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BIOGRAFIA 3
William Shakespeare
( Stratford-on-Avon, 1564 - idem, 1616)
da Tiscali Skuola
Poeta e drammaturgo
inglese (Stratford-on-Avon,
Warwickshire, 1564-
1616). Si firmava di
solito Shakspere. Del
suo nome, che si trova
scritto spesso anche
Shakspeare e Shakespere,
si conservano in tutto
ottantatré varianti
Ortografiche. La forma
Shakespeare risulta
dall'edizione in folio.]
Nonostante la
molteplicità delle
leggende, i cui aneddoti
curiosi suppliscono alla
scarsezza della notizie
certe, la realtà
biografica di
Shakespeare è provata da
documenti inconfutabili;
essi attestano che era
il terzo degli otto
figli di lobo, ricco
guantaio o proprietario
terriero (yeoman) di
Stratford che fu bailiff
(balivo) della città, e
di Mary Arden,
appartenente a un'agiata
famiglia dei dintorni. I
registri della chiesa
della Santa Trinità (Holy
Triniry) di Stratford
documentano che fu
battezzato il 26 aprile
1564, tre giorni dopo la
nascita, secondo la
tradizione. Il 27
eovembre 1582 egli sposò
Anne Hathaway, di Otto
anni più anziana di lui.
A Stratford, il 26
maggio 1583 fu
battezzata la figlia
Susanna, e il 2 febbraio
1585 i gemelli Judith e
Namnet, morto nel 1596.
La tradizione ha
arricchito questi dati
di particolari
romanzeschi: lo ha detto
figlio di un macellaio,
costretto ad abbandonare
la città natale, dove
faceva il maestro di
scuola, per avere
cacciato di frodo i
caprioli nel parco di un
signorotto del luogo,
sir Thomas Lucy di Char,
di cui egli si sarebbe
vendicato con una feroce
ballata; poi guardiano
di cavalli davanti ai
teatri di Londra; amante
della moglie di un
taverniere di Ovford,
Mrs. Davenant; morto di
indigestione dopo una
gozzoviglia col
drammaturgo Ben lonson e
il poeta M. Drayton in
una taverna di Stratford.
Alcuni critici hanno
infine contestato la
paternità delle sue
opere, vedendo in lui
solo un prestanome.
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La
prima allusione alla sua
carriera teatrale è
fatta dallo scrittore
Robert Greene, che nel
romanzo Un soldo di
spirito per un milione
di pentimento
(pubblicato postumo nel
1592) parla con dispetto
d'uno Scuotiscena (Shake-scene),
un Johannes factotum
(buono a tutto fare),
che si pavoneggia con le
penne degli altri; ma
dell'espressione
malevola si rammarica lo
stesso editore dl
Greene, Henry Chettle,
nella prelazione dl una
sua operetta satirica,
il primo lavoro
Shakespeare pubblicato
fu il poemetto
mitologico di Venere e
Adone (1593), a cui
seguI poemetto Lucrezia
(1594), dedicati
entrambi all'amico Henry
Wriothesley, conte di
Sothampton, in compagnia
del quale si è su posto
che egli compisse un
viaggio in Italia il
1592 e il 1594.
Probabilmente in
quell'epoca aveva già
iniziato a comporre i
sonenetti, pubblicati
nel 1609. Nel 1594, alla
riapertura dei teatri,
chiusi l'anno precedente
e causa della peste,
Shakespeare entrò a far
parte, come attore,
autore e
comproprietario, della
compagnia protetta dal
lord ciambellano, i Lord
Chamberlain's Men, che
recitava nel teatro di
Shoreditch, il primo
teatro stabile d'inghilterra,
e della quale egli fu,
insieme con R. Burbage,
il membro più
autorevole. In quello
stesso anno comparvero
la tragedia Tiro
Andronico, pubblicata
anonima e senza
l'autorizzazione della
compagnia, proprietaria
esclusiva delle opere
dei drammaturghi, una
Bisbetica domata,
probabilmente non
shakespeariana e
comunque assai diversa
dda quella che
conosciamo, e la prima
parte della contesa fra
le due celebri famiglie
di York e di Lancaster,
seguita da La verace
tragedia di Riccardo,
duca di York (1595),
rispettivamente varianti
della seconda. e della
terza