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Cimbelino
1609 -
1610
Scena
prima
Entra Cloten solo.
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Se Pisanio mi ha dato
indicazioni esatte, sono
vicino al luogo dove
dovrebbero incontrarsi A
perfezione mi vanno i
suoi vestiti! E perché
la sua donna, che fu
fatta da colui che creò
pure il suo sarto, non
dovrebbe andarmi a
perfezione anche lei?
Tanto più che, con
rispetto parlando, si
dice che alle donne vada
a seconda dell'andamento
del vento. Bisogna che
mi metta al lavoro. A me
stesso posso dirlo - non
è vanagloria se un uomo
si parla allo specchio
in camera sua - voglio
dire, il mio corpo ha
una linea buona quanto
il suo. Non sono meno
giovane di lui, però
sono più forte; non
inferiore di fortuna, ma
più favorito dalle
circostanze; superiore a
lui di nascita, capace
quanto lui nelle
operazioni militari, e
più bravo in singolar
tenzone. Eppure questa
cocciuta senza senso ama
lui a mio dispetto. Ecco
cos'è la vita mortale!
Entro un'ora, Postumo,
la tua testa, che adesso
è attaccata al collo, ne
verrà spiccata, la tua
donna violata, i tuoi
vestiti fatti a pezzi
davanti ai tuoi occhi.
Compiuta quest'opera, la
riporterò a calci a
casa, da suo padre, il
quale sarà forse un po'
irritato con me perché
l'ho trattata in maniera
così rude. Ma mia madre,
che ha completo
controllo sui suoi
malumori, volgerà ogni
cosa a mia lode. Il
cavallo è ben legato:
fuori, o mia spada,
preparati ad un compito
spietato! Fortuna,
mettili nelle mie mani!
Questo, secondo la
descrizione, deve essere
il luogo del loro
incontro: non oserebbe
certo ingannarmi, quella
canaglia.
[Esce.]
Scena
seconda
Entrano, provenendo
dalla caverna, Belario,
Guiderio, Arvirago e
Imogene.
BELARIO [a Imogene]
Non state bene: rimanete
qui nella caverna:
torneremo da voi dopo la
caccia.
ARVIRAGO [a Imogene]
Fratello, resta qui. Non
siamo fratelli?
IMOGENE
Tali dovrebbero essere
gli uomini.
Ma argilla differisce da
argilla in qualità
benché la polvere loro
sia la stessa.
Mi sento veramente male.
GUIDERIO
Voi andate a caccia, io
resto con lui. |
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IMOGENE
Non sto poi così male, ma bene
non mi sento. Non sono un
damerino di città,
uno di quelli che paiono morti
prima d'ammalarsi. Perciò, vi
prego,
lasciarmi, seguite il corso
giornaliero
delle vostre occupazioni:
rompere le abitudini
significa buttare all'aria
tutto.
Sto male, ma il vostro rimanermi
accanto
non mi può guarire. La compagnia
non è
di conforto a chi non è di
compagnia.
Non sto poi così male, se riesco
a ragionarci sopra. Vi prego,
lasciatemi
qui, fidatevi. Non posso che
derubare me stesso, e rubando
così poco,
lasciarmi morire.
GUIDERIO
Ti voglio bene,
l'ho detto: tanto e così forte
come a mio padre.
BELARIO
Che? Come? Come?
ARVIRAGO
Se dirlo è peccato, signore, mi
lego
nella colpa a mio fratello: non
so
perché amo questo ragazzo, ma vi
ho
sentito dire che le ragioni
dell'amore
sono senza ragione. Se ci fosse
una bara alla porta e mi venisse
chiesto
chi debba morire, risponderei,
"mio padre, non questo ragazzo".
BELARIO [a parte]
O nobile carattere!
O virtù della natura! O seme di
grandezza!
I codardi sono padri di codardi,
i vili generano vili. La natura
crea crusca e farina, virtù e
viltà.
Io non sono loro padre,
ma chi può essere costui, che
compie
il miracolo di farsi amare più
di me?
Sono le nove.
ARVIRAGO
Fratello, addio.
IMOGENE
Vi auguro buona caccia.
ARVIRAGO
Salute. - Signore, agli ordini.
IMOGENE [a parte]
Creature veramente gentili,
queste.
O dèi, quante menzogne m'è
toccato
sentire! I cortigiani dicono che
fuori
della corte non ci sono che
selvaggi.
Ma tu, esperienza, smentisci la
voce!
