Scritta a 36 anni è la migliore commedia di
Shakespeare, ma non appartiene a nessun
genere preciso: è un’opera infinita, non
perché offre “un’immagine fedele della vita”
ma perché ne da “un’esatta rappresentazione
di natura generale”.
La commedia è la parodia di altre commedie
di Shakespeare e potrebbe, per complessità e
struttura, rimanere ultima nella creazione.
Tutti i personaggi sono folli, senza
saperlo, per questo il ritmo è frenetico. Ha
le Atmosfere tipiche dei saturnali, legati
alle celebrazioni religiose dell’Epifania,
ma a questa festa non si fa mai nessun
riferimento. Il testo si muove, invece,
continuamente sulle note della violenza, che
però si sublima nella vena ironica del
linguaggio shakespeariano. Olivia,
incarnazione della passionalità, della
sessualità esplicita, è l’elemento
dionisiaco sublime, la dispensatrice
dell’erotismo. Fa parte di quei personaggi
shakespeariani in cui l’amore carnale è al
centro delle attività umane e di conseguenza
è sempre narcisistico e incontrollabile.
Maria, Sir Tobia, Sir Andrea e Fabian, pur
essendo dei personaggi un po’ sgradevoli per
la loro cattiveria, sono al contrario sempre
al limite del sadismo. Maria è un’
arrampicatrice sociale, un personaggio
maligno. Sir Tobia e Sir Andrea sono
entrambi delle caricature. Malvolio ci viene
presentato come un individuo rispettabile
per poi subire una radicale trasformazione
in corso d’opera. La dodicesima notte
diventa il dramma, a poco a poco, di
Malvolio, un don Chisciotte erotomane.
È vittima della sue stessa inclinazione, dei
suoi sentimenti. Il suo sogno socio-erotico
è una delle più brillanti invenzioni di
Shakespeare, e ciò che adesso può apparirci
un vezzo (le giarrettiere e le calze) allora
era davvero trasgressione.
Ha un ruolo enigmatico soprattutto quando
legge la lettera di Olivia, il brano più
irriverente della produzione shakespeariana.
Porta dentro di sé tutto il suo universo
erotico, incapace di distinguere la realtà
dalla fantasia. Sogna con tanta intensità da
deformare il proprio senso della realtà e
cadere vittima nella mani di Maria. Il suo
essere puritano altro non è che la copertura
della sua sete di grandezza e subisce
costantemente le conseguenze della
pericolosa preminenza della propria
immaginazione. Malvolio è un opportunista,
uno dei più crudeli della produzione
shakespeariana. Il personaggio nasce dalla
penna dell’Autore, come si racconta, più per
una battaglia poetica contro Ben Jonson, ma
nello scriverlo gli sfugge di mano; dato che
il dramma non ha bisogno di Malvolio per
procedere.
Malvolio non vuole bene a nessuno tranne che
a sé stesso. È un personaggio che non sa
ridere e che detesta le risate degli altri
suscitando nel pubblico anche un leggero
sadismo euforico; e lo stesso pubblico non
lo deve vedere come un personaggio
simpatico. Uno snob, per dirla in breve.
Tormentare Malvolio, quindi, non è sadismo
ma catarsi perché funge da capro espiatorio.
Perennemente intrappolato nella stanza buia
della propria ossessiva considerazione del
sé, tende alla moralità come
esemplificazione ipercritica. È Feste a
vincere il premio dell’arguzia ma dalla
saggezza di Feste, Malvolio non imparerà
nulla.
Feste è il genio della dodicesima notte, il
più affascinate dei buffoni shakespeariani,
il più savio ma anche il più folle. Olivia
lo ha ereditato dal padre ma in lui
avvertiamo ormai la stanchezza del proprio
professionismo di talento: si è stancato del
suo ruolo. E manifesta questa stanchezza con
brio e arguzia, dando l’impressione di
sapere tutto quello che c’è da sapere.
Olivia perdona la sua svogliatezza e in
cambio lui cerca di farla uscire dal suo
lutto prolungato.
Abilissimo cantante, canta in chiave minore,
e pur lavorando per Olivia è presente anche
verso il duca, di cui conosce benissimo i
piani. Feste è il monito di Shakespeare ad
invitarci a non cercare a tutti i costi la
moralità: una faccia, una voce, un vestito,
due persone.
