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I due
nobili cugini
1613
ca.
Scena prima
Entrano Carceriere e
Corteggiatore.
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CARCERIERE
Posso disporre di poco
finché sono in vita;
qualcosa potrò
assegnarvi, non molto.
Ahimè, la prigione che
governo, benché sia
adatta per i nobili,
raramente
questi ci vengono; prima
di un salmone, bisogna
pescare un sacco di
pesciolini. Si dice in
giro che io sia più
ricco di quanto a me
appaia che la voce dica
il
vero. Magari fossi
veramente come mi
descrivono. Ma perbacco,
quello che ho, sia tanto
o sia poco, sarà
sicuramente di mia
figlia il giorno che
muoio.
CORTEGGIATORE
Signore, io non chiedo
di più di quello che
offrite, e per vostra
figlia scriverò nel
contratto quello che ho
promesso.
CARCERIERE
Be', ne riparliamo
quando queste feste son
finite. Ma avete il suo
pieno consenso? Vorrei
esserne sicuro prima di
dare il mio.
Entra la Figlia del
Carceriere con della
paglia.
CORTEGGIATORE
Ce l'ho, signore. Ma
eccola che viene.
CARCERIERE
Il vostro amico qui ed
io stavamo appunto
parlando di voi riguardo
al vecchio affare; ma
per ora basta così.
Appena sarà finita la
confusione a palazzo,
vedremo di concludere.
Per il momento
prendetevi cura dei due
prigionieri; vi posso
dire che sono due
principi.
FIGLIA
Questa paglia è per la
loro stanza. È un
peccato che sono in
prigione, ma sarebbe un
peccato se fossero
fuori. Io penso che
hanno tanta pazienza da
far
vergognare la sfortuna;
la prigione stessa è
onorata d'averli e hanno
tutto il mondo nella
loro stanza.
CARCERIERE
Hanno fama di essere due
uomini compiuti in
tutto.
FIGLIA
Parola mia, la fama
penso che qui balbetta,
perché stanno almeno un
gradino sopra a come si
può descriverli.
CARCERIERE
Ho sentito che in
battaglia si sono
comportati da eroi.
FIGLIA
Dev'essere proprio così,
perché sono nobili nella
sconfitta. Mi chiedo
quale aspetto avrebbero
avuto se fossero stati
vincitori, loro che con
tale educazione
quasi forzano la
prigionia a sembrare
libertà, la tristezza
allegria e la disgrazia
una sciocchezza su cui
ridere.
CARCERIERE
Veramente? |
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FIGLIA
Mi sembra che si sentano
prigionieri come io mi sento la
duchessa d'Atene; mangiano bene,
sono allegri, parlano di molte
cose, ma mai della prigionia o
della loro sfortuna. Eppure un
mezzo sospiro, come soffocato
prima ancora d'uscire, scappa
ogni tanto a uno dei due; cui
l'altro subito dà il rimbrotto,
ma così dolcemente che vorrei io
essere un sospiro ed essere
rimproverato così, o almeno il
sospirante ed essere consolata.
CORTEGGIATORE
lo non li ho mai visti.
CARCERIERE
Il Duca stesso li ha portati qui
nel segreto della notte; per
quale ragione non so.
Entrano sopra Palamone e Arcite.
Guardate, eccoli là; quello è
Arcite che guarda fuori.
FIGLIA
No, signore, no, è Palamone!
Arcite è il più basso dei due;
lo potete scorgere in parte.
CARCERIERE
Andiamo, non fate segni. Non è
noi che vorrebbero vedere. Via
da qui!
FIGLIA
È una festa guardarli. Signore,
come sono diversi gli uomini!
Escono il Carceriere, la Figlia,
e il Corteggiatore.
PALAMONE
Come state, nobile cugino?
ARCITE
Voi come state, signore?
PALAMONE
Be', in forze sufficienti per
ridere alla sventura,
e sopportare gli eventi della
guerra, ma siamo prigionieri
per sempre, temo, cugino.
ARCITE
Penso di sì,
e a quel destino ho
pazientemente
disposto il resto della vita.
PALAMONE
O cugino Arcite,
dov'è ora Tebe? Dov'è la nostra
nobile terra?
Dove sono i nostri amici e
parenti? Mai più
avremo la consolazione di
guardarli, mai di vedere
l'ardita gioventù competere nei
giochi dell'onore,
impavesati dei pegni sgargianti
delle loro dame,
come alte navi a vele spiegate;
e poi gettarci in mezzo a loro
e come il vento dell'est
lasciarli tutti dietro a noi
quasi fossero nuvole pigre; così
Palamone e Arcite,
muovendosi appena e con
sprezzatura
superavano le lodi della gente,
vincevano gli allori,
prima che ci venissero augurati.
