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Pericle, Principe di Tiro è il primo dei
drammi romanzeschi di Shakespeare (Cimbelino,
Racconto d’inverno e la Tempesta) e per la
prima volta con il Teatro Stabile di Verona
arriva sul palcoscenico del Teatro Romano
come ultima – 37a rappresentazione di
“Shakespeare in Verona 2008”, la
celebrazione del 60° anniversario del
Festival dedicato al bardo dalla città di
Verona.
Si tratta di un viaggio metaforico ed
esistenziale che è anche un viaggio,
un’avventura artistica per noi che lo
portiamo in scena con la volontà di dare
voce al messaggio diretto e universale
sotteso dietro alla apparentemente semplice
trama dei fatti narrati. Pericle è sì un
eroe ma è soprattutto un Uomo in balia del
fato e delle invidie dei suoi simili. Come
ci ha abituati Shakespeare, troviamo
racchiusi nelle pagine dell’opera molti
ingredienti “classici” o per dirla con Propp,
topoi della favola archetipica prima e della
tragedia greca poi: il superamento di prove,
le avversità della natura e degli uomini, la
complicità degli amici, l’amore conquistato,
perso e ritrovato con immancabili agnizioni,
fino al trionfo del bene. Con in più un
elemento forte come quello dell’incesto,
tema chiave alla base dell’enigma che dà il
la al dipanarsi della storia.
Per cantare un canto che un tempo fu cantato
– come annuncia il Coro in apertura del
Pericle, noi abbiamo immaginato i mari
solcati dal Principe di Tiro e le varie mete
raggiunte, condensate e stigmatizzate in
grande non-luogo atemporale dove chiunque
possa riconoscere il grande spettacolo della
vita e riconoscervisi riflesso. Abbiamo
voluto esaltare i linguaggi racchiusi in
questo Pericle amplificando insieme la
componente parola con la musica e la danza.
Linguaggi cui abbiamo voluto
dare pari dignità nell’elevare lo spirito
con sacralità rituale. La poesia di
Shakespeare, che ci accompagna nei meandri
dell’anima dell’uomo e del suo linguaggio,
declinata in varie forme espressive – voce,
suono, movimento - tesa verso l’assoluto.
Per raccontare questo canto, per animare
questa favola archetipica abbiamo dunque
concepito una “sinfonia” tra i corpi di
attori e danzatori, le immagini dei loro
sogni e la musica delle loro parole. Abbiamo
cercato di far risaltare l’elemento poetico
che tanto bene T.S.Eliot ha scandagliato
nella sua fondamentale e modernissima
ricerca dedicata alle opere di Shakespeare.
Eliot che, tra l’altro, ha composto una
poesia proprio sulla bella figura della
figlia di Pericle, Marina, quintessenza
della virtù e del valore salvifico
dell’arte.
Il grande viaggio di Pericle, spesso un
vagare desolato senza meta, è costellato di
incontri e abbandoni, di azioni e sentimenti
che accompagnano la conoscenza. Viaggio come
ricerca, come accumulo di esperienza alla
scuola della vita in un continuum di
inter-relazioni tra luoghi e persone. E
Pericle, a volte vittima a volte artefice
della sua realtà, esiste in relazione alle
sue donne: prima nella conquista della
moglie Taisa poi nella perdita della stessa
e della figlia Marina; infine nel
ritrovamento delle due donne della sua vita
per mezzo del riconoscimento. Mezzo,
quest’ultimo cui Shakespeare ricorre
spessissimo ma qui, nel caso dell’agnizione
tra Pericle e la figlia, composto con
delicatissima e particolare cura tanto da
far dire allo studioso Frank Kermode che ci
troviamo di fronte a una delle scene
migliori di Shakespeare.
I cieli faccian di lui una stella! Si invoca
sul finale del dramma. Ci piacerebbe che la
visione di questo Pericle fosse come una
piccola esperienza catartica sotto il cielo
stellato del Teatro Romano.