Gli oceani sovrani generano
mostri,
mentre i poveri tributari, i
fiumi,
forniscono alla mensa pesci
squisiti.
Sto male, ancora; malissimo.
Pisanio,
ora proverò la tua medicina.
GUIDERIO
Non sono riuscito a farlo
parlare.
Ha detto d'essere nobile, ma
sfortunato;
colpito ingiustamente, e
tuttavia giusto.
ARVIRAGO
Così ha risposto anche a me,
dicendo
però che più tardi avrei potuto
saperne di più.
BELARIO
A caccia, a caccia!
Per ora vi lasciamo, entrate a
riposare.
ARVIRAGO
Non staremo via a lungo.
BELARIO
Non v'ammalate,
vi prego, dovrete farci da
massaia.
IMOGENE
Che stia bene o male, sono
legato a voi.
BELARIO
E per sempre lo sarete. [Imogene
esce, verso la caverna.]
Questo giovane, per quanto mal
ridotto,
sembra di buona schiatta.
ARVIRAGO
Come un angelo, canta!
GUIDERIO
E che cucina squisita! Ha
tagliato
le nostre radici in forma di
lettere
e insaporito il brodo come se
Giunone
fosse ammalata, e lui il suo
cuoco.
ARVIRAGO
Unisce nobilmente sorriso a
sospiro,
come se il sospiro fosse tale
solo
perché non è un sorriso, e il
sorriso
si facesse gioco del sospiro
perché
vola via da tempio così santo
per mescolarsi ai venti
insultati dai marinai.
GUIDERIO
Ho notato che il dolore e la
pazienza, radici
del sospiro e del sorriso,
s'intrecciano in lui.
ARVIRAGO
Cresci, pazienza! Fa' che il
dolore,
sambuco puzzolente, sciolga le
maligne
sue radici dalla vite che
fiorisce!
BELARIO
È giorno pieno. Venite via! -
Chi è quello?
Entra Cloten.
CLOTEN
Non riesco a trovare i
fuggiaschi.
Quella canaglia m'ha preso in
giro.
Sono sfinito.
BELARIO
"I fuggiaschi"! Vuol dir noi?
Mi pare di riconoscerlo: è
Cloten,
il figlio della regina. Temo
un'imboscata.
Non lo vedo da anni, ma so che è
lui.
Siamo considerati fuorilegge:
andiamo via!
GUIDERIO
Ma è solo! Voi e mio fratello
cercate se ha compagni qui
vicino.
Vi prego, andate: lasciatemi
solo con lui.
[Escono Belario e Arvirago.]
CLOTEN
Ferma! Chi siete voi che fuggite
così davanti a me? Briganti di
montagna?
Ne ho sentito parlare. Che
canaglia sei tu?
GUIDERIO
Nulla di più adatto a una
canaglia
ho mai fatto, che rispondere
a una canaglia senza picchiarla.
CLOTEN
Sei un masnadiero, un
fuorilegge,
un farabutto. Arrenditi, ladro.
GUIDERIO
A chi? A te? E chi sei, tu?
Non ho forse un braccio grande
come il tuo? Un cuore
altrettanto
grande? Certo, le tue parole
sono più grosse, perché io non
porto
il pugnale in bocca. Dimmi chi
sei
e perché dovrei arrendermi a te.
CLOTEN
Vile canaglia, non mi conosci
dagli abiti?
GUIDERIO
Né te, gaglioffo, né il sarto
tuo,
cioè tuo nonno: che ha fatto
quei vestiti
i quali ora, pare, fanno te.
CLOTEN
Emerito furfante, non li ha
fatti il mio sarto.
GUIDERIO
Vattene via, allora, e ringrazia
chi te li ha dati. Sei un
idiota,
a picchiarti non c'è gusto.
CLOTEN
Ladro insolente,
ascolta il mio nome, e trema.
GUIDERIO
Qual è il tuo nome?
CLOTEN
Cloten, canaglia
GUIDERIO
Cloten, due volte canaglia, sia
il tuo nome. Non riesce a farmi
tremare:
fosse Rospo, Vipera, o Ragno,
mi farebbe più impressione.
CLOTEN
Perché tu abbia maggiore paura,
anzi
a tua totale confusione, sappi
che sono il figlio della regina.
GUIDERIO
Me ne dispiace: il tuo aspetto
non pare
degno della tua nascita.
CLOTEN
Non hai paura?
GUIDERIO
Ho paura di quelli che rispetto:
i saggi.
Degli idioti rido, non ho paura.
