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I due
nobili cugini
1613
ca.
Scena
prima
Trombe in luoghi diversi.
Rumori e incitazioni come di
gente alla festa del
calendimaggio. Entra Arcite
solo.
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ARCITE
Il Duca ha perso
Ippolita; ognuno andò
ad un diverso prato.
Questo è un rito solenne
che si deve al Maggio
fiorito, e gli Ateniesi
l'offrono
con cerimonie elaborate.
O regina Emilia,
più fresca del Maggio,
più dolce
dei suoi boccioli d'oro
sui rami, o di tutti
O smaltati gioielli del
campo o del giardino -
sì,
noi sfidiamo anche la
riva d'ogni ninfa
che fa la corrente
apparire di fiori - tu,
o gioiello
del bosco, del mondo,
hai parimenti benedetto
un luogo
con la tua sola
presenza. Nella tua
fantasia
potessi io, povero
mortale, un giorno
introdurmi
ed occupare un tuo casto
pensiero! Caso tre volte
beato
capitare una tale
padrona, e così
assolutamente
inaspettato! Dimmi,
signora Fortuna,
subito dopo Emilia mia
regina, fino a che punto
potrò andarne fiero.
Ella si cura molto di
me,
mi ha messo vicino a
lei; e in questa vaga
mattina,
primavera di tutto
l'anno, mi regala
un paio di cavalli; due
destrieri ben degni
d'esser montati da una
coppia di re in un campo
dove si decidesse il
diritto alla corona.
Ahimè, ahimè,
povero cugino Palamone,
povero prigioniero, tu
che neppure sogni la mia
fortuna,
ti consideri l'oggetto
più fortunato, per
essere
così vicino a Emilia; mi
pensi a Tebe,
e perciò infelice, anche
se libero. Ma se
tu sapessi che io colgo
il respiro della mia
padrona,
nell'orecchio il suo
discorso, mi beo del suo
sguardo - oh, cugino,
quale passione
s'impadronirebbe di te!
Entra Palamone come da
dietro un cespuglio, in
catene; agita il pugno
verso Arcite.
PALAMONE
Cugino traditore,
proveresti su di te la
mia passione, se queste
insegne
di prigionia non avessi
addosso, e in questa
mano
tenessi una spada. Per
tutti i giuramenti messi
insieme,
io e la giustizia del
mio amore faremmo di te
un traditor confesso,
oh, tu il più perfido
che mai ebbe gentile
aspetto, il più vuoto
d'onore
che mai portò nobile
stemma, il più falso
cugino
che mai fu parente di
sangue. Tu la chiami
tua?
Lo proverò anche in
catene, con queste mani,
prive d'armi, che tu
menti, e altro non sei
che un ladro in amore,
uno scarto di nobiltà
indegno perfino del nome
di vassallo. Avessi una
spada,
e libero dai ceppi... |
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ARCITE
Caro cugino Palamone...
PALAMONE
Cugino Arcite, rivolgiti a me
con il linguaggio
che hai dimostrato coi fatti.
ARCITE
Non trovando
nel cerchio del mio petto alcuna
volgare qualità
che mi faccia simile al blasone
che m'attribuite,
eccovi una risposta cortese: è
la vostra passione
che così travede, che essendo
vostra nemica
non può essere gentile con me.
Onore ed onestà
io rispetto e ad essi m'attengo,
per quanto
voi li ignoriate in me, e
secondo queste norme, buon
cugino,
continuerò a comportarmi. Vi
piaccia, perciò,
esprimere in termini cortesi le
vostre lagnanze, poiché
la contesa è con un pari vostro,
il quale intende
rimuovere l'ostacolo nello
spirito e con la spada
di un vero gentiluomo.
PALAMONE
Non oseresti, Arcite!
ARCITE
Cugino mio, cugino mio, siete
stato ben avvisato
di quanto io osi; m'avete visto
usare la spada
contro i consigli della paura.
Sicuramente da un altro
non sopportereste ch'io fossi
messo in dubbio, ma il silenzio
rompereste, perfino in un
santuario.
PALAMONE
Signore,
vi ho visto agire in tali
situazioni che bene
potrebbero provare il vostro
eroismo; avevate fama
di buon e ardito cavaliere. Ma
non l'intera settimana è bella
se piove un giorno; il loro
carattere coraggioso
perdono gli uomini quando cedono
al tradimento,
e allora combattono come orsi
forzati, che fuggirebbero
se non fossero legati.
ARCITE
Cugino, meglio fareste
a parlare e agitarvi così
davanti a uno specchio
che all'orecchio di colui che
ora vi disdegna.
PALAMONE
Vieni qui,
liberami da queste fredde
catene, dammi una spada,
anche arrugginita, e della
carità
di un pasto fammi credito. Vieni
davanti a me poi,
una buona spada in mano, e di'
soltanto
che Emilia è tua: io ti
perdonerò
il torto che mi hai fatto - la
vita, pure,
se avrai la vittoria; e le anime
valenti tra le ombre
che son morte da prodi, quando
mi chiederanno
notizie dalla terra, non avranno
altra che questa,
che tu sei coraggioso e nobile.
ARCITE
Siate di buon animo;
tornate nel vostro spinoso
rifugio.
Sotto la protezione della notte,
tornerò qui
con cibo sostanzioso;
quest'impicci
limerò via; avrete abiti, e
profumi
per coprire l'odore della
prigione. Dopo
che vi sarete sgranchito, dite
soltanto "Arcite,
sono pronto," e sarà lì per voi
sia spada che armatura.
PALAMONE
O voi cieli, può uno
così nobile commettere un'azione
vergognosa? Nessuno
se non Arcite; perciò nessuno se
non Arcite
in questo osa tanto.
ARCITE
Dolce Palamone!
PALAMONE
Abbraccio voi e la vostra
offerta - ma lo faccio
solo per la vostra offerta,
signore; alla vostra persona,
senza ipocrisia, non potrei
augurare
altro che il filo della mia
spada.