Vorremmo infondere la speranza senza tempo
che il bene possa prevalere sul male al di
là di epoche e geografie attraverso il
dubbio e, ora e sempre (Eliott), la continua
ricerca di sé. Vorremmo esaltare il valore
sano dell’amicizia come la intendeva
Nitetzsche e come è dogma in Shakespeare,
cioè quella vera che rimane al di là di
contingenze “troppo umane”: “ (…) Siamo come
navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la
sua strada. Possiamo benissimo incrociarci e
celebrare una festa fra di noi (…) ma
proprio allora l’onnipossente violenza dei
nostri compiti ci spinge lontani l’uno
dall’altro dove forse non ci rivedremo mai.
(…) Che dovessimo divenire estranei è la
legge incombente su di noi, ma appunto per
questo dobbiamo diventare più degni di noi!
Appunto per questo il pensiero della nostra
amicizia deve diventare più sacro per noi.
(…) La nostra vita è troppo breve (…) e così
vogliamo credere alla nostra amicizia
stellare anche se dovessimo essere terrestri
nemici l’uno dell’altro (Da La Gaia Scienza
– F. Nietzsche) ”.
La ricerca della genesi di questo lavoro e
il problema della sua attribuzione a
Shakespeare sono tra le cose più complicate
e discusse del teatro shakespeariano. Vale
la pena di riferirne brevemente per aiutare
ad una migliore lettura del testo.
“Pericle, principe di Tiro” è annoverato dai
critici fra i cosiddetti “romances”, o
drammi romanzeschi dell’ultimo periodo di
produzione teatrale di Shakespeare
(1608-1613).
Esso figura iscritto allo
“Stationers’ Register” alla data del 20
maggio 1608 su richiesta di uno degli
editori più prestigiosi di Londra, Edward
Blunt, il quale però non lo diede mai alle
stampe; probabilmente si prestò
graziosamente a chiederne la registrazione a
suo nome perché richiestone a sua volta
dagli attori della “Compagnia del re” (“The
King’s Men”) della quale faceva parte lo
stesso Shakespeare; risulta infatti che un
dramma dello stesso titolo fu rappresentato
dai “King’s Men” al teatro “Globe” nel
giugno successivo.
La registrazione doveva servire ad evitare
che qualche altro editore lo pubblicasse a
sua volta; ma la pubblicazione abusiva ci fu
egualmente; perché avendo il lavoro
incontrato grande successo di pubblico alla
lettura, un’edizione pirata uscì sotto forma
di un romanzo che apparve lo stesso anno
1608 a firma di George Wilkins e con il
titolo: “Le penose avventure di Pericle”, e
il sottotitolo: “La vera storia del dramma
di Pericle, principe di Tiro, come è stata
ultimamente presentata dall’illustre e
antico poeta John Gower” (“The True History
of the awful Adventures of Pericles, prince
of Tyre, as it was lately presented by the
worthy and ancient Poet John Gower)”.
John Gower, un poeta inglese vissuto alla
fine del 1300 – contemporaneo, cioè del
grande Geoffrey Chaucer – aveva infatti per
primo fatto conoscere agli inglesi questa
storia nel suo poema “Confessio Amantis”, in
cui si narrano, come confessioni di un
grande amatore dei suoi peccati contro
l’amore, un centinaio di storie avventurose
tra le quali quella di Apollonio, principe
di Tiro. L’anno seguente, con i teatri
londinesi chiusi per ordine di Giacomo I, il
lavoro apparve stampato in formato in-quarto
al nome di William Shakespeare, per i tipi
dell’editore Henri Gosson; ma in un testo
così disuguale, così visibilmente corrotto,
pieno di frasi incomprensibili,
abborracciate fuor d’ogni regola
grammaticale, con passi in versi stampati
come prosa e viceversa, da dare l’esatta
impressione di essere stato buttato giù a
memoria da qualche attore. Questo inquarto
fu ristampato più volte in seguito; ma
nell’in-folio del 1623, che è la prima
raccolta a stampa di tutti i lavori di
Shakespeare, curata, sette anni dopo la sua
morte, dai colleghi attori, amici e
coazionisti della Compagnia dei “King’s Men”
John Heminge e Henri Cordell, il titolo non
figura: segno che i due sapevano di non
poterlo attribuire a Shakespeare.