CLOTEN
Muori, allora. Quando ti avrò
ucciso con le mie stesse mani,
inseguirò quelli che sono
scappati.
E sulle porte della città di Lud
impalerò le vostre teste.
Arrenditi,
rozzo montanaro. [Escono,
combattendo.]
Rientrano Belario e Arvirago.
BELARIO
Non c'è nessuno in giro?
ARVIRAGO
Non un'anima viva. Vi siete
sbagliato,
su di lui.
BELARIO
Non so: non lo vedevo da tanto,
ma il tempo non ha cambiato i
lineamenti
che il volto aveva allora. Gli
strappi di voce,
quel parlare a scoppi, erano i
suoi;
sono sicuro che fosse proprio
Cloten.
ARVIRAGO
Li abbiamo lasciati qui. Spero
che mio fratello se la sia
cavata
con lui. Dite che è tanto
feroce.
BELARIO
Non essendo ancora maturo -
dico,
come uomo - non sapeva cosa
fosse il terrore.
Spesso la mancanza di giudizio
fa trascurare
la paura. Guarda, tuo fratello.
Rientra Guiderio con la testa di
Cloten.
GUIDERIO
Questo Cloten era un vero
idiota,
una borsa vuota, senza soldi.
Neppure Ercole avrebbe potuto
fargli schizzare via il
cervello:
perché proprio non l'aveva.
Eppure, se non gli avessi
tagliata
la testa, l'idiota ora si
porterebbe
appresso la mia, come io faccio
con la sua.
BELARIO
Ma che hai fatto! Lo sai?
GUIDERIO
Benissimo lo so: ho tagliato la
testa
di un certo Cloten, figlio (a
detta sua)
della regina, che mi chiamava
traditore e montanaro,
e giurava di batterci con una
mano sola,
di spiccarci le teste da dove,
grazie agli dèi,
si trovano, e di impalarle nella
città di Lud.
BELARIO
Siamo rovinati, tutti.
GUIDERIO
Caro padre, perché? Cosa abbiamo
da perdere
se non quel che giurava di
toglierci: la vita?
La legge non protegge noi.
Perché dovremmo essere educati,
e lasciare
che un arrogante pezzo di carne
ci minacci
e faccia da solo il giudice e il
boia
perché noi temiamo la legge?
Avete veduto
qualcuno qui intorno?
BELARIO
Non abbiamo visto anima viva,
ma ragione vuole che avesse un
seguito.
Benché fosse per lui punto
d'onore
cambiare sempre, e di male in
peggio,
nessun eccesso, né pazzia
totale,
lo avrebbero condotto qui da
solo.
Può darsi che a corte la voce
circolasse
di fuorilegge come noi che
abitano qui
nelle caverne, vivendo di
caccia, e magari
potrebbero col tempo diventare
forti.
Sentendo questo, si sarà
infuriato,
com'è nella sua indole, e avrà
giurato
di catturarci. Ma che sia venuto
solo
non è possibile: tanto ardito
non era,
e gli altri non l'avrebbero
permesso.
Abbiamo dunque tutte le ragioni
di temere
che questo corpo abbia una coda
ben più pericolosa della testa.
ARVIRAGO
Quanto è ordito dal destino
avvenga
secondo il volere degli dèi:
comunque,
mio fratello ha fatto bene.
BELARIO
Oggi non avevo voglia di
cacciare.
La malattia del giovane Fedele
mi ha reso gravoso il cammino.
GUIDERIO
Con la sua stessa spada, quella
che puntava
alla mia gola, gli ho mozzato la
testa.
La getterò ora nel torrente
dietro
alla nostra caverna, che
raggiunga il mare
e dica ai pesci d'essere Cloten,
figlio della regina: è tutto,
penso. [Esce.]
BELARIO
Ho paura che il gesto sarà
vendicato.
Sarebbe stato meglio, Polidoro,
che non l'avessi fatto, anche se
il valore
ben ti si conviene.
ARVIRAGO
L'avessi fatto io!
E fossi io solo inseguito dalla
vendetta!
Polidoro, fraterno è il mio
amore per te,
ma grande è l'invidia perché
m'hai rubato
questa impresa. Vorrei che tutti
i vendicatori
che le nostre forze possono
affrontare
venissero a cercarci fino a qui,
sfidando la nostra risposta.
BELARIO
Ormai è fatta.
Non andremo più a caccia, oggi,
né senza profitto in cerca di
pericoli.
