|
Il
racconto d'inverno
1611
Scena
prima
Entrano Cleomene e Dione.
|
CLEOMENE
Il clima è temperato,
l'aria dolcissima,
l'isola fertile, il
tempio assai più bello
di quanto se ne dica.
DIONE
Io parlerò,
poiché mi han molto
colpito, degli abiti
celestiali
(penso sia questo il
termine adatto) e l'aria
venerabile
dei preti che li
indossano. E il
sacrificio!
Che cerimonia solenne e
spirituale
fu l'offerta!
CLEOMENE
Ma, soprattutto,
l'esplosione
e poi l'assordante voce
dell'oracolo,
sorella al tuono di
Giove, mi colsero così
di sorpresa,
che rimasi annientato.
DIONE
Se l'esito del viaggio
sarà favorevole alla
regina, - voglia il
cielo! -
come per noi è stato
raro, piacevole, veloce,
avremo usato bene il
nostro tempo.
CLEOMENE
Grande Apollo
risolvi tutto per il
meglio! Questi proclami
che scaricano accuse
sopra Ermione
mi piacciono poco.
DIONE
La fretta e furia del
procedimento
o chiarirà o chiuderà
l'affare: quando
l'oracolo
(così dal gran sacerdote
di Apollo sigillato)
svelerà il suo
contenuto, qualcosa
d'inatteso
sorprenderà allora la
nostra conoscenza.
Andiamo; cavalli
freschi!
E propizio sia l'esito.
Escono. |
|
|
|
|
|
Scena
seconda
LEONTE
Quest'assise (con nostra grande
pena la dichiariamo aperta)
è un colpo per il nostro cuore:
l'imputata
è figlia di re, nostra moglie,
e da noi troppo amata. Lungi da
noi
l'accusa di tirannide, poiché
così, apertamente,
iniziamo un processo, che avrà
il suo corso
fino alla condanna od al
proscioglimento.
S'introduca l'accusata.
UFFICIALE
È desiderio di sua maestà che la
regina
compaia di persona davanti a
questo tribunale. Silenzio!
(Entra Ermione sotto scorta;
Paolina e dame seguono.)
LEONTE
Si legga l'accusa.
UFFICIALE
Ermione, regina del nobile
Leonte, re di Sicilia, tu sei
qui accusata e imputata di alto
tradimento per aver commesso
adulterio con Polissene, re di
Boemia, e aver cospirato con
Camillo per togliere la vita al
nostro sovrano signore, il re,
tuo regale marito: il quale
proposito essendo stato in parte
rivelato dalle circostanze, tu,
Ermione, in contrasto alla
fedeltà e all'obbedienza di un
leale suddito, li consigliasti e
aiutasti, per la loro salvezza,
a fuggire nottetempo.
ERMIONE
Poiché quel che ho da dire, non
può
che contraddire l'accusa,
e la sola testimonianza a mio
favore,
è quella che viene da me stessa,
non mi gioverà molto
pronunciarmi"non colpevole":
essendo la mia integrità
accusata di falso, per tale,
quando l'esprimerò,
sarà accolta. Tuttavia, se i
poteri celesti
seguono le nostre azioni umane
(e lo fanno),
non dubito che l'innocenza farà
arrossire
la falsa accusa, e tremare la
tirannia
davanti alla pazienza. Voi, mio
signore, sapete per primo
(anche se ora sembra siate
l'ultimo) che la mia vita
passata
è stata tanto continente, casta
e fedele
quanto adesso sono infelice; il
che sorpassa
ciò che una tragedia può
illustrare, anche se
ordita e recitata per incantare
gli spettatori.
Infatti guardate: io compagna di
letto del re,
colei che possiede la metà del
trono, figlia di un grande re, e
madre di un promettente
principe, sto qui
a cianciare e far discorsi per
la vita e l'onore
davanti a chiunque abbia voglia
di ascoltare. La vita,
io l'apprezzo, quanto rispetto
il dolore (del quale farei a
meno):
l'onore, è l'eredità che lascio
ai miei,
e questo solo io difendo.
