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L'"Enrico VIII", o meglio "La famosa storia
della vita di Enrico VIII" è l'ultimo dramma
di Shakespeare, e segna il ritorno, dopo un
intervallo di ben 14 anni, ai grandi temi
della storia nazionale affrontati nelle due
grandi tetralogie che trattano le vicende
del governo inglese dal 1398 al 1521, come
anche nel "Re Giovanni", che risale agli
esordi della sua attività di drammaturgo. Se
il dramma di Giovanni Senzaterra prelude
alla ricca e fortunata stagione delle "chronicle
plays", l'"Enrico VIII" ne costituisce la
più che degna conclusione. Entrambi i drammi
presentano un sovrano che vuole riaffermare
l'autorità della corona e riscattarla dalle
ingerenze della Chiesa di Roma, entrambi
offrono memorabili, nobili esempi di
fermezza d'animo di fronte all'avverso
destino e si chiudiono con fervidi accenti
di un patriottismo che in Shakespeare non si
dà mai per scontato.
Ultima opera di Shakespeare, appare il
proseguimento ideale dei 'romances', drammi
finali del suo itinerario teatrale.
Coronamento delle "Storie inglesi"
nell'immagine di una monarchia pacifica e
trionfante, offerta dalla gloria di Enrico e
più ancora dai trionfi futuri, annunciati
nella scena conclusiva, di Elisabetta e
Giacomo I, il dramma trova il suo punto di
forza nella figura di Caterina. Unico grande
personaggio della vicenda, insieme a quello
di Wosley, la regina abbandonata conclude la
serie delle figure femminili dei 'romances'
con l'immagine di una donna sconfitta,
esempio forse unico del teatro
shakespeariano di una parabola di ascesa e
caduta vissuta in assoluta innocenza.
da
Carabinieri.it
Quando William Shakespeare - dopo aver
raccontato la storia di tanti altri sovrani
inglesi - scrisse e rappresentò in teatro la
sua storia, Enrico VIII era morto ormai da
sessantasei anni; sua figlia Elisabetta (la
grande regina che consolidò le conquiste
politiche del padre) era passata a miglior
vita da tredici anni. Correva l'anno 1613, e
The famous history of the life of king Henry
the Eight (per citare il titolo originale
della tragedia: La famosa storia della vita
del re Enrico Ottavo) riscosse un enorme
successo di pubblico, a conforto
dell'intelligenza degli spettatori, se si
presta fede al Prologo che precede la
rappresentazione. «Questa volta», spiega
l'autore, «non vengo a farvi ridere; abbiamo
da presentarvi cose gravi accigliate e
tristi per alti travagli: scene di dolore
d'una tale maestà e nobiltà da strapparvi
dagli occhi fiumi di pianto. Quelli d'animo
tenero e pietoso potranno ora, se vogliono,
versare una lacrima; la vicenda la merita.
Chi ha speso il suo denaro con la viva
speranza di veder cose credibili, questa
volta vedrà cose vere».
L'Enrico VIII fu l'ultima opera teatrale
scritta da Shakespeare, che morì tre anni
dopo. Nei cinque atti si raccontavano «cose
vere», e relativamente recenti. Molte erano
controverse e dolorose. Questo spiega perché
il più grande autore elisabettiano preferì
occuparsene quando ormai gli ultimi
protagonisti erano definitivamente scomparsi
dalla scena. La tragedia si svolge nel
periodo centrale della vita del re: la fine
del matrimonio con Caterina d'Aragona,
incapace di dare al sovrano l'erede maschio
che lui pretendeva; lo strappo con la Chiesa
di Roma; il matrimonio con Anna Bolena; la
nascita di Elisabetta. E proprio con la
nascita della futura regina si conclude il
dramma, con il panegirico dell'arcivescovo
di Canterbury, Thomas Cranmer: «Questa
fanciulla regale - vegli il cielo sempre su
di lei - già dalla culla promette a questa
terra le mille e mille benedizioni che il
tempo va maturando. Ella sarà d'esempio e
modello - ma non tutti quelli che or sono
vivi vedranno la sua grandezza - ai principi
suoi contemporanei e successori. La regina
di Saba non fu mai tanto assetata di
saviezza e di virtù quanto sarà quest'anima
bella».