Feste, inoltre, canta la canzone più
malinconica mai scritta da Shakespare, un
addio lirico, l’epilogo di un folle
spettacolo, ma conserva il suo canto
erotico-domestico in cui probabilmente la
“follia” è l’organo maschile.
Un tempo. quando ero un fanciullo
Trallillalera al vento e alla pioggia
Ogni follia diventava un trastullo
e pioveva, pioveva ed ero contento.
La dodicesima notte o Quel che volete (in
inglese: Twelfth Night, or What You Will) è
una commedia in cinque atti scritta da
William Shakespeare tra il 1599 e il 1601.
Il titolo allude alla festa della dodicesima
notte (corrispondente all'Epifania) chiamata
in questo modo per il numero dei giorni che
trascorrono dal Natale fino alla festività.
Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio
1602 al Middle Temple Hall ed è stato
ipotizzato[1] che la prima assoluta sia
avvenuta un anno prima, proprio il giorno
dell'Epifania. Le sue origini letterarie
derivano da Gl'ingannati, una commedia
italiana allestita a Siena dall'Accademia
degli Intronati nel 1531.
Ambientata nell'antica regione balcanica
dell'Illiria, racconta una storia di amori e
inganni, nella quale i gemelli Viola e
Sebastian, a seguito di un naufragio, si
trovano a conoscere il Duca Orsino e la dama
Olivia. Orsino ama Olivia che ne ignora la
corte, ma quando si trova davanti al
messaggero di Orsino (la giovane Viola che
dopo la perdita del fratello si è camuffata
da uomo per entrare al servizio del Duca),
se ne innamora, scatenando una serie di
eventi e imprevisti che condurranno al lieto
fine. Una sottotrama, importante ai fini
dello svolgimento della trama, vede
protagonisti i personaggi che popolano la
corte di Olivia: il giullare Feste, il
maggiordomo Malvolio, la cameriera Maria, lo
zio Sir Toby, il servo Fabian e Sir Andrew
Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene
beffato dagli altri cinque che, falsificando
una lettera, gli fanno credere di essere
oggetto di attenzioni da parte della padrona
Olivia.
Fonti
Alcuni elementi dell'opera derivano dalla
commedia Menecmi di Plauto, dove uno dei due
gemelli si reca a Epidamno (Durazzo), in
Illiria, in cerca del fratello. La commedia
plautina è peraltro all'origine di molti
intrecci basati sullo scambio di identità,
tra cui La commedia degli errori composta
dello stesso Shakespeare dieci anni prima.
Gl'ingannati,
una commedia italiana allestita a Siena
dall'Accademia degli Intronati nel 1531 e
stampata a Venezia nel 1537, fornì la guida
principale per la vicenda amorosa. La storia
era nota in Inghilterra attraverso le
imitazioni e le riscritture del sedicesimo
secolo, tra le quali il racconto Of
Apolonius and Silla presente nel Rich his
Farewell to Military Profession (1581) di
Barnabe Rich che Shakespeare potrebbe aver
avuto a disposizione. Dell'esatto modo in
cui la fonte sia stata trasmessa, tuttavia,
non esistono prove documentali. Lo
spettacolo era stato messo in scena dagli
accademici senesi in seguito ad un
sacrificio goliardico accaduto la notte
dell'Epifania: avendo ognuno degli uomini
bruciato (o finto di bruciare) i pegni
d'amore delle proprie donne, queste ultime
avevano preteso un risarcimento. Gli
accademici composero quindi in tre giorni
una commedia, dedicandola alle gentildonne.
Nel prologo è menzionata espressamente la
"notte di beffana" (corrispondente appunto
alla dodicesima notte dopo il Natale).
« La favola è nuova e non altronde cavata
che della loro industriosa zucca onde si
cavorno anco, la notte di beffana, le sorti
vostre [...] »
Ne Gl'Ingannati la tredicenne Lelia fugge
travestita da uomo, divenendo paggio del
cavaliere Flamminio, che la adopera per
trasmettere messaggi d'amore all'ereditiera
Isabella. Lo schema amoroso è lo stesso
della commedia scespiriana, compreso
l'arrivo del gemello Fabrizio e il
conseguente scambio di persona. Intorno alla
vicenda principale si muove un cospicuo
numero di servitori, zanni e fantesche, tra
cui Pasquella, che ordisce una beffa a spese
dello spagnolo Giglio, pretendente di
Isabella, allo scopo di derubarlo.