Suono di corni fuori scena;
trombe.
ARCITE
Sentite i corni;
rientrate nella vostra tana, o
il nostro incontro
sarà sventato prima dell'inizio.
Datemi la mano; addio;
vi porterò ogni cosa necessaria;
vi prego
confortatevi e siate forte.
PALAMONE
Prego, mantenete la promessa;
e fate quest'atto con faccia
irata. Chiaramente
voi non mi amate; mostratemivi
ostile, dunque,
meno olio nelle vostre parole;
per quest'aria,
vorrei ad ogni parola darvi un
pugno, la bile
in me non cede alla ragione.
ARCITE
Avete parlato chiaro.
Ma scusatemi dall'usare parole
offensive; quando sprono
il mio cavallo, io non
l'insulto; contentezza o rabbia
in me hanno una sola
espressione.
Suonano i corni.
Sentite, signore, suonano
il raduno al banchetto; avrete
capito
che ho un incarico là.
PALAMONE
Signore, il vostro servizio
non può piacere al cielo, e
certo l'incarico
è stato ottenuto con l'inganno.
ARCITE
Ben guadagnato, invece.
Sono convinto che questa
disputa, infetta tra noi,
dev'essere curata da un salasso.
Chiedo
che alla vostra spada affidiate
il dibattito,
e non se ne parli più.
PALAMONE
Ancora una parola.
Ora voi andate a contemplare la
mia dama -
poiché, badate, essa è mia -
ARCITE
No, dunque -
PALAMONE
No, vi prego.
Voi parlate di nutrirmi per
ridarmi forza;
ma ora vi avviate a contemplare
un sole
che ristora chi lo guarda; là
voi avete
un vantaggio su di me, ma
godetelo finché
io possa imporre il mio rimedio.
Addio. Escono.
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Scena
seconda
Entra la Figlia del
Carceriere sola.
FIGLIA
Non ha compreso quale macchia
intendessi, è andato
per conto suo. Ora è quasi
mattina.
Poco m'importa; vorrei che fosse
notte perpetua,
e l'oscurità signora della
terra. Senti; è un lupo!
In me il dolore ha ucciso la
paura, e tranne una cosa
non m'importa di nulla, e quella
è Palamone.
Non faccio conto se i lupi mi
sbranassero, se solo
egli avesse questa lima; e se lo
chiamassi?
Non posso gridare; se urlassi,
che sarebbe poi?
Se non rispondesse, richiamerei
un lupo,
e gli farei un bel servizio. Ho
sentito
strani ululati per tutta questa
notte; e se fosse
che già ne han fatto preda? Egli
non ha armi;
non può correre; il tintinnio
delle sue catene
potrebbe richiamare bestie
feroci, che hanno in sé
un istinto per riconoscere un
uomo disarmato
e fiutano dove c'è resistenza.
Potrei giurarci
che l'hanno fatto a pezzi;
ulularono tutti insieme,
e poi lo mangiarono; e così è
finita.
Fatti coraggio e suona la
campana. E poi che sarà di me?
Tutto è finito ora che lui è
andato. No, no, m'inganno;
mio padre sarà impiccato per la
sua fuga,
io a mendicare, se tenessi alla
vita tanto
da negare la mia azione; ma non
lo farò,
dovessi soffrire la morte in
mille modi. Sono confusa;
non presi cibo questi due
giorni; solo un poco d'acqua.
Non ho chiuso gli occhi, se non
quando
le palpebre spazzavan via il
salmastro. Ahimè,
sciogliti, vita, prima ch'io
perda il senno,
e non m'anneghi, o pugnali, o
m'impicchi.
O edificio della natura, cedi in
me del tutto,
Se i tuoi più forti sostegni si
sono piegati! Da che parte
adesso?
La via migliore è la più breve
alla tomba;
ogni passo che erri altrove è
tortura. Ecco,
la luna è tramontata, i grilli
stridono, la strige
invoca l'alba. Ogni compito è
concluso,
tranne quello in cui fallisco;
ma il punto è questo,
una fine, ed è tutto. Esce.
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Scena
terza
Entra Arcite, con cibo,
vino, e lime.
ARCITE
Dovrei esserci vicino. Ehi
là, cugino Palamone!
Entra Palamone.
PALAMONE
Arcite?
ARCITE
Sono io. Vi ho portato cibo
e lime;
venite avanti e non temete,
non c'è Teseo qui.
PALAMONE
E nessuno onesto come lui,
Arcite.
ARCITE
Lasciate perdere;
litigheremo più tardi.
Venite, fatevi coraggio;
non morirete come una
bestia. Ecco, signore,
bevete,
so che siete debole; poi vi
parlerò.
PALAMONE
Arcite, ora potresti
avvelenarmi.
ARCITE
Potrei;
ma perché dovrei aver paura
di voi? Sedetevi, amico mio,
basta con questi
vaneggiamenti; ora,
tornati ad essere quelli che
eravamo,
non parliamo da sciocchi e
da codardi. Alla vostra
salute!
Beve.
PALAMONE
Avanti.
ARCITE
Prego, allora, sedetevi, e
lasciate che vi chieda,
per tutta l'onestà e onore
in voi,
di non far menzione di
questa donna, ci turberebbe.
Avremo tempo abbastanza.
PALAMONE
Ebbene, signore, ve lo
suggello.
Beve.
ARCITE
Mandate giù una bella
sorsata, fa buon sangue,
amico,
non lo sentite come vi
disgela?
PALAMONE
Aspettate, ve lo dirò
dopo uno o due sorsi ancora.
ARCITE
Non misuratelo;
il Duca ne ha altro, cugino.
Ora mangiate.
PALAMONE
Sì.
Mangia.
ARCITE
Son contento
che abbiate sì buon
appetito.
PALAMONE
Son più contento io
che abbia trovato sì buon
cibo.
ARCITE
Che cosa da pazzi star
qui nei boschi selvaggi, eh,
cugino?
