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Personaggi

 

CIMBELINO, re di Britannia

CLOTEN, figlio della regina (da marito precedente)

POSTUMO LEONATO, gentiluomo, marito di Imogene

BELARIO, nobile esiliato, sotto il nome di Morgan

GUIDERIO, ARVIRAGO: figli di Cimbelino, sotto i nomi di Polidoro e Cadwal, presunti figli di Morgan

FILARIO, amico di Postumo. Italiano

IACHIMO, amico di Filario. Italiano

CAIO LUCIO, generale dell'esercito romano

PISANIO, servo di Postumo

CORNELIO, medico

FILARMONIO, indovino

Un capitano romano

Due capitani britanni

Un francese, amico di Filario

Due signori della corte di Cimbelino

Due gentiluomini della stessa

Due carcerieri

LA REGINA, moglie di Cimbelino

IMOGENE, figlia di Cimbelino (da una regina precedente)

ELENA, dama di compagnia di Imogene

Nobili, dame, senatori romani, tribuni, un olandese, uno spagnolo, musici, ufficiali, capitani, soldati, messaggeri ed altri del seguito

SPIRITI

 


 

Riassunto

 

È così scombinata, la trama di Cimbelino, che molti critici nel corso dei secoli hanno protestato che non fosse frutto della mano di Shakespeare, come se un grandissimo poeta non potesse concedersi, a volte, al mestiere.

Infatti è il mestiere teatrale a farla da padrone in questo testo della fase conclusiva della creatività shakespeariana: perché Cimbelino richiama a orecchio molti temi del canone, da Romeo e Giulietta a Dodicesima notte; fino a Otello, dal momento che tutto ruota intorno alla gelosia. Pilotata da un italiano, ovviamente: lo Iago in sedicesimo Iachimo.

 

Siamo nel pieno dell’età augustea e la vicenda si svolge tra Roma e la Britannia di cui Cimbelino, appunto, è re. Sullo sfondo c’è la contesa fra romani e britanni, con questi ultimi che, dopo le sconfitte subite da Giulio Cesare, si proclamano pronti a riconquistare libertà e autonomia anche a costo di muovere guerra a Roma: un contorno politico costruito ad arte per solleticare il giovane nazionalismo britannico (Giacomo I, salito al trono nel 1603 dopo la morte di Elisabetta, aveva riunificato i regni d’Inghilterra e di Scozia). Ma c’è da giurare che il pubblico dell’epoca impazziva per la trama amorosa, con Iachimo che minaccia (con la menzogna) la fedeltà coniugale di Imogene, moglie di Postumo e figlia di Cimbelino.

 

A differenza che in Otello, il raggiro verrà scoperto in tempo e accanto al trionfo dell’amore e dell’onestà si consumerà il tardivo e inutile pentimento di Iachimo. Serve ricordare che il “cattivo” è romano e i “buoni” sono inglesi? Roma è il modello della speculazione politica, ma ormai l’Inghilterra si ritiene adulta, pensa di fare da sé e di poter aprire un nuovo corso storico. Bisognerà aspettare ancora più di un secolo, perché questa premonizione si avveri.


 

CYMBELINE

Piccolo Teatro di Milano – Maggio 2007

Regia di Declan Donnellan

articolo di Silvia Nieder per Bardolatry – Giugno 2007

 

 

Prima di iniziare a parlare di questo “Cymbeline” diretto da Declan Donnellan, edizione Cheek by Jowl, mi viene spontaneo soffermarmi sull’impossibilità di far riferimento ad altre messe in scena di questo romance di Shakespeare se si eccettua la bellissima edizione della BBC con Dame Helen Mirren.

Viene da chiedersi il perché di questo disamore per un testo che ha sì una trama fantastica e improponibile, con delle agnizioni che rischiano di apparire ridicole e spiazzanti, ma ha pure dei momenti d’autentica, grande poesia ed è un vero peccato lasciarli nell’oblio; fortunatamente Donnellan  li valorizza appieno con gran maestria.

La scenografia essenziale si limita ad un sipario di un intenso blu Cina racchiuso all’interno dell’arco di proscenio a testimoniare il “play within the play” che si svolge sul palco dell’immaginazione, a qualche oggetto d’attrezzeria utile all’azione e a dei riflettori quasi a vista pronti a far riaffiorare dall’anonimato della semioscurità i vari personaggi.

