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da
Prometheus
Coriolano
non è tra i drammi preferiti da quanti -
critici, teatranti e spettatori -
focalizzano la loro attenzione sulle
peculiarità dell'eroe tragico; e in effetti
bisogna dire che il tema del personaggio che
vuole essere "autore di sé stesso" (V, 3),
che rifiuta per sé ogni identità "dialogicamente
e socialmente costruita" (Terence Hawkes) è
presente con ben altra sottigliezza e
profondità nella figura di Achille in Troilo
e Cressida. Notevole invece - et pour cause
- la fortuna del dramma presso chi, da
"destra" come da "sinistra", si appassiona
ai temi della lotta politica e civile: il
giacobino Hazlitt e il bolscevico Brecht, ma
anche quei conservatori inglesi che negli
anni '20 dello Sciopero Generale fecero di
Coriolano una bandiera (più di recente,
ricordo che in una produzione di
Guicciardini per il Teatro Biondo, in piena
Tangentopoli, molti vollero rivedere la
vicenda di Bettino Craxi). Per tutto questo,
ad ogni modo, non posso che rimandare alla
bibliografia - minima e tendenziosa - alla
fine dell'articolo; mi piace invece spendere
qualche parola su una dimensione del testo
(distinta ma collegata rispetto a quella
della lotta tra patrizi e plebei) nei cui
confronti la versione di Lombardo - più
delle altre di cui sono a conoscenza - mi
sembra insistentemente e felicemente
ricettiva: quella dello stretto rapporto tra
il narcisismo di Coriolano e l'invidiosa
ammirazione di Aufidio (quest'ultimo è il
provinciale frustrato che non ha nemmeno lo
sfogo di poter indossare la camicia nera,
dato che i Volsci sono gente che porta
rispetto e a ribellarsi non ci pensa
nemmeno). Nel marciare alla guida
dell'esercito alla volta di Corioli, Caio
Marzio assolve indubbiamente una funzione
strettamente di classe (la tipica diversione
patriottica in presenza di un conflitto
civile), ma lo fa con splendida - e
necessaria - inconsapevolezza: quello che
veramente gli preme è l'ennesimo confronto
con Aufidio, l'unico guerriero che ritiene
alla sua altezza. Durante la presa di
Corioli il patrizio romano dimostra
un'attenzione al proprio look degna di un
calciatore in mondovisione, se non
addirittura di una rockstar, tutto contento
di essere cosparso di sangue: "Davanti ad
Aufidio/Apparirò così, per battermi con
lui". Lungi dal fuggire il successo e gli
onori, Coriolano pretendo però di averli a
modo suo, senza smettere neppure per un
momento di insultare chi glieli concede. La
totale mancanza di comunicazione con il
popolo dimostrata allorché dovrebbe in
qualche modo ingraziarselo non è dovuta - si
badi - ad un'avversione specifica e
ragionata, ma al fatto che, nell'esibirsi in
una riuscitissima imitazione di Vittorio
Sgarbi, Coriolano sta recitando per un
ristretto quanto immaginario pubblico di
suoi "pari" (di cui fanno parte certamente
Volumnia e molto probabilmente Aufidio).
Come commenta lapidariamente un cittadino
nella prima scena, il nostro eroe agisce
sempre "in parte per compiacere sua madre e
in parte per superbia".
Aufidio, dal canto suo, è addirittura
ossessionato dal modello-rivale (come
direbbe René Girard) che lo ha sconfitto
ripetutamente: se lo sogna la notte
("Rotolavamo insieme nel mio sonno,/
Slacciandoci gli elmi e afferrandoci la
gola-/E mi svegliavo mezzo morto con nulla":
Lombardo è impagabilmente sornione nel far
venire a galla il substrato omosessuale del
testo) e quando gli si presenta esule da
Roma lo accoglie abbracciandoselo stretto
("il mio cuore rapito danza/Più di quando
vidi la mia sposa/ Attraversare per la prima
volta la mia soglia") e in una splendida
sintesi di solidarietà di casta e di morbosa
attrazione, ne fa il cocco della corte di
Anzio. Quando però il tarlo dell'invidia non
può essere più soffocato sotto la patina
dell'adulazione, Aufidio - a cui della
guerra e della patria in sé stesse non
importa un fico secco - deve spingere
Coriolano nella situazione tragica che ne
provoca la rovina: "e io rinascerò nella sua
caduta" (V, 6).
È chiaro allora che i diversi filoni
interpretativi - rifiuto tragico della
misura e della sanzione sociale del proprio
valore, lotta di classe, rivalità mimetica
tra eroe e deuteragonista - non sono
altrettanti discorsi separati tra loro. Se
nel titolo alludo al saggio di Christopher
Lasch La ribellione delle élite non è perché
nel Coriolano si possa trovare più che una
somiglianza per sommi capi con la situazione
descritta dal maître à penser americano ("la
minaccia principale sembra venire da chi si
trova al vertice della gerarchia sociale,
non dalle masse"), ma per sottolineare come
nel caso di Caio Marzio non ci si debba
limitare a constatare una superbia come
fatal flaw strettamente personale, ma si
debba invece avvertire una aporia propria
delle relazioni interindividuali e sociali.