Le circostanze storiche suggerivano certo di
rivolgere pubblici encomi ad Elisabetta. Ma
gli inglesi - al principio del XVII secolo -
avevano solide ragioni di riconoscenza per
la sovrana. Gli anni di Enrico non erano
stati anni facili. Il boia faceva gli
straordinari, la rottura con la Chiesa
Romana presentava molte incognite, e - a
tratti - l'Inghilterra apparve isolata (e
accerchiata) dal resto dell'Europa. Il breve
regno di Edoardo, l'unico figlio maschio di
Enrico, dettò le regole della Riforma, che
il padre aveva appena abbozzato, e
s'incrudelì la persecuzione nei confronti
dei cattolici. Maria, la primogenita, andata
in sposa al figlio di Carlo V, Filippo,
futuro re di Spagna e cattolicissimo,
ribaltò la situazione, con un tentativo di
ripristinare la supremazia del papato,
accompagnato da altre persecuzioni (che
fecero guadagnare a Maria il soprannome di
"sanguinaria"). Soltanto con Elisabetta si
tirarono le somme di quella rivoluzione: e
il bilancio fu positivo. L'Inghilterra
conquistò definitivamente la propria
insularità (dopo aver perso la regione di
Calais, nel continente), che si tramutò in
un elemento di forza, e non di debolezza.
L'orgoglio di Enrico VIII - che non voleva
ipoteche di alcun genere sul suo regno -
divenne l'orgoglio di tutti gli inglesi.
Enrico era un personaggio formidabile, da
ogni punto di vista. E, infatti, se ne parla
ancora a quasi cinque secoli di distanza.
Continua a suscitare l'interesse di
biografi, di scrittori, di romanzieri e
sceneggiatori. Per le sei mogli (e le
innumerevoli amanti) invidia dei maschilisti
impenitenti, orrore per suffragette e
femministe. Ma anche per il vigore fisico,
che ne faceva il campione dei tornei
cavallereschi, per la crudeltà senza limiti
né pentimenti. E per la saggezza con la
quale regnò per moltissimi anni. Ma a farne
un protagonista della Storia, e uno degli
uomini che hanno contribuito a mutarne il
corso, fu la decisione (in parte provocata
da ragioni personali, che avevano a che
vedere con le passioni, e in parte da un
disegno lucido) di rompere con la Chiesa
cattolica e fondarne una - quella anglicana
- di cui il re d'Inghilterra è il capo
supremo.
I contemporanei - come spesso accade - non
si resero conto di quel che accadeva e di
quel che sarebbe accaduto. La storica
Antonia Fraser (moglie del commediografo
Harold Pinter, Nobel per la Letteratura lo
scorso anno) osserva che «nessuno predisse
mai che il re si sarebbe sposato sei volte;
nessuno, del resto, a tale profezia avrebbe
creduto. Neanche le sei regine avrebbero
creduto a chi avesse anticipato loro il
destino che le attendeva: se non era
prevedibile che ben due principesse
andassero incontro a un ripudio, ancor meno
lo era che quattro donne di origini
relativamente modeste assurgessero al
massimo onore di consorte del re e che due
di esse, entrambe in apparenza innocue,
finissero sul patibolo per alto tradimento».
Infine, «nessuno avrebbe potuto prevedere
che lo snello, biondo, incantevole principe
- "il più bel principe d'Europa" - salito al
trono d'Inghilterra nel 1509, appena prima
di compiere diciott'anni, morisse quasi
quarant'anni dopo, mostro di obesità, con la
fama di un barbablù". Fama meritata, per
giunta.
Non si resero conto di nulla neppure nelle
altre corti d'Europa, dove la storia delle
sei mogli di Enrico VIII, con tutti i suoi
drammi, i suoi risvolti tragici,
raccapriccianti e a volte perfino comici, fu
seguita con stupore e incredulità. Il re di
Francia, che non era un santo nel campo
delle relazioni extraconiugali, restò di
stucco quando seppe che il suo rivale
inglese aveva appena ripudiato la quarta
moglie, sposata sei mesi prima, per amore di
una ragazzetta di cui non si era mai sentito
parlare e che per età avrebbe potuto essere
nipote della sua prima moglie. «E questa è
ora la regina?», chiese Francesco I
alludendo a Caterina Howard. Quando gli
dissero di sì, il re di Francia dette un
gran sospiro. A questo riguardo espresse
sentimenti comuni a molti l'incauta
damigella di corte che nel 1540 esclamò:
«Che razza di uomo, il re! Ma quante mogli
vuole?».