Tutti i protagonisti, messi sulla parete di fondo come fossero in posa per un ritratto di corte, indossano sobri abiti da cerimonia stile anni ’40-’50 con tight scuri per gli uomini e abiti dalle lunghe gonne ampie e dai corpetti senza spalline per le due donne.

Alle prime battute dei due gentiluomini, che narrano l’antefatto, Postumo ed Imogene iniziano ad animarsi e a prendere coscienza del pericolo della situazione. Tutto rotea vorticosamente, s’inframmezza alla coppia, ostacola il loro ricongiungersi e c’è persino chi si pone tra la scena e gli spettatori quasi ad impedire a questi l’esatta percezione di ciò che sta avvenendo.

La crudele Regina è una perfetta matrigna da fiaba; l’attrice ha una statura davvero imponente tanto da risultare ben più alta non solo del succube marito ma di quasi tutti gli altri interpreti. Un vestito da sera color blu royal e un elegante chignon biondo platino la fanno assomigliare alla classica algida bionda hitchcokiana ma in più l’interprete ha cura di aggiungervi una buona dose d’autoironia che la rende simpatica, nonostante il classico ruolo da “cattiva”, e la pone giustamente sul piano fiabesco piuttosto che su quello della tragedia.

A staccarsi dal formalismo dei colori sobri è proprio il rosso brunito del vestito di Imogene (o  Innogene, come sarebbe più giusto chiamarla) che spicca sull’uniformità degli altri come il suo temperamento vero e credibile spicca sulla piatta standardizzazione del resto dei personaggi; il carattere sensibile e melanconico di Postumo è messo in evidenza, invece, dagli occhiali dorati da intellettuale e da un trench beige.

E’ di grande effetto il momento dell’allontanamento dei due amanti, staccati a forza dal resto della corte mentre disperati s’abbracciano; si va a creare un crescendo a cui il doloroso grido di lei, che invoca il nome del marito, dà una pregnanza drammatica di grande presa.

Oramai sola, la ragazza deve far fronte alle pressanti richieste del padre e della matrigna che la vogliono sposa del fratellastro Cloten che lei, naturalmente, odia ferocemente in quando l’esatto opposto dell’amato marito. L’apparire in scena del tronfio ma simpatico nobilastro pone gli spettatori davanti ad una bella soluzione registica: l’attore che impersona l’amato Postumo e l’odiato Cloten è lo stesso e non c’è trucco o parrucca a differenziarli; ci sono gli occhiali e il trench come Postumo e la sensibilità artistica dell’attore che modula la voce e il portamento giocando, assieme allo spettatore, con queste due antitetiche identità.

Non è solamente un ricorso filologico al “doubling” ma una precisa, geniale scelta interpretativa che trova la sua prima bella realizzazione nel momento in cui Pisanio racconta ad Imogene l’allontanamento della nave che porta Postumo in esilio. L’attore, che nella scena precedente era Cloten,  va ora a porsi come Postumo tra i due protagonisti di questa scena e,  mentre il fedele servitore racconta, indossa il trench, inforca gli occhiali e cambia essenza; il saluto dalla riva di Pisanio  diviene un  poetico raccordarsi dei palmi delle mani di questi due infelici sposi.

Bel frammisto d’identità opposte: quanto differisce il pavoneggiarsi snob di Cloten dal serio vantarsi della fedeltà della sposa di Postumo? (tanto più proposti dallo stesso viso e dalla stessa voce!) quanto distano i cortigiani ruffiani del primo, dai “fedeli” amici che ravvivano la casa di Philario? A ben vedere nel primo caso ci sono solamente personaggi buffi e innocui mentre la casa del romano è frequentata da dei subdoli individui quali Jachimo!

La sortita del “dost italian”  dal baule posto nella camera da letto della virtuosa fanciulla e tutto ciò che ne consegue crea un momento di comunione tra l’attore e il pubblico tipicamente elisabettiano: ad un colpo di tosse di uno spettatore, o ad uno scricchiolio di una sedia in platea, Jachimo reagisce a gesti invitando a far meno rumore per non svegliar la ragazza.