Ti prego, torniamo alla caverna:
tu e Fedele
farete i cuochi. Io attenderò il
ritorno
dell'impetuoso Polidoro per
condurlo a cena.
ARVIRAGO
Povero Fedele, ammalato!
Volentieri
andrò da lui. Per ridargli il
colore,
farei sanguinare una parrocchia
intera
di Cloten, e per tale carità
loderei me stesso. [Esce.]
BELARIO
O dèa! Natura divina! Te stessa
riveli in questi due prìncipi
ragazzi.
Sono gentili come gli zefiri che
soffiano
sotto la violetta senza
smuoverne il capo
profumato; ma violenti, quando
il loro sangue
regale s'infiamma, come i vènti
feroci
che per la cima afferrano gli
abeti di montagna
e li piegano a valle. È
straordinario
come un invisibile istinto li
informi
di una regalità che mai hanno
appreso,
di un senso dell'onore mai loro
insegnato,
di cortesia che mai hanno visto
in altri,
di valore che in loro cresce
selvaggio,
ma dà frutto come se fosse
seminato.
E strano è il presagio che per
noi
significa la presenza qui di
Cloten
e quel che la sua morte può
portarci.
Rientra Guiderio.
GUIDERIO
Dov'è mio fratello? La cocciuta
cocuzza
di Cloten ho spedito nel
torrente,
in ambasceria a sua madre; il
corpo
rimane ostaggio qui fino al suo
ritorno. [Musica solenne.]
BELARIO
Ascolta, Polidoro:
il mio ingegnoso strumento
suona! Ma che ragione
ha Cadwal per usarlo adesso?
Ascolta!
GUIDERIO
È a casa?
BELARIO
È andato via un istante fa.
GUIDERIO
Cosa vuol dire Cadwal? È rimasto
muto
lo strumento dalla morte della
mia cara madre.
I toni solenni devono rispondere
soltanto
a eventi gravi. Quale ragione
mai...?
Esultare per nulla, lamentare
sciocchezze,
sono allegrie da scimmie, dolori
da ragazzi.
È pazzo, Cadwal?
Rientra Arvirago portando
Imogene morta fra le braccia.
BELARIO
Guarda, eccolo che viene, e
porta
fra le braccia la causa
terribile
di ciò per cui lo rimproveriamo.
ARVIRAGO
È morto l'uccellino che tanto
amavamo.
Avrei preferito balzare dai
sedici anni ai sessanta,
e cambiare l'età dei salti in
una stampella,
che vedere questo
GUIDERIO
O dolcissimo, bellissimo giglio!
Mio fratello ti porta con assai
meno grazia
di quella con cui crescevi tu
stesso.
BELARIO
O malinconia!
Chi mai poté sondare il tuo
fondo,
toccarne il fango, e scoprire
sulla costa
l'approdo migliore per la barca
tua tarda?
Creatura celeste, Giove soltanto
sa che uomo saresti potuto
divenire.
Io so che sei morto, ragazzo
impareggiabile,
di malinconia. Come l'hai
trovato?
ARVIRAGO
Rigido come lo vedete: ma
sorridente,
come se una mosca ne
solleticasse il sonno;
non irrideva al dardo della
morte.
La guancia destra riposava su un
cuscino.
GUIDERIO
Dove?
ARVIRAGO
In terra, con le braccia
incrociate, così:
pensavo che dormisse e mi sono
tolto
dai piedi le rozze scarpe
chiodate
che con fracasso echeggiavano i
miei passi.
GUIDERIO
È soltanto addormentato,
infatti. Se è morto,
farò della sua tomba un letto.
Le fate aleggeranno attorno al
suo sepolcro:
mai i vermi giungeranno a te.
ARVIRAGO
Coi fiori più belli, finché duri
l'estate,
profumerò, Fedele, la tua tomba
triste,
finché vivrò qui. Non ti
mancherà
il fiore che più somiglia al tuo
volto,
la pallida primula, né la
campanula azzurra
come le tue vene: no, non i
petali
della rosa di macchia che - non
li calunnio -
non profumano più del tuo
respiro.
Ti porterà il pettirosso dal
becco pietoso
- o becco, vergogna degli eredi
arricchiti
che lasciano i padri giacere
senza tomba -
tutto questo, sì, e una
pelliccia di muschio,
quando i fiori più non saranno,
a coprire il tuo corpo
d'inverno...
GUIDERIO
Smetti, ti prego. Su cose tanto
gravi
non scherzare con parole da
donne.