PALAMONE
Sì, per coloro
con la coscienza
inselvaggita.
ARCITE
Son saporite le vostre
vettovaglie?
La vostra fame non ha
bisogno di salse, vedo.
PALAMONE
Non direi;
ma se anche fosse, la vostra
è troppo aspra, buon cugino.
Questo cos'è?
ARCITE
Selvaggina.
PALAMONE
Carne libidinosa;
datemi ancora vino. Qua,
Arcite, alle ragazze
conosciute ai nostri giorni!
La figlia di milord
sovrintendente -
la ricordate?
ARCITE
Dopo di voi, cugino.
PALAMONE
Amava un uomo dai capelli
neri.
ARCITE
Così fu; ebbene, signore?
PALAMONE
Ed ho sentito che si
chiamava Arcite, e...
ARCITE
Avanti, allora.
PALAMONE
E l'incontrava sotto le
fraschette.
Che ci faceva là, cugino?
Suonava il verginale?
ARCITE
Qualcosa ci faceva, signore.
PALAMONE
Che ce la faceva gemere per
un mese -
o due, o tre, o dieci.
ARCITE
La sorella di milord
cerimoniere
ebbe pure la sua parte, se
ben ricordo, cugino,
se non c'erano frottole in
giro; brindate a lei?
PALAMONE
Sì.
ARCITE
Una bella brunetta. Ci fu un
tempo
che i ragazzi eran fuori a
cacciare - e un bosco,
e un grande faggio - e poi
tutta una storia -
aah!
PALAMONE
Per Emilia, ci giurerei!
Pagliaccio,
smettila con quest'allegria
forzata; lo ripeto,
quel sospiro t'è uscito per
Emilia. Vile cugino,
osi per primo rompere il
patto?
ARCITE
Vi sbagliate.
PALAMONE
Per il cielo e la terra,
niente c'è in te di onesto.
ARCITE
Allora me ne vado;
siete una bestia adesso.
PALAMONE
Tale tu mi riduci,
traditore.
ARCITE
Ecco quanto vi serve; lime,
e camicie, e profumi.
Tomo da qui a due ore, e
porto
quello che placherà ogni
cosa.
PALAMONE
Una spada e l'armatura!
ARCITE
Non dubitate. Ora siete
troppo sporco; addio.
Toglietevi quei ninnoli;
nulla vi mancherà.
PALAMONE
Messere...
ARCITE
Basta con le parole. Esce.
PALAMONE
Se mantiene la promessa, per
essa morirà.
Esce.
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Scena
quarta
Entra la Figlia del
Carceriere.
FIGLIA
Ho tanto freddo, e anche tutte
le stelle sono andate via,
tutte le stelle piccoline, che
sembrano lustrini.
Il sole ha visto la mia pazzia.
Palamone!
Ahimè, no; lui è in cielo. Dove
mi trovo io ora?
Quello là è il mare, e c'è una
nave; veh, come balla!
E c'è uno scoglio in agguato
sotto l'acqua;
ecco, ecco, ci va a sbattere
sopra; ecco, ecco, ecco,
s'è aperta una falla, e grossa
anche; come gridano!
Mettetela sottovento, o tutto è
perduto;
su con una vela bassa o due, e
virate di bordo, ragazzi.
Buona notte, buona notte, siete
andati. Ho tanta fame.
Se potessi trovare un bel
ranocchio; mi racconterebbe
le novità da ogni parte del
mondo; poi mi farei
un galeone con una conchiglia, e
navigherei
est e nord-est fin dal Re dei
Pigmei,
che sa leggere bene l'avvenire.
Mio padre adesso,
venti a uno che lo issano su in
un batter d'occhio
domani mattina; io non dirò
nulla. [Canta]
Ché mi taglierò il vestito
verde, un piede sopra il
ginocchio,
e mi scorcerò la chioma d'oro,
un pollice sotto l'occhio;
eh, pocchio, pocchio, pocchio.
Mi comprerà un bianco destriero
perch'io ci vada su
e andrò per tutto il mondo a
cercarlo in su e in giù;
eh, clicchete, clocchete, clu.
Oh, s'avessi una spina adesso,
come un usignuolo,
a metterci contro il petto;
sennò m'addormento come un
piolo.
Esce.
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Scena
quinta
Entrano un Maestro di scuola,
sei Rustici, uno vestito da
babbuino, e cinque ragazzotte,
più un Tamburino
MAESTRO
Vergogna, vergogna,
che tediosume ed arcipazzeria
sta qui in mezzo a voi! Quante
volte i miei rudimenti
vi son stati spiegati, spremuti
dentro,
e, per metafora, perfino il
brodo d'uva passa
e il midollo del mio
intendimento servito col
cucchiaino?
E com'è che ancora gridate
'dove?' e 'come?'- e 'perché?'
Voi cervelli di grossissima
rascia, teste di genovese
cotonazzo,
ho detto 'così lascia', e
'lascia là',
e 'poi lascia', e nessuno mi
capisce?
Proh deum, medius fidius , voi
tutti somari siete!
Mannaggia, io sto qui; qua viene
il Duca; là state voi
nascosti nel boschetto. Il Duca
compare; io mi approssimo,
e al suo cospetto sortisco un
discorso sapiente,
con molte figurazioni; lui
sente, e approva, e borbotta,
e poi grida 'Bellissimo' ed io
continuo; alla fine
butto il berretto in aria -
attenti! allora voi,
come fecero un tempo Meleagro e
il cinghiale,
irrompete bellini davanti a lui,
come veri innamorati,
vi mettete graziosamente in
fila, e dolcemente,
secondo la figura, spassettate e
giravoltate, ragazzi.
PRIMO RUSTICO
E dolcemente così faremo, Mastro
Geraldo.
SECONDO RUSTICO
Radunate la compagnia. Dov'è il
tamburino?
TERZO RUSTICO
Ehi, Timoteo!
TAMBURINO
Son qui, fanatici; eccomi a voi!
