Riassunto
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È così scombinata, la trama di
Cimbelino, che molti critici nel
corso dei secoli hanno protestato
che non fosse frutto della mano di
Shakespeare, come se un grandissimo
poeta non potesse concedersi, a
volte, al mestiere.
Infatti è il mestiere teatrale a
farla da padrone in questo testo
della fase conclusiva della
creatività shakespeariana: perché
Cimbelino richiama a orecchio molti
temi del canone, da Romeo e
Giulietta a Dodicesima notte; fino a
Otello, dal momento che tutto ruota
intorno alla gelosia. Pilotata da un
italiano, ovviamente: lo Iago in
sedicesimo Iachimo.
Siamo nel pieno dell’età augustea e
la vicenda si svolge tra Roma e la
Britannia di cui Cimbelino, appunto,
è re. Sullo sfondo c’è la contesa
fra romani e britanni, con questi
ultimi che, dopo le sconfitte subite
da Giulio Cesare, si proclamano
pronti a riconquistare libertà e
autonomia anche a costo di muovere
guerra a Roma: un contorno politico
costruito ad arte per solleticare il
giovane nazionalismo britannico
(Giacomo I, salito al trono nel 1603
dopo la morte di Elisabetta, aveva
riunificato i regni d’Inghilterra e
di Scozia). Ma c’è da giurare che il
pubblico dell’epoca impazziva per la
trama amorosa, con Iachimo che
minaccia (con la menzogna) la
fedeltà coniugale di Imogene, moglie
di Postumo e figlia di Cimbelino.
A differenza che in Otello, il
raggiro verrà scoperto in tempo e
accanto al trionfo dell’amore e
dell’onestà si consumerà il tardivo
e inutile pentimento di Iachimo.
Serve ricordare che il “cattivo” è
romano e i “buoni” sono inglesi?
Roma è il modello della speculazione
politica, ma ormai l’Inghilterra si
ritiene adulta, pensa di fare da sé
e di poter aprire un nuovo corso
storico. Bisognerà aspettare ancora
più di un secolo, perché questa
premonizione si avveri. |
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CYMBELINE
Piccolo Teatro di Milano – Maggio
2007
Regia di Declan Donnellan
articolo di
Silvia Nieder per
Bardolatry – Giugno 2007
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Prima di iniziare a parlare di questo
“Cymbeline” diretto da Declan Donnellan,
edizione Cheek by Jowl, mi viene
spontaneo soffermarmi sull’impossibilità di
far riferimento ad altre messe in scena di
questo romance di Shakespeare se si eccettua
la bellissima edizione della BBC con Dame
Helen Mirren.
Viene da chiedersi il perché di questo
disamore per un testo che ha sì una trama
fantastica e improponibile, con delle
agnizioni che rischiano di apparire ridicole
e spiazzanti, ma ha pure dei momenti
d’autentica, grande poesia ed è un vero
peccato lasciarli nell’oblio; fortunatamente
Donnellan li valorizza
appieno con gran maestria.
La
scenografia essenziale si limita ad un
sipario di un intenso blu Cina racchiuso
all’interno dell’arco di proscenio a
testimoniare il “play within the play” che
si svolge sul palco dell’immaginazione, a
qualche oggetto d’attrezzeria utile
all’azione e a dei riflettori quasi a vista
pronti a far riaffiorare dall’anonimato
della semioscurità i vari personaggi.
Tutti i protagonisti, messi sulla parete di
fondo come fossero in posa per un ritratto
di corte, indossano sobri abiti da cerimonia
stile anni ’40-’50 con tight scuri per gli
uomini e abiti dalle lunghe gonne ampie e
dai corpetti senza spalline per le due
donne.
Alle prime battute dei due gentiluomini, che
narrano l’antefatto, Postumo ed Imogene
iniziano ad animarsi e a prendere coscienza
del pericolo della situazione. Tutto rotea
vorticosamente, s’inframmezza alla coppia,
ostacola il loro ricongiungersi e c’è
persino chi si pone tra la scena e gli
spettatori quasi ad impedire a questi
l’esatta percezione di ciò che sta
avvenendo.