Seppelliamolo, senza tardare col
nostro sgomento
quel che gli è ora dovuto. Alla
fossa!
ARVIRAGO
Dimmi, dove lo seppelliremo?
GUIDERIO
Accanto a nostra madre, la buona
Eurifile.
ARVIRAGO
Così sia.
E benché le nostre voci abbiano
ora
il timbro degli uomini fatti,
col canto
accompagnamo il suo viaggio alla
fossa,
come un tempo facemmo con nostra
madre.
Usiamo la stessa melodia, le
stesse parole,
mettendo Fedele al posto di
Eurifile.
GUIDERIO
Non so cantare, Cadwal.
Piangerò, e con te ripeterò le
parole.
Perché i canti di dolore,
stonati,
sono peggio di preti e chiese
mendaci.
ARVIRAGO
Lo reciteremo, allora.
BELARIO
I dolori grandi, vedo, curano i
piccoli.
Cloten è dimenticato, ora, del
tutto.
Era figlio di una regina,
ragazzi, e benché
sia venuto da nemico, per questo
ha pagato,
ricordatelo, un prezzo ben caro.
Umili e potenti marciscono
assieme
e in polvere eguale tutti
ritornano.
Il rispetto, però, l'angelo del
mondo,
fra grandi e piccoli fa
distinzione.
Un principe era il nostro
nemico:
al nemico voi avete tolto la
vita;
al principe dovete dar
sepoltura.
GUIDERIO
Portatelo qui, vi prego.
Il corpo di Tersite vale quello
di Aiace,
quando entrambi sono senza vita.
ARVIRAGO
Mentre andate a prenderlo,
reciteremo
il nostro canto. Incomincia,
fratello. [Belario esce.]
GUIDERIO
No, Cadwal, prima a oriente
dobbiamo
volgere il suo capo. Per questo
pare
che nostro padre abbia una
ragione.
ARVIRAGO
È vero.
GUIDERIO
Vieni, allora: spostiamolo.
ARVIRAGO
Ecco. Comincia.
CANZONE
GUIDERIO
Più non temere del sol la
calura,
non la tempesta dell'inverno
furiosa.
Hai assolto nel mondo ogni tua
cura,
a casa sei andato, paga hai
generosa.
Ragazzi e fanciulle che paiono
d'oro,
come chi spazza i camini per
loro,
in polvere deve ciascuno
tornare.
ARVIRAGO
L'ira dei grandi più non temere,
non può dei tiranni toccarti
condanna.
Più non curar di vestire e
mangiare,
come una quercia è per te ogni
canna.
Re, medico, dotto ti devon
seguire;
in polvere deve ciascuno
tornare.
GUIDERIO
Del fulmine il lampo più non
temere.
ARVIRAGO
Né lo scoppio del tuono, a tutti
sgomento.
GUIDERIO
Non temere calunnie né aspre
censure.
ARVIRAGO
Per te spenta è la gioia, finito
il lamento.
INSIEME
Gli amanti giovani, gli amanti
tutti,
per legge sono compagni ai tuoi
lutti:
in polvere deve ciascuno
tornare.
GUIDERIO
Chi evoca spiriti non ti possa
colpire!
ARVIRAGO
Non ti faccia magia d'incanto
stregare!
GUIDERIO
I fantasmi insepolti ti dovran
risparmiare!
ARVIRAGO
Creatura del male non ti possa
sfiorare!
INSIEME
Consumati in pace sino alla
fine!
Abbi tomba famosa senza confine!
Rientra Belario con il corpo di
Cloten.
GUIDERIO
Abbiamo compiuto le esequie: su,
seppelliamolo.
BELARIO
Ecco dei fiori, e altri poi a
mezzanotte.
L'erba cosparsa di fredda
rugiada notturna
è ornamento adatto alle tombe,
ai volti che coprono
Come fiori eravate, e ora siete
appassiti:
così quest'erba sarà, che
spargiamo su voi.
Su, venite, preghiamo in
ginocchio.
Se li riprende, la terra che li
ha dati:
le gioie e i dolori loro qui
sono finiti.
[Escono Belario, Guiderio e
Arvirago.]
IMOGENE [svegliandosi]
Sì, signore, a Milford Haven
Qual è la via?
Grazie, presso quel cespuglio?
Per favore,
quanto è distante? Misericordia!
Sei miglia ancora?
Tutta la notte ho camminato.
Allora mi stendo
a dormire Piano! Non voglio
compagno di letto!
O dèi! O dee! [Vede il corpo di
Cloten.]
