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Le fonti della Tempesta non sono ancora chiaramente determinate; per una strana coincidenza, le uniche due opere di Shakespeare di cui non conosciamo con certezza l'origine, sono la sua prima commedia: «Le Fatiche d'Amor Perdute» e questo suo ultimo dramma. Tutte le ricerche minute e pazienti dei critici non hanno condotto a risultati positivi, e dobbiamo accontentarci di ipotesi che, per quanto convincenti e probabili, attendono ancora di essere dimostrate vere.
Una cosa però appare certa: che le fonti, se così vogliamo chiamarle, della Tempesta, devono essere state varie, o, per esser più precisi, che Shakespeare nel costruire il suo dramma si deve esser servito liberamente di episodi, narrazioni, leggende diverse, e non si è basato su un unico modello. E' stato Thomas Warton, il grande storico della letteratura inglese,a dar credito all'idea che la Tempesta fosse ispirata da un romanzo italiano. Nella sua History of English Poetry (1781), egli scrive di aver saputo dal poeta Collins che la Tempesta era basata su un romanzo Aurelio e Isabella pubblicato nel 1586 in un volume, in italiano, francese e inglese, e ripubblicato nel 1588 in italiano, spagnolo, francese e inglese. L'informazione non corrispondeva a verità, ma il Warton
ritenne che il Collins, la cui
memoria negli ultimi anni si era
molto indebolita (egli morì
pazzo), avesse sbagliato il
titolo del romanzo e suppose che
si trattasse di un altro romanzo
che non doveva esser difficile
ritrovare, perché una
circostanza, accennata dal
Collins, avrebbe facilitato la
ricerca: e cioè che "il
personaggio principale del
racconto, corrispondente al
Prospero di Shakespeare, era un
negromante, il quale aveva
costretto uno spirito simile ad
Ariel a ubbidire ai suoi comandi
e a eseguire i suoi ordini". Il
libro non è stato trovato; le
ricerche dei commentatori che
hanno compulsato tutti i romanzi
italiani, spagnoli e francesi
scritti prima di Shakespeare,
son riuscite vane; però, in
compenso, si sono scoperti
numerosi racconti e un dramma,
che hanno molti elementi in
comune con la Tempesta. |
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Il dramma è Die Schòne Sidea, scritto da Jacob Ayrer, un notaio di Norimberga, autore di altre opere teatrali che sono basate su drammi inglesi ora perduti. Nella Bella Sidea troviamo un mago Ludolfo che è un principe, come Prospero, e ha un demone o spirito familiare ai suoi servizi, e un'unica figlia. Il figlio del nemico di Ludolfo diventa suo prigioniero, perché non può sfoderare la spada, trattenuto dall'arte magica del principe; più tardi il giovane, come accade a Ferdinando, è costretto a portare legna per la Bella Sidea, la quale si innamora di lui, e, con qualcosa di più della freschezza ingenua di Miranda, gli dichiara l'animo suo. I due giovani finiscono con lo sposarsi e il loro matrimonio consacra la riconciliazione dei rispettivi genitori. La storia, come si vede, è su per giù quella del dramma shakespeariano, ma manca l'elemento caratteristico della tempesta. Ora siccome l'Ayrer morì nel 1605, non è possibile ammettere che egli abbia imitato Shakespeare, mentre è ammissibile che questi si sia servito del dramma tedesco, perché gli attori inglesi furono a Norimberga nel 1604 e possono aver visto recitare, o magari aver recitato essi stessi, Die Schóne Sidea. E' più probabile però, sostiene il Morton Luce, che ambedue gli autori abbiano attinto a una fonte comune che noi ignoriamo, tanto più che non troviamo alcuna corrispondenza nei nomi. Ma allora si deve dire altrettanto dei vari racconti in cui troviamo una storia più o meno simile a quella della Tempesta