Richiamo
alla vostra coscienza, sire,
prima che Polissene
venisse a corte, quanto fossi
nel vostro favore,
e come questo favore meritassi;
dopo la sua venuta,
con quale staordinario contegno
ho trasgredito per trovarmi ora
qui? Se d'una iota oltre
i limiti dell'onore, in atti o
volontà
ho mai inclinato, s'induriscano
i cuori
di chi m'ascolta, e i miei
consanguinei
maledicano la mia tomba!
LEONTE
Non ho mai sentito
che alcuno di questi vizi
sfrontati
avesse meno impudenza per negare
di aver commesso il fatto,
di quanta ne avesse per farlo.
ERMIONE
Questo è vero, signore,
però, è un commento che non mi
riguarda.
LEONTE
Non volete ammetterlo.
ERMIONE
Più che responsabile
di ciò che ora mi torna col nome
di colpa, non posso
riconoscermi. Quanto a Polissene,
con il quale sono accusata,
confesso
che l'amavo come meritava il suo
onore
e con l'affetto che conviene
a una del mio grado;
quell'affetto,
e non altro, che voi stesso
ordinavate:
non aver fatto così sarebbe
stato in me, credo,
insieme disobbedienza e
ingratitudine
verso voi, e verso il vostro
amico, il cui affetto
per voi s'era dichiarato
liberamente
fin da quando poté parlare, da
bambino,
tutto vostro. Per la congiura
poi
non saprei dire che sapore
abbia, anche
se mi fosse servita qui per
assaggiarla: tutto quel che so
è che Camillo era un uomo
onesto;
e perché abbia lasciato la
corte, gli stessi dèi
(se non ne sanno più di me) lo
ignorano.
LEONTE
Sapevate della sua partenza,
come sapete
ciò che avete cominciato a fare
in sua assenza.
ERMIONE
Signore,
voi parlate una lingua che non
capisco:
la mia vita è alla mercé dei
vostri sogni,
ed io qui la depongo.
LEONTE
Le vostre azioni sono i miei
sogni.
Voi avete avuto un bastardo da
Polissene,
ed io l'ho soltanto sognato!
Ogni ritegno avete sorpassato
(fanno così i criminali) e
adesso passate sopra ogni
verità,
ma insistere a negarla non vale
la fatica; perché come
è stata esposta la tua
marmocchia, com'era giusto,
non essendoci padre a
riconoscerla (il che, veramente,
è più un misfatto tuo che suo),
così tu
assaggerai la nostra giustizia;
nel cui aspetto più mite
non aspettarti meno della morte.
ERMIONE
Signore, risparmiatevi le
minacce:
l'orco con cui vorreste
spaventarmi, io lo cerco.
La vita a me non serve più;
il culmine e la felicità della
mia vita, il vostro favore,
io lo do per perso, perché lo
sento andato,
anche se non so come. La mia
seconda gioia,
e primo frutto del mio corpo,
dalla sua presenza
sono esclusa, come un'appestata.
La mia terza consolazione
(nata sotto nemica stella) è dal
mio petto
(l'innocente latte ancora
nell'innocente bocca)
strappata per essere uccisa; io
stessa ad ogni porta
son proclamata prostituta, e con
odio oltraggioso
mi si nega il privilegio delle
puerpere, che appartiene
a donne di ogni condizione;
infine sono di furia
portata fuori, in questo luogo,
prima
d'aver ripreso le minime forze.
Ora, mio signore,
ditemi, quali benedizioni ho io
vivendo,
perché debba temere di morire?
Perciò proseguite.
Ancora una cosa, però: non
fraintendetemi: non per la vita,
che stimo meno d'una pagliuzza,
ma per l'onore,
che vorrei intoccato: se sarò
condannata
su congetture, tutte le prove
dormenti
eccetto quelle che la vostra
gelosia risveglia, allora vi
dico
questo è abuso, non legge.
Davanti a tutti voi,
onorati signori, io mi appello
all'oracolo:
Apollo sia mio giudice!
UN NOBILE
Questa vostra richiesta
è assolutamente giusta; si
produca perciò
in nome d'Apollo, il suo
oracolo.