Questi fiori sono come i piaceri
del mondo,
questo corpo insanguinato come
il suo dolore.
Sogno, spero. Mi pareva d'essere
massaia
in una caverna, e di far da
cuoca a persone oneste.
Ma non è così. Era solo un lampo
di nulla,
scagliato verso il nulla: una
creazione del cervello
e dei suoi fumi. I nostri occhi
a volte
sono come i nostri giudizi:
ciechi.
Eppure, tremo ancora di paura.
Ma se in cielo è rimasta una
goccia di pietà
piccola come l'occhio di uno
scricciolo, o dèi temuti,
datemene almeno una parte!
Ancora qui
è il sogno, fuori e dentro di
me, perfino
quando sono sveglia: non
immaginato, ma sentito.
Un uomo senza testa? I vestiti
di Postumo?
Riconosco la forma della sua
gamba. Questa
è la sua mano, il suo piede da
Mercurio,
la coscia da Marte, i muscoli di
Ercole.
Ma il suo volto da Giove? Un
assassinio in cielo!
È sparito. Pisanio, tutte le
maledizioni
che Ecuba impazzita gettò sui
Greci,
e le mie in aggiunta, cadano su
di te! Tu,
cospirando con Cloten, quel
diavolo senza freno,
hai ammazzato qui il mio sposo.
Scrivere e leggere siano d'ora
in poi
segni di tradimento! Dannato
Pisanio,
con le sue lettere false,
Pisanio dannato
ha troncato l'albero maestro del
vascello
più nobile che vi fosse al
mondo! Postumo,
ahimè, dove è la tua testa?
Dove, ahi, dove?
Pisanio avrebbe potuto
trafiggerti il cuore,
e lasciarti la testa. Perché
così, Pisanio?
Lui e Cloten: malvagità e
cupidigia
hanno compiuto questa orrenda
sciagura.
Ah, vedo ora, è chiaro! Quella
droga
che mi ha dato, che diceva
essere per me
un cordiale prezioso, non ha
forse ucciso
i miei sensi? Ecco la conferma.
È opera,
questa, di Pisanio e Cloten. Oh,
colora
col tuo sangue le mie pallide
guance, sì che
più orrenda appaia a chi mi
troverà.
O mio signore, mio signore!
[Sviene sul corpo.]
Entrano Lucio, Capitani e un
Indovino.
CAPITANO
Oltre a queste, le legioni
stanziate in Gallia
hanno, secondo i vostri ordini,
traversato il mare,
e vi attendono con le vostre
navi a Milford Haven.
Sono pronte all'azione.
LUCIO
Che notizie da Roma?
CAPITANO
Il Senato ha richiamato i
cittadini e i nobili d'Italia,
spiriti volenterosi, che
promettono prestazioni
eccellenti.
Vengono al comando dell'ardito
Iachimo, fratello
del duca di Siena.
LUCIO
Per quando li aspettate?
CAPITANO
Al primo vento favorevole.
LUCIO
La prontezza
che vediamo ci dà buone
speranze.
Che le truppe siano passate in
rassegna:
i capitani provvedano. E voi,
signore,
che avete sognato ultimamente di
questa guerra?
INDOVINO
La notte scorsa gli dèi stessi
mi hanno
mostrato una visione. Avevo
digiunato e pregato
di poter capire. Ecco quel che
ho visto:
l'aquila romana, l'uccello di
Giove, volava
dall'umido meridione verso
questa parte d'occidente,
e qui svaniva nei raggi del
sole.
Se i peccati non oscurano il mio
potere di divinazione,
questo presagisce vittoria
all'esercito romano.
LUCIO
Sogna sempre così, e mai sia
falso.
Fermi: che tronco è questo,
senza testa?
I resti dicono che un tempo era
un nobile
edificio. Che? Un paggio? Morto,
o addormentato
sopra il cadavere? Morto,
sembra: perché la natura
ha orrore di spartire il letto
con i defunti
o di dormire sopra i corpi
morti. Guardiamo
il viso del ragazzo.
CAPITANO
Signore, è vivo.
LUCIO
Allora su questo corpo potrà
darci spiegazioni.
Ragazzo, parlaci delle tue
sventure, che paiono
implorare d'esser conosciute Chi
è costui
di cui ti fai cuscino
sanguinoso? E chi
ha così mutato questa bella
immagine
creata da nobile Natura? Che
parte hai
in questo relitto miserando?
Come è accaduto?
Chi è? E chi sei tu?