MAESTRO
Ma, dico io, dove sono le donne?
QUARTO RUSTICO
Qui c'è la Franchina e
Maddalena.
SECONDO RUSTICO
E la Lucietta gambe bianche, e
Barbara la tettona.
PRIMO RUSTICO
E Nella la russola, che non
mancò mai al suo cavaliere.
MAESTRO
Dove li avete i nastri, ragazze?
Muovete leggiadro il corpo,
e tenetevi dolci e leggere,
ed ogni tanto riverenza e
saltellino.
NELLA
Lasciate fare a noi, signore.
MAESTRO
Dov'è il rimanente dei musici?
TERZO RUSTICO
Dispersi come voi ordinaste.
MAESTRO
Accoppiatevi, dunque,
e vediamo cosa manca. Dov'è il
babbuino?
Amico mio, la coda portala senza
sconcezze
o scandalezzi per le signore; e
ricordati
di saltare con audacia e
coraggio,
e quando abbai, di farlo con
giudizio.
BABBUINO
Sì, signore.
MAESTRO
Quousque tandem? Qui manca una
donna!
QUARTO RUSTICO
Ora si va a bischeri; gli è
tutto da rifare.
MAESTRO
Abbiamo,
come saggi scrittori
sentenziano, lavato una tegola;
siamo stati fatuus, e faticato
per niente.
SECONDO RUSTICO
È la smorfiosa, lo scorfano
scorbutico
che promise solennemente di
venire...
Cecilia, la figlia del sarto;
i prossimi guanti che le do
saran di cane!
Ma, se mi bidona una volta...
Dillo tu, Arcade,
lo giurò sul vino e sul pane che
non mancava.
MAESTRO
Donne e anguille,
dice un poeta saggio, se per la
coda
e con i denti non le tieni, ti
sgusciano via.
Nel buon uso questa era errata
posizione.
PRIMO RUSTICO
La pigli un gratta-gratta; ora
ci ripensa?
TERZO RUSTICO
Che cosa decidiamo, signore?
MAESTRO
Nulla;
il nostro progetto si è fatto
nullità,
e una dolente e una pietosa
nullità, per giunta.
QUARTO RUSTICO
Adesso che l'onore del borgo è
in palio,
adesso fa la permalosa e piscia
sulle ortiche!
Va in malora, questa me la
ricordo; ci penserò io a te.
Entra la Figlia del Carceriere.
FIGLIA [canta]
La George Alow veniva dal sud
dalla costa dei Barbari-a;
le vennero incontro le belle
fregate,
a una, a due, a tri-a.
Ben trovate, ben trovate, voi
belle fregate,
e per dove veleggiate-a?
Oh, tenetemi compagnia
finché arrivo a casa mia-a.
C'eran tre allocchi che
s'allocchirono per un gufino;
[canta]
Uno disse che era un gufo,
l'altro disse di no;
il terzo disse che era una
poiana
e le campane via gli tagliò.
TERZO RUSTICO
Ecco una bella matta, maestro,
arriva
al momento giusto, matta come
una lepre di marzo.
Se riusciamo a farla ballare,
siamo di nuovo a posto;
scommetto che farà i salti più
belli.
PRIMO RUSTICO
Una matta? Ci siamo, ragazzi!
MAESTRO
E voi siete matta, buona donna?
FIGLIA
Sarei infelice altrimenti.
Datemi la mano.
MAESTRO
Perché?
FIGLIA
Io so leggere l'avvenire.
Siete scemo. Contate fino a
dieci; c'è cascato. Sciuh!
Amico, non dovete mangiare pane
bianco; se lo fate
i denti vi sanguineranno a non
finire. Balliamo, allora?
Io vi conosco, siete stagnino;
messere stagnino,
non tappate più buchi di quelli
che dovreste.
MAESTRO
Dii boni,
io stagnino, madamigella?
FIGLIA
Oppure negromante;
evocatemi un diavolo adesso, e
fategli suonare
Chi passa con ossa e campanelle.
MAESTRO
Andate a prenderla,
e con buoni argomenti
convincetela a starci.
Et opus exegi, quod nec Iovis
ira nec ignis...
Musica, e portatela dentro.
SECONDO RUSTICO
Venite, ragazza, ecco i passi.
FIGLIA
Conduco io.
TERZO RUSTICO
Forza, forza.
MAESTRO
Con blandizia e furberia! Via,
ragazzi.
Suono di corni dentro.
Sento i corni; datemi un momento
per pensare,
e attenti al segnale. Escono
tutti tranne il Maestro.
Pallade ispirami!
Entrano Teseo, Piritoo,
Ippolita, Emilia, Arcite e
seguito.
TESEO
Per di qua prese il cervo.
MAESTRO
Restate, e edificatevi!
TESEO
Che abbiamo qui?
PIRITOO
Un rustico trattenimento, sulla
mia vita, sire.
TESEO
Ebbene signore, procedete, ci
edificheremo.
Signore, sedetevi; staremo a
vedere.
Vengono portati una sedia e
degli sgabelli; le signore si
siedono.
MAESTRO
Tu valente Duca, ave e salute;
salute grandini su voi, gentili
dame!
TESEO
Freddino come inizio.
MAESTRO
Se solo v'intrattenga, il nostro
rustico divertimento è fatto.
Noi siamo pochi di quei
congregati qui
che rozza lingua fa apparir
villani;
e per dire la verità, e non
favoleggiare
siamo un'allegra brigata, oppure
una ganga,
o compagnia, o per estensione,
chorus,
che innanzi alla tua dignità una
moresca danzerà.
Ed io che sono l'organizzatore
di tutto,
per ufficio pedagogus, che
faccio calare
la ferula sulle brache dei
piccini,
e umilio con un bastone i più
cresciutelli,
ora introduco questa
macchinazione, o
quest'intrattenimento;
e, grazioso duca, la cui
possente-terrificante fama
da Dite a Dedalo, di posta in
pilastro,
è diffusa in giro, aiuta me, tuo
meschin ben-volente,
e coi tuoi occhi ammiccanti
guarda a dritta e davanti
a questo 'moro' prestante, di
gran peso;
'esca' viene ora avanti, che
incollati insieme
'moresca' diviene, e la ragione
che ci ha condotti qua,
centro del nostro gioco e di
studio non poco.
