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I due
nobili cugini
1613
ca.
Prologo
Squilli di tromba
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Commedie nuove e
verginità son quasi lo
stesso,
entrambe molto
ricercate, entrambe ben
pagate,
se sono intere e sane. E
una buona commedia -
le cui modeste scene
arrossiscono il giorno
delle nozze,
e tremano di perdere
l'onore - è come una
che dopo la santa unione
e commozione della prima
notte
tutta pudore è ancora, e
ancora mantiene
l'aspetto verginale
invece di mostrare la
fatica del consorte.
Noi ci auguriamo che
tale sia la nostra
commedia; perché
di certo ha un nobile
progenitore, un puro
e un dotto ed un poeta
di cui mai s'aggirò
finora uno più illustre
tra l'argenteo Trento e
il Po.
Chaucer, da tutti
ammirato, ci fornisce la
storia;
in lui costante per
l'eternità essa vive.
Se noi umiliamo la sua
nobile origine,
e a salutare questa
fanciulla s'alzi un
fischio,
o, come scuoterà l'ossa
quel buon uomo
e griderà da sotto terra
"Via
da me la loppa senza
senso di questo
scrittorello
che mi guasta gli
allori, e i miei lavori
illustri li riduce
a roba da Robin Hood!"
Con questo timore siamo
qui;
poiché, a dire il vero,
sarebbe fatica
interminabile,
e troppo ambiziosa,
aspirare ad eguagliarlo.
Deboli dunque, e quasi
senza fiato nuotiamo
in quest'acqua profonda;
a voi di darci
una mano in aiuto, e noi
cambieremo corso
e faremo qualcosa per
salvarci; sentirete
scene, benché al di
sotto della sua arte,
comunque
degne d'un paio d'ore di
sforzo. Alle sue ossa
dolce riposo;
contentezza a voi. Se
poi la commedia non
desse sfogo
neppure a un po' di
noia, e c'accorgiamo
che la perdita nostra è
così grossa, meglio sarà
che rinunciamo.
Trombe. Esce.
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Scena
prima
Musica. Entra Imeneo
con fiaccola, preceduto
da un ragazzo in tunica
bianca che canta e
sparge fiori; segue
Imeneo una ninfa avvolta
nei suoi capelli sciolti
e che reca una ghirlanda
di grano; quindi Teseo
fra altre due ninfe
incoronate di grano;
quindi Ippolita, la
sposa, condotta da
Piritoo e un altro che
le tiene una corona
sopra la testa,
anch'essa con i capelli
sciolti; dopo di lei,
Emilia le regge lo
strascico; poi Artesio e
seguito. |
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IL RAGAZZO [canta]
Rose, senza l'aguzza spina,
reali, non solo nel profumo,
ma nel colore,
garofani pudichi, d'odore
delicato,
senza fragranza le margherite,
ma così carine,
e il dolce timo schietto,
la primula, primogenita della
Dea,
alfiere dell'allegra stagione,
con le stinte campanule,
e, nelle loro culle, le bocche
di leone,
calendole, fiorite sulle tombe,
e consolide magre,
di cara natura tutti i dolci
figli,
giacciono ai piedi di sposa e
sposo
blandendo loro il senso.
Sparge fiori.
Non un angelo dell'aria,
melodioso o bell'uccello,
è assente da qui;
ma la cornacchia, l'insolente
cuculo,
il corvo iettatore o la grigiosa
gracchia
o gazza petulante,
possa mai su questa festa
posarsi o cantare
e con sé portar discordia,
ma via da qui volare.
Entrano tre Regine in gramaglie,
con veli tinti di nero e corone
imperiali. La Prima Regina cade
ai piedi di Teseo, la Seconda ai
piedi di Ippolita; la Terza
davanti a Emilia.
PRIMA REGINA
Per compassione e vera nobiltà,
datemi ascolto e considerazione!
SECONDA REGINA
Per amor di vostra madre,
e per l'augurio che il vostro
grembo sia fruttuoso
datemi ascolto e considerazione!
TERZA REGINA
Ora per amore di colui che Giove
ha designato
a onorare il vostro letto, e in
nome
della pura verginità, siate
avvocata
nostra e delle nostre sventure!
Questa buona azione
cancellerà dal libro dei debiti
ogni cosa iscritta in conto a
voi.