La crudele Regina è una perfetta matrigna da
fiaba; l’attrice ha una statura davvero
imponente tanto da risultare ben più alta
non solo del succube marito ma di quasi
tutti gli altri interpreti. Un vestito da
sera color blu royal e un elegante chignon
biondo platino la fanno assomigliare alla
classica algida bionda hitchcokiana ma in
più l’interprete ha cura di aggiungervi una
buona dose d’autoironia che la rende
simpatica, nonostante il classico ruolo da
“cattiva”, e la pone giustamente sul piano
fiabesco piuttosto che su quello della
tragedia.
A staccarsi dal formalismo dei colori sobri
è proprio il rosso brunito del vestito di
Imogene (o Innogene,
come sarebbe più giusto chiamarla) che
spicca sull’uniformità degli altri come il
suo temperamento vero e credibile spicca
sulla piatta standardizzazione del resto dei
personaggi; il carattere sensibile e
melanconico di Postumo è messo in evidenza,
invece, dagli occhiali dorati da
intellettuale e da un trench beige.
E’ di grande effetto il momento
dell’allontanamento dei due amanti, staccati
a forza dal resto della corte mentre
disperati s’abbracciano; si va a creare un
crescendo a cui il doloroso grido di lei,
che invoca il nome del marito, dà una
pregnanza drammatica di grande presa.
Oramai sola, la ragazza deve far fronte alle
pressanti richieste del padre e della
matrigna che la vogliono sposa del
fratellastro Cloten che lei, naturalmente,
odia ferocemente in quando l’esatto opposto
dell’amato marito. L’apparire in scena del
tronfio ma simpatico nobilastro pone gli
spettatori davanti ad una bella soluzione
registica: l’attore che impersona l’amato
Postumo e l’odiato Cloten è lo stesso e non
c’è trucco o parrucca a differenziarli; ci
sono gli occhiali e il trench come Postumo e
la sensibilità artistica dell’attore che
modula la voce e il portamento giocando,
assieme allo spettatore, con queste due
antitetiche identità.
Non è solamente un ricorso filologico al
“doubling” ma una precisa, geniale scelta
interpretativa che trova la sua prima bella
realizzazione nel momento in cui Pisanio
racconta ad Imogene l’allontanamento della
nave che porta Postumo in esilio. L’attore,
che nella scena precedente era Cloten,
va ora a porsi come Postumo tra i due
protagonisti di questa scena e,
mentre il fedele servitore racconta,
indossa il trench, inforca gli occhiali e
cambia essenza; il saluto dalla riva di
Pisanio diviene un
poetico raccordarsi dei palmi delle
mani di questi due infelici sposi.
Bel frammisto d’identità opposte: quanto
differisce il pavoneggiarsi snob di Cloten
dal serio vantarsi della fedeltà della sposa
di Postumo? (tanto più proposti dallo stesso
viso e dalla stessa voce!) quanto distano i
cortigiani ruffiani del primo, dai “fedeli”
amici che ravvivano la casa di Philario? A
ben vedere nel primo caso ci sono solamente
personaggi buffi e innocui mentre la casa
del romano è frequentata da dei subdoli
individui quali Jachimo!
La sortita del “dost italian”
dal baule posto nella camera da letto
della virtuosa fanciulla e tutto ciò che ne
consegue crea un momento di comunione tra
l’attore e il pubblico tipicamente
elisabettiano: ad un colpo di tosse di uno
spettatore, o ad uno scricchiolio di una
sedia in platea, Jachimo reagisce a gesti
invitando a far meno rumore per non svegliar
la ragazza.
Riusciti momenti comici sono sia la
sgangherata serenata alla sorellastra
cantata da Cloten al microfono assieme ai
suoi lacchè che gli fanno da coro (con, in
aggiunta, un delizioso balletto trash) come
pure la conseguente derisoria risposta di
lei con tutto ciò che comporterà poi la
determinante frase “his meanest garment”.