Il 29 luglio dell’anno 1609 giunse a Londra la notizia che il vascello Sea-Adventure, sorpreso da una violenta burrasca nel mare delle Bermude era andato a fracassarsi contro quelle coste ed equipaggio e passeggeri erano affondati. Il vascello faceva parte di un convoglio di altri nove, che trasportavano 500 coloni verso la Virginia, la terra del Nuovo continente (ancora denominato Indie Occidentali) dove già nel 1585 sir Walter Raleigh aveva stabilito una colonia inglese, chiamando Virginia quella terra in onore della “vergine” regina Elisabetta. La spedizione era partita da Plymouth nel maggio di quell’anno 1609. Un anno dopo, maggio 1610, giunse altra notizia che tutti quelli che erano a bordo del Sea-Adventure erano giunti sani e salvi in Virginia, dopo aver trovato rifugio in un’isola delle Bermude, dove avevano anche potuto costruirsi rudimentali mezzi natanti idonei a permettere loro di proseguire il viaggio fino a destinazione. Sembra che Shakespeare, oltre che dalla voce popolare, abbia potuto leggere un più dettagliato resoconto della vicenda dalla lettera di uno dei passeggeri del Sea-Adventure, William Strachey, lettera che fu pubblicata a stampa in seguito, nel 1625.
Nello stesso periodo circola in Inghilterra una History of Italy, autore certo William Thomas, in cui si parla della spedizione in Italia (1494) di Carlo VIII, re di Francia, su invito del duca di Milano, Lodovico Sforza, detto “Il Moro”, che siede abusivamente su quel trono ducale dopo averne spodestato il nipote Gian Galeazzo Sforza, figlio del fratello Galeazzo Maria. Gian Galeazzo ha per moglie Isabella d’Aragona, figlia del re di Napoli Alfonso II. Alfonso II ha anche un figlio maschio di nome Ferdinando, detto dai napoletani “Ferrandino”. L’usurpatore Lodovico è ossessionato dal timore che gli Aragonesi di Napoli rivendichino i diritti di Isabella, duchessa spodestata; sollecita perciò Carlo VIII, sovrano di una Francia divenuta salda e potente dopo la terribile bufera della guerra dei cento anni, a far valere a sua volta i suoi diritti dinastici sul regno di Napoli, come discendente degli Angioini, predecessori degli Aragonesi su quel trono. Da queste due vicende, l’una a lui contemporanea, l’altra storica, Shakespeare prende lo spunto del suo dramma. Il tema del duca di Milano spodestato da un suo parente - nella specie il fratello Antonio in luogo dello zio spodestato -, che è il motivo centrale della commedia, e la presenza di personaggi con i nomi dei personaggi reali (Alonso, contrazione di Alfonso, e Ferdinando suo figlio) è talmente palese nella trama de La Tempesta, che stupisce come nessun curatore - per quanto mi sia riuscito di indagare - enumeri questo tra i materiali di cui si è servito Shakespeare nella tessitura di questo lavoro. Non solo i nomi, ma la situazione e i rapporti di ostilità tra l’usurpatore duca di Milano e il re di Napoli vi sono chiaramente accennati: ”The King of Naples being an enemy to me inveterate…”, dice Prospero alla figlia.
