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Personaggi

 

TESEO, Duca d'Atene
IPPOLITA, Regina delle Amazzoni, in seguito moglie di Teseo
EMILIA, sua sorella
PIRITOO, amico di Teseo

PALAMONE, ARCITE: i due nobili cugini tebani

IMENEO, dio dei matrimoni
UN RAGAZZO
ARTESIO
, soldato ateniese
Tre REGINE, vedove di re uccisi nell'assedio di Tebe
VALERIO, tebano

UN ARALDO
DONNA
, serva di Emilia
UN GENTILUOMO
MESSAGGERI
SEI CAVALIERI,
scorta di Palamone e Arcite
UN SERVITORE

CARCERIERE, al servizio di Teseo
FIGLIA del Carceriere
CORTEGGIATORE della Figlia del Carceriere
Due AMICI del Carceriere
FRATELLO del Carceriere
UN DOTTORE
Sei RUSTICI,
di cui uno vestito da scimmia o babbuino
UN MAESTRO DI SCUOLA
NELLA
e altre quattro Ragazzotte di campagna
UN TAMBURINO

Uno che recita il PROLOGO e l'EPILOGO

Ninfe, servitori, contadini, portatore di ghirlande, cacciatori, fanciulle, boia, soldati.

 

Riassunto

da Ti racconto i Classici

Siamo in un'immaginaria Grecia antica. Due cugini, belle e nobili figure e molto legati tra loro, Arcite e Palamone, sono chiusi insieme in un carcere ad Atene, prigionieri di guerra. Dalla finestra vedono una ragazza e se ne innamorano perdutamente, diventando rivali. La ragazza è Emilia, cognata del duca d'Atene, Teseo, che ha sposato l'amazzone Ippolita, sorella appunto d'Emilia. I due cugini (i due "cugini" del titolo) prendono a litigare ferocemente fra loro, divisi nel diritto d'amare Emilia, che l'uno vuol togliere all'altro. Amare in senso platonico, come sogno punto e basta, perché, tanto, son rinchiusi per sempre in carcere e mai potrebbero averla. Ma avviene qualcosa di inaspettato. Arcite viene improvvisamente liberato. Teseo gli dà la libertà, ma lo bandisce da Atene, pena la morte, rispedendolo nella sua nativa Tebe. A questo punto Palamone invidia Arcite, perché lui è libero e qualcosa potrebbe tentare per avere Emilia. E Arcite – che è libero, ma è bandito da Atene – invidia invece Palamone, perché lui è in carcere sì, ma dalla finestra può ancora godersi la sua bella Emilia.

Come si sviluppa la vicenda? Arcite non resiste lontano da Emilia, torna ad Atene sotto mentite spoglie e riesce a entrare alla corte di Teseo come scudiero e a starsene così molto vicino alla bella Emilia. Palamone marcisce in carcere, ma un bel giorno riesce a fuggire e si rifugia in un bosco fuori città. I due casualmente lì si incontrano. È subito baruffa, per invidia, gelosia, rivalità. Mentre duellano sopraggiunge Teseo. Vengono riconosciuti e condannati a morte, colpevoli, l'uno, Arcite, di trovarsi ad Atene nonostante il bando, l'altro, Palamone, della fuga dal carcere. Ma intervengono le due sorelle, Ippolita ed Emilia, moglie e cognata di Teseo, a chiedere pietà per loro. La vera colpa dei due è d'amare disperatamente Emilia: l'amore merita dunque pietà, non condanna. Teseo se ne convince e poiché entrambi vogliono la stessa donna -Emilia- ad entrambi per nobiltà d'animo e nobiltà d'origine la meriterebbero, non rimane che "giocarsela". È Teseo a stabilire le regole del gioco: un torneo in armi, l'uno contro l'altro, ciascuno con dei compagni. Il vincitore avrà Emilia in sposa.