Postumo, ingannato da Jachimo, ha perso la
scommessa ed è sommerso da crudeli risate;
raramente ho assistito ad un tale realismo
nel rappresentare l’indole umana che è
sicuramente molto più propensa ad infierire
vilmente contro chi è già a terra ed a
divertirsi del dolore altrui piuttosto che
alla compassione. L’apparire in scena di
Imogene (così simile ad un manichino che si
muove) mentre il delirante Postumo immagina
l’adulterio, è di forte impatto e
sicuramente accomuna quest’ultimo molto di
più a Leonte che ad Otello.
Man
mano che la storia incalza s’accentua sempre
di più la scelta registica di far fronte al
rapido cambiamento d’ambiente e personaggi
congiungendo, come anelli di una catena, le
varie scene; quando entrano i personaggi
della scena successiva quelli della
precedente sono ancora presenti, nella
semioscurità, come una sorta d’eco non
ancora spenta.
Sia Cloten che non si rassegna al rifiuto,
come pure i “buoni selvaggi” Belarius,
Guiderius, Arviragus e la Regina dalle
velenose pozioni sono le maglie di questa
storia/catena che va a stringersi attorno
all’ignara Imogene. La donna non esita un
istante a cadere nel tranello postole dal
marito; la sua felicità, quando crede di
andarlo a raggiungere a Mildford Haven, non
fa affatto ridere per la sua ingenuità ma è
una rappresentazione sensibile e credibile
di un sentimento puro, saldo e profondo. Il
suo cuore non cessa d’amare il marito
nemmeno davanti alla lettera che Pisanio le
mostra e nella quale viene denigrata,
vilipesa e condannata a morte; non c’è il
minimo accenno di vendetta o rivalsa in lei
ma solo il senso di dolorosa solitudine
mentre stringe gli abiti maschili.
La caverna di Belarius non esiste ma è un
puro gioco teatrale ravvivato da un braciere
posto nel mezzo e la ragazza/paggio, per
entrarvi, s’accuccia e passa per un pertugio
immaginario. Le anime con cui lei si
scontra, soprattutto i due ragazzi, sono
allo stato semi-animale; barbare quanto
basta per far impietrire dalla paura ma che,
tutto sommato, lei ha ben ragione di
definire poi “gentili” risultando di gran
lunga meno crudeli dei gelidi nobili che
hanno appena deriso suo marito. Guiderius si
muove come un “ragazzo selvaggio” e usa le
quattro zampe quando accerchia e uccide
Cloten. La spavalderia del nobile che
indossa i vestiti di Postumo, se al
principio può portare al riso - proponendo
la parodia del tipico lord inglese dedito
alla caccia - sconcerta poi per la gratuita
mattanza di cui è vittima e fa ricordare
che, in ogni caso, quello era pur sempre un
essere umano; anzi era l’altro lato del
sensibile Postumo. Quella povera testa mozza
diviene l’icona della violenza, sempre e in
ogni modo da condannare, insita nell’essere
umano e poco importa se poi, chi l’ha
attuata, ha la delicatezza di cantare,
accompagnato da un grammofono, un lamento
funebre in onore di un paggio creduto morto.
In una valle incantata che sembra “Sleepy
Hollow” si svolge il
poetico momento del risveglio della donna
accanto al cadavere senza testa e si afferra
ora appieno il significato del “doubling”
Postumo/Cloten.
“These flowers are like
the pleasures of the world; this bloody man,
the care on’t. […] I know the shape
of’s leg; this is his hand”: il povero fiore
reciso che lei sta compiangendo è veramente
il suo perduto amore altrimenti non avrebbe
potuto confondere le due mani.
La scena si fa ora via via sempre più buia
come l’abisso in cui lei è sprofondata.
L’arrivo di Lucio è segnato dalle luci
violente delle lampadine tascabili che
tagliano l’oscurità; anche se l’animo del
romano è nobile e sensibile quella è sempre
una violenza perpetrata nei confronti di un
grande dolore a cui viene negato il giusto
sfogo.