Riusciti momenti comici sono sia la sgangherata serenata alla sorellastra cantata da Cloten al microfono assieme ai suoi lacchè che gli fanno da coro (con, in aggiunta, un delizioso balletto trash) come pure la conseguente derisoria risposta di lei con tutto ciò che comporterà poi la determinante frase “his meanest garment”.

Postumo, ingannato da Jachimo, ha perso la scommessa ed è sommerso da crudeli risate; raramente ho assistito ad un tale realismo nel rappresentare l’indole umana che è sicuramente molto più propensa ad infierire vilmente contro chi è già a terra ed a divertirsi del dolore altrui piuttosto che alla compassione. L’apparire in scena di Imogene (così simile ad un manichino che si muove) mentre il delirante Postumo immagina l’adulterio, è di forte impatto e sicuramente accomuna quest’ultimo molto di più a Leonte che ad Otello.

Man mano che la storia incalza s’accentua sempre di più la scelta registica di far fronte al rapido cambiamento d’ambiente e personaggi congiungendo, come anelli di una catena, le varie scene; quando entrano i personaggi della scena successiva quelli della precedente sono ancora presenti, nella semioscurità, come una sorta d’eco non ancora spenta.

Sia Cloten che non si rassegna al rifiuto, come pure i “buoni selvaggi” Belarius, Guiderius, Arviragus e la Regina dalle velenose pozioni sono le maglie di questa storia/catena che va a stringersi attorno all’ignara Imogene. La donna non esita un istante a cadere nel tranello postole dal marito; la sua felicità, quando crede di andarlo a raggiungere a Mildford Haven, non fa affatto ridere per la sua ingenuità ma è una rappresentazione sensibile e credibile di un sentimento puro, saldo e profondo. Il suo cuore non cessa d’amare il marito nemmeno davanti alla lettera che Pisanio le mostra e nella quale viene denigrata, vilipesa e condannata a morte; non c’è il minimo accenno di vendetta o rivalsa in lei ma solo il senso di dolorosa solitudine mentre stringe gli abiti maschili.

La caverna di Belarius non esiste ma è un puro gioco teatrale ravvivato da un braciere posto nel mezzo e la ragazza/paggio, per entrarvi, s’accuccia e passa per un pertugio immaginario. Le anime con cui lei si scontra, soprattutto i due ragazzi, sono allo stato semi-animale; barbare quanto basta per far impietrire dalla paura ma che, tutto sommato, lei ha ben ragione di definire poi “gentili” risultando di gran lunga meno crudeli dei gelidi nobili che hanno appena deriso suo marito. Guiderius si muove come un “ragazzo selvaggio” e usa le quattro zampe quando accerchia e uccide Cloten. La spavalderia del nobile che indossa i vestiti di Postumo, se al principio può portare al riso - proponendo la parodia del tipico lord inglese dedito alla caccia - sconcerta poi per la gratuita mattanza di cui è vittima e fa ricordare che, in ogni caso, quello era pur sempre un essere umano; anzi era l’altro lato del sensibile Postumo. Quella povera testa mozza diviene l’icona della violenza, sempre e in ogni modo da condannare, insita nell’essere umano e poco importa se poi, chi l’ha attuata, ha la delicatezza di cantare, accompagnato da un grammofono, un lamento funebre in onore di un paggio creduto morto.

In una valle incantata che sembra “Sleepy Hollow”  si svolge il poetico momento del risveglio della donna accanto al cadavere senza testa e si afferra ora appieno il significato del “doubling”  Postumo/Cloten.  “These flowers are like the pleasures of the world; this bloody man, the care on’t. […] I know the shape of’s leg; this is his hand”: il povero fiore reciso che lei sta compiangendo è veramente il suo perduto amore altrimenti non avrebbe potuto confondere le due mani.

La scena si fa ora via via sempre più buia come l’abisso in cui lei è sprofondata. L’arrivo di Lucio è segnato dalle luci violente delle lampadine tascabili che tagliano l’oscurità; anche se l’animo del romano è nobile e sensibile quella è sempre una violenza perpetrata nei confronti di un grande dolore a cui viene negato il giusto sfogo.