TESEO
Triste signora, alzatevi.
IPPOLITA
In piedi.
EMILIA
Non in ginocchio.
Una donna che io possa
soccorrere nella sventura
per me è un obbligo.
TESEO
Qual è la vostra supplica?
Parlate voi per tutte.
PRIMA REGINA
Noi siamo tre regine, i cui
sovrani caddero
per l'ira del crudele Creonte, e
che subirono
lo strazio dei corvi, l'artiglio
dei nibbi,
e le beccate delle cornacchie
nei campi di Tebe devastati.
Egli non concede che noi ne
bruciamo le ossa,
per porre le ceneri nell'urna,
né che copriamo
l'oscena vista dell'immonda
morte all'occhio santo
del divino Apollo, ma infetta
l'aria
col fetore dei nostri signori
uccisi. Pietà, Duca!
Tu, purificatore della terra,
sfodera la tua temuta spada
che fa buone gesta al mondo;
dacci le ossa
dei nostri re morti, che
possiamo metterle in luogo
sacro;
e nella tua infinita bontà
considera
che per le nostre teste coronate
non c'è tetto,
se non questo che è del leone e
dell'orso,
e volta di ogni cosa.
TESEO
Vi prego, non restate in
ginocchio;
fui preso dal vostro discorso, e
lasciai
che le vostre ginocchia
soffrissero. Ho udito le
sventure
dei vostri morti signori, e mi
dà un tal dolore
da suscitare in me rabbia e
vendetta.
Re Capaneo fu il vostro sire; il
giorno
che stava per sposarvi, in un
tempo
qual è per me adesso, conobbi il
vostro sposo.
Sull'altare di Marte, eravate
bella allora;
né il mantello di Giunone era
più bello delle vostre trecce,
né meglio la copriva; la vostra
corona di grano
non era allora né trebbiata né
appassita; la Fortuna a voi
fossettava le guance nei
sorrisi. Ercole, nostro parente
-
più debole allora degli occhi
vostri - lasciò la clava,
si stravaccò sulla pelle nemea e
giurò
che i muscoli gli andavano in
pappa. O dolore e tempo,
consumatori orribili, tutto
divorerete!
PRIMA REGINA
Oh, spero che un dio,
un dio vi sia che aggiunga pietà
al vostro coraggio,
sì che vi dia arditezza e spinga
voi ad offrirsi
nostro campione.
TESEO
Non più in ginocchio, no, povera
vedova;
prostratevi invece davanti alla
prode Bellona,
e pregate per me, vostro
soldato; sono commosso.
Si volge altrove.
SECONDA REGINA
Onorata Ippolita,
temutissima amazzone, che
uccidesti
il cinghiale dalle zanne a
falce, che con il braccio
forte e bianco fosti vicina a
fare il maschio
sottomesso al tuo sesso, se non
che questo tuo signore,
nato per mantenere il creato in
quella gerarchia
in cui la Natura l'ha fissato,
ti ha riportato
nell'argine da cui stavi
straripando, vincendo in te
a un tempo e la forza e l'amore;
guerriera
che sai giustamente bilanciare
fermezza e compassione,
e che io ora so hai molto più
potere su di lui
ch'egli mai ebbe su di te, che
controlli la sua forza
come il suo amore, servo devoto
al trono
delle tue parole; prezioso
specchio per le donne,
ordinagli che noi che il fuoco
della guerra brucia
possiamo trovare sollievo
all'ombra della sua spada;
fa' ch'egli la sollevi sopra le
nostre teste;
parlagli con voce femminile,
debole donna
come una di noi tre; piangi pur
di non cedere.
Prestaci le tue ginocchia;
ma non toccare il suolo per noi
più di quanto
la colomba sussulta quando le
staccano la testa;
dio, se lui giacesse rigonfio
sul campo insanguinato,
mostrando i denti al sole,
sogghignando alla luna,
quel che fareste voi.
IPPOLITA
Povera signora, non parlate più;
io seguirei volentieri con voi
questa buona impresa
quanto quella cui ora mi dirigo,
anche se mai finora,
ho preso una strada sentendomi
così felice. Il mio signore
è profondamente commosso dal
vostro dolore; lasciatelo così
assorto.
lo parlerò più tardi.