Mai più
noi due brandiremo, come gemelli
in onore,
le nostre armi, o sentiremo i
focosi cavalli
come il mare in tempesta sotto a
noi! Le nostre buone spade
adesso -
migliori non ne portò il dio
della guerra dagli occhi
insanguinati -
strappate al nostro fianco, come
l'età dovranno arrugginire,
e ornare i templi di quegli dei
che ci sono avversi;
queste mani mai più
l'estrarranno come fulmini
per folgorare eserciti interi.
ARCITE
No, Palamone,
questi sogni sono prigionieri
con noi; siamo qui,
e qui il fiore della nostra
gioventù dovrà appassire
come una primavera prematura;
qui si troverà la vecchiaia,
e - quel che è più doloroso,
Palamone - senza famiglia.
I dolci abbracci d'una amorosa
moglie,
carichi di baci, armati di mille
cupidi,
mai circonderanno il nostro
collo; e non conosceremo
discendenza; copie di noi stessi
non vedremo mai
a rallegrare l'età matura, e
come ad aquilotti insegnar loro
a scrutare arditamente verso
bagliori d'armi, e dire
'Ricordate quel che furono i
vostri padri, e vincete!'
Fanciulle dal dolce sguardo
piangeranno il nostro esilio,
e malediranno nelle loro canzoni
la fortuna cieca,
finché, vergognandosi, ella
vedrà il torto che ha fatto
a gioventù e natura. Questo è il
nostro mondo;
non avremo altro da conoscere
qui che noi stessi,
sentiremo solo l'orologio che
conta le nostre disgrazie.
La vite crescerà, ma noi non la
vedremo;
l'estate verrà, e con lei ogni
delizia,
ma il morto e freddo inverno
abiterà qui per sempre.
PALAMONE
Troppo vero, Arcite. I nostri
levrieri tebani,
che scuotevano l'antica foresta
coi loro latrati,
non dovremo più richiamare, né
più impugnare
i nostri acuti giavellotti,
mentre l'infuriato cinghiale
fugge come un turcasso pàrtico
il nostro inseguimento,
trafitto da ben temprate frecce.
Tutte le belle attività,
cibo e nutrimento di animi
nobili,
in noi due qui si spegneranno;
noi moriremo -
che è la maledizione della fama
- infine,
figli del dolore e
dell'ignoranza.
ARCITE
Eppure, cugino,
anche dal profondo di queste
sventure,
da tutto ciò che il fato può
infliggerci,
io vedo sorgere due
consolazioni, due perfette
benedizioni,
se piacerà agli dei; tenere qui
una coraggiosa pazienza,
e usufruire delle nostre
disgrazie insieme.
Finché Palamone è con me, mi
prenda un colpo
se penso che questa è la nostra
prigione.
PALAMONE
Certamente,
è una grande fortuna, cugino,
che i nostri destini
fossero appaiati l'uno
all'altro. È verissimo, due
anime
poste in due nobili corpi,
soffrano pure
l'amarezza del fato, purché
crescano insieme,
non s'abbatteranno mai, non
possono, e se pure fosse
possibile,
un coraggioso affronta la morte
come il sonno, e tutto è finito.
ARCITE
E se facessimo buon uso di
questo luogo
che tutti gli uomini odiano
tanto?
PALAMONE
Come, nobile cugino?
ARCITE
Perché non considerare questa
prigione come sacro asilo,
che ci protegga dalla corruzione
di uomini inferiori?
Siamo giovani e ancora
desideriamo le vie dell'onore,
che libertà e contatti volgari,
veleno
degli spiriti puri, potrebbero
come tentatrici
lusingarci a deviare da esse.
Quali degni oggetti
possono esistere di cui le
nostre fantasie
non possano appropriarsi? Ed
essendo qui così insieme,
siamo una risorsa infinita l'uno
per l'altro;
siamo moglie uno all'altro,
sempre generatrice
di nuova prole d'amore; siamo
padre, amici, compagni;
siamo, l'uno nell'altro,
famiglia.
lo sono il vostro erede, e voi
il mio; questo luogo
è il nostro patrimonio; nessun
tirannico oppressore
oserà privarcene; qui con un po'
di pazienza
avremo vita lunga e piena di
affetto. Vizi non c'insidiano;
la mano della guerra qui non
colpisce alcuno, né i mari
inghiottiscono la loro gioventù.
Se fossimo in libertà,
una moglie potrebbe dividerci
legittimamente, o gli affari;
i litigi consumarci; la
malignità di uomini perversi
insistere a cercarci. Potrei
ammalarmi, cugino,
dove voi non potreste saperlo, e
così morire
senza la vostra nobile mano a
chiudermi gli occhi,
o pregare gli dei; mille
occasioni,
se non fossimo qui, ci
separerebbero.