Non c’è più tempo per il dolore privato; i rapporti diplomatici tra Roma e la Britannia si sono guastati ed è scoppiata la guerra che è, sin dagli albori dell’umanità, impietosa fucina di lutti e dolori. Questo romance è stato palesemente trasposto negli anni ’40 e quindi la guerra non può che significare fucili, scoppi di granate e rumori assordanti di bombardamenti. Il repentino cambiarsi d’uniforme di Postumo, che passa in breve tempo dalla divisa dell’esercito fascista a quella dell’esercito britannico per poi concludere con un assemblaggio delle due, ha come trait d’union la camicetta insanguinata della compianta moglie che lui conserva saldamente al petto. La guerra è assurda, le morti sono dolorosamente assurde e si dovrebbe smetterla d’odiare chi non ti ha fatto nulla di male ma indossa solamente una divisa diversa dalla tua. Quanto nobile risulta, a questo punto, il gesto di Postumo che risparmia la vita di Jachimo.

Nella prigione arriva, per l’uomo, la presa di coscienza della realtà e va menzionata l’indiscussa sensibilità dell’interprete che dà soffio vitale al bel monologo e piena credibilità a quel “For Imogen’s dear life take mine, and though Tis not so dear, yet ‘tis a life; you coin’d it” e va a ricordare al pubblico che, dopo tutto, si sta assistendo alla messa in scena di un testo nato da una grande, immortale anima poetica.

Ben proposta è la scena del sogno di Postumo nella prigione, quando rivede i propri genitori che, non fosse per le sinistre luci, sembrerebbero usciti da un film hollywoodiano anni ’40; quel playd scozzese da pic-nic steso sul verde prato dell’oblio sembra un richiamo a “Peter Ibbetson and The Fountainhead”  film di suggestiva impronta onirica con Gary Cooper e Ann Harding.

Grande pregnanza drammatica riveste l’intervento di Giove tonante il cui assordante tuono, tipico del suo manifestarsi, altro non è che il  sinistro rumore di un bombardamento.

Sotto questa luce prendono un’altra valenza le improponibili agnizioni della scena finale nel palazzo di Cymbelino: la guerra, quella vera, purtroppo non è una rappresentazione scenica e viene tristemente da pensare a quando migliore sarebbe il mondo se le fiabe esistessero, al fatto che chiunque abbia subito la perdita di una persona cara, se potesse ritrovarsela sotto gli occhi, non esiterebbe un attimo a scegliere questo mondo fiabesco e a fregarsene beatamente d’ogni logica. Non appare ora più ridicolo lo spaesamento di Cymbelino che si ritrova, nell’arco di poche battute, a sopportare la notizia della morte della figlia, quella della moglie, il ritrovamento dei due figli perduti vent’anni prima e il trasporto affettivo per un paggio dalle sembianze stranamente familiari che poi scopre essere la figlia appena compianta.

Imogene è provata dagli avvenimenti ma pure dolorosamente fiera quando chiede giustificazione a Jachimo sull’anello che porta al dito; ai vari personaggi, svelato l’intrigo, non resta che assistere statici ed attoniti all’inconsulto turbinare di Postumo impazzito dal rimorso. Sembra buffo ma non lo è affatto questa tenero corrergli dietro di Imogene; nulla può scalfire il suo affetto per il marito e non c’è il minimo desiderio di rinfacciargli l’errore ma solamente quello di stringersi a lui anche se il dolore lo rende, ora, più cieco della gelosia. “Think that you are upon a rock, and now throw me again” è l’unica cosa che questa donna innamorata riesce a dirgli dopo tutto quello che ha passato.

Il Re vittorioso, fa proprio la figura del “dullard” quando tenta di congiungersi alla figlia che, fieramente, volge lo sguardo in un gesto di rifiuto e rimane abbracciata al marito.

Solamente il ricongiungimento con i fratelli ricompone il vincolo familiare; lei non vi si aggrega però quando il Re, con tutto il resto della corte, va a godersi il trionfo della vittoria (voltando le spalle al pubblico) ma preferisce un altro genere di soddisfazione: quella più semplice e vera degli affetti ritrovati… fosse anche solamente nell’immaginario mondo della rappresentazione.

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William Shakespeare

Il Teatro

CIMBELINO

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Personaggi e Riassunto

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1590 - 1595

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Pene d'amor perdute

1594 - 1597

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1595

Sogno di una notte

di mezza estate

1598 - 1599

Molto rumore per nulla

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Come vi piace

1599 - 1601

La dodicesima notte

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1603

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Introduzione

1-10 51-60 101-110
11-20 61-70 111-120
21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154