All’interno di questo impianto poi Shakespeare maneggia e mescola i materiali più vari ed originali: prende i nomi di Prospero e Stefano dalla commedia dell’amico Ben Jonson Ciascuno a suo modo (Every man in His Humour); inventa Trinculo, il marinaio beone, da “trincare” (drink) e Sicorace, la strega madre di Calibano, dal greco sus, porco e korax, corvo; trae il nome di Gonzalo forse da un’assonanza con “Gonzaga”, un noto casato italiano; riallaccia personaggi e motivi della commedia con altri di sua precedente creazione: il duo Calibano/Ariel è quasi simmetrico al duo Puck/Ariel del Sogno d’una notte di mezza estate; di questo è anche l’atmosfera evanescente del mondo magico e soprannaturale evocato da Prospero; l’innamoramento a prima vista di Ferdinando e Miranda non è diverso da quello di Romeo e Giulietta, e la coppia somiglia in tutto alla coppia Florizel/Perdita del Racconto d’inverno; il motivo della usurpazione e della congiura Antonio/Sebastian riecheggia Macbeth; il motivo della rinuncia di Prospero ad esercitare le funzioni di sovrano riecheggia Re Lear; il tema del figlio perduto e ritrovato è presente nei suoi ultimi romances: Pericle, principe di Tiro e Cimbelino); amalgama il tutto con ispirazioni da altre fonti letterarie (Le Metamorfosi di Ovidio, che ha letto nella traduzione inglese di Arthur Golding; il saggio I Cannibali di Montagne, che ha letto nella traduzione inglese di Giovanni Florio, l’Eneide di Virgilio, che ha letto da giovinetto nella Grammar School di Stratford), ne crea un intreccio nuovo ed originale che ben s’acconcia al gusto del pubblico per le storie di maghi, di isole incantate, di naufragi in mari lontani, di mostri, di avventure. Questa volta, però, a differenza delle precedenti commedie romanzesche, Shakespeare non mette sulla scena gli avvenimenti come accadono nel tempo e nello spazio: ne La Tempesta la storia/avventura è già finita; tutta l’azione è concentrata nello spazio di due ore - il “tempo reale” di durata di una rappresentazione scenica. Quello che è successo prima ce lo fanno sapere i personaggi: Prospero racconterà a Miranda la vicenda dell’usurpazione, della sua cacciata da Milano, del viaggio in mare e dell’approdo all’isola; Ariele rinfaccerà ad Alonso, Sebastian e Antonio i loro “peccati” contro Prospero; Calibano ricorderà quando sua madre e lui erano i soli padroni dell’isola; Gonzalo ci farà sapere del matrimonio della figlia del re di Napoli, Claribella, con il re di Tunisi. La Tempesta, insomma, è tutta una retrospettiva. E non è difficile vedere in essa - come lo fa ormai universalmente la critica - una retrospettiva allegorica che il poeta fa di se stesso e della sua arte.
Quando scrive La Tempesta Shakespeare ha 47 anni. Il ciclo delle grandi tragedie è concluso; la fama e l’agiatezza sono raggiunte. L’estro è quasi esaurito, l’animo stanco pensa al ritorno fra opere serene a Stratford, dove ha acquistato una cospicua proprietà immobiliare. Le ultime opere Timone di Atene, Pericle, principe di Tiro, Enrico VIII, I due nobili cugini sono più d’officina che di poesia; vi si sente sempre più presente l’opera dei collaboratori; la voce del poeta è infiacchita ed egli prende congedo dal palcoscenico; prima di farlo e di ritirarsi in eterno silenzio si volge indietro e compendia se stesso e il proprio cammino artistico nell’immagine di Prospero, il mago “bianco” che ha tenuto sotto il potere magico del suo genio la materia tragica, e alla fine, gettando la bacchetta mette così fine al mondo magico. La sua favola dice di una libertà riconquistata; e, come Ariele, dopo aver suscitato musiche e incanti, apparenze mostruose e terrori, guida gli uomini, prima resi folli poi fatti rinsavire, al compimento di un disegno benigno. Così Prospero/Shakespeare, ricomponendo un ordine sconvolto, riconsacra la legittimità di un potere, restituisce al duca non più mago il suo ducato, e mette fine all’inimicizia tra Milano e Napoli con le nozze di Ferdinando e Mirando. Così il selvaggio e mostruoso Calibano esce di scena con parole di saggia contrizione e di buoni proponimenti, sì che Prospero può dire di lui: ”Riconosco come mia questa creatura”. In verità, Calibano non è il mostro favoleggiato dal mito o dalla favolistica di tutti i tempi, dal Minotauro a Frankenstein. Se nel gesto di Prospero che getta il manto e spezza la bacchetta si riconosce il drammaturgo che, dopo aver dato vita nel suo mondo immaginario e fatto muovere sulle scene centinaia di personaggi, si congeda dal teatro, in Calibano che, prima di uscir di scena, dice: ”Com’è bello oggi il mio padrone!