(Escono alcuni ufficiali.)
ERMIONE
Imperatore di Russia era mio
padre:
o, se fosse vivo, e qui a
osservare
le sofferenze di sua figlia! Se
vedesse
la pienezza della mia
disperazione, ma con occhi
di compassione, non di vendetta!
(Entrano gli ufficiali, con
Cleomene e Dione.)
UFFICIALE
Voi qui giurerete su questa
spada di giustizia,
che voi, Cleomene e Dione, siete
entrambi
stati a Delfo, e da lì avete
portato
questo sigillato oracolo, a voi
consegnato
dalla mano del gran sacerdote
d'Apollo; e che da allora
non avete osato rompere il sacro
sigillo
né leggervi i segreti.
CLEOMENE. ADIONE
Tutto ciò noi giuriamo.
LEONTE
Rompete i sigilli e leggete.
UFFICIALE
Ermione è casta; Polissene senza
colpa; Camillo un suddito leale;
Leonte un tiranno geloso;
l'innocente neonata onestamente
concepita; il re vivrà senza
erede se quello che è perduto
non sarà ritrovato.
NOBILI
Sia benedetto il grande Apollo!
ERMIONE
Gloria a lui!
LEONTE
Hai letto il vero?
UFFICIALE
Sì, mio signore, esattamente
come è scritto qui.
LEONTE
Non c'è assolutamente niente di
vero nell'oracolo:
il processo continui: questo è
solo un imbroglio.
(Entra un servitore.)
SERVITORE
Il mio signor re, il re!
LEONTE
Che succede?
SERVITORE
O signore, sarò odiato per
questa notizia!
Il principe vostro figlio, per
il pensiero e l'ansia
per la sorte della regina, è
andato.
LEONTE
Come! Andato?
SERVITORE
È morto.
LEONTE
Apollo è irato, e gli stessi
cieli
colpiscono la mia ingiustizia. (Ermione
sviene) Che c'è ora?
PAOLINA
Questa notizia è mortale alla
regina: guardate qui
e osservate quel che fa la
morte.
LEONTE
Portatela via:
ha solo il cuore oppresso: si
riprenderà.
Ho creduto troppo al mio
sospetto:
vi scongiuro, datele
amorevolmente qualche rimedio
che la riporti in vita.
(Escono Paolina e dame, con
Ermione.)
Apollo, perdona
la mia grande empietà contro il
tuo oracolo!
Mi riconcilierò con Polissene,
riconquisterò la mia regina,
richiamerò il buon Camillo,
che proclamo un uomo di fedeltà
e compassione:
perché trascinato dalle mie
gelosie
a pensieri di sangue e di
vendetta, scelsi
Camillo come intermediario per
avvelenare
il mio amico Polissene: il che
sarebbe successo
se la saggia decisione di
Camillo non avesse ritardato
il mio avventato ordine; e sì
che con la morte
e la ricompensa io lo minacciai
se non lo faceva,
e lo spinsi a fare. Egli (pieno
d'umanità
e d'onore) al mio regale ospite
rivelò il mio piano, abbandonò
qui le sue ricchezze
(che eran, come sapevate,
grandi) ed al sicuro rischio
dell'incerta fortuna, consegnò
se stesso,
ricco soltanto del suo onore:
come risplende
in mezzo alla mia ruggine! E
come la sua pietà
fa più fosche le mie azioni!
(Entra Paolina.)
PAOLINA
Giorno funesto!
Tagliate questi lacci sì che il
cuore, spezzandoli,
non scoppi!
UN NOBILE
Cosa vi succede nobile signora?
PAOLINA
Quali raffinati tormenti mi
riservi, tiranno?
Ruote? Cavalletti? Roghi? O
scorticare? O bollire?
In piombo fuso o nell'olio?
Quale vecchia o nuova tortura
m'aspetta, se ogni mia parola
merita
d'assaggiare il peggio di te? La
tua tirannia,
insieme ai tuoi gelosi furori
(fantasie troppo scialbe per i
ragazzini, troppo immature e
inutili
per ragazzine di nove anni), oh,
considera quello che han fatto,
e poi diventa matto per davvero:
pazzo furioso! Perché tutte
le tue passate stramberie eran
solo antipasti.