TERZA REGINA [a Emilia]
Oh, la mia supplica
era iscritta nel ghiaccio, che
dissolto da torrido dolore
si squaglia in gocce; così ora
la sofferenza senza forma
viene pressata in un'angoscia
più profonda.
EMILIA
Vi prego, alzatevi;
il vostro dolore vi sta scritto
in faccia.
TERZA REGINA
Ahimè,
là non si può leggerlo;
attraverso le mie lacrime,
come i ciottoli distorti di un
vitreo torrente,
lo potrete vedere. Signora,
signora, purtroppo,
chi vuol conoscere tutti i
tesori della terra
deve conoscerne anche il centro;
chi vuol pescare
l'ultimo mio pesciolino, dovrà
metter piombo alla sua lenza
per calarmela nel cuore. Oh,
perdonatemi!
La disperazione che ai più
acuisce il cervello
fa di me una sciocca.
EMILIA
Vi prego, non dite nulla, vi
prego;
chi non sente o vede la pioggia,
quando c'è in mezzo,
non può sapere cos'è bagnato o
asciutto. Se voi foste
una statua dipinta da un
artista, vi comprerei
per istruirmi in un dolore così
grande, invero
un così straziante modello; ma
ahimè,
essendo una sorella naturale del
nostro sesso,
il vostro dolore batte su di me
così arroventato
che vi sarà riflesso e rispedito
il cuore di mio fratello, e lo
scalderà alla pietà
se anche fosse di pietra. Vi
prego, prendete conforto.
TESEO
Avanti, al tempio! Che non si
perda un iota
della sacra cerimonia.
PRIMA REGINA
Oh, questo rito solenne
durerà più a lungo e sarà più
costoso
d'una guerra delle vostre
supplici. Ricordate, la vostra
fama
rintocca nell'orecchio del
mondo; quel che voi fate rapido
non è cosa azzardata; il vostro
impulso è più
dell'altrui laborioso piano, la
vostra previsione
più delle imprese loro. Ma, o
Giove, le vostre imprese,
appena che si muovano, come le
procellarie fanno ai pesci,
vincono prima di attaccare.
Pensate, caro Duca, pensate
quali letti hanno i nostri re
uccisi.
SECONDA REGINA
E quali angosce i nostri letti,
ché i nostri amati signori non
ne hanno alcuno.
TERZA REGINA
Di adatto ai morti.
A quelli che con corde, pugnali,
veleni o precipizi,
stanchi della luce di questo
mondo, a se stessi
si son fatti orribili agenti di
morte, la pietà degli uomini
concede terra e ombra.
PRIMA REGINA
Ma i nostri signori
giacciono impustolendo davanti
al sole che ritorna,
e sì che erano buoni sovrani in
vita.
TESEO
È vero,
ed io vi darò conforto,
dando sepoltura ai vostri morti
signori; il che
richiederà un'azione contro
Creonte.
PRIMA REGINA
E quest'azione
dev'esser fatta presto.
Ora va battuto il ferro; domani
avrà perso calore.
Allora, l'infruttuosa fatica
dovrà trovar compenso
nel suo stesso sudore; ora egli
è sicuro,
neppure si sogna che stiamo
davanti alla vostra maestà,
lavando con gli occhi la nostra
santa supplica
per rendere limpida la
richiesta.
SECONDA REGINA
Ora lo sorprenderete
inebriato dalla sua vittoria.
TERZA REGINA
E il suo esercito pieno
di pane e indisciplina.
TESEO
Artesio, che meglio sai
come scegliere quel che conviene
a questa impresa,
i guerrieri migliori per
quest'azione, e il numero
per compierla, produci e raduna
le nostre macchine più valide,
mentre noi eseguiamo
questo grande atto della nostra
vita, quest'impresa
che sfida il destino nel
matrimonio.
PRIMA REGINA
Vedove, diamoci la mano.
Siamo ora vedove ai nostri
dolori; l'indugio
ci affida a una speranza
languente.
TUTTE LE REGINE
Addio.
SECONDA REGINA
Siamo qui al momento sbagliato;
ma come può il dolore
scegliere, come il giudizio
sereno, il momento più adatto
per la migliore richiesta?
TESEO
Invero, buone signore,
questo è un servizio, al quale
mi sto avviando,
più grande di qualsiasi guerra;
più importante per me
di tutte le imprese che ho
compiuto
o che in futuro potrò sostenere.