Così il lavoro è stato escluso dal canone
dei teatro shakespeariano da tutti i
curatori successivi, fino a giungere a
Nicholas Rowe, che invece lo ammise nella
sua monumentale raccolta in 7 volumi del
teatro di Shakespeare (1709-10); lo stesso
fece più tardi (1778-90) il Malone. George
Wilkins era anch’egli scrittore di teatro,
autore, tra l’altro, di una commedia
popolare dal titolo: “Le miserie di un
matrimonio forzato” (“The Miseries of
Enforced Marriage”), che risulta essere
stato recitato dalla stessa compagnia dei
“King’s Men” al “Globe”. La vicenda cantata
da Gower nella sua “Confessio Amantis” è
tratta da uno dei pochi esemplari a noi
pervenuti della romanzistica greco-latina
“Historia Apollonii regis Tyri”. Una prima
versione inglese di questo romanzo risulta
essere apparsa a Londra nel sec. IX; ma fu
il Gower a riprenderla e, nel suo
verseggiare fluido e di stile famigliare,
renderla popolare; e gli inglesi se ne
dovevano tanto appassionare, che nel 1570 un
Lawrence Twine ne fece la trama di un
romanzo “The Pattern of Parsifal Adventures”,
che sarà la fonte del romanzo del Wilkins e
una delle principali del dramma di
Shakespeare. Anche il poeta sir Philip
Sydney (1554-1586) s’ispirerà alla vicenda
in una delle sue composizioni poetiche della
raccolta “Arcadia” Il romanzo, è un’opera
d’autore ignoto, scritta in latino – ma da
alcuni ritenuta un rifacimento o addirittura
una traduzione da un originale greco -
risalente forse al III sec. d.C., e la cui
trama è un intrico di incredibili avventure,
tutte però intese e condotte a lieto fine.
Antioco, fondatore e re di Antiochia,
convive coniugalmente con la bellissima
figlia (della quale non si fa mai il nome)
e, per mantenere nascosta l’incestuosa
relazione e impedire, nello stesso tempo,
che qualche pretendente gli sottragga la
fanciulla amata, promana una legge secondo
cui chiunque aspiri alla mano della
principessa debba prima risolvere un enigma,
sotto la minaccia che, se non riesca, abbia
mozzo il capo, e questo infisso sugli spalti
delle porte della città. Apollonio, giovane
principe della città di Tiro, definito
“ricchissimo e di vasta e profonda cultura”,
attratto dalla fama della meravigliosa
bellezza della fanciulla, giunge per mare ad
Antiochia e, fidando nel suo ingegno e nella
sua cultura, s’arrischia alla prova.
L’enigma è così
enunciato dallo stesso Antioco:
“Mi trasporta un delitto;
“mi cibo delle carni di mia madre;
“cerco un fratello mio, figlio di mia madre,
marito di mia moglie
“e non lo trovo”.
Apollonio si prende alcun tempo per
riflettere, poi va da Antioco e dice:
“Eccoti la soluzione. Dicesti: “Mi trasporta
un delitto” e non mentisti; basta che tu
guardi te stesso. Aggiungesti: “Mi cibo
delle carni di mia madre”, e nemmeno in
questo mentisti: guarda tua figlia”. Antioco
capisce che il giovane ha trovato la
soluzione, ma fissando su Apollonio gli
occhi infiammati d’ira: “Sei ben lontano –
gli dice – o giovane, dalla soluzione; anzi,
sei del tutto fuori strada: non una sola
parola giusta hai detto. Meriteresti perciò
che ti facessi mozzare il capo; ma
preferisco concederti trenta giorni di
tempo. Ripensaci bene; e se, quando
tornerai, mi porterai la soluzione esatta,
mia figlia sarà tua moglie; in caso
contrario, farai esperienza della durezza
delle mie leggi”. Apollonio, turbato e
sconvolto, lascia così Antiochia in tutta
fretta, torna in patria e di là, credendosi
sempre perseguitato dal potente Antioco per
aver egli rivelato il suo segreto (una voce
gli ripete dentro che il rinvio concessogli
non è che un rinvio alla morte), subito
riparte segretamente da Tiro per far perdere
la sue tracce. Giunge a Tarso. La città è
oppressa dalla carestia. Apollonio
s’improvvisa mercante e rifornisce di grano
gli abitanti affamati. Poi, dopo alcuni
mesi, decide di riprendere il mare e di far
rotta verso Pentapoli, per trovare là
rifugio. Il popolo di Tarso l’accompagna
alla nave con grandi onori. Durante il
viaggio in mare lo sorprende una tempesta
che lo priva della nave e dei compagni e lo
getta sulle coste della Libia, presso Cirene.