L'incontro tra Enrico VIII e Francesco I al
Campo del Drappo d'Oro (Versailles, Museo
del Castello)Nel 1534, dopo che la Chiesa
aveva respinto la richiesta di annullamento
del matrimonio con Caterina d'Aragona
avanzata da Enrico VIII, il re d'Inghilterra
emanò, con l'appoggio del parlamento, l'Atto
di Supremazia, che sancì la nascita della
Chiesa Anglicana. La vertenza fra Roma e
Londra si era trascinata per tre anni,
durante i quali Enrico si era fatto
concedere l'annullamento dall'arcivescovo di
Canterbury, Thomas Cranmer (da lui nominato)
e il papa Clemente VII aveva reagito con la
scomunica. Se il re ebbe una diretta
responsabilità nella rottura, il pontefice
di Roma non fece nulla per evitarla. L'Atto
di Supremazia del 1534 sottraeva la Chiesa
inglese all'autorità papale, ponendola alle
dirette dipendenze del sovrano, ma non
prevedeva alcun cambiamento dottrinale e
liturgico: la costituzione e i dogmi
restavano quelli della Chiesa cattolica (che
Enrico aveva difeso all'epoca dello scisma
luterano, scrivendo persino un saggio contro
il monaco di Wittenberg). La decisiva svolta
in senso protestante si ebbe nel 1552, sotto
il regno di Edoardo VI.
Personaggio sanguigno e irascibile, Enrico
era il perfetto rappresentante del potere
assoluto: il monarca che faceva e disfaceva
a proprio piacimento, liberandosi
bruscamente degli oppositori, favorendo i
cortigiani. Chiunque ostacolasse i suoi
disegni sapeva già che avrebbe fatto i conti
con il boia: accadde così ad Anna Bolena e a
Caterina Howard, ma lo stesso destino toccò
anche a Tommaso Moro (santificato
successivamente dalla Chiesa di Roma) e a
John Fischer (scampò casualmente alla forca
il cardinale Thomas Wolsey, che aveva
guidato il governo prima di Moro, ma
soltanto perché un malore lo stroncò alla
vigilia dell'esecuzione). A dispetto di
queste "intemperanze", Enrico VIII fu un
buon monarca: la sua rottura con la Chiesa
non fu determinata soltanto dal desiderio di
ripudiare la prima moglie, Caterina
d'Aragona, per sposare la seconda, Anna
Bolena, ma dal disagio che serpeggiava in
larga parte dell'Europa in un'epoca nella
quale la Chiesa non brillava per moralità.
Il pugno di ferro con il quale guidò
l'Inghilterra nasceva anche dall'esigenza di
ridare nerbo al Paese dopo il lungo periodo
di guerra civile che si era concluso con la
vittoria dei Tudor contro gli York.
Un autorevolissimo storico inglese, George
Macaulay Trevelyan, sostiene che «Enrico
VIII mandò al rogo i protestanti, al tempo
stesso in cui impiccava e decapitava i
cattolici che si opponevano a una
rivoluzione di ispirazione anti-clericale. E
questa politica, che assume oggi un aspetto
così incomprensibile, incontrò allora
l'approvazione della maggioranza del popolo
inglese. Nella babele di voci che si
levarono durante il regno di Enrico, la nota
dominante è quella di un anticlericalismo
cattolico e nazionalistico. Soltanto dopo la
sua morte, la logica della nuova situazione
all'interno e all'estero spinse
anticlericali e nazionalisti inglesi a
difendersi dalla reazione cattolica
attraverso l'alleanza con i protestanti; e,
molto lealmente, durante il regno di
Elisabetta, finirono per abbracciarne le
dottrine».
All'inizio del XVI secolo l'Inghilterra era
un piccolo Paese, con pochissimi abitanti.
Si calcola che fossero due milioni e mezzo,
mentre il re di Francia poteva già allora
contare su quindici milioni di sudditi.
