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da Ti racconto i Classici

 

Il "canone" shakespeariano (canone è una parola snob per dire elenco ufficiale delle opere ritenute autentiche) solo da pochi anni comprende I due nobili cugini. Perché? Perché è un lavoro elaborato a due mani, da Shakespeare e da John Fletcher (1579-1625) poi erroneamente attribuito, dagli stampatori della seconda metà del Seicento, alla coppia Fletcher-Beaumont in quanto i due erano stati -ed era notorio- coppia fissa per decine e decine di lavori teatrali.
Siamo nel 1613: Beaumont, che scrive da tempo in coppia con Fletcher, si sposa, e sposa una donna molto ricca. Smette così di lavorare. Fletcher rimane da solo. Ha fama di essere molto bravo non tanto come poeta, ma come uomo di scena, specialista in ricche e spettacolari coreografie.
Shakespeare intanto ha lasciato il teatro e si gode il meritato riposo a Stratford. Nasce da qui la collaborazione, assolutamente occasionale, su questo dramma e su altri due, Enrico VIII e Cardenio, quest'ultimo andato poi perduto. Evidentemente Shakespeare, che si era ritirato a vita privata nel 1610, aveva lasciato incompiuto o abbozzato il dramma, e gli impresari teatrali, volendolo finalizzare e mettere in scena, scelsero di affidare il lavoro a Fletcher, momentaneamente libero. Il quale poi -dopo questa occasionale opportunità- troverà in Philip Massinger un altro drammaturgo con cui fare coppia più o meno fissa.
Sul fatto che I due nobili cugini sia proprio di Shakespeare non ci sono più dubbi: vuoi perché si è trovata un'edizione del 1634 che porta le firme dei due autori, e vuoi perché, in ogni caso, ci sono prove "induttive" molto forti. In parole povere: la mano di Shakespeare si sente. Tuttavia non in maniera così netta come negli altri due suoi drammi rimaneggiati e completati da altri, nei quali veramente anche un non specialista può distinguere, verso dopo verso, dove c'è, e dove è presumibile non ci sia, la sua mano. Questa maggiore difficoltà è legata anche a un altro elemento fondamentale: la storia o, come si dice oggi, la "fabula" non è infatti una storia originale di Shakespeare, ma è una sorta di "remake" di un lavoro poetico precedente, di Chaucer. Nel "contenuto" quindi non puoi sentirci Shakespeare, perché il contenuto è d'altri. Nella "forma" lo puoi sentire, e lo senti, ma non con l'eclatante certezza di altre situazioni analoghe. Tutto questo può portarci a definire I due nobili cugini il meno shakespeariano dei drammi di Shakespeare, per due motivi appunto: perché il contenuto non è suo e perché la forma è stata rimaneggiata da Fletcher. Riguardo al contenuto, sia detto per inciso, anche Troilo e Cressida proviene da Chaucer, ma Troilo e Cressida è un dramma tutto scritto da Shakespeare, senza aiuti o rimaneggiamenti.
Torniamo al nostro. Il Racconto del cavaliere è tra i più noti fra i Racconti di Canterbury di Chaucer (1340?-1400). Non perché sia il più bello, ma semplicemente perché è il primo. Chaucer a sua volta non se lo inventò affatto, ma lo trasse per intero da un poema giovanile del nostro Boccaccio, il Teseida (1340-41), poema che invece, si sa per certo, Shakespeare non conosceva.

 

 È bello, non è bello, il nostro dramma? Certo che è bello: c'è la mano di Shakespeare, quindi non può non essere bello. Molto bello. Anche se, va detto, senti che Shakespeare qui non ci ha messo tutto se stesso. C'erano, nella storia, molti momenti (amicizia, nobiltà, amore) che si prestavano ad alta poesia e che sono stati sfruttati sì, ma non al pieno delle possibilità. Sono sensazioni, è ovvio...
I momenti di bellezza del dramma sono proprio questi che abbiamo indicato come momenti di incompleta bellezza. Amicizia e nobiltà. Prima ancora di entrare nel vivo della storia, Shakespeare ci presenta i due cugini ancora a Tebe, nipoti del perfido Creonte, sovrano della città. E ce li accredita: i due sono dalla parte sbagliata (Creonte è un tiranno disumano) ma sono puliti. Non condividono i modi, la politica, la morale del loro congiunto sovrano. Lo definiscono un "tiranno senza remore, cui il successo ha tolto persino la paura del cielo...", vorrebbero " farmi succhiare il sangue che mi imparenta a lui..."e sognano e progettano di "lasciare questa corte, per non condividere in nulla la sua spudorata infamia..." (I, 2). Tuttavia sono figure così nobili e leali che quando Teseo l'ateniese attacca (in una guerra giusta e santa) Creonte il tebano, entrambi combattono in difesa della loro patria: "...dobbiamo combattere per Tebe, non per Creonte. Rimanere neutrali sarebbe un disonore, opporglisi una ribellione..." (I, 2). Combattono come leoni, si fanno onore, sono i più bravi sul campo, vengono feriti, e poiché Creonte è sconfitto e ucciso finiscono prigionieri di guerra ad Atene.
Il tema, sicuramente shakespeariano, della profonda amicizia che lega i due nobilissimi cugini è introdotto con una specie di polifonia mediante analoghe storie di altre amicizie. Come in una sinfonia il motivo conduttore è introdotto e accennato, poi è ripreso e poi è finalmente svolto e sviluppato. C'è infatti, prima che il dramma ci presenti il legame dei due nel carcere di Atene, il tema dell'amicizia fra Teseo e Piritoo: "il nodo del loro affetto, legato, intessuto e ritorto con tanta fedeltà, così a lungo, da una mano di un'arte così sottile, potrà forse logorarsi, mai sciogliersi..." (I, 3). E c'è il tema dell'amicizia, negli anni dell'infanzia, fra Emilia e una sua piccola compagna poi morta bambina: "Ciò che a lei piaceva era da me approvato e ciò che non amava, condannato... così le nostre anime facevano l'una per l'altra... Il fiore che coglievo e mi mettevo fra i seni (che appena allora cominciavano a gonfiarsi attorno alla corolla) lei lo desiderava, finché non ne trovava uno uguale, e lo metteva nella stessa culla innocente... Sul mio capo non c'era acconciatura che lei non imitasse..." (I, 3).
C'è anche, se vogliamo, qualche sfumatura dialettica che contrappone o paragona l'amicizia omosessuale con quella eterosessuale, ma sono spunti francamente irrilevanti ad una lettura poetica del dramma che è tesa a celebrare il legame d'amicizia, quello che di due anime ne fa una sola.

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William Shakespeare

Il Teatro

I DUE NOBILI CUGINI

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I due nobili cugini

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