La commedia senese ebbe una grande
diffusione, venendo tradotta e adattata in
tutta Europa. Lo studioso britannico Morton
Luce, nei suoi studi sulle fonti della
commedia, ne elenca ben 12 versioni in
diverse lingue. In Francia comparve come Le
Sacrifice (poi Les Abusés) nel 1543; in
Spagna Lope de Rueda ne propose un
adattamento]. A Firenze nel 1547 fu
rappresentata come Gli Inganni, di Nicolò
Secchi, poi stampata nel 1562, mentre una
commedia omonima fu pubblicata da Curzio
Gonzaga, a Venezia, nel 1592. Una versione
in latino con il titolo Laelia fu
rappresentata per Lord Essex al Queens'
College di Cambridge nel 1595. Dalla storia
Matteo Bandello ne ricavò la XXXVI novella
della seconda parte della sua raccolta (Nicuola
innamorata di Lattanzio va a servirlo
vestita da paggio e dopo molti casi seco si
marita, e ciò che ad un suo fratello
avvenne.), tradotta da Belleforest, a sua
volta fonte dell'Apolonius e Silla di
Barnabe Rich. Da quest'ultimo Shakespeare
sembra aver tratto i maggiori spunti. La
congettura deriva da dettagli drammaturgici
di quest'ultima versione leggermente
differenti dall'originale, e presenti in
modo straordinariamente simile nella
commedia scespiriana. Nel racconto di Rich
il protagonista maschile Apolonius è
innamorato di una gentildonna (Julina) che a
sua volta si innamora di Silla (giunta
fortunosamente a Costantinopoli per amore di
Apolonio, mascherata da uomo), credendola
Silvio. Quest'ultimo è il fratello di Silla,
che infine sposerà Julina. Tra gli elementi
nuovi, quello più evidente è il naufragio
della nave che trasporta Silla, assente
dalle altre fonti.
Composizione e stampa
I diari dello studente di giurisprudenza
John Manningham sono il primo documento
certo che attesti l'esistenza della
commedia: Manningham ricorda di avere
assistito alla commedia, di cui riporta il
titolo completo, il giorno della Candelora
(2 febbraio) del 1602 presso la Middle
Temple Hall, e la definisce simile alla
Commedia degli equivoci, ai Menaechmi
plautini e a una commedia italiana, da lui
chiamata Inganni (il titolo di almeno due
delle versioni italiane della commedia degli
Intronati). La
composizione, anche ipotizzando una rapida
stesura, è quindi senz'altro precedente alle
prime settimane del 1602. Quella a cui
Manningham ha assistito non può che essere
infatti la commedia scespiriana: nel suo
resoconto, lo studente descrive senza alcun
dubbio la scena di Malvolio. Tuttavia non è
accertato che quella fosse la prima
rappresentazione.
Secondo lo studioso Leslie Hotson ci sarebbe
stata una rappresentazione precedente, il 6
gennaio, 1601: la commedia sarebbe stata
composta rapidamente per essere eseguita in
onore del duca di Bracciano don Virginio
Orsino, in visita a Londra, la sera
dell'Epifania del 1601. L'ipotesi è
suffragata da una lettera che il duca spedì
alla moglie, ma non ci sono elementi di
certezza se non la coincidenza fra il nome
del personaggio Orsino e quello del duca a
cui sarebbe stata offerta, e fra il titolo e
le circostanze della rappresentazione: le
feste per la dodicesima notte.
Il termine a quo per retrodatare l'opera si
basa invece su una serie di riferimenti
interni al testo dell'opera e sull'assenza
di informazioni riguardanti l'opera nel
Palladis Tamia, Wits Treasury di Francis
Meres del settembre 1598, contenente brevi
annotazioni preziose per la cronologia delle
opere di Shakespeare. Nel libro si citano
svariate opere nuove ma non si fa alcun
accenno alla commedia, che quindi non era
ancora nota al pubblico. Il testo inoltre
rimanda al viaggio di William Barents, il
cui resoconto fu pubblicato in Inghilterra
nel 1598, a una nuova mappa delle Indie,
stampata nel 1600 e allo Shah di Persia,
riferimento probabilmente ispirato al
racconto della avventure di Anthony Sherley,
pubblicate nel 1600 e 1601. Tutti questi
dati appaiono ragionevolmente indicare il
1600-1601 come il periodo di probabile
stesura del testo.