PALAMONE
M'avete reso -
grazie, cugino Arcite - quasi
invaghito
della mia prigionia. Quale
disgrazia
è vivere in giro per il mondo e
dappertutto!
È da bestia, mi sembra. Io qui
trovo il palazzo;
sono sicuro, maggiore
contentezza; e tutti quei
piaceri
che lusingano la volontà degli
uomini alla vanità
vedo ora chiaramente, e sono in
grado
di dire al mondo che è soltanto
un'ombra appariscente
che il vecchio Tempo passando si
porta appresso.
Che sarebbe stato di noi, vecchi
alla corte di Creonte,
dove il peccato è arbitro,
lussuria e ignoranza
le virtù dei grandi uomini?
Cugino Arcite,
se gli dei pietosi non ci
avessero messi in questo posto,
saremmo morti come loro, vecchi
malati, non compianti,
e con le maledizioni della gente
per epitaffio.
Devo dire di più?
ARCITE
Io vi ascolterei ancora.
PALAMONE
Lo farete.
S'è mai parlato di due che
s'amassero.
più di noi, Arcite?
ARCITE
Sicuramente no.
PALAMONE
Non credo possibile che la
nostra amicizia
potrebbe mai lasciarci.
ARCITE
Fino alla morte non lo potrà;
[Entrano Emilia e la sua Donna
in basso]
e dopo morti i nostri spiriti
saranno condotti
tra quelli che amano in eterno.
[Palamone vede Emilia]
Parlate ancora, signore.
EMILIA
Questo giardino ha un mondo di
delizie in sé.
Che fiore è questo?
DONNA
Si chiama narciso, signora.
EMILIA
Quello era un bel ragazzo, senza
dubbio, ma uno sciocco
ad amare se stesso; non c'erano
abbastanza ragazze?
ARCITE [a Palamone]
Vi prego, continuate.
PALAMONE
Sì.
EMILIA [alla Donna]
O erano tutte dure di cuore?
DONNA
Non avrebbero potuto con uno
così bello.
EMILIA
Tu non lo saresti.
DONNA
Penso che non dovrei, signora.
EMILIA
Brava figliola;
ma bada bene alla tua bontà,
comunque.
DONNA
Perché, signora?
EMILIA
Gli uomini sono cose matte.
ARCITE
Volete continuare, cugino?
EMILIA
Potresti ricamare questi fiori
con fil di seta, ragazza?
DONNA
Sì.
EMILIA
Voglio un vestito pieno di
quelli e questi qua.
Questo è un bel colore; non
starebbe bene
su una gonna, ragazza?
DONNA
Graziosissimo, signora.
ARCITE
Cugino, cugino, che vi prende,
signore? Allora, Palamone!
PALAMONE
Mai fin'adesso io fui in
prigione, Arcite.
ARCITE
Insomma, che succede, amico?
PALAMONE
Guarda, e stupisci.
Cielo, è una dea.
ARCITE
Oh!
PALAMONE
Inchinati.
Costei è una dea, Arcite.
EMILIA
Di tutti i fiori
la rosa mi sembra il più bello.
DONNA
Perché, signora gentile?
EMILIA
È l'emblema perfetto di una
fanciulla;
perché quando zefiro gentilmente
l'accarezza,
come modestamente essa si
schiude, e colora la luce
coi suoi casti rossori! Quando
la tramontana s'avvicina,
rude e impaziente, ecco che lei,
come la castità,
chiude le sue bellezze di nuovo
nel bocciolo,
e lo lascia al rovo volgare.
DONNA
Eppure, buona signora,
talvolta la sua modestia
ondeggia tanto
da cadere per questo; vergine,
se la fanciulla ha un po' di
rispetto, sarà restia
a seguire il suo esempio.
EMILIA
Sei una sfacciata.
ARCITE
È meravigliosamente bella.
PALAMONE
È tutta la bellezza del mondo.
EMILIA
Il sole si fa alto, andiamo
dentro. Tieni questi fiori;
vedremo come l'arte può
avvicinarsi ai loro colori.
Ho il cuore così pieno
d'allegria, potrei mettermi a
ridere.
DONNA
Io potrei mettermi a letto, son
sicura.
EMILIA
E portartici qualcuno?
DONNA
Quello dipende dai patti, mia
signora.
EMILIA
Be', mettetevi d'accordo,
allora.
Escono Emilia e la Donna.
PALAMONE
Che pensate di questa bellezza?
ARCITE
È cosa rara.
PALAMONE
È solo rara?