Non c’è più tempo per il dolore privato; i
rapporti diplomatici tra Roma e la Britannia
si sono guastati ed è scoppiata la guerra
che è, sin dagli albori dell’umanità,
impietosa fucina di lutti e dolori. Questo
romance è stato palesemente trasposto negli
anni ’40 e quindi la guerra non può che
significare fucili, scoppi di granate e
rumori assordanti di bombardamenti. Il
repentino cambiarsi d’uniforme di Postumo,
che passa in breve tempo dalla divisa
dell’esercito fascista a quella
dell’esercito britannico per poi concludere
con un assemblaggio delle due, ha come trait
d’union la camicetta insanguinata della
compianta moglie che lui conserva saldamente
al petto. La guerra è assurda, le morti sono
dolorosamente assurde e si dovrebbe
smetterla d’odiare chi non ti ha fatto nulla
di male ma indossa solamente una divisa
diversa dalla tua. Quanto nobile risulta, a
questo punto, il gesto di Postumo che
risparmia la vita di Jachimo.
Nella prigione arriva, per l’uomo, la presa
di coscienza della realtà e va menzionata
l’indiscussa sensibilità dell’interprete che
dà soffio vitale al bel monologo e piena
credibilità a quel “For Imogen’s dear life
take mine, and though Tis not so dear, yet
‘tis a life; you coin’d it” e va a ricordare
al pubblico che, dopo tutto, si sta
assistendo alla messa in scena di un testo
nato da una grande, immortale anima poetica.
Ben proposta è la scena del sogno di Postumo
nella prigione, quando rivede i propri
genitori che, non fosse per le sinistre
luci, sembrerebbero usciti da un film
hollywoodiano anni ’40; quel playd scozzese
da pic-nic steso sul verde prato dell’oblio
sembra un richiamo a “Peter Ibbetson and The
Fountainhead” film di
suggestiva impronta onirica con Gary Cooper
e Ann Harding.
Grande pregnanza drammatica riveste
l’intervento di Giove tonante il cui
assordante tuono, tipico del suo
manifestarsi, altro non è che il
sinistro rumore di un bombardamento.
Sotto questa luce prendono un’altra valenza
le improponibili agnizioni della scena
finale nel palazzo di Cymbelino: la guerra,
quella vera, purtroppo non è una
rappresentazione scenica e viene tristemente
da pensare a quando migliore sarebbe il
mondo se le fiabe esistessero, al fatto che
chiunque abbia subito la perdita di una
persona cara, se potesse ritrovarsela sotto
gli occhi, non esiterebbe un attimo a
scegliere questo mondo fiabesco e a
fregarsene beatamente d’ogni logica. Non
appare ora più ridicolo lo spaesamento di
Cymbelino che si ritrova, nell’arco di poche
battute, a sopportare la notizia della morte
della figlia, quella della moglie, il
ritrovamento dei due figli perduti vent’anni
prima e il trasporto affettivo per un paggio
dalle sembianze stranamente familiari che
poi scopre essere la figlia appena
compianta.
Imogene è provata dagli avvenimenti ma pure
dolorosamente fiera quando chiede
giustificazione a Jachimo sull’anello che
porta al dito; ai vari personaggi, svelato
l’intrigo, non resta che assistere statici
ed attoniti all’inconsulto turbinare di
Postumo impazzito dal rimorso. Sembra buffo
ma non lo è affatto questa tenero corrergli
dietro di Imogene; nulla può scalfire il suo
affetto per il marito e non c’è il minimo
desiderio di rinfacciargli l’errore ma
solamente quello di stringersi a lui anche
se il dolore lo rende, ora, più cieco della
gelosia. “Think that you are upon a rock,
and now throw me again” è l’unica cosa che
questa donna innamorata riesce a dirgli dopo
tutto quello che ha passato.
Il Re vittorioso, fa proprio la figura del
“dullard” quando tenta di congiungersi alla
figlia che, fieramente, volge lo sguardo in
un gesto di rifiuto e rimane abbracciata al
marito.
Solamente il ricongiungimento con i fratelli
ricompone il vincolo familiare; lei non vi
si aggrega però quando il Re, con tutto il
resto della corte, va a godersi il trionfo
della vittoria (voltando le spalle al
pubblico) ma preferisce un altro genere di
soddisfazione: quella più semplice e vera
degli affetti ritrovati… fosse anche
solamente nell’immaginario mondo della
rappresentazione.
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