PRIMA REGINA
Tanto più lampante
che la nostra supplica sarà
negletta, quando le sue braccia,
capaci di trattenere Giove da un
concilio, e
garantite dal lume della luna ti
stringeranno; oh, quando
ambo le sue ciliege faran cadere
la loro dolcezza
sulle tue labbra avide, cosa mai
potrai pensare
di re putrefatti e regine
lacrimose, quale pena
per ciò che non senti, mentre
ciò che senti potrebbe
far disdegnare a Marte il suo
tamburo? Oh, se tu giaci
anche una sola notte con lei,
ogni sua ora
ti farà debitore di altre cento,
e
non ricorderai nient'altro oltre
a ciò
cui quel banchetto ti invita.
IPPOLITA [s'inginocchia]
Benché assai improbabile
che vi lasciate così
trasportare, e altrettanto
spiacente
che sia io a farne richiesta,
tuttavia penso
che, se per non rimandare la mia
gioia,
che crea un desiderio più
appassionato,
io non mi curassi della loro
disperazione
che richiede un soccorso
immediato, m'attirerei
il biasimo di tutte le donne.
Perciò, sire,
poiché io metterò qui a prova le
mie preghiere,
o per presumere che abbiano una
qualche forza
o per condannare al silenzio
perpetuo il loro vigore,
rimandate l'evento cui ci
accingiamo, ed appendete
il vostro scudo davanti al
cuore, a quel collo
che è mia proprietà, e che io
volentieri impresto
perché renda servizio a queste
povere regine.
TUTTE LE REGINE [a Emilia]
Oh, aiutateci adesso!
La nostra causa richiede il
vostro ginocchio.
EMILIA [s'inginocchia]
Se non accorderete
a mia sorella la grazia con
l'energia,
con la prontezza e lo spirito
in cui ve la chiede, d'ora
innanzi non oserò
chiedervi nulla, né sarò così
ardita
da prender mai marito.
TESEO
Vi prego alzatevi.
Sto supplicando me stesso di
fare
ciò che voi mi chiedete in
ginocchio.
Tutte le signore si alzano.
Piritoo, continua
a condurre la sposa; andate e
pregate gli dei
per il successo e il ritorno;
non omettete nulla
della solennità predisposta.
Regine
seguite il vostro soldato. [Ad
Artesio] Come detto, parti,
e sulla riva d'Aulide
raggiungici con
le forze che puoi radunare, dove
troveremo
la metà d'un'armata pronta a
un'impresa
molto più importante. [A
Ippolita] Poiché il nostro tema
è la rapidità,
imprimo questo bacio sul tuo
fuggente labbro; [la bacia]
cara, conservalo come il mio
sigillo. - Andate,
vi vedrò partire.
La processione nuziale si muove
verso il tempio.
Addio mia leggiadra sorella,
Piritoo,
mantieni la festa fino alla
fine, non toglierle neppure
un'ora.
PIRITOO
Sire,
vi seguirò alle calcagna; la
celebrazione della festa
aspetterà il vostro ritorno.
TESEO
Cugino, ti ordino
di non muoverti da Atene. Noi
saremo di ritorno
prima che possiate finire questi
festeggiamenti, che ti prego
di non decurtare. Di nuovo, a
tutti addio.
La processione esce.
PRIMA REGINA
Così ancora confermi quello che
dice il mondo.
SECONDA REGINA
E ti acquisti una divinità pari
a Marte.
TERZA REGINA
Se non a lui superiore, poiché
essendo un semplice mortale
pieghi i tuoi sentimenti
ad imprese divine; mentre essi,
si dice,
gemono sotto tale signoria.
TESEO
Poiché siamo uomini,
così dovremmo fare; se
sottoposti ai sensi,
perdiamo il titolo di umani.
Animo, signore;
ora ci dirigiamo a confortarvi.
Trombe. Escono.
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Scena
seconda
Entrano Palamone e Arcite.