Io compaio per primo, benché
rozzo, e incolto, e fangoso,
a pronunciare al tuo nobile
cospetto questo discorso,
ai cui grandissimi piedi depongo
il mio scrittorio;
prossimi, il Sire di Maggio e
Madonna Lucente;
la cameriera ed il famiglio, che
notturnamente
cercano un arazzo discreto; poi
il mio signor oste
con grassa consorte, che
benevolo accoglie a spese sue
l'esausto viaggiatore, e con un
cenno
informa il sommelier d'attizzare
il conto;
quindi il villano, fratel di
latte ai vitelli , e poi il
buffone,
il babbuino, con lunga coda, e
lungo ugual strumento,
cum multis aliis che fanno il
danzamento;
di' 'sì', e tutti immantinente
avanzeranno.
TESEO
Sì, sì, senz'altro, caro domine.
PIRITOO
Fuori perciò!
MAESTRO
Intrate, filii! Venite avanti e
forza coi piedi.
Il Maestro bussa; entrano i
danzatori. Si suona musica;
danzano.
Signore, se un poco matti noi
siamo stati,
e i nostri scherzi vi sono
piaciuti,
ed uno su ed uno giù,
dite che il maestro buffone non
fu;
Duca se a te siamo pure
piaciuti,
e abbiam danzato da bravi
ragazzi,
dacci soltanto un albero o due
per il calendimaggio, e di
nuovo,
avanti sia trascorsa un'altra
annata,
faremoti riridere con tutta la
brigata.
TESEO
Prendine venti, domine. [A
Ippolita] Come va la mia
dolcezza?
IPPOLITA
Mai così divertita, signore.
EMILIA
La danza era eccellente,
e quanto al prologo, non ne ho
mai sentito uno migliore.
TESEO
Maestro, vi ringrazio. - Si
provveda a compensarli tutti.
PIRITOO
E qui c'è qualcosa di cui ornare
il vostro albero.
TESEO
Ora si riprenda la caccia.
MAESTRO
Possa il cervo che cacci darti
lunga emozione,
e siano i tuoi cani veloci
nell'azione;
che riescano ad ucciderlo senza
impedimenti
e mangino le dame i suoi
penzolamenti.
Suono di corni. Escono Teseo,
Piritoo, Ippolita, Emilia,
Arcite, e seguito.
Ovvìa, c'è andata bene. Dii
deaeque omnes,
avete danzato proprio
divinamente, ragazzotte. Escono.
Inizio pagina
Scena sesta
Entrano Bertram e i due
Nobili francesi.
Entra Palamone dalla boscaglia.
PALAMONE
Circa a quest'ora mio cugino
dette la parola
di visitarmi di nuovo, e portare
con sé
due spade e due buone armature;
se manca,
non è né uomo né soldato. Quando
mi lasciò,
pensavo che una settimana non
sarebbe bastata
a ridarmi le forze perdute,
tanto ero abbattuto
e indebolito dalle privazioni.
Ti ringrazio, Arcite,
sei un nemico leale; ed io mi
sento,
così rinfrancato, capace una
volta ancora
d'affrontare i pericoli.
Rimandare oltre
farebbe pensare il mondo, quando
lo verrà a sapere,
che m'ingrassavo come un maiale
per battermi,
e non come un soldato. Perciò
questa radiosa mattina
sarà l'ultima; e la seconda
spada che porterà,
se solo non si spezza,
l'ucciderò con essa; è regolare.
Sicché, amore e fortuna a me!
Entra Arcite con armatura e
spade.
Oh, buon giorno.
ARCITE
Buon giorno, nobile cugino.
PALAMONE
Vi ho arrecato
troppo fastidio, signore.
ARCITE
Mai troppo, bel cugino,
quello che è solo un debito
d'onore, e mio dovere.
PALAMONE
Se così foste in tutto, signore;
in voi potrei augurarmi
un così gentile parente come voi
mi forzate a riconoscervi
nemico generoso, e vi
ringrazierebbero,
i miei abbracci, non i miei
colpi.
ARCITE
Troverò gli uni o gli altri,
se ben dati, un nobile compenso.
PALAMONE
Allora pareggerò con voi il
conto.
ARCITE
Sfidatemi in questi termini
cortesi, e mi apparirete
più caro d'un'amante; basta con
la rabbia,
per quanto vi è cara ogni cosa
che sia cavalleresca!
Non ci hanno educati a far
discorsi, amico; una volta
armati,
ed entrambi in guardia, irrompa
la nostra furia,
come il cozzare di due maree, da
noi violentemente,
e allora a chi il patrimonio di
questa bellezza
spetti veramente - senza
corrucci, scherni,
insulti alle nostre persone, ed
altri imbronciamenti
più adatti a ragazzine e
scolaretti - si vedrà,
e rapidamente, vostro o mio.
Volete armarvi, signore?
O se non vi sentite pronto
ancora
e forte della vecchia energia,
aspetterò, cugino,
ed ogni giorno vi riconforterò
nella salute,
nel tempo libero. Alla vostra
persona sono amico,
e quasi vorrei non aver detto
che amavo colei,
per quanto sarei morto; ma
poiché amo tale signora,
ed il mio amore è giustificato,
non devo rinnegarlo.
PALAMONE
Arcite, tu sei così coraggioso
come avversario
che nessuno oltre a tuo cugino è
degno d'ucciderti.
Son sano e vigoroso. Scegli le
armi.
ARCITE
Scegliete voi, signore.
PALAMONE
Vuoi superarmi in tutto, o lo
fai
per far ch'io ti risparmi?
ARCITE
Se così pensate, cugino,
Vi sbagliate, perché come io
sono un soldato
non vi risparmierò.