Che tu tradissi Polissene, era
un nonnulla;
che ti ha dimostrato, te stolto,
un incostante
e un ingrato d'inferno: e
neppure era gran cosa
che tu abbia voluto avvelenare
l'onore del buon Camillo,
facendogli uccidere un re;
peccatucci,
di fronte alle mostruosità in
riserva: tra le quali
l'abbandonare ai corvi una
figlia neonata
reputo poco o nulla; benché
anche un diavolo
avrebbe versato acqua dagli
occhi di bragia, prima di farlo:
né è direttamente a te
imputabile la morte
del giovane principe, i cui
nobili pensieri
(alti pensieri in uno così
giovane) spezzarono il cuore
che poté pensare che un volgare
e sciocco re
infangasse la sua nobile madre:
di questo non sei, no,
responsabile; ma l'ultima - O
signori,
quando ho finito, gridate
"ahimè" - la regina, la regina,
la più dolce, cara creatura è
morta; e la vendetta per ciò
deve ancora discendere.
UN NOBILE
Il cielo non voglia!
PAOLINA
Vi dico che è morta: lo giuro.
Se parola o giuramento
non bastano, andate a vedere: se
saprete riportare
colore, o luce al suo labbro, al
suo occhio,
tepore fuori o respiro dentro,
io vi servirò
come servirei gli dei. Ma, tu
tiranno!
Non pentirti per queste cose,
perché sono troppo pesanti
per esser rimosse dalle tue
lamentazioni: per te
c'è solo la disperazione. Avessi
anche mille ginocchi
e diecimila anni per digiunare,
nudo
su un monte desolato, in
continuo inverno
e tempesta perpetua, non
riusciresti a muovere gli dei
a guardare dalla tua parte.
LEONTE
Continua, continua:
non potrai mai dirmene di
troppo; ho meritato
che ogni lingua mi dica il suo
più amaro.
UN NOBILE
Smettete ora:
comunque stiano le cose, avete
torto
a esprimervi con tanta veemenza.
PAOLINA
Mi dispiace:
so riconoscere le mie colpe,
quando
le vedo. Ahimè! Ho dato troppo
sfogo
alla mia impulsività di donna. È
toccato
nel profondo del suo nobile
cuore. Per male passato
e senza rimedio, è inutile
disperarsi. Non affliggetevi
per le mie invocazioni; vi
prego, piuttosto
fatemi punire per avervi
ricordato
quello che dovreste dimenticare.
Ora, mio buon signore,
sire, regale sire, perdonate una
stupida donna:
l'amore che portavo alla vostra
regina - ahi! Sciocca, di nuovo!
Non parlerò più di lei, né dei
vostri figli;
non vi ricorderò neppure il mio
signore
(che pure è perduto): siate
paziente,
e non dirò più nulla.
LEONTE
Tu hai parlato molto bene
quando più hai detto la verità:
che io ricevo molto meglio
che esser compatito da te. Ti
prego, accompagnami
dai corpi senza vita della mia
regina e del principe:
avranno la stessa tomba: su essa
sarà scolpita la causa della
morte,
a nostra eterna vergogna. Una
volta al giorno visiterò
la cappella dove giaceranno, e
le lacrime là versate
saranno il mio unico svago.
Finché la natura
consentirà questo esercizio, io
faccio voto
di praticarlo ogni giorno.
Vieni, su, e conducimi
a questi dolori. Escono.
Inizio pagina
Scena
terza
Entra Antigono (con la)
bimba, (e) un Marinaio.
ANTIGONO
Tu sei sicuro, perciò, che la
nostra nave ha toccato
i deserti di Boemia?
MARINAIO
Sì, monsignore, e temo
che siamo approdati in un
momento infausto: il cielo ha
l'aria cupa,
e minaccia imminenti burrasche.
In coscienza
gli dei con la nostra missione
son crucciati
e ci guardano storto.