ARCITE
Caro Palamone, più caro per
affetto che per sangue
e nostro cugino primo, non
ancora induriti
nei vizi di natura, lasciamo la
città
di Tebe, e le sue tentazioni,
prima di macchiare
ulteriormente la nostra
freschezza giovanile;
perché qui vivere in astinenza è
una vergogna
uguale agli stravizi; poiché il
non nuotare
secondo la corrente sarebbe come
affondare,
o almeno uno sforzo inutile; e
seguire
il flusso generale ci porterebbe
a un vortice
in cui dovremmo annaspare o
annegare; e se ne usciamo,
ne guadagniamo solo una vita
senza vigore.
PALAMONE
Il tuo consiglio
è confermato dagli esempi. Quali
strani relitti,
fin da quando eravamo scolari,
possiamo osservare
aggirarsi per Tebe? Cicatrici
coperte di stracci
sono la ricompensa del valoroso
che anticipava
ai suoi ambiziosi fini onore e
lingotti d'oro,
che malgrado le vittorie non
ottenne, ed ora è schernito
dalla pace per cui s'è battuto;
chi più farà offerte
all'altare di un Marte così
maltrattato? Mi sanguina il
cuore
quando vedo tali uomini, e
vorrei che alla grande Giunone
tornasse un attacco dell'antica
gelosia
per dar lavoro ai soldati , e la
pace si purgasse
dalla propria indigestione, e
risvegliasse
il suo cuore generoso, ora duro
e chiuso
più di quanto non sia contesa o
guerra.
ARCITE
Non vai un po' fuori?
Non incontri altri relitti oltre
ai soldati
nei vicoli e negli angoli di
Tebe? Prima parlavi
come se vi vedessi rovine d'ogni
tipo;
non scorgi altro che susciti la
tua pietà
oltre al militare poco
considerato?
PALAMONE
Sì, mi fa pena
decadenza ovunque la trovi, ma
soprattutto
quella di chi ha sudato in
onorevoli fatiche
ed è pagato con del ghiaccio per
raffreddarsi.
ARCITE
Non è su questo
che ho avviato il discorso;
questo è valore
che non è rispettato a Tebe. Io
parlavo di Tebe
e come, se vogliamo conservare
la virtù,
sia pericoloso vivere qui, dove
ogni vizio
è tenuto in onore; dove ogni
cosa all'apparenza buona
è un vizio certo, dove non
essere esattamente come
sono loro, ci farebbe apparire
forestieri, e
ad esser come loro, nient'altro
che mostri.
PALAMONE
È in nostro potere -
se non temiamo che degli
scimmioni c'istruiscano -
decidere il nostro
comportamento. Perché mai dovrei
affettare l'andatura di un
altro, cosa non attraente
quando si è sicuri di sé, od
ammirarne
il modo di parlare, quando col
mio
posso farmi capire abbastanza -
e salvarmi pure,
dicendo la verità? Perché sono
costretto
da qualche dovere gentilizio ad
imitare
chi giura sul suo sarto, magari
finché
il giurato diventa citatore? O
spiegarmi perché,
se il mio barbiere non è alla
moda, con lui
ci smena anche il mio povero
mento, perché non è sforbiciato
giusto allo specchio di un tale
favorito? Che regola c'è
che m'impone lo stocco dal mio
fianco
di ciondolarmelo in mano, o di
camminare in punta
ancor prima che la strada sia
sporca? Io sarò
il primo cavallo di una muta, ma
mai uno
che tiri sulla traccia degli
altri. Queste povere piaghette
non richiedono un impacco; quel
che mi squarcia il petto
quasi fino al cuore è...
ARCITE
Nostro zio Creonte.
PALAMONE
Lui;
un tiranno senza nessun freno, i
cui successi
gli tolgono il timore degli dei,
e la crudeltà assicura
che nulla c'è al di sopra del
suo potere; quasi mette
la religione in crisi, e deifica
solo
l'incostante fortuna; e
attribuisce
i meriti dei suoi seguaci
unicamente
alle sue decisioni e azioni;
manda gli uomini alla guerra
e poi se ne arroga le conquiste,
bottino e gloria; uno
che non teme di fare il male e
non osa fare il bene.
Vorrei che il sangue in me che è
anche suo
fosse succhiato via dalle
mignatte! Potessero scoppiare
e cadermi di dosso con la sua
peste.
ARCITE
Nobile cugino,
lasciamo la sua corte, sì che in
nulla siamo complici
della sua infamia spudorata; il
nostro latte
saprà di pascolo, e noi dovremo
essere o vili o ribelli, non
suoi parenti
in sangue se non lo saremo nelle
azioni.