Ciascuno dei due contendenti chiede aiuto alla divinità in cui più crede: Arcite si rivolge a Marte, dio della guerra, Palamone si rivolge a Venere, dea dell'amore e Emilia infine si rivolge a Diana chiedendo imparzialmente che fra i due vinca chi ha più meriti.

Ecco che al giorno prefissato ha luogo lo scontro. I duellanti sono assolutamente pari, in forza e in valentia, ma Arcite vince.
E qui c'è un colpo di scena: durante il trionfo d'Arcite, il suo cavallo s'impenna, stramazza e fa cadere sotto al suo peso il cavaliere, ferendolo a morte. Arcite dunque muore, prima d'aver avuto l'agognato premio, l'amore di Emilia. Morendo chiama a sé Palamone, si riconcilia, e affida al cugino, amico e  rivale, l'amore d'Emilia. L'avrà lui in moglie.

Questa è la storia, sviluppata lungo il corso di alcuni anni in Chaucer, di alcuni giorni in Shakespeare.
Ci sono differenze tra il racconto in versi di Chaucer e il dramma di Shakespeare? Sì, notevoli. Tre le differenze sostanziali. Chaucer non sviluppa il tema dell'amicizia, del legame profondo fra i due cugini rivali. Shakespeare invece ne fa il tema di fondo del suo dramma.
Chaucer "divinizza" molto il racconto: Venere e Marte, cui i due contendenti si sono raccomandati, hanno un ruolo fondamentale negli eventi, ne sono i veri motori responsabili, e gli esseri umani sono marionette che subiscono i capricci del destino, ovvero la volontà degli dei. Shakespeare invece "umanizza" gli eventi, scende dall'alto dell'Olimpo alla realtà umana dei protagonisti e ci racconta una storia d'uomini. Infine, terza differenza, solo strutturale, Shakespeare crea un "sub-plot", come si dice oggi, cioè una seconda trama parallela, tipica del teatro elisabettiano,  che corre accanto alla principale e che narra la storia della figlia del carceriere di Palamone, che, innamoratasi di lui, lo fa fuggire di prigione e poi (come  Ofelia nell'Amleto) diventa pazza per amore, vedendosi da lui trascurata. È la classica trama secondaria di livello popolare che spesso nella drammaturgia elisabettiana ha risvolti di comicità spinta e che qui, invece, strappa una sola piacevolissima risata, nient'affatto farsesca, e viaggia poi su toni drammatici e anche lirici, con finale felice: la ragazza guarisce dalla sua infatuazione, torna al proprio fidanzato, si avvia alla guarigione.