PALAMONE
Ben detto.
ARCITE
Lo constaterete.
PALAMONE
Allora, poiché io sono un uomo
giusto e amo,
con tutta la giustizia di un
innamorato
ti punirò come meriti. Prendo
questa.
Sceglie l'armatura.
ARCITE
Questa perciò è la mia.
Armerò prima voi.
PALAMONE
D'accordo. Prego dimmi, cugino,
dove rimediasti questa bella
armatura?
ARCITE
È del Duca,
e a dir la verità, la rubai. Vi
stringo?
PALAMONE
No.
ARCITE
Non è troppo pesante?
PALAMONE
Ne ho portate di più leggere,
ma farò buon uso di questa.
ARCITE
Ve l'allaccio stretta.
PALAMONE
Non abbiate timore.
ARCITE
Non volete un grande pettorale?
PALAMONE
No, no, non useremo i cavalli.
Ma forse
voi preferireste un tale
scontro?
ARCITE
Mi è indifferente.
PALAMONE
Invero a me pure. Buon cugino,
infilate la fibbia
ben dentro.
ARCITE
State certo.
PALAMONE
Il mio elmo adesso.
ARCITE
Volete combattere senza
bracciali?
PALAMONE
Saremo più spediti.
ARCITE
Mettete comunque i guanti.
Quelli sono scadenti;
ti prego prendi i miei, buon
cugino.
PALAMONE
Grazie, Arcite.
Come ti sembro? Son molto
dimagrito?
ARCITE
In verità assai poco; l'amore vi
ha trattato con riguardo.
PALAMONE
Ti garantisco che andrò fino in
fondo.
ARCITE
Fatelo, senza risparmio;
ve ne darò incentivo, buon
cugino.
PALAMONE
A voi ora, signore.
Arma Arcite.
Mi pare quest'armatura molto
simile a quella, Arcite,
che indossavi il giorno che
caddero i tre re, soltanto
più leggera.
ARCITE
Quella era ottima, e quel
giorno,
ricordo bene, voi mi superaste,
cugino.
Non vidi mai tale valore; quando
vi lanciaste
sull'ala sinistra del nemico,
io spronai forte per
raggiungervi, e sotto di me
avevo un ottimo cavallo.
PALAMONE
Lo era davvero;
un bel baio, ricordo.
ARCITE
Sì, ma ogni mio sforzo
fu fatica vana; correste tanto
avanti a me,
neppure col desiderio potei
tenervi dietro; eppure un poco
feci per emulazione.
PALAMONE
Più per coraggio;
Siete modesto, cugino.
ARCITE
Quando vi vidi caricare in
testa,
mi sembrò udire un tremendo
scoppio di tuono
levarsi dalla truppa.
PALAMONE
Ma ancor prima di quello balenò
il folgore del vostro valore.
Aspettate un momento;
non è questo pezzo troppo
stretto?
ARCITE
No, no, è perfetto.
PALAMONE
Voglio che niente t'offenda, ma
la mia spada;
un livido sarebbe disonore.
ARCITE
Son tutto pronto adesso.
PALAMONE
Discostiamoci allora.
ARCITE
Prendi la mia spada; la ritengo
migliore.
PALAMONE
Vi ringrazio. No, tenetela, ne
va della vita vostra.
Eccone una; solo che regga, non
chiedo di più,
per ogni mia speranza. La mia
causa e l'onore mi proteggano!
ARCITE
E me il mio amore!
S'inchinano in diverse
direzioni, poi avanzano e si
fermano.
Resta altro da dire?
PALAMONE
Questo soltanto, e basta. Tu sei
il figlio di mia zia,
e il sangue che desideriamo
versare è fratello,
in me, il tuo, e in te, il mio;
la spada
ho in mano, e se tu mi uccidi
gli dei ed io ti perdoniamo. Se
c'è
un luogo destinato a coloro che
dormono nell'onore,
mi auguro che l'anima affaticata
di chi cade vi arrivi.
Combatti bene, cugino; dammi la
tua nobile mano.
ARCITE
Eccola, Palamone. Questa mano
mai più
ti toccherà con tale affetto.
PALAMONE
Ti raccomando a Dio.
ARCITE
Se cado, maledicimi, e di'
ch'ero un codardo,
perché essi soltanto muoiono in
queste giuste prove.
Un ultimo addio, mio cugino.
PALAMONE
Addio, Arcite.
Combattono. Poi suono di corni
all'interno; si fermano.
ARCITE
Oh, cugino, ahimè, la nostra
follia ci ha perduti!
PALAMONE
Perché?
ARCITE
Questo è il Duca, a caccia come
vi dissi;
Se siamo scoperti, è finita. Oh,
nascondetevi
in nome dell'onore e della
sicurezza, subito
nella vostra boscaglia
nuovamente, signore; troveremo
per morire tempo abbastanza poi.
Gentile cugino,
se siete visto, vi uccidono
all'istante
per la vostra evasione, ed io,
se voi mi rivelate,
per aver rotto il bando; tutto
il mondo ci disprezzerà,
dicendo che avemmo una nobile
contesa
ma una meschina conclusione.
PALAMONE
No, no, cugino,
non mi nasconderò oltre, né
rinvierò
questa grande occasione a una
seconda prova.
Conosco il vostro gioco, e
l'ingiustizia della vostra
causa;
chi adesso si ritira, che sia
disonorato! Rimettiti
subito in guardia.
ARCITE
Siete forse ammattito?
PALAMONE
O farò mio il vantaggio di
quest'ora,
e quanto alla minaccia che
s'avvicina
la temo meno di quest'esito.
Ricorda, vile cugino,
io amo Emilia, e in quest'amore
seppellirò
te, e ogni altro ostacolo.
ARCITE
Sia allora quel che sia,
imparerai, Palamone, ch'io sfido
anche il morire
come il parlare o il sonno; solo
questo mi spaventa,
che il patibolo ci privi di una
morte onorata.