Quivi lo soccorre un pescatore. Per
suggerimento di questi Apollonio si reca in
città in cerca di aiuto. Càpita così nel
“Ginnasio”, la pubblica palestra di città,
dove si mette a gareggiare con gli altri
giovani e si fa apprezzare dal re per la
bravura atletica e per la garbatezza dei
modi, tanto da meritare un invito a cena
alla reggia. Qui conosce la figlia del re,
che di lui s’innamora e che vorrà diventare
sua sposa.
Alcuni mesi dopo le nozze, quando la
principessa sta per avere un figlio,
Apollonio viene a sapere che il re Antioco e
sua figlia sono morti colpiti da un fulmine
e che pertanto il regno di Antiochia gli
appartiene. Chiede alla moglie di lasciarlo
partire per andare a prendere possesso del
regno, ma quella lo vuol seguire e s’imbarca
felice insieme a lui; ma, durante la
navigazione, nel dare alla luce una bimba,
la giovane madre cade, per sopraggiunte
complicazioni, in uno stato di morte
apparente; per cui, creduta morta, è
rinchiusa in una cassa e calata in mare. Le
onde portano il macabro natante alla deriva
sulla spiaggia di Efeso; qui, per opera di
un medico del posto, la apparente defunta
vien fatta tornare a vivere e si ritira come
sacerdotessa nel tempio di Artemide. Intanto
Apollonio, disperato per la perdita della
moglie, rinuncia al regno di Antiochia e
approda di nuovo a Tarso, dove lascia la
neonata, cui dà il nome di Tarsia, in
custodia a una coppia di coniugi,
Stranguillone e Dionisiade; e, fatto voto di
non più tagliarsi né barba né capelli né
unghie finché la bimba sia cresciuta e si
sia sposata, si rimette in mare per tornare
a Tiro. Trascorsi 15 anni, Apollonio torna a
Tarso, ma non trova sua figlia. I due
coniugi, ai quali l’aveva affidata, gli
fanno credere che sia morta di malaria; in
verità era accaduto che Dionisiade, gelosa
di Tarsia che era cresciuta troppo più bella
e graziosa di sua figlia, aveva dato
incarico ad un suo intendente di
sopprimerla. Senonché, mentre costui, dopo
aver condotto la fanciulla in un luogo
remoto, sta per vibrarle il colpo mortale,
sopravvengono dei corsari, che gli
sottraggono la fanciulla. Questa è tradotta
dagli stessi corsari a Mitilene, e qui
venduta a un lenone che la chiude nel suo
postribolo con la speranza di trarne buoni
guadagni. Ma Tarsia, non che prostituirsi,
riesce ugualmente, mantenendosi casta, a far
quattrini, per contentare il turpe uomo, con
l’intrattenere i clienti raccontando loro le
sue sventure; tra questi clienti è
addirittura il principe della città,
Atenagora, che, mosso a compassione, si fa
suo protettore, le fa grandi regali, la
raccomanda all’uomo che l’ha in custodia, la
fa cantare e suonare la lira in pubblico, “e
fu tanto l’entusiasmo del popolo e a tal
punto salì la simpatia per lei dell’intera
città, che uomini e donne ogni giorno le
portavano un’infinità di doni”.
Apollonio, partito da Tarso sconsolato,
torna sulla nave, si butta sul pavimento e
dà ai suoi uomini quest’ordine: “Buttatemi
in fondo alla nave; voglio morire fra le
onde”; scende sottocoperta e comanda che si
levi l’ancora verso l’alto mare. Ma il mare,
dopo alcuni giorni di navigazione, torna in
tempesta e sbatte la nave davanti a Mitilene.