ARCITE
Sì, una bellezza impareggiabile.
PALAMONE
Non potrebbe un uomo ben perder
se stesso per amarla?
ARCITE
Non posso parlare per voi; ma
quanto a me,
Al diavolo i miei occhi! Adesso
sento le mie catene.
PALAMONE
L'amate dunque?
ARCITE
E chi non l'amerebbe?
PALAMONE
E la desiderate?
ARCITE
Più della libertà.
PALAMONE
Io la vidi primo.
ARCITE
Ma questo è niente.
PALAMONE
Sarà qualcosa invece.
ARCITE
Anch'io la vidi.
PALAMONE
Sì, ma non dovete amarla.
ARCITE
Non lo farò, come voi fate, per
adorarla
come cosa del cielo e dea beata,
io l'amo come donna, per
goderla;
possiamo amare entrambi.
PALAMONE
Voi non l'amerete per niente.
ARCITE
Non amarla per niente? Chi me lo
vieta?
PALAMONE
Io che la vidi per primo; io che
primo presi possesso
con gli occhi miei di tutte
quelle bellezze
in lei rivelate all'umanità. Se
tu l'ami
o hai la speranza di render vani
i miei desideri,
sei un traditore, Arcite, e un
individuo
falso, come le tue pretese su di
lei. Amicizia, parentela,
e ogni legame tra di noi io li
rinnego,
se tu solo t'azzardi a pensarla.
ARCITE
Ebbene, l'amo,
e se la vita di tutta la mia
famiglia dipendesse da ciò,
farei così lo stesso; l'amo con
tutta l'anima.
Se per questo vi perderò, addio,
Palamone! Lo ripeto
l'amo, e nell'amarla mi ritengo
degno e libero d'amarla
e con gli stessi diritti sulla
sua bellezza
di qualsiasi Palamone o essere
vivente
che sia figliolo d'uomo.
PALAMONE
Io ti ho chiamato amico?
ARCITE
Sì, e tale mi avete trovato;
perché siete agitato così?
Lasciatevi trattare
dispassionatamente. Non sono io
parte del vostro sangue, del
vostro cuore? Voi m'avete detto
ch'io ero Palamone e voi eravate
Arcite.
PALAMONE
Sì
ARCITE
Non posso io esser soggetto a
quegli affetti,
quelle gioie, dolori, rabbie,
paure che patisce il mio amico?
PALAMONE
Lo potete.
ARCITE
Perché allora vi comportereste
così furtivo,
da estraneo, così all'opposto di
un nobile cugino,
verso l'amore solamente? Dite la
verità, mi considerate
indegno della visione di lei?
PALAMONE
No, ma sleale,
se insegui quella visione.
ARCITE
Perché un altro
vede per primo il nemico, debbo
restare fermo,
incurante del mio onore, e
rinunciare all'assalto?
PALAMONE
Sì, se quello è solo.
ARCITE
Ma mettete che quello
preferisca combattere con me?
PALAMONE
Aspetta che lo dica,
e poi usa la tua libertà, ma se
la insegui,
che tu sia, come il maledetto
che tradisce la patria,
per sempre infame.
ARCITE
Voi siete pazzo.
PALAMONE
Dovrò esserlo,
finché tu rinsavisci, Arcite;
per me è importante,
e se in questa pazzia t'azzardo
e prendo la tua vita, sarà colpa
tua.
ARCITE
Vergogna, signore,
vi comportate da bambino
estremamente. Io l'amerò;
lo voglio, è mio dovere, ed oso
farlo,
ed è tutto corretto.
PALAMONE
Oh se adesso, se adesso
tu traditore ed il tuo amico
avessimo la fortuna
d'un'ora in libertà e
d'impugnare
le nostre buone spade;
t'insegnerei subito
che cosa sia rubare l'affezione
di un altro!
Tu sei più vile in ciò d'un
tagliaborse.
Se metti ancora la testa fuori
da questa finestra,
sull'anima mia che ti
c'inchiodo.
ARCITE
Non ci provare, scemo, non puoi,
non ce la fai.
Metter fuori la testa? Ci
getterò il mio corpo,
e salterò in giardino, appena la
vedrò,
e mi pianterò tra le sue braccia
alla faccia tua.
Entra il Carceriere sopra.
PALAMONE
Adesso basta; arriva il
guardiano. C'è tempo
per spaccarti la testa con le
mie catene.
ARCITE
Provaci.
CARCERIERE
Col vostro permesso, signori.
PALAMONE
Che c'è, buon guardiano?
CARCERIERE
Milord Arcite, dovete subito
andare dal Duca.
E perché ancora non lo so.
ARCITE
Son pronto, guardiano.