Eccoli dunque in carcere i nostri due protagonisti, Arcite e Palamone. Sono due figure così belle, così nobili, che "la prigione stessa è fiera di loro e nella loro cella racchiudono il mondo intero..." (II, 1). Non hanno ancora visto Emilia dalla finestra, quindi niente li contrappone. Dividono insieme il carcere a vita,  quindi un futuro senza speranze... Le grazie della loro giovinezza in quel carcere dovranno avvizzirsi, non avranno mogli, non conosceranno "i dolci  abbracci di una sposa innamorata, carichi di baci..." non avranno mai figli "immagini di noi stessi, per rallegrare la nostra vecchiaia...", "non conosceremo altri che noi stessi, non sentiremo che l'orologio che scandisce le nostre pene... la vite crescerà, ma noi mai la vedremo, verrà l'estate con le sue gioie, ma qui rimarrà sempre il freddo e morto inverno..." (II, 2). Insomma, è la lirica della prigionia, e ci senti, inconfondibile, la mano di Shakespeare, quella che un giorno ispirerà Byron (Chillon) e Oscar Wilde (Reading)... Ed ecco ancora la luce della poesia che entra nel buio del carcere e lo illumina: la poesia dell'amicizia. "Consideriamo questa prigione – dice Arcite – come un sacro romitaggio per sottrarci alla corruzione... Esiste oggetto degno che noi non si possa far nostro con l'immaginazione? Stando così insieme siamo una miniera infinita l'uno per l'altro, ciascuno è sposa per l'altro, siamo l'uno per l'altro padre, amico, compagno, siamo ciascuno la famiglia dell'altro...". Tale è il legame e l'affetto fra i due, tale la ricchezza dei loro animi che arrivano a convincersi che il carcere, che li unisce per sempre, sia in fondo la maggiore delle fortune che potesse toccar loro, voluta per loro dagli dei benevoli: "che pena che è vivere fuori di qui, ovunque sia!..." (II, 2).
Ma come un colpo di fulmine ecco che un giorno compare Emilia giù nel giardino. "Guarda e stupisci! ...Per il cielo, è una dea!... È tutta la bellezza che esiste!
...Non so che effetto abbia avuto su di te: io sono perduto! ...Maledetti i miei occhi che l'anno vista: adesso sento il peso delle catene!..." (II, 3).
E fra i due scoppia, improvvisa, violenta, mortale, la rivalità. Ciascuno rivendica per sé il diritto d'amarla.
Sappiamo come si svolgono i fatti. Libero Arcite, che rimane ad Atene. In fuga Palamone. L'incontro nel bosco. Il duello. E qui, in occasione del duello appunto, altre pagine bellissime di poesia dell'amicizia. Arcite vive a corte ed è bene in carne. Palamone è appena fuggito di prigione ed è affamato, malconcio, patito. Ecco che Arcite gli porta cibo e bevande. Lo rinfranca, lo veste, lo nutre. Poi porta le armi, per il duello. Si aiutano l'un l'altro a indossare le armature, amorevolmente. L'armatura di Palamone è la più bella: Arcite l'ha rubata per lui, che ne è degno, a Teseo. "Ti stringe troppo? No. Non è troppo pesante? Ne ho portate di più leggere, ma può andare... Te l'allaccio stretta... Benissimo!... Non vuoi un altro pettorale?... Combatti a braccia nude?...
avremo più libertà di movimento... sì, ma usa i guanti: quelli sono di misura piccola, ti prego, prendi i miei, mio buon cugino... Come ti sembro? ...sono molto dimagrito?... Aspetta un secondo: non è troppo stretto questo pezzo?... no, va bene... Non voglio che altro ti ferisca se non la mia spada: un livido sarebbe disonorevole... Prendi la mia spada, mi sembra migliore... grazie, no, tienila: da essa dipende la tua vita...!" (III,6).
Sono i temi dell'amicizia, della cavalleria, della nobiltà d'animo, che si fondono col tema, antico come il mondo, della rivalità in amore: e che Shakespeare (e questo è Shakespeare, non Chaucer, non Fletcher) traduce in poesia, in commozione, in tenerezza, in lirica. Arriva Teseo. Il duello si interrompe. È lanciata l'idea del torneo, puramente "sportivo" in Chaucer, mortale, all'ultimo sangue, in Shakespeare.
Ci sono le preghiere dei contendenti (e d'Emilia) alle loro divinità, Diana per Emilia, Marte per Arcite, Venere per Palamone. Curiosissima, insolita quest'ultima. Palamone chiede a Venere d'aiutarlo vantando i propri meriti di devoto alla legge dell'amore, ma quella che vanta è una devozione tutta borghese: mai fatto il dongiovanni spaccone, mai insidiata la donna d'altri, mai dubbi sull'onestà delle donne, mai vanterie sulle proprie conquiste, mai presa in giro una ragazza, mai dato ascolto a chi non protegge la privacy delle proprie amanti...
Di chi è questa insolita preghiera, non essendo ripresa da Chaucer? È di Fletcher? È di Shakespeare? Non lo sapremo mai.
Ed ecco il duello, che non vediamo in scena, ma che è raccontato da messaggeri, come tante battaglie in tanti drammi storici shakespeariani. Ecco il finale, la vittoria di Arcite, la caduta mortale del vincitore: "...vive ancora, ma è solo un vascello che galleggia in attesa della prossima ondata. Desidera molto di parlare con voi..." (V,4) dice un messo a Palamone. E c'è l'ultimo abbraccio in punto di morte fra i due "nobili cugini". "Oh, triste fine della nostra amicizia! Gli dei sono possenti. Arcite, se il tuo cuore, il tuo valoroso cuore virile è ancora intero, dammi le tue ultime parole. Io sono Palamone, uno che ti ama ancora mentre muori...". "Prendi Emilia, e con lei tutta la gioia del mondo; dammi la mano. Addio! Ho contato la mia ultima ora. Sono stato infedele, ma mai traditore; perdonami cugino. Un bacio alla bella Emilia. È finita. Prendila: io muoio" (V,4).
Muore in scena Arcite e dice di lui Teseo "...la sua parte è finita e benché sia stata troppo corta l'ha sostenuta bene... Mai la fortuna ha giocato partita più sottile: il vinto trionfa, il vincitore perde...!" (V,4) e invita gli astanti a due successive cerimonie, le onoranze funebri per Arcite e, subito dopo, il matrimonio di Palamone ed Emilia.