… D’ora innanzi sarò bravo, / voglio riguadagnare il tuo favore. / Che razza di somaro sono stato…” si riconosce il poeta che guarda in retrospettiva la sua formazione e ne denuncia, con un atto di autocritica, le manchevolezze. Perché Calibano, nella sua bruttezza fisica e morale, è poeta. Nei primi giorni che Prospero è nell’isola, solo con la sua Miranda ancora infante, Calibano è l’unico compagno della sua vita (Ariel è ancora imprigionato nel cavo di un tronco). Calibano ama la sua isola, ne conosce le bellezze e le mostra a Prospero; questi insegna a Calibano a parlare e a dare un nome al sole e alla luna. Quando descrive al marinaio Stefano le bellezze dell’isola, Calibano canta (II, 1): ”… ti condurrò dove fioriscono i meli selvatici…, / dove fabbrica il nido la ghiandaia…; / t’insegnerò come si prende al laccio / l’astuta ed agilissima bertuccia; / … dagli scogli / ti porterò i giovani gabbiani.” E ancora (III, 2): ”L’isola è piena di questi sussurri, / di dolci suoni, rumori, armonie…/ A volte son migliaia di strumenti / che vibrando mi ronzano agli orecchi; / altre volte son voci sì soavi, / che pur se udite dopo un lungo sonno, / mi conciliano ancora con Morfeo, / e allora, in sogno, sembra che le nuvole / si spalanchino e scoprano tesori / pronti a piovermi addosso; ed io mi sveglio / nel desiderio di dormire ancora”. Se non è poesia questa…
E il mostro-poeta è lui stesso, Shakespeare. I poeti creatori hanno un senso acuto d’essere diversi dall’opera che intraprendono per cantare il mondo in cui operano; e, per converso, hanno un senso altrettanto acuto e più tormentoso di quanto il primo era superbo, d’essere modificati da quel mondo. Lo Shakespeare della Tempesta si sente diverso dallo Shakespeare-Calibano, ma è cosciente di essere stato da quello modificato attraverso uno stadio necessario del suo processo di formazione. Calibano - scrive René Girard nel suo recentissimo saggio (Shakespeare - Il teatro dell’invidia, traduzione di G. Luciani, Adelphi, Milano, 1998, pagg. 547-548) - simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio… Prospero che inizia Calibano alla parola è lo stesso Shakespeare che trasforma in opera letteraria, ancor prima del linguaggio, l’ispirazione di questo mostro; costui rappresenta non soltanto ciò che precede la letteratura, ma una modalità di quest’ultima, che l’ultimo Shakespeare disapprova, anche se riconosce la sua importanza cruciale nel proprio processo creativo. Calibano simboleggia cioè tutta quella parte dell’opera shakespeariana che, popolata da mostri com’è, può apparire essa stessa mostruosa. Shakespeare non ne contesta la qualità poetica, ma individua in essa un elemento di disordine, di acrimonia, di violenza e confusione morale, che retrospettivamente condanna come “mostruoso”. Da questa “mostruosità” l’ultima tappa di Shakespeare non è la drammaturgia di prima: essa procede più in là, non rappresenta più, ma osserva il ristabilirsi della legge, il ricomporsi di un equilibrio della normalità, il riaffiorare di quelle necessità elementari di pace serena che l’ondata dello spirito sfrenato sembrava aver definitivamente sommerso; gli incantesimi sono finiti annuncia al pubblico l’Epilogo, che propone così una fondamentale fiducia nell’uomo, nelle forze elementari e ragionevoli che governano la sapienza umana. Prospero/Shakespeare è l’uomo dell’Umanesimo e del Rinascimento.
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