Quivi si celebravano i festeggiamenti in
onore di Poseidone. Apollonio vuole che i
suoi uomini partecipino alle feste (“sono
già abbastanza puniti per il solo fatto di
avere avuto in sorte un padrone così
sventurato”) e permette che allestiscano un
festino a bordo. Mentre stanno mangiando,
Atenagora, che si trova a passeggiare lungo
la marina, osservando il gran numero
d’imbarcazioni alla fonda, nota la nave di
Apollonio “che fra tutte spiccava per
bellezza di forma e ricchezza
d’attrezzatura”, ne fa le lodi ad alta voce
e i marinai, che lo odono, lo invitano a
salire a bordo. Così ha modo di conoscere
Apollonio il quale, invece di festeggiare
con gli altri, se ne sta solo sottocoperta,
al buio e in mezzo alla sporcizia, a
struggersi nel suo dolore. Il nome di
Apollonio gli ricorda che anche Tarsia gli
aveva raccontato di avere un padre di nome
Apollonio; allora gli viene l’idea di
domandare a chiamare Tarsia, per toglierlo –
chissà – da quello stato di abbattimento,
Tarsia viene sulla nave e s’adopera a
sollevare e distrarre Apollonio,
proponendogli una serie di indovinelli.
Attraverso di questi avviene così il
riconoscimento padre/figlia, e il nodo della
favola si scioglie: Atenagora sposa Tarsia e
diviene re di Tiro, mentre Apollonio riserva
per sé il regno di Antiochia. Quindi, fatta
vendetta del lenone di Mitilene, per
suggerimento di un “angelus” che gli appare
in sogno, si reca ad Efeso, dove ritrova la
moglie, sacerdotessa di Artemide. Sulla via
del ritorno ad Antiochia fa scalo a Tarso
per infliggere la meritata punizione ai due
coniugi scellerati Stanguillione e
Dionisiade e, giunto a Cirene, premia
degnamente il pescatore che l’aveva raccolto
naufrago e gli aveva fatto dono di metà del
suo mantello.
Da allora, Apollonio condurrà una vita
serena e felice fra le cure del governo e le
gioie della famiglia.
* * *
Questo è il materiale che Shakespeare ha
davanti a sé nell’accingersi a scrivere il
“Pericle”.
Cambia il nome di qualche personaggio,
dispone gli eventi nella successione
scenica, da poeta del teatro ch’egli è, e,
pur rispettando la fonte e senza intervenire
a mutare la complessa successione dei fatti,
la ordina a suo modo, l’amalgama nella sua
fantasia, dà una sua fisionomia ai
personaggi, con un gioco di sentimenti
inteso a meglio sottolineare la terribilità
stessa della vicenda; il tutto con parole e
cose volute da lui, e in una atmosfera
voluta da lui, non più in quella che può
esser suggerita dalla favola, e traduce la
favola nella commedia come meccanismo dove
la parola si fonde col gesto.
Da qui nasce la poesia di cui sono pervasi
molti passi dell’opera: quella del “coup de
foudre” onde la figlia del re di Cirene
s’innamora del giovane naufrago; quella
della dolce quanto volitiva castità di
Marina, che muove il cuore del governatore
di Cirene al racconto della scellerata
istoria di lei; quella del dialogo della
stessa Marina con lo sconsolato Pericle, che
trae questo dallo stato di comatosa
prostrazione al sommo della gioia di padre
che ritrova la figlia creduta morta. Il
tutto in una atmosfera di tragedia
greco-rinascimentale, con il poeta John
Gower in funzione di coro, e le pantomime
elisabettiane a sottolinearne la
consuetudine teatrale dell’epoca. Al fondo
di tutto, il poeta, senza dirlo, lascia che
noi intravediamo l’ombra della giustizia
divina e umana, del trionfo del bene sul
male, del buono e dell’onesto sul villain,
del castigo degli empi e dei malvagi. E
risolve così la commedia: con una morale che
non è l’aggressiva morale dei
collitorti puritani – che Shakespeare
combatte – ma una moralità intrinseca
all’equilibrio della realtà, della realtà
offesa che si vendica.
È l’ultima tappa di Shakespeare uomo e
drammaturgo: il ristabilirsi della legge,
l’equilibrio di una normalità che si
ricompone, il riaffiorare di quelle
necessità elementari dell’uomo che riconduce
a una fondamentale fiducia nell’umanità.
Questo è il “Pericle”, e per questo deve
dirsi un dramma essenzialmente
shakespeariano, anche se in un testo
corrotto e rifatto da altri; tanto
shakespeariano da far dire ad autorevoli
critici che se il lavoro originale fosse
sopravvissuto integro, l’opera avrebbe ben
potuto altamente gareggiare in pregio
letterario con “Il racconto d’inverno” e la
stessa “Tempesta”.
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