Abbiamo raccontato il dramma nel suo nucleo narrativo e poetico principale. Ci sono altre parti, la storia parallela della figlia del carceriere innamorata di Palamone e tutto il primo atto, alla corte di Teseo, ove tre regine sopraggiungono a turbare le nozze di Teseo con Ippolita chiedendogli di intervenire subito contro Creonte, colpevole d'aver ucciso i loro mariti re e di non restituirne i corpi. Ma la sostanza poetica di I due nobili cugini è tutta nella celebrazione dell'amicizia ed è ciò che rende originale il dramma.
Le aggiunte e le manipolazioni certamente di Fletcher sono di tipo coreografico: i villani celebrano con danze e canti le feste di calendimaggio, invitando ad assistervi Teseo e la sua corte. E siamo però alle parti meno interessanti del dramma, aggiunte per "far scena", per rendere più popolare la parte spettacolare.

I due nobili cugini è l'ultimo dramma di Shakespeare. Ancora tre anni di vita e di riposo nella sua Stratford e poi il 23 aprile del 1616 morirà. Fletcher, di quindici anni più giovane, continuerà a lavorare sino alla morte, nel 1625.

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William Shakespeare

Il Teatro

I DUE NOBILI CUGINI

Introduzione

Personaggi e Riassunto

Prologo - atto Primo

Atto Secondo

Atto Terzo

Atto Quarto

Atto Quinto - Epilogo

Il teatro

Tragedie

1589 - 1593

Tito Andronico

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Romeo e Giulietta

1599

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1601

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Otello

1605 - 1606

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1607

Antonio e Cleopatra

1607 - 1608

Coriolano

Commedie

1590 - 1593

La bisbetica domata

1590 - 1594

La commedia degli errori

1590 - 1595

I due gentiluomini di Verona

1593 - 1596

Pene d'amor perdute

1594 - 1597

Il mercante di Venezia

1595

Sogno di una notte

di mezza estate

1598 - 1599

Molto rumore per nulla

1599 - 1600

Come vi piace

1599 - 1601

La dodicesima notte

1599 - 1601

Le allegre comari di Windsor

1602 - 1603

Tutto è bene quel

che finisce bene

1603

Misura per misura

1605 - 1608

Timone d'Atene

1607 - 1608

Pericle principe di Tiro

1609 - 1610

Cimbelino

1611

Il racconto d'inverno

1611 - 1612

La tempesta

1613 ca.

I due nobili cugini

Drammi storici

1588 - 1592

Re Enrico VI - Parti I, II, III

1590 - 1597

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1591 - 1594

Riccardo III

1595

Riccardo II

1597 - 1598

Enrico IV - Parti I, II

1598 - 1599

Enrico V

1612 - 1613

Enrico VIII

Vita ed opere

Introduzione

Biografia 1

Biografia 2

Biografia 3

L'opera

Identità e paternità

I sonetti

Introduzione

1-10 51-60 101-110
11-20 61-70 111-120
21-30 71-80 121-130
31-40 81-90 131-140
41-50 91-100 141-154