IMOGENE
Io sono nulla. E se no, sarebbe
meglio
essere nulla. Questo era il mio
padrone,
un britanno valoroso e buono,
ucciso, qui,
dai montanari. Ahimè, padroni
così
non ci sono più. Se anche
vagassi
da oriente ad occidente offrendo
i miei servizi,
ne provassi molti, buoni
perfino,
e fossi sempre servitore buono e
leale,
mai troverei un altro padrone
così.
LUCIO
Povero ragazzo! Col tuo lamento
commuovi
non meno che il tuo padrone
sanguinando.
Dimmi il suo nome, amico mio.
IMOGENE
Richard du Champ. [A parte] Se
mento senza far male
a nessuno, spero che gli dèi,
ascoltandomi,
mi perdonino. Come dite,
signore?
LUCIO
Il tuo nome?
IMOGENE
Fedele, signore.
LUCIO
E tale dimostri veramente
d'essere:
il tuo nome si accorda alla tua
fedeltà,
la fedeltà al nome. Vuoi tentare
la fortuna
con me? Non dico che avrai
padrone buono
quanto il primo, ma, certo, non
t'amerà di meno.
Neppure una lettera vergata
dall'imperatore di Roma
in persona, e inviatami per
mezzo di un console,
potrebbe guadagnarti promozione
più rapida
di quella che il tuo merito ti
ottiene. Vieni con me.
IMOGENE
Vi seguirò, signore. Ma prima,
col favore degli dèi,
nasconderò alle mosche il mio
padrone,
scavando in profondità quanto
possono le mie mani.
E quando avrò coperto la sua
fossa
d'erbe e foglie, e su di essa
pronunciato,
al meglio mio, centinaia di
preghiere,
allora, piangendo e sospirando,
lascerò
il suo servizio per seguire voi,
se vorrete prendermi.
LUCIO
Sì, mio buon giovane. E ti sarò
più padre che padrone.
Amici, questo ragazzo ci insegna
quale sia
il dovere di un uomo. Cerchiamo
il pezzo di terra
più bello, più pieno di
margherite, e scaviamo
una fossa con le nostre picche e
partigiane.
Su, sollevatelo. Ragazzo, tu
l'hai raccomandato,
e avrà il sepolcro che può
dargli un soldato.
Animo, asciugati gli occhi.
Talvolta cadere
serve a risorgere e di più a
godere. [Escono]
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Scena
terza
Entrano Cimbelino,
Signori, Pisanio, e
gentiluomini del seguito.
CIMBELINO
Tornate da lei e riferitemi
come sta. [Esce un
gentiluomo.]
Una febbre per l'assenza di
suo figlio, un delirio
che mette la sua vita in
pericolo O cieli,
mi colpite a fondo, e in una
volta sola!
Imogene, la mia più grande
consolazione, fuggita;
la regina a letto, in
condizioni disperate:
e tutto mentre una guerra
terribile mi minaccia.
Suo figlio, così necessario
ora, è scomparso.
Colpo su colpo, aldilà di
ogni speranza.
Quanto a te, canaglia, che
devi sapere qualcosa
sulla sua fuga, e fingi
invece di ignorarlo,
ti strapperemo le
informazioni con la tortura.
PISANIO
Sire, la mia vita è vostra:
umilmente
la metto nelle vostre mani.
Ma quanto alla mia padrona,
non so nulla di dove sia,
perché sia fuggita,
o quando intenda ritornare.
Prego Vostra Altezza
di credermi vostro leale
servitore.
PRIMO SIGNORE
Mio sovrano,
il giorno in cui scomparve
lui era qui.
Oso garantire che è onesto e
compirà
lealmente i suoi doveri di
suddito.
Quanto a Cloten, gli sforzi
per ricercarlo continuano
e sarà senza dubbio trovato.
CIMBELINO
I tempi sono difficili.
[A Pisanio] Per il momento
vi lasciamo andare,
ma i sospetti rimangono.
PRIMO SIGNORE
Di grazia, Vostra Maestà,
le legioni romane già
raccolte in Gallia
sono sbarcate sulle nostre
coste con un rinforzo
di nobili romani inviati dal
Senato.
CIMBELINO
Potessi avere i consigli,
ora, di mio figlio
e della mia regina! Sono
frastornato dagli eventi.
PRIMO SIGNORE
Mio sovrano, le forze che
avete sono in grado
di affrontare quelle di cui
giunge notizia.
Se ne arriveranno delle
altre, sarete pronto
anche per esse. Basta che
facciate avanzare
le truppe che smaniano di
muoversi.