CARCERIERE
Principe Palamone, devo privarvi
per qualche tempo
della compagnia del vostro bel
cugino.
Escono Arcite e il Carceriere.
PALAMONE
E me pure,
non appena vi piaccia, della
vita. Perché lo cercano?
Forse la sposerà; è di
bell'aspetto,
ed è probabile che il Duca abbia
notato
sia la sua nobiltà che la
persona. Ma la sua falsità!
Perché un amico diventa
traditore? Se ciò
gli procurerà una moglie così
nobile e bella,
gli uomini onesti mai più
dovranno amare. Ancora una volta
vorrei almeno vedere quella
bellezza; beato giardino,
e frutta, e fiori ancora più
beati che fiorite
quando i suoi occhi splendidi si
posano su voi! Vorrei essere,
per tutta la fortuna della mia
vita di poi,
quell'alberello, quell'albicocco
in fiore;
come crescerei, e butterei le
mie braccia vogliose
dentro la sua finestra! Le
porterei frutta
degna d'esser mangiata dagli
dei; gioventù e piacere
mentre l'assaggia verrebbero su
lei moltiplicati,
e se non è già divina, la farei
così vicina agli dei nella
natura, che ne avrebbero paura;
e allora, son sicuro, mi
amerebbe.
Entra il Carceriere.
Allora, guardiano?
Dov'è Arcite?
CARCERIERE
Esiliato. Il Principe Piritoo
ottenne per lui la libertà; ma
mai più,
per giuramento e a pena della
vita, dovrà mettere piede
in questo regno.
PALAMONE
È un uomo fortunato!
Rivedrà Tebe, e chiamerà alle
armi
gli arditi giovani, che quando
gli ordinerà la carica
si butteranno come fuoco. Arcite
avrà fortuna
se oserà diventare un degno
amante,
e pure in campo affrontare una
battaglia per lei;
e se allora la perderà, sarà un
freddo codardo.
Quante occasioni per dimostrare
coraggio e conquistarla
purché sia il nobile Arcite;
mille modi!
Fossi libero io, farei cose
di tale valorosa enormità che la
signora,
questa timida vergine, si
dovrebbe far uomo,
e cercare di possedermi!
CARCERIERE
Milord, per voi
ho pure quest'incarico -
PALAMONE
Scaricarmi la vita?
CARCERIERE
No, ma da questo luogo rimuovere
Vostra Signoria;
le finestre sono troppo facili.
PALAMONE
L'inferno si prenda
chi mi vuole tanto male! Ti
prego, uccidimi.
CARCERIERE
E poi essere impiccato?
PALAMONE
Per questa buona luce,
se avessi una spada ti
ucciderei.
CARCERIERE
Perché mai, milord?
PALAMONE
Tu mi bombardi di tali
miserabili notizie una dopo
l'altra
che non sei degno di vivere. Non
me ne vado.
CARCERIERE
Ma dovete, milord.
PALAMONE
Potrò vedere il giardino?
CARCERIERE
No.
PALAMONE
E allora è deciso. Non me ne
vado.
CARCERIERE
Dovrò costringervi allora; e
poiché siete pericoloso,
vi applicherò altri ferri.
PALAMONE
Avanti, buon guardiano.
Li agiterò in tal modo che non
dormirete più;
vi farò una nuova moresca. Devo
andare?
CARCERIERE
Non c'è altro da fare.
PALAMONE
Addio, cara finestra;
non possa mai il vento scortese
farti male. O mia signora,
se hai mai provato cosa sia il
dolore,
immagina come soffro. - Su, ora
seppelliscimi.
Escono.
Inizio pagina
Scena
seconda
Entra Arcite.
ARCITE
Bandito dal regno? È un
beneficio,
una grazia per cui gli devo
render grazie; ma bandito
dal godere di quel viso per cui
muoio,
oh, questa fu una punizione
crudele, una morte
oltre l'immaginazione; una
vendetta
che, neppure fossi vecchio e
malvagio, tutti i miei peccati
potrebbero mai farmi cascare
addosso. Palamone,
ora sei tu in vantaggio; tu
resterai a vedere
i suoi occhi splendenti sorgere
ogni mattina alla tua finestra,
e inondarti di vita; ti nutrirai
della dolcezza di una bellezza
nobile
che la natura mai fece di
meglio, né mai farà.
Buoni dei, quale felicità è
toccata a Palamone!
Venti a uno che arriverà a
parlarle,
e se lei è gentile quanto è
bella,
so che sarà sua; con la lingua
egli sa placare
tempeste, e fare le orride rocce
innamorare. Come sia sia,
la morte è il peggio; non
lascerò lo stato.
So che il mio è solo un mucchio
di rovine,
e là non c'è rimedio. Se vado,
egli l'avrà.