Bada per la tua vita!
PALAMONE
Bada bene alla tua, Arcite.
Riprendono a combattere. Suono
di corni all'interno; entrano
Teseo, Ippolita, Emilia,
Piritoo, e seguito.
TESEO
Quali pazzi ignoranti e malvagi
traditori
siete voi, che a dispetto di
ordini precisi nei miei editti
combattete, così in tutto come
cavalieri armati,
senza il mio permesso e araldi
d'arbitraggio?
Per Castore, entrambi morirete.
PALAMONE
Sii di parola, Teseo;
poiché siamo certamente
traditori entrambi, e in
vilipendio
di te e della tua generosità. Io
sono Palamone
tuo nemico da sempre, che evase
dalla tua prigione -
ricorda ciò che questo comporta
- e questo è Arcite;
un traditore così sfrontato mai
calpestò questo suolo,
uno più falso mai si finse
amico; questo è colui
per cui grazia fu chiesta e fu
esiliato, costui spregia te
e ciò che tu decreti, e in
queste vesti,
contro il tuo editto è al
seguito di tua cognata,
quella stella splendente di
buona fortuna, la bella Emilia
il cui servo devoto, se c'è un
diritto nel vedere,
e per primo dedicarle la propria
anima, giustamente
sono io - e per di più, osa
pensarla sua.
Di questo tradimento, da
sincerissimo amante,
l'ho sfidato ora a rispondere;
se tu sei,
come hai fama, magnanimo e
nobile,
vero arbitro di ogni contesa,
di' 'combattete ancora', e mi
vedrai, Teseo,
render tale giustizia che tu
stesso invidierai.
Poi prendi la mia vita; ti
supplicherò di farlo.
PIRITOO
O cielo,
questi vale più di un uomo!
TESEO
Ho dato la parola.
ARCITE
Non cerchiamo
un tuo sospiro di misericordia,
Teseo; per me
il morire sarà come per te
pronunciar la sentenza,
non ne sarò più scosso. Ma
poiché costui mi chiama
traditore,
lascia ch'io dica almeno questo:
se c'è tradimento nell'amore,
nella devozione a una bellezza
sì eccelsa,
come io l'amo sopra ogni cosa, e
in fedeltà di lei morirò,
come ho rischiato qui la vita a
confermarlo,
come l'ho servita in virtù e
dovozione,
come non esiterò a uccidere
questo cugino che lo nega,
chiamatemi allora perfido
traditore, e mi farete contento.
Quanto a sprezzare la tua legge,
Duca, chiedi a quella signora
perché è tanto bella, e perché i
suoi occhi mi comandano
di stare qui ad amarla; e se lei
mi chiama 'traditore',
sono uno scellerato degno di
restare insepolto.
PALAMONE
Sarai pietoso verso entrambi, o
Teseo,
se né l'uno né l'altro vorrai
risparmiare. Chiudi,
giusto come tu sei, il tuo
nobile orecchio avverso a noi;
per il tuo valore, per l'anima
di tuo cugino,
le cui dodici tremende fatiche
ne incoronano la memoria,
concedici di morire insieme,
nello stesso momento, Duca;
solo che lui cada un istante
prima di me,
sì ch'io possa dire alla mia
anima che lei non sarà sua.
TESEO
Accolgo la vostra supplica,
perché, a dire il vero, vostro
cugino
è dieci volte più colpevole,
dato che io gli dimostrai
più clemenza di quanta voi ne
trovaste, signore, non essendo
le vostre colpe maggiori delle
sue. Nessuno qui parli per loro;
prima che il sole tramonti,
entrambi dormiranno per sempre.
IPPOLITA
Ahimè che sventura! Ora o mai
più, sorella,
parlate per non esser rifiutata;
il vostro viso
altrimenti sopporterà le
maledizioni dei secoli futuri
per questi due cugini perduti.
EMILIA
Nel mio viso, sorella cara,
non trovo ira per loro, né
rovina;
la sventura che lì uccide sta
nei loro occhi;
ma poiché voglio esser donna e
pietosa,
i miei ginocchi affonderanno nel
suolo se non otterrò clemenza.
Aiutatemi, cara sorella; in
un'azione così onorevole,
i voti di ogni donna saranno per
noi.
[Le signore s'inginocchiano.]
Molto regale fratello...
IPPOLITA
Sire, per la nostra unione in
matrimonio...
EMILIA
Per il vostro onore
immacolato...
IPPOLITA
Per quella fede,
quella bella mano e quel cuore
schietto che mi deste...
EMILIA
Per la pietà che aspettereste in
altri,
per le vostre virtù infinite...
IPPOLITA
Il valore,
e tutte le caste notti in cui ti
ho dato gioia...
TESEO
Questi sono strani incantamenti.
PIRITOO
E anch'io mi unisco;
per tutta la nostra amicizia,
sire, e i pericoli corsi,
per tutto ciò che più amate,
guerre e questa dolce signora...
EMILIA
Per ciò che non avreste osato
rifiutare
a una timida vergine...
IPPOLITA
Per gli occhi vostri; per la
forza
in me che voi giuraste superare
ogni donna,
quasi ogni uomo, e cui pur
rinunciai, Teseo...
PIRITOO
A coronare il tutto; per la
vostra anima nobilissima,
cui non può mancare giusta
clemenza, per primo chiedo ...
IPPOLITA
Ascolta poi le mie preghiere...
EMILIA
Lascia infine che io ti
supplichi, sire...
PIRITOO
D'aver pietà.
IPPOLITA
Pietà.
EMILIA
Pietà per questi principi!
TESEO
Voi fate vacillare la mia
parola. E s'io provassi
compassione per entrambi, come
l'applichereste?
EMILIA
Concedendo la vita - ma
accompagnata dall'esilio.
TESEO
Siete proprio donna, sorella;
avete pietà,
ma vi manca il senso per
applicarla.