ANTIGONO
La loro santa volontà sia fatta!
Va', torna a bordo,
e bada alla tua barca: non ci
metterò molto
prima di raggiungerti anch'io.
MARINAIO
Fate al più presto, e non andate
troppo all'interno: qui è già
tempo di tuoni;
inoltre questo posto è famoso
per le bestie
feroci che lo infestano.
ANTIGONO
Tu va' via:
ti seguirò al più presto.
MARINAIO
Sono contento davvero
di liberarmi così di
quest'affare. Esce.
ANTIGONO
Vieni, povera piccina:
ho sentito, ma non vi ho
creduto, che gli spiriti dei
morti
possono tornare a visitarci: se
ciò è possibile, tua madre
mi è apparsa ieri notte; perché
mai sogno fu
più simile alla veglia. Viene
verso me una creatura,
inclinando la testa ora da un
lato, ora dall'altro;
non vidi mai vaso di ugual
dolore,
così traboccante, e così
leggiadro: in pure, bianche
vesti,
come la stessa santità,
s'avvicinò
al cubicolo in cui giacevo: tre
volte mi s'inchinò davanti,
e, prendendo fiato per mettersi
a parlare, gli occhi
le diventarono due fontane;
esaurito lo zampillo,
tosto ruppe in queste parole:
"Buon Antigono,
poiché il destino, contro la tua
migliore natura,
ha scelto te per colui che
abbandonerà
la mia povera bambina, come hai
giurato,
ci sono in Boemia abbastanza
luoghi remoti,
là potrai piangere, e
abbandonarla al pianto; e poiché
la bimba
è da considerare persa per
sempre, Perdita,
ti prego, chiamala. Per questa
triste consegna,
a te affidata dal mio signore,
non rivedrai più
tua moglie Paolina." Quindi, tra
strida,
svanì nell'aria. Spaventato
assai,
col tempo mi ripresi, e pensai
che così era successo, e non in
sogno. I sogni son vanità:
ma per una volta, proprio,
superstiziosamente,
da questo sogno mi farò guidare.
Io credo
che Ermione ha patito la morte;
e che
Apollo desidera, questo essendo
veramente il frutto
di re Polissene, che sia messo
qui,
per la vita o per la morte,
sulla terra
del suo vero padre. Buona
fortuna a te, germoglio!
Ti lascio qui, e qui c'è la tua
storia: e questi oggetti,
che, la fortuna aiutando,
potranno farti educare, carina,
e restare tua dote. La tempesta
incomincia: povera cosina,
che per colpa di tua madre sei
così esposta
all'abbandono e a ciò che può
seguire! Piangere non so,
ma il cuore mi sanguina; e sono
maledetto
per il giuramento che a questo
mi costringe. Addio!
Il giorno si fa sempre più cupo:
avrai
un'assai rude ninna-nanna. Non
vidi mai
cielo più buio di giorno. Un
rumore selvaggio!
Ch'io raggiunga la nave! Ecco
l'animale:
Per me è la fine! Esce,
inseguito da un orso.
(Entra un pastore.)
PASTORE
Vorrei che non ci fosse l'età
tra i dieci e i ventitré anni, o
che la gioventù la passasse
tutta a dormire; perché non c'è
niente in mezzo se non mettere
incinte le ragazze, far soprusi
agli anziani, rubare e
picchiarsi. - Senti un po' qui,
adesso! Chi altri se non questi
cervelli in ebollizione di
diciannove e ventidue andrebbe a
caccia con questo tempo? Mi
hanno fatto scappare due delle
mie pecore più belle e ho paura
che le troverà prima il lupo del
padrone: e se mai le trovo da
qualche parte, sarà vicino al
mare che brucano l'edera.
(Vedendo la neonata) Che la
fortuna mi assista, se Dio
vuole, e questo cos'è?
Misericordia, un bambino! Un bel
bambino anche! Maschietto o
femminuccia, mi domando? Molto
bellino, proprio bellino.
Sicuramente, qualche
scappatella: io non so leggere,
però qui leggo scappatella di
qualche dama di compagnia.
