cervi.
Coloro che in fretta vogliono
fare un grande fuoco
cominciano con fili di paglia.
Che sterpaglia è Roma,
che stoppia, che spazzatura, se
serve
da materia vile per illuminare
cosa indegna quale è Cesare! Ma,
oh affanno,
dove m'hai condotto? Io forse
dico questo
a uno schiavo contento di esserlo; in tal caso,
so che dovrò risponderne. Ma
sono temprato,
e i pericoli mi sono
indifferenti.
CASCA
Tu parli a Casca, a un uomo che
non è
un irridente delatore. Ecco qua
la mano.
Forma una fazione per rimediare
a questi torti,
e io spingerò questo mio piede
fino al punto che toccherà
chi più in là si sarà spinto.
CASSIO
Il patto è fatto.
Ora sappi, Casca, che ho già
convinto alcuni
dei più nobili romani a
intraprendere con me
un'impresa di natura onorevole e
pericolosa;
e so che in questo momento mi
aspettano
nel portico di Pompeo, perché
ora, in questa
paurosa notte, non c'è movimento
per le strade,
e l'umore del cielo ha lo stesso
aspetto
dell'opera che abbiamo per mano,
assai sanguinario, infuocato, e
terribilissimo.
Entra Cinna.
CASCA
Sta' da parte un momento, arriva
uno di corsa.
CASSIO
È Cinna. Lo riconosco
dall'andatura.
È un amico. Cinna, dove corri
così?
CINNA
A cercarti. Chi è quello?
Metello Cimbro?
CASSIO
No, è Casca, uno che si è unito
alla nostra impresa. Mi
aspettano, Cinna?
CINNA
Ne sono contento. Che notte
paurosa è questa!
Due o tre di noi hanno visto
strani spettacoli.
CASSIO
Mi aspettano? Parla.
CINNA
Sì, ti aspettano.
Oh, Cassio, se solo tu potessi
portare
il nobile Bruto dalla nostra
parte...
CASSIO
Sta' tranquillo. Buon Cinna,
prendi questo foglio
e guarda di metterlo sul sedile
pretorio
dove Bruto possa trovarlo; e
getta questo
nella sua finestra. Attacca
questo con la cera
alla statua del vecchio Bruto.
Fatto tutto ciò,
ripara al portico di Pompeo,
dove ci troverai.
Ci sono lì Decio Bruto e
Trebonio?
CINNA
Tutti, tranne Metello Cimbro,
che è andato
a cercarti a casa tua. Bene, mi
affretto
a distribuire questi fogli come
mi hai ordinato.
CASSIO
Fatto questo, ripara al teatro
di Pompeo. Esce Cinna.
Vieni, Casca, tu ed io, prima
che faccia giorno,
vedremo Bruto a casa sua. Tre
parti di lui
sono già nostre, e l'uomo intero
al prossimo incontro si
concederà a noi.
CASCA
Oh, lui ha un posto molto alto
nel cuore della gente;
e ciò che in noi apparirebbe un
crimine,
il suo appoggio, come ricchissima alchimia,
lo tramuterà in virtù ed in
valore.
CASSIO
Lui, e il suo valore, e il
nostro grande bisogno di lui,
hai espresso tutto molto bene.
Andiamo,
che è passata mezzanotte; e,
prima che faccia giorno,
lo sveglieremo e ce lo
assicureremo.
Escono.
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