PALAMONE
Parole sante.
Penso che l'eco dei suoi delitti
abbia assordato
le orecchie della giustizia
celeste; i pianti delle vedove
gli ritornano in gola, e non
ricevono
la dovuta attenzione degli dei.
Entra Valerio.
Valerio.
VALERIO
E re vi vuole; ma non vi
affrettate
finché la sua gran rabbia non si
placa. Febo, quando
spezzò la frusta e inveì contro
i cavalli del sole, appena
bisbigliò paragonato
alle sue urla furiose.
PALAMONE
Freme ad ogni venticello.
Ma cosa è successo?
VALERIO
Teseo, che quando minaccia
atterisce, ha inviato
a lui una sfida mortale e
proclama
rovina a Tebe; già è alle porte
per suggellare
ciò che ha promesso in rabbia.
ARCITE
Che venga;
benché temiamo gli dei che
rappresenta, non mette
in noi un iota di terrore.
Eppure chiunque
riduce a un terzo la sua
prestanza - ed è il caso di
ciascuno di noi -
quando esita nell'azione, perché
col cuore sa
che la sua causa è ingiusta.
PALAMONE
Lascia questi ragionamenti;
ora dobbiamo lealtà a Tebe, non
Creonte.
Sebbene abbandonarlo sarebbe un
disonore,
e un tradimento opporlo; perciò
dobbiamo
stare dalla sua parte alla mercé
del fato,
che ha deciso fino al nostro
ultimo minuto.
ARCITE
Così dev'essere.
Questa guerra è già in corso, o
ci sarà
per rifiuto di qualche
condizione?
VALERIO
E già partita;
l'avviso ufficiale arrivò
insieme
all'araldo.
PALAMONE
Rechiamoci dal re, che se
portasse
un quarto almeno dell'onore in
cui
il suo nemico arriva, il sangue
che arrischiamo
sarebbe come un salutare
salasso, non sperperato,
ma investito per un buon
acquisto. Ma ahimè,
se le nostre mani agiscono senza
il cuore, che danno
potrà fare il colpo che
s'abbatte?
ARCITE
Sia l'esito,
l'arbitro che mai fallisce, a
dirci
quando noi stessi già sapremo
tutto, ora obbediamo
al comando della fortuna.
Escono.
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Scena
terza
Entrano Piritoo, Ippolita
ed Emilia.
PIRITOO
Qui separiamoci.
IPPOLITA
Signore, addio. Riferite i
miei auguri
al nostro grande sire, sul
cui successo io non oso
avanzare il più timido
dubbio; benché gli auguri
un traboccante eccesso di
valore, se mai fosse
possibile,
per sopportare una fortuna
avversa. Correte al suo
fianco;
l'abbondanza non nuoce mai a
chi ben l'amministra.
PIRITOO
Benché cosciente che il suo
oceano non ha bisogno
delle mie povere gocce,
tuttavia anch'esse
dovranno portare il loro
contributo. [A Emilia]
Gentile fanciulla,
che quegli ottimi sentimenti
che gli dei infondono
nelle loro creazioni più
riuscite continuino a
regnare
nel vostro cuore prezioso.
EMILIA
Grazie, signore. Ricordatemi
alla maestà di nostro
fratello, per la cui
vittoria
io pregherò la grande
Bellona; e poiché
nel nostro stato mortale le
richieste non sono
comprese senza doni, a lei
offrirò
ciò che a mio avviso lei
gradisce. I nostri cuori
sono nel suo esercito, nella
sua tenda.
IPPOLITA
Nel suo cuore.
Siamo state soldati, e non
possiamo piangere
quando i nostri amici
cingono l'elmo, o partono
per mare,
o raccontano d'infanti
impalati sulla lancia, o di
donne
che han cucinato le loro
creature - per poi mangiarle
-
nelle lacrime salate versate
nell'ucciderle; perciò se
v'aspettate di vedere in noi
tali donnette,
aspetterete qui per sempre.
PIRITOO
Pace a voi dunque
mentre io perseguo questa
guerra, così che poi
non dovrà più essere
invocata. Esce.