Decido dunque per un
travestimento che compierà
o terminerà il mio destino. Bene
o male che vada, son contento;
la vedrò e sarò a lei vicino, o
sarò morto.
Entrano quattro Rustici e uno
con una ghirlanda davanti a
loro.
PRIMO RUSTICO
Maestri, io ci sarò, questo è
sicuro.
SECONDO RUSTICO
Anch'io ci sarò.
TERZO RUSTICO
E anch'io.
QUARTO RUSTICO
E allora, eccomi qua, ragazzi;
al peggio è una sgridata.
Si fermi l'aratro per oggi;
fischierò il recupero
sulla coda delle ronzine domani.
PRIMO RUSTICO
Sono convinto
che avrò la moglie gelosa come
una tacchina;
ma non fa niente, io ci sto, e
lei borbotti.
SECONDO RUSTICO
Saltale addosso domani notte e
forniscila bene,
ed è subito pace.
TERZO RUSTICO
Ma sì, mettile
una bacchetta in pugno, e la
vedrai
imparare una lezione nuova, e
far la brava ragazza.
Ci saremo tutti, allora, per il
calendimaggio?
QUARTO RUSTICO
Esserci?
E chi lo mancherebbe?
TERZO RUSTICO
Ci sarà Arcade.
SECONDO RUSTICO
E Senese,
e Ricade, i migliori ragazzi che
mai ballarono
sotto un albero verde; e le
ragazze le conoscete, eh!
Ma il nostro delicato don, il
maestro di scuola,
ci sarà? Che ne dite? Perché è
lui che dirige, lo sapete.
TERZO RUSTICO
Quello si mangia un abicì
piuttosto di mancare. Andiamo,
la storia è troppo avanti tra
lui
e la figlia del conciapelli per
lasciar perdere ora;
e lei dovrà vedere il Duca, e
poi dovrà ballare.
QUARTO RUSTICO
Ce la faremo?
SECONDO RUSTICO
Tutti i ragazzi d'Atene
ci soffieranno dietro ai
pantaloni! [Si mette a ballare]
Ed io sarò qui
ed io sarò lì, per la nostra
città, e poi di nuovo qui
e poi di nuovo là! Ehi, ragazzi,
hurrah per i tessitori!
PRIMO RUSTICO
Ma bisognerà farlo nel bosco.
QUARTO RUSTICO
Oh, scusate.
SECONDO RUSTICO
Assolutamente, così dice la
nostra cosa di studi;
dove egli stesso farà un sermone
al Duca
molto stupefacente a nostro
beneficio. È un grande nel
bosco;
ma portalo in pianura, e la sua
scienza perde le tracce.
TERZO RUSTICO
Vedremo i giochi, e poi ognuno
al suo posto;
e, cari compagni, facciamo le
prove senz'altro
prima che le signore ci vedano,
e facciamole bene,
e Dio sa cosa ne potrà venir
fuori.
QUARTO RUSTICO
D'accordo; finiti i giochi,
toccherà a noi.
Forza, ragazzi, e in gamba!
ARCITE
Scusate, onesti amici;
dove siete diretti, prego?
QUARTO RUSTICO
Dove?
Ma senti, che domanda!
ARCITE
Sì, è una domanda
per me che non so.
TERZO RUSTICO
Ai giochi, amico.
SECONDO RUSTICO
Dove siete cresciuto per non
saperlo?
ARCITE
Non lontano, signore.
E questi giochi sono oggi?
PRIMO RUSTICO
Eccome se ci sono,
e tali che non vedeste mai. Il
Duca stesso
ci sarà in persona.
ARCITE
Cosa sono le gare?
SECONDO RUSTICO
Lotta e corsa. [A parte] Bel
tipo questo qui.
TERZO RUSTICO
Tu non ci vieni?
ARCITE
Non ancora, signore.
QUARTO RUSTICO
Allora, signore,
fate con comodo. - Andiamo,
ragazzi.
PRIMO RUSTICO
Mi dà da pensare.
Quest'uomo ha l'anca per il
colpo di rovescio;
guardate, il corpo sembra fatto
su misura.
SECONDO RUSTICO
Che m'impicchino, però
se oserà provarci; che
l'impicchino, pappa di prugne!
Quello lottare? Quello fa uova
arrosto! Su, sbrighiamoci,
ragazzi.
Escono i quattro Rustici e il
portatore di ghirlanda.
ARCITE
Qui mi si offre un'occasione
che non avrei osato sperare.