CIMBELINO
Vi ringrazio. Andiamo a far
fronte agli eventi
che ci si parano davanti.
Non temiamo i fastidi
provenienti dall'Italia, ma
ci preoccupano
le sciagure in casa.
Andiamo!
[Escono Cimbelino, Signori e
gentiluomini del seguito.]
PISANIO
Non ho ricevuto alcuna
lettera dal mio padrone
da quando gli ho scritto che
Imogene era morta.
Strano. E nulla ho saputo
dalla mia padrona,
che aveva promesso di
mandarmi spesso notizie.
Non so neppure cosa sia
accaduto a Cloten.
Di tutto sono incerto. Il
cielo dovrà agire ancora.
Se mento, sono onesto: se
infedele, fedele.
La guerra proverà quanto ami
il mio paese:
lo noterà anche il re; se
no, cadrò in battaglia.
Su tutti gli altri dubbi il
tempo sarà veritiero.
La fortuna guida in porto
anche navi senza nocchiero.
[Esce.]
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Scena
quarta
Entrano Belario, Guiderio e
Arvirago.
GUIDERIO
Rumore ovunque, qui attorno.
BELARIO
Andiamocene via.
ARVIRAGO
Quale piacere troveremmo nella
vita, signore,
se la chiudessimo all'azione e
all'avventura?
GUIDERIO
E che speranza abbiamo poi a
nasconderci?
Così, i Romani ci prenderanno
per Britanni
e subito ci uccideranno, o ci
accoglieranno
come barbari e ribelli
fuorilegge,
ci useranno, e poi ci
ammazzeranno.
BELARIO
Figli, saliamo più in alto, sui
monti,
per essere al sicuro. Non
possiamo andare col re:
non siamo conosciuti, né soldati
di truppa,
e la recente morte di Cloten
potrebbe
costringerci a spiegare dove
abbiamo vissuto
e quindi a confessare quel che
abbiamo fatto.
Saremmo puniti con la tortura e
la morte.
GUIDERIO
Signore, è un dubbio che in un
momento simile
non si addice a voi, e non
soddisfa noi.
ARVIRAGO
Quando sentiranno a due passi il
nitrito
dei cavalli romani e vedranno i
fuochi degli accampamenti,
avranno occhi ed orecchie tanto
occupati
che è improbabile perdano tempo
a cercare
di sapere di dove noi veniamo.
BELARIO
Sono conosciuto da molti
nell'esercito,
e tanti anni non hanno, come
avete visto,
cancellato Cloten dalla mia
memoria,
anche se all'epoca era
giovanissimo.
Il re non ha meritato poi né i
miei servizi
né il vostro amore: a causa del
mio esilio
vi trovate infatti privi di
istruzione,
costretti a una vita dura, senza
speranza
di avere gli onori promessi
dalla vostra nascita,
obbligati ad essere per sempre
come virgulti
bruciati dell'estate e schiavi
tremanti dell'inverno.
GUIDERIO
Morire è meglio che essere così.
Vi prego, signore, uniamoci
all'esercito:
io e mio fratello non siamo
conosciuti,
e voi, lontano dal pensiero di
tutti,
invecchiato così, non desterete
sospetti.
ARVIRAGO
Per il sole splendente, ci
andrò. Che vergogna
che io non abbia mai visto
morire un uomo,
né conosciuto sangue se non
quello
di lepri impaurite, capre in
calore e selvaggina!
Mai montato un cavallo da
cavaliere, ma solo
senza speroni e ferro ai miei
talloni!
Mi vergogno di guardare il sacro
sole
e godere dei suoi raggi
benedetti, restando
un povero sconosciuto così a
lungo.
GUIDERIO
Per il cielo, andrò anch'io.
Avrò protezione migliore, se
vorrete darmi,
signore, il vostro permesso e la
benedizione.
Se non volete, il rischio che
corro per questo
cada su di me per mano dei
Romani.
ARVIRAGO
E così sia.
BELARIO
Nessuna ragione ho io, visto che
voi
date così poco valore alla
vostra vita,
di aver cura della mia, ormai
incrinata.
Verrò con voi, ragazzi!
Se a difesa del vostro paese
dovete morire,
là sarà il mio letto, là voglio
giacere.
Avanti, avanti! A loro il tempo
pare lento,
sui volti, impaziente, il sangue
ora sale,
vuol provare, sgorgando, che
sono stirpe regale. [Escono.]
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