EMILIA
Come il suo desiderio
segue l'amico! Dalla
partenza, i suoi esercizi,
pur richiedendo impegno e
abilità, passavano appena
un'esecuzione distratta, in
cui né il vincere
lo faceva attento né il
perdere gl'importava, e
mentre
s'occupava d'una cosa con la
mano, un'altra
ne seguiva con la testa - la
sua mente unica nutrice
a questi gemelli così
diversi. L'avete osservato
da quando partì il nostro
sovrano?
IPPOLITA
Con molta pena;
e l'ho amato per questo.
Insieme si sono accampati
in molti luoghi poveri ed
infidi,
affrontando pericoli e
strettezze; han superato
torrenti la cui ruggente,
impetuosa furia
anche all'acqua più bassa
era tremenda; ed hanno
combattuto insieme dove la
morte stessa abita;
eppure il fato li ha sempre
salvati. Il nodo del loro
amore,
legato, tessuto, intrecciato
così a lungo, così fedele,
e da una mano dall'arte così
sottile,
potrà venir consunto, ma mai
sciolto. Io penso
che Teseo non potrebbe
arbitrare da sé
dividendo in due la propria
coscienza e rendendo
uguale giustizia alle due
parti, dire quale amore è
più grande.
EMILIA
Senza dubbio uno dei due è
più grande, e con ragione
sarebbe scortese dire che
non siete voi. Conobbi
un tempo in cui gioivo d'una
compagna di giochi.
Voi eravate alla guerra
quando arricchì la tomba
lei che faceva il letto
troppo orgoglioso; si
congedò dalla luna -
che apparì pallida alla
separazione - quando in età
eravamo entrambe undicenni.
IPPOLITA
Era Flavina.
EMILIA
Sì.
Voi parlate dell'amore di
Piritoo e Teseo;
il loro ha più fondamento, è
più maturo,
più collegato da solido
giudizio, e il loro bisogno
l'uno dell'altro si può dire
che irrighi
le loro intrecciate radici
d'affetto. Ma io
e quella per cui sospiro e
di cui parlavo eravamo
esseri innocenti,
ci amavamo perché ci
amavamo, e come gli elementi
che non sanno né come né
perché, ma pure causano
effetti straordinari con la
loro attività, così le
nostre anime
facevano l'una per l'altra.
Quel che lei amava
era da me approvato,
l'inverso, condannato,
senza complicazioni; il
fiore che coglievo
e mi mettevo tra i seni -
che allora appena
cominciavano
a sbocciare intorno al
germoglio - lei desiderava
finché ne aveva un altro
uguale, e l'affidava
alla stessa innocente culla,
dove simili alla fenice
morivano nel profumo; sulla
mia testa non v'era
ornamento
che lei non imitasse; quelli
scelti da lei - graziosi,
anche se forse messi senza
studio - io copiavo
nel mio più serio
abbigliamento; se il mio
orecchio
aveva afferrato qualche
nuova canzone, o per caso
canticchiandone
ne improvvisavo una, era su
quella nota
che cadeva la sua
attenzione, anzi vi rimaneva
fino a ripeterla nel sonno.
Questa rievocazione -
che, anche un bambino
riconoscerebbe, dà un'idea
assai imperfetta
dell'antico trasporto - vuol
dimostrare
che il vero amore tra
fanciulla e fanciulla può
essere
maggiore che tra sessi
diversi.
IPPOLITA
Siete senza fiato,
e tutta questa rapida
tempesta è per dire
che - come la vergine
Flavina - voi mai amerete
qualcuno che sia un uomo.
EMILIA
Sono sicura di no.
IPPOLITA
Andiamo, sorellina,
non devo crederti su questo
punto,
anche se so che tu stessa ci
credi,
più di quanto mi fiderei di
un appetito malato
che prova ripugnanza e
insieme desiderio. Ma certo,
sorella,
se fossi aperta al vostro
argomento,
avete detto abbastanza per
distogliermi dal braccio
del nobilissimo Teseo, per
il cui successo
vado ora dentro a pregare,
con l'assoluta certezza
che noi, più del suo Piritoo,
sediamo
nel posto più alto del suo
cuore.
EMILIA
Non sono
contro la vostra fede, ma
continuo nella mia. Escono.
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Scena
quarta
Trombe. Rumori di battaglia
all'interno; poi una ritirata.