Questo è un lavoro da
sottoscala, o da cassapanca, o
da dietro la porta: in ogni caso
chi l'ha fatto stava più al
caldo della povera cosina qui.
La prendo per pietà: però
aspetterò che arrivi mio figlio;
ora ora mi ha dato la voce.
Uh-uh-ah!
Entra il contadino.
CONTADINO
Ollah-lah-lah!
PASTORE
Ma come, eri già qui? Se vuoi
veder qualcosa da raccontare
anche quando sarai morto e
marcio, vieni qui. Ma che
cos'hai, figliolo?
CONTADINO
Ne ho già viste due di cose
così, una per mare e una per
terra! Ma non posso neanche dir
mare, perché adesso è cielo: e
tra di esso e il firmamento non
c'infileresti nemmeno la punta
d'uno spillo.
PASTORE
Perbacco, ragazzo, che è stato?
CONTADINO
Vorrei vedeste come infuria, si
alza e s'abbatte sulla spiaggia!
Ma c'è dell'altro. O, le urla
strazianti di quei poveri
diavoli! Ora li vedevo, ora non
li vedevo più: ora la nave
sbuzzava la luna coll'albero
maestro, ed ora scompariva nel
fermento e nella schiuma, come
quando si conficca un sughero
dentro una botte. Sull'altro
fronte, poi, quello di terra,
dovevate vedere come l'orso gli
strappò via l'osso della spalla,
come gridava aiuto verso di me e
diceva che il suo nome era
Antigono, nobiluomo. Ma per
finire con la nave, il mare se
l'ingoiò, ma prima i poveracci
urlavano e il mare li sfotteva:
e quel povero signore urlava, e
l'orso lo sfotteva, e tutti e
due ruggivano più forte del mare
e della tempesta.
PASTORE
Misericordia, ragazzo, quando è
successo?
CONTADINO
Ora, ora: non ho ancora battuto
ciglio da quando ho visto questi
due spettacoli: gli uomini non
sono ancora freddi sotto l'acqua
e l'orso si sarà pappato solo
metà di quel signore: ci sta
ancora lavorando.
PASTORE
Fossi stato lì vicino, per
aiutare quel vecchio!
CONTADINO
Ed io vorrei che foste stato
dov'era la nave, per aiutarla:
lì la vostra carità non avrebbe
avuto terra sotto i piedi.
PASTORE
Brutte cose! Brutte cose! Ma
guarda un po' qui, ragazzo.
Adesso fatti il segno della
croce: tu trovi cose che muoiono
ed io cose appena nate. Guarda
che spettacolo; ma guarda, un
panno da battesimo per un figlio
di signori! E questo cos'è,
prendilo, prendilo, ragazzo,
aprilo. Allora, vediamo: mi è
stato detto che le fate mi
avrebbero fatto ricco. Questo
sarà un bambino di fate; aprilo.
Cosa c'è dentro, ragazzo?
CONTADINO
Siete un vecchio sistemato: se i
vostri peccati di gioventù vi
son perdonati, potete vivere
felice. Oro! Tutto oro!
PASTORE
Questo è oro delle fate,
ragazzo, e si farà vedere per
quello che è; prendilo e acqua
in bocca: a casa, a casa,
subito. Siamo fortunati,
ragazzo; e per restare così c'è
solo da esser discreti. Lascia
perdere le mie pecore: vieni, da
bravo, subito a casa.
CONTADINO
Andate voi per la via più breve
con quel che avete trovato. Io
voglio vedere se l'orso ha
finito con quel signore, e
quanto se n'è mangiato; non sono
mai feroci se non quando hanno
fame; se ci sono dei resti, li
seppellirò.
PASTORE
Questa è una buona azione. Se si
può capire, da quello che n'è
rimasto, chi era, portami a
vederlo.
CONTADINO
Molto volentieri; così mi
aiuterete a metterlo sotto
terra.
PASTORE
È un giorno fortunato, ragazzo,
e noi lo concluderemo con delle
buone azioni.
Escono.
Inizio pagina |