Sapevo come far bene la lotta,
i migliori la chiamavano
eccellente; e correre
più veloce di quanto il vento su
un campo di grano,
piegando le spighe piene, mai
volasse. Tenterò
e ci andrò in umile
travestimento; chissà
che la mia fronte non sia cinta
d'alloro,
e la fortuna mi favorisca a un
posto
dove io possa sempre restare
nella vista di lei?Esce.
Inizio pagina
Scena
terza
Entra la Figlia del
Carceriere sola.
FIGLIA
Perché dovrei amare questo
signore? È improbabile
che egli mai s'affezionerà a
me; io sono inferiore,
mio padre il volgare
guardiano della sua
prigione,
e lui un principe. Sposarlo,
nessuna speranza;
fargli da concubina, è
sciocco. Basta, perciò!
In che situazioni siamo
spinte noi ragazze
quando arriviamo ai
quindici! Prima lo vidi;
vedendolo, pensai che era un
bell'uomo;
c'è tanto in lui da piacere
a una donna -
se a lui così piacesse
concederlo - quanto mai
questi occhi videro finora.
Poi, ne provai pietà,
e così avrebbe fatto ogni
ragazza, sulla mia
coscienza,
che mai sognò, o promise la
sua verginità
a un bel ragazzo. Eppoi
l'amai,
estremamente l'amai,
infinitamente l'amai;
eppure aveva un cugino,
anche bello come lui;
ma nel mio cuore c'era
Palamone, e là,
Signore, che tumulto ci
mantiene! Sentirlo
cantare la sera, che
paradiso! Eppure,
le sue canzoni sono tristi.
Che parlasse così bene
mai vi fu gentiluomo; quando
io entro
a portargli l'acqua la
mattina, prima
inchina il suo nobile corpo,
poi mi saluta, così:
"Bella, gentile fanciulla,
buon mattino; la tua
dolcezza
ti procuri un felice
marito." Una volta mi baciò;
che mi fece amar di più le
mie labbra dieci giorni -
Vorrei che lo facesse ogni
mattina! È molto infelice,
ed io altrettanto a veder la
sua pena.
Che dovrei fare per fargli
sapere che l'amo?
Perché me lo godrei così
volentieri. E se mi
azzardassi
a liberarlo? Che dice la
legge poi? Ecco qua
per la legge o la famiglia!
Lo farò:
e stanotte, o domani, egli
mi amerà. Esce.
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Scena
quarta
Brevi squilli di tromba e
grida all'interno. Entrano
Teseo, Ippolita, Piritoo,
Emilia, Arcite vestito da
contadino, con una ghirlanda, e
altri contadini e seguito.
TESEO [ad Arcite]
Avete ben meritato; non ho
visto,
dopo Ercole, un uomo dai muscoli
più solidi.
Quel che siate, a correre e
lottare siete il migliore
dei nostri tempi.
ARCITE
Sono orgoglioso di piacervi.
TESEO
Quale nazione vi dette i natali?
ARCITE
Questa, ma in regione remota,
principe.
TESEO
Siete un gentiluomo?
ARCITE
Mio padre diceva così,
e a tale gentilezza mi dette
educazione.
TESEO
Siete il suo erede?
ARCITE
Il suo minore, sire.
TESEO
Vostro padre
è certo fortunato, allora. Che
prova chi siete?
ARCITE
Un po' di ogni nobile attività;
sapevo come si tiene un falcone,
e s'incita
un nutrito latrare di cani; non
m'azzardo a lodare
la mia prestanza a cavallo, ma
chi mi conobbe
la diceva mia migliore dote;
infine, e più importante,
vorrei mi si pensasse un
soldato.
TESEO
Siete perfetto.
PIRITOO
In fede mia, un uomo completo.
EMILIA
È così.
PIRITOO
Che ve ne pare, signora?
IPPOLITA
Son piena d'ammirazione;
non ho visto un uomo così
giovane, così nobile -
se dice il vero - della sua
condizione.
EMILIA
È certo
che sua madre fu una donna
bellissima;
la sua faccia, direi, va in
quella direzione.
IPPOLITA
Ma il suo corpo
e il bollente spirito denunciano
un animoso padre.
PIRITOO
Ammirate la sua virtù, che, come
un sole nascosto,
irrompe dai suoi abiti dimessi.
IPPOLITA
È nato bene, è certo.
TESEO
Cosa v'indusse a cercare questo
posto, signore?
ARCITE
Nobile Teseo,
ad acquistare fama, e servire al
mio meglio
una ben meritata meraviglia
quale tu sei;
perché solo alla tua corte, di
tutte al mondo,
risiede l'onore schietto.
PIRITOO
Tutto quello che dice è nobile.
TESEO
Signore, vi siamo molto grati
per la vostra fatica,
e non sarà vano il vostro
desiderio; Piritoo,
disponete di questo bravo
gentiluomo.