Squilli trionfali. Quindi entra
Teseo, vincitore, con un Araldo
e seguito, e Palamone e Arcite
portati su carri. Le tre Regine
gli vanno incontro, e si buttano
faccia a terra davanti a lui.
PRIMA REGINA
A te nessuna stella sia avversa.
SECONDA REGINA
E cielo e terra
ti siano amici per sempre.
TERZA REGINA
Ad ogni fortuna che può
esserti augurata, io grido il
mio amen.
TESEO
Gli dei imparziali, che
dall'alto dei cieli
scrutano noi, loro mortale
gregge, notano chi sbaglia,
ed al tempo da loro scelto lo
puniscono. Andate e cercate
i resti dei vostri morti re, ed
onorateli
in tripla cerimonia; e perché
nulla manchi
ai loro sacri riti, noi ve ne
forniremo.
E quelli noi deleghiamo a
servire
la vostra dignità, e a supplire
in ogni cosa
ciò che la nostra fretta lascia
incompiuto. Perciò addio,
e vi seguano gli occhi benevoli
del cielo.
Escono le Regine con seguito.
Che sono quelli?
ARALDO
Uomini di alto rango, come si
può giudicare
dalle loro vesti; prigionieri
tebani ci hanno detto
che sono figli di due sorelle, e
nipoti del re.
TESEO
Per l'elmo di Marte, li ho visti
in battaglia,
simili a un paio di leoni,
macchiati del sangue delle loro
prede,
aprirsi varchi in truppe
spaventate. Fissai la mia
attenzione
costantemente su di loro, poiché
offrivano uno spettacolo
degno dell'occhio di un dio. Chi
era il prigioniero che mi
rispose
quando chiesi i loro nomi?
ARALDO
Con licenza, si chiamano
Arcite e Palamone.
TESEO
Giusto; son loro, proprio loro.
Non sono morti?
ARALDO
No, ma neppure in vita; se
fossero stati raccolti
appena ricevute le ultime
ferite, sarebbe
stato possibile salvarli. Ma
respirano ancora,
e sono ancora tra gli uomini.
TESEO
E tali allora trattateli.
Anche la sola feccia di costoro
vale milioni di volte
il vino d'altri. Tutti i nostri
chirurghi
radunate per curarli; i nostri
unguenti più preziosi,
più che dosare, sprecateli; la
loro vita ci preme
molto di più di tutte le
ricchezze di Tebe. Piuttosto
d'averli
liberi da questa condizione e
com'erano stamane,
sani e in libertà, preferirei
che morissero;
ma quarantamila volte meglio
averli
prigionieri nostri che della
morte. Portateli subito via
da questa nostra aria fresca, ad
essi nociva, e fate per loro
tutto ciò che umanamente si può
- e per noi anche di più,
poiché io so bene come terrori,
furia, richieste d'amici,
provocazioni d'amore, zelo,
sfide della dama,
desiderio di libertà, una febbre
o una pazzia,
hanno imposto fatiche cui la
natura non arriverebbe
senza una prepotenza, una malata
ostinazione
che supera in forza la ragione.
Per amor nostro
e per rispetto del grande
Apollo, i nostri migliori
offrano al meglio le loro cure.
Guidateci in città,
dove ristabilito l'ordine
sconvolto, ci affretteremo
ad Atene precedendo l'armata.
Trombe. Escono.
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Scena
quinta
Musica. Entrano le Regine con
le bare dei loro cavalieri, in
processione funebre, con
seguito.
CANZONE
Urne ed essenze portate
d'intorno;
sospiri e vapori oscurino il
giorno;
il nostro dolore par più mortale
del morire;
unguenti e incensi e facce
meste,
sacre fiale riempite di lacrime,
e lamenti che volano alti per l'aere.
Venite tutti segni tristi e
funerei
che son nemici del fuggente
piacere;
qui raduniamo soltanto dolori,
qui raduniamo soltanto dolori.
TERZA REGINA
Questo funebre sentiero conduce
alla tomba del vostro casato.
Vi riprenda la gioia; con lui
dorma la pace.
SECONDA REGINA
E questo alla vostra.
PRIMA REGINA
Per di qua alla vostra. Gli dei
offrono
mille diverse vie verso una sola
fine certa.
TERZA REGINA
Questo mondo è una città fatta
di vie tortuose
e la morte è il mercato dove
ognuna converge.
Escono in direzioni diverse.
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