La commedia fu pubblicata postuma,
nell'in-folio del 1623, fra le commedie
registrate dagli editori Blount e Jaggard
come inedite.
Come ritiene il critico e studioso
scespiriano Harold Bloom, La dodicesima
notte è una delle migliori commedie pure di
William Shakespeare, e contiene al suo
interno una buona dose di autoironia, «A
metà strada tra le feroci ironie di Amleto e
l'irriverenza di Troilo e Cressida,
superbamente espressa da Tersite.», tra
l'altro, probabilmente le due opere che
rispettivamente ci furono subito prima e
subito dopo della commedia in questione.
La commedia fa parte delle cinque che
Shakespeare scrisse negli anni successivi
alla costituzione della compagnia dei
Chamberlain's Men. Seppure il drammaturgo
ormai ricorra sempre più spesso a toni scuri
e tragici, mischiando i generi, l'intento
giocoso anche nella scelta dei titoli
suggerisce la volontà di presentare lo
spettacolo come una occasione di
intrattenimento, tramite il trucco teatrale
del travestimento e dell'inganno, e
soprattutto venendo incontro alle
aspettative dello spettatore: ciò che verrà
rappresentato non ha un vero e proprio
titolo, ma è quel che volete, come vi piace.
In questo senso si è parlato di drammi
d'occasione a proposito di questa e altre
commedie di questo periodo.
Proprio
il doppio titolo della commedia è stato
oggetto di dibattito tra gli studiosi. La
seconda parte, What You Will («Quel che
volete»), richiama immediatamente il titolo
di una commedia di poco precedente, As You
Like It (Come vi piace). È possibile che il
parallelismo fosse voluto, e che questo
fosse il titolo originariamente voluto da
Shakespeare. Nel 1601, tuttavia, John
Marston scrisse e fece rappresentare da una
compagnia di giovani una commedia omonima,
What You Will, appunto, ed è probabile che
vi fosse la necessità di distinguere la
nuova commedia da quella di Marston. Anche
sul significato della prima parte del
titolo, La dodicesima notte, le opinioni
sono discordanti. Nella commedia è assente
qualsiasi riferimento alle feste
dell'Epifania, e l'unica citazione di un
dodicesimo giorno viene fatta da Toby Belch
nel secondo atto, nella canzone On the
twelfth day of December. Le uniche chiavi di
interpretazione disponibili sono quelle
relative alle fonti (Gl'Ingannati,
rappresentata per l'Epifania) e alle
circostanze della possibile prima
rappresentazione del 1601, ma anche su
questo sono stati avanzati dubbi, facendo
propendere alcuni studiosi per il carattere
casuale del titolo, proprio a sottolineare
l'impianto fantasioso della commedia.
Travestitismo e metateatro
La scelta di un tema legato a travestimenti,
scambi di persone e inganni è certamente
condizionato dal successo, che già era stato
sperimentato, del duplice travestimento di
un giovane attore nei panni di una giovane
donna, la quale a sua volta è mascherata da
uomo. I personaggi femminili, interpretati
da giovinetti, creavano così un gioco
ambiguo, confondendo la realtà e la
rappresentazione. Lo schema era già stato
collaudato ne Il mercante di Venezia e ancor
di più in Come vi piace. La confusione di
ruoli arrivava al suo massimo allorché
l'attore che impersonava una giovane donna
(come succede in ben tre commedie
consecutive) doveva passare per necessità
narrativa ad un ulteriore travestimento
maschile
Il gioco del teatro (e il gioco metateatrale
interno ad esso) è evidente in alcuni
passaggi del testo. Al primo incontro tra
Olivia e Cesario (alter ego maschile di
Viola) nel primo atto scena quinta la dama
le chiede Siete un commediante?
(nell'accezione elisabettiana il termine sta
per attore, la risposta di Viola non sono
quel che paio (in inglese il gioco di parole
I am not that I play, play=recitare,
verrebbe dunque non sono quel che recito)
serve a far mostra del ruolo di Cesario, il
ruolo che sta recitando, e viene messa tra
le molte referenze al teatrale e al teatro
dentro il teatro. Un'altra citazione è
quella che fa Fabian nel terzo atto alla
quarta scena parlando di Malvolio:
If this were play'd upon a stage now, I
could condemn it as an improbable fiction/
La vedessi in teatro direi che è un po'
tirata con le funi.