Una splendida macchina da guerra e da
repressione come Caio/Coriolano, allevato a
pane e sangue (Volumnia ricorda con orgoglio
di averlo mandato a combattere già da
ragazzino), educato in nome della non
contrattabilità del proprio valore (come il
gentiluomo inglese secondo Evelyn Waugh, che
"non si scusa mai e mai fornisce
spiegazioni") ha pur bisogno, per continuare
a funzionare, di definirsi (in effetti di
misurarsi) contro qualcosa. E visto che,
tutto sommato, ha già battuto Aufidio
"dodici volte diverse" (per non dire che,
come ha osservato Janet Adelman, in fondo
"il nobile Aufidio è un'invenzione di
Coriolano"), non è strano che la sua
controversia con il popolo romano raggiunga
infine proporzioni deliranti, ma è il logico
approdo del percorso di una coscienza di sé
inevitabilmente ed opportunamente - per
l'ordine costituito - falsa. Sarebbe troppo
vago catalogare come hubris il fatto che
élites perennemente bisognose di
legittimarsi come tali finiscano col
deragliare (ma, appunto, è più fisiologia
che patologia) portando tutti a un passo
dalla distruzione. Non sfuggirà infatti al
lettore come entrambe le carneficine
rappresentate nel Coriolano hanno come
movente sotterraneo la rivalità (necessaria,
ripetiamo, al mantenimento dello status di
entrambi) tra il tetragono Caio Marzio e il
suo languido (bovarista, ma che sembra
uscito dalla penna di Dostoevsky!) epigono
di provincia.
da
Compagnia Falstaff
Nel canone shakespeariano, Coriolano (1608
circa) appartiene alle tragedie storiche di
argomento romano (assieme a Giulio Cesare e
Antonio e Cleopatra) ed è anche l’ultima
tragedia del poeta – a Coriolano seguiranno
infatti i cosiddetti “romances”.
La trama, tratta da Plutarco, narra la
storia dell’ufficiale romano Caio Marzio,
soprannominato appunto Coriolano dopo
l’eroica conquista di Corìoli, città
roccaforte dei volsci guidati dal generale
Tullo Aufidio. Ma il nostro eroe, rispettato
e temuto sui campi di battaglia, è del tutto
incapace di lisciarsi il popolo e
accattivarsi la benevolenza dei suoi Tribuni
a tal punto che, quando si tratta di
nominarlo console e gli si richiede di
seguire il “protocollo della umiltà”, perde
il controllo e si fa per questo bollare come
“nemico del popolo”, finendo per essere
cacciato da Roma.
Una volta in esilio, il desiderio di
vendetta lo porterà ad allearsi col generale
dei volsci, il suo acerrimo nemico Aufidio,
arrivando a rovesciare le sorti del
conflitto, fino a minacciare la distruzione
della sua Roma. A salvare la Città Eterna
non saranno la processione dei senatori di
Roma, gli amici più cari e nemmeno il fidato
e amato Menenio Agrippa (suo il famoso
apologo dello stomaco e delle membra in
rivolta), ma delle donne, capeggiate da
Volumnia madre di Coriolano. La salvezza di
Roma sarà però un grave pericolo per
Coriolano, poiché i volsci, sobillati dal
desiderio di rivalsa del loro generale... …
Coriolano è forse l’unica tragedia
“politica” di Shakespeare, nel senso che qui
il conflitto tra il popolo e l’eroe, è di
natura sociale e non solo psicologica: sono
gli anni in cui nasce la prima forma di
“repubblica” ed il popolo riesce a far
eleggere dei rappresentanti (i Tribuni della
plebe).
Coriolano, uomo di poche parole, privo della
retorica dei politici e più avvezzo alle
armi che ai protocolli della democrazia, è
però l’unico vero non-politico della
vicenda: ciò sarà la causa della sua rovina
(più che l’orgoglio e la superbia di cui
sembra nutrirsi). Coriolano è un eroe
“solo”: per lui non vi è posto né nella
politica né nella comunità. Non a caso
questo “conflitto” interessava tanto Bertolt
Brecht che ci ha lasciato un pregnante
saggio preparatorio alla messa in scena del
Coriolano.
Tutti lo tacciano d’orgoglio, ma non è
questo il suo problema: la sua riluttanza a
vantare le proprie imprese, e ancor più a
sfruttarle a fini politici, fa piuttosto
pensare ad una vera e genuina umiltà.
Egli possiede l’attrattiva di un uomo che
non sa mentire, il fascino e la goffaggine
di un giovinetto: vittima di una madre (Volumnia),
vorace e opprimente, Coriolano è allo stesso
tempo un dio della guerra ed un bambino
troppo cresciuto. Per T. S. Eliot, Coriolano
è la migliore tragedia di Shakespeare e, per
Harold Bloom, il più strano fra i trentanove
drammi di questo autore: qui il poeta
raggiunge un misterioso splendore estetico
ed una perfezione formale che non è più
riuscito a ripetere.
Corrado Bertoni
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