PIRITOO
Grazie, Teseo.
[ad Arcite]
Qualunque cosa siate siete mio,
ed io vi assegno
ad un servizio nobilissimo, a
questa signora,
questa risplendente vergine;
prego onorate la sua bontà.
Avete onorato il suo bel
compleanno con le vostre
qualità,
ed in premio, siete suo; baciate
la sua bella mano, signore.
ARCITE
Signore, siete un nobile
donatore. [A Emilia] Carissima
bellezza,
così lasciate che sigilli la mia
giurata fede.
Le bacia la mano.
Se il vostro servo,
la vostra più indegna creatura,
appena v'offenda,
ordinategli di morire; lo farà.
EMILIA
Sarebbe troppo crudele.
Se meritate bene, signore, lo
vedrò presto.
Voi siete mio;
e alquanto meglio del vostro
rango vi tratterò.
PIRITOO
Vedrò che siate equipaggiato, e
poiché dite
che siete cavaliere, debbo
pregarvi
nel pomeriggio di montare; però
è uno focoso.
ARCITE
Lo preferisco, principe; eviterò
così
d'irrigidirmi in sella.
TESEO [a Ippolita]
Cara, dovrete esser pronta,
e voi, Emilia, e voi, amico, e
tutti,
domani prima del sole, per fare
ossequio
a Maggio fiorito, nel bosco di
Diana. Messere,
servite bene la vostra signora;
Emilia, confido
che non verrà appiedato.
EMILIA
Sarebbe un peccato, sire,
finché ho cavalli. [Ad Arcite]
Fate la vostra scelta, e quello
che vi occorrerà in futuro,
dovrete solo farmelo sapere;
se mi servite fedelmente,
v'assicuro
mi troverete una padrona
affezionata.
ARCITE
Se non lo faccio,
ch'io mi ritrovi con quello che
mio padre di più odiava,
vergogna e botte.
TESEO
Andate in testa al corteo;
l'avete meritato.
Così sarà; riceverete tutti i
tributi
dovuti all'onore conquistato,
sarebbe ingiusto altrimenti. -
Sorella, mi si maledica, avete
un servitore
che, se io fossi donna, farebbe
da padrone;
ma voi siete discreta.
EMILIA
In questo, spero, assai
discreta, sire.
Trombe. Escono.
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Scena
quinta
Entra la Figlia del
Carceriere, sola.
FIGLIA
Che tutti i duchi e tutti i
diavoli ruggiscano pure;
lui è in libertà. Ho arrischiato
per lui,
e l'ho condotto fuori. Ad un
boschetto
a un miglio da qui l'ho mandato,
dove un cedro
più alto degli altri si spande
come un platano,
proprio accanto a un ruscello, e
là si terrà nascosto,
finch'io gli porterò lime e
cibo, perché ancora
non s'è liberato dei suoi
braccialetti di ferro. O amore,
che bambino di cuore saldo sei!
Mio padre
preferiva affrontare il freddo
ferro prima di farlo.
Io l'amo oltre l'amore, ed oltre
la ragione,
o la saggezza, o la sicurtà;
gliel'ho fatto sapere.
Non m'importa, sono disperata.
Se la legge
mi scopre, e poi condanna per
questo, ci saranno ragazze,
fanciulle di cuore puro, che
canteranno il mio elogio,
e diranno alla storia che la mia
morte fu nobile,
quasi una martire. La via che
prenderà
intendo che sarà anche la mia;
certo non può
essere così disumano da
lasciarmi qui?
Se lo facesse, alle ragazze non
sarà più così facile
credere negli uomini. Ancora
però non mi ha ringraziata
per ciò che ho fatto, no,
neppure un bacio,
e questo, mi sembra, non è una
bella cosa; e quasi
ho dovuto convincerlo a tornare
un uomo libero,
tanto protestava per il torto
che faceva
a me e a mio padre. Lo stesso,
spero,
quando ci avrà pensato sopra,
questo mio amore
metterà più radici dentro a lui.
Faccia
quel che vorrà di me, purché mi
tratti bene;
perché così dovrà trattarmi, o
griderò che lui,
ed anche al suo cospetto, non è
un uomo. Ora
lo fornirò del necessario, e
prenderò i miei vestiti,
e per ogni sentiero della terra
m'avventurerò
purché lui sia con me; accanto a
lui, come un'ombra
sempre resterò. Entro un'ora il
putiferio
si scatenerà per la prigione; ed
io allora
sarò a baciare l'uomo che
cercheranno. Addio, padre;
procurati molti altri
prigionieri come lui, e figlie
come me,
e presto potrai fare il
guardiano di te stesso. Ed ora a
lui.
Esce.
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