Se desiderate che vivano,
escogitate un modo
più sicuro dell'esilio; possono
vivere questi due,
avendo in sé il tormento
dell'amore,
senza uccidersi l'un l'altro?
Ogni giorno
combatterebbero per voi, ogni
ora metterebbero il vostro onore
alla prova manifesta delle loro
spade. Siate saggia, perciò,
e qui dimenticateli; ne va della
vostra fama
del pari col mio giuramento; io
ho detto che devono morire.
Meglio che cadano sul patibolo
che per mano l'uno dell'altro.
Non scalfite il mio onore.
EMILIA
Oh, mio nobile fratello,
quel giuramento vi sfuggì, e in
un momento d'ira;
la vostra ragione non deve
confermarlo. Se tali voti
esprimessero la vera volontà, il
mondo intero dovrebbe
scomparire.
Inoltre, io ho in serbo un altro
vostro giuramento contro questo,
che vale di più, perché dato con
amore,
e non sfuggito nella passione,
ma con animo posato.
TESEO
Quale, sorella?
PIRITOO
Fatelo valere ora, buona
signora.
EMILIA
Che non m'avreste mai negato
alcuna cosa
purché fosse onorevole
richiesta, e in vostro potere
concederla.
Vi obbligo adesso alla vostra
parola; se non la manterrete,
considerate come il vostro onore
ne sarebbe mortificato -
perché ora che mi son decisa a
chiedere, signore, son sorda
a tutto eccetto che alla vostra
clemenza - come la loro morte
potrebbe portare rovina alla mia
reputazione, maldicenza.
Dovrà ogni cosa che mi ama
morire per questo?
Sarebbe una crudele precauzione;
forse che si potano
i verdi rami dritti che
arrossiscono di mille boccioli
in caso marciscano? O Duca
Teseo,
le buone madri che li hanno
partoriti con dolore,
e tutte le ardenti fanciulle che
li amarono,
se state al giuramento,
malediranno me e la mia
bellezza,
e nei loro funebri canti per
questi due cugini
spregeranno la mia crudeltà, e
invocheranno sfortuna per me,
finché diventerò lo scherno
delle donne;
per amore del cielo, risparmiate
loro la vita ed esiliateli.
TESEO
A quali condizioni?
EMILIA
Che giurino mai più
di farmi oggetto della loro
contesa, o di ricordarmi,
o metter piede nel tuo ducato, e
di rimanere,
ovunque vadano, per sempre
estranei
l'uno all'altro.
PALAMONE
Ch'io sia tagliato a pezzi
prima di fare questo giuramento!
Dimenticare che l'amo?
O voi dei, disprezzatemi tutti
allora. L'esilio
non mi dispiace, perché potremo
liberamente portare
le nostre spade e la nostra
causa con noi; sennò non esitare
a toglierci la vita, Duca. Io
devo amare e voglio,
e per quest'amore devo cercare
di uccidere mio cugino
in ogni angolo di questa terra.
TESEO
Volete voi, Arcite
accettare queste condizioni?
PALAMONE
Se lo fa, è un vile.
PIRITOO
Questi sono uomini!
ARCITE
No, Duca, mai; per me sarebbe
peggio che elemosinare
aver salva la vita così
ignobilmente. Benché io pensi
di non averla mai, tuttavia
conserverò
l'onorato affetto e morirò per
lei,
anche se mi metterai a un
supplizio infernale.
TESEO
Che si può fare? Perché ora
provo compassione.
Le signore si alzano.
PIRITOO
Fate che non si spenga, Sire.
TESEO
Dite, Emilia,
se uno dei due morisse, come
dovrebbe, sareste
contenta di prender l'altro per
marito?
Non possono avervi entrambi.
Sono principi
belli come gli occhi vostri, e
nobili
come fama ne abbia mai
celebrati; guardateli,
e se potete amare, terminate
questa contesa.
Io do il mio consenso; siete
anche voi contenti, principi?
PALAMONE e ARCITE
Con tutta l'anima.
TESEO
Quello che lei rifiuterà
dovrà morire dunque.
PALAMONE e ARCITE
Qualsiasi morte tu decreterai,
Duca.
PALAMONE
Se muoio per quella bocca, muoio
felice,
e gli amanti a venire
benediranno le mie ceneri.
ARCITE
Se mi rifiuta lei, mi sposerà la
tomba,
e soldati canteranno il mio
epitaffio.
TESEO
Fate la scelta, allora.
EMILIA
Non posso, sire, sono troppo
eccellenti tutti e due;
per causa mia, non si torcerà un
capello a questi uomini.
IPPOLITA
Che si farà di essi?
TESEO
Così io stabilisco,
e sul mio onore un'altra volta,
resti,
o moriranno entrambi: tornerete
al vostro paese,
e ciascuno entro un mese,
accompagnato
da tre bravi cavalieri,
ritornerà in questo luogo,
sul quale farò erigere un
obelisco; e colui
che, in nostra presenza,
obbligherà il cugino,
in leale e cavalleresco scontro,
a toccare il pilastro,
avrà la dama; l'altro perderà la
testa,
e quella dei suoi amici; e né
gli rincrescerà di perdere,
né penserà di morire con qualche
diritto su questa signora.
Siete soddisfatti?
PALAMONE
Sì! Qua, cugino Arcite,
vi sono amico di nuovo, fino a
quell'ora.
ARCITE
Io v'abbraccio.
TESEO
Siete contenta, sorella?
EMILIA
Sì, per forza, sire,
o ne avranno sventura tutti e
due.
TESEO
Venite, stringetevi ancora la
mano,
e badate, sul vostro onore di
gentiluomini, questa contesa
resti sopita fino all'ora,
fissata, e tenetevi alla
promessa.
PALAMONE
Non sarai deluso di noi, Teseo.
TESEO
Venite, vi darò ospitalità
adesso in qualità di principi e
di amici.
Quando ritornerete, il
vincitore, qui stabilirò;
e lo sconfitto, pure nella sua
bara piangerò. Escono.
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