Enrico - che, con molti secoli di anticipo,
si rivelò un genio delle pubbliche relazioni
- trasformò il suo regno in una potenza
europea. Ricorrendo a tutte le armi della
comunicazione, e assai poco a quelle degli
eserciti. Il suo incontro con Francesco I
nel Campo del Drappo d'Oro (vicino Calais)
fu - per magnificenza - uno spettacolo
straordinario, che convinse le altre corti
europee a prendere nella debita
considerazione quell'omone imponente, spesso
allegro, sempre al centro del palcoscenico.
I diplomatici che ebbero la ventura di
incontrarlo ne fecero descrizioni ammirate.
Un medico spagnolo - che faceva parte del
seguito di Caterina d'Aragona - disse che il
re d'Inghilterra aveva «membra gigantesche».
L'ambasciatore veneziano Giustinian lo trovò
«bellissimo, quanto natura potrebbe fare»;
scrisse che aveva una barba «che pare d'oro»
e una pelle chiara e delicata come quella di
una donna. «Vedere il re che gioca a tennis,
con la pelle bianca sotto la camicia
finissima, è la più bella cosa del mondo». I
suoi appetiti (di ogni genere) erano
possenti, e tali rimasero fin quasi alla
fine, quando il corpo era ormai devastato, e
la salute molto precaria. Ed era anche - con
estrema coerenza - uomo di passioni e
temperamento sopra le righe.
Nutriva un immenso amore per la vita. Donne,
lusso, gioco, lotta, caccia, ballo, feste in
maschera: non si negava nulla. E trasmetteva
agli altri la stessa vitalità. Amava anche
la musica, e sapeva suonare ogni genere di
strumento. Compose parecchie canzoni. Tutte
le donne cadevano ai suoi piedi, e lui - che
in questo genere di rapporti si lasciava
trascinare dal cuore, e non solo - non si
sottraeva.
Non era, però, un uomo fatuo. Era stato
educato in modo rigoroso. Praticava le buone
letture, ed era in grado di fronteggiare
chiunque, in qualunque genere di
discussione: era ferrato persino nelle
dispute dottrinarie e teologiche, e quando
il papa gli negò il diritto di divorziare da
Caterina, mise in seria difficoltà i teologi
del Vaticano con argomentazioni sottili e
ben costruite. La «questione» che si aprì
con Roma, sottolinea Trevelyan, «non fu, a
rigor di termini, una vera e propria
questione di divorzio. Dal punto di vista
tecnico, si trattava di stabilire se Enrico
fosse mai stato veramente sposato con
Caterina d'Aragona, poiché suo fratello
Arturo era stato il primo marito di lei. Un
papa precedente aveva concesso la dispensa
al suo matrimonio con Enrico, ma a Clemente VII fu chiesto di dichiarare che il
matrimonio non era mai stato valido, e che
Enrico era ancora un robusto scapolo.
Infatti, egli voleva sposare Anna Bolena.
Come la maggior parte dei monarchi di quel
tempo e di molti altri tempi, prima e dopo
d'allora, si sarebbe perfettamente adattato
a tenersela come amica, come già era, se non
avesse desiderato un erede maschio legittimo
per assicurare all'Inghilterra una
successione indiscussa e un governo forte,
dopo la sua morte. Da Caterina non poteva
più attendere alcun figlio, e la loro unica
erede era la principessa Maria. Non si era
mai avuta una regina regnante in
Inghilterra, e l'idea poco consueta di una
successione femminile parve costituire per
il Paese la minaccia di una guerra civile o
il governo di un principe consorte
straniero».
Enrico - in altre parole - si fece guidare
dalla ragione di Stato. Dopo il Sacco di
Roma, il papa era ostaggio dell'imperatore
Carlo V, e ad Enrico - osserva un altro
storico inglese, G. R. Elton - «sembrò
intollerabile che gli interessi
dell'Inghilterra dovessero dipendere,
tramite il papa, dalla volontà
dell'imperatore. Nella rabbia risvegliata
dal torto personale, finì per rendersi conto
di ciò che molti Inglesi avevano già chiaro
da molto tempo: che l'Inghilterra, se voleva
essere veramente una nazione, doveva
ripudiare una giurisdizione spirituale
formulata dai suoi rivali e nemici
stranieri». Assecondò la storia, e ne mutò
il corso, promuovendo il suo Paese al ruolo
da protagonista che ancora gli compete.
Filipppo Malatesta
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