Nella seconda scena del quarto atto, Feste
recita due parti nella recita a beneficio di
Malvolio, alternate tra la voce di Sir Topas
e quella di se stesso. Altre influenze
vengono dalla tradizione popolare inglese e
si possono vedere nelle canzoni di Feste e
nei suoi dialoghi, come la canzone finale
nel quinto atto. L'ultimo verso della
canzone And I'll strive to please you every
day/e cercheremo di soddisfarvi ogni giorno
è un verso derivante da diversi spettacoli
popolari inglesi.
Struttura
La commedia si divide nei canonici cinque
atti, divisi a loro volta in scene: il primo
e secondo atto in cinque, il terzo in
quattro, il quarto in tre e l'ultimo in un
solo atto.
Dal punto di vista narrativo è riconoscibile
una struttura in quattro momenti: protasi,
in cui si introducono i personaggi e la
situazione; epitasi, lo svolgimento della
trama; catastasi, il raggiungimento di un
punto in cui la situazione sembra senza via
d'uscita; catastrofe ovvero l'epilogo
finale, risolutivo della trama e delle
vicende dei personaggi. Lo schema è quello
teorizzato dai grammatici latini quali
Evanzio e Donato e ripreso dalle teorie
drammaturgiche dell'umanesimo e del
rinascimento.
Uno schema fisso contraddistingue anche la
dimensione temporale: il dramma si divide in
una introduzione e tre giornate differenti,
una per ognuno degli altri momenti
drammatici. Tuttavia, all'interno del testo
ci sono indicazioni contraddittorie riguardo
al tempo trascorso, come nel quinto atto in
cui si afferma come siano passati ormai tre
mesi («...for three months before, no
interim, not a minute's vacancy» Antonio, V,
i). I luoghi si susseguono con simmetria: la
protasi e le giornate, con l'eccezione della
sequenza finale, iniziano sempre alla corte
di Orsino per poi concludersi a casa di
Olivia o nelle vicinanze, dove infine si
svolge l'epilogo. All'interno di questo
schema fisso si muovono le variazioni, con
il ripetersi di questa struttura nelle
diverse trame parallele, intrecciate fra
loro. L'azione scenica si muove tra le due
corti del duca Orsino e della contessa
Olivia, e l'attenzione è polarizzata da un
lato dalla vicenda principale, e dall'altro
dalla beffa ai danni di Malvolio.
Quest'ultima vicenda permette la variazione
del linguaggio, l'introduzione di alcuni
personaggi caratterizzati e in definitiva
amplifica la comicità dell'intero
dramma[40].
Gli avvenimenti presentati in successione
talvolta si stanno svolgendo
contemporaneamente, come le prime tre scene
del primo atto, alla corte di Orsino, sul
luogo del naufragio e alla corte di Olivia.
Nella parte centrale delle giornate, con
l'eccezione dell'ultima, sono collocati
avvenimenti al di fuori delle due
ambientazioni principali, spesso
interrompendo la sequenza temporale o
sovrapponendosi ad essa. Questi intermezzi
introducono i personaggi che fungono da
mediatori tra le due corti: Viola e il
capitano di mare e in seguito Antonio e
Sebastiano. Le discrepanze spaziali e
temporali suggeriscono una dimensione
differente dalla realtà, che è in effetti la
dimensione fantastica, al di fuori del tempo
e dello spazio convenzionali.
C'è da ricordare, infatti, che nel quarto
atto Antonio racconta di aver passato tre
mesi in compagnia di Sebastian: sebbene
possano sorgere dubbi se tale periodo fosse
quello trascorso in mare o in terra d'Illiria,
il dissiparsi degli stessi avviene quando
Orsino dice di aver Cesario al suo servizio
per un periodo di tre mesi. In questo modo
si produce una ellissi della narratio:
mentre lo spettatore vive il tempo della
rappresentazione con continuità, i
personaggi accelerano il tempo della storia
narrata permettendo lo scorrere di tre mesi
con poche battute, che per convenzione
teatrale il pubblico accetta e fruisce senza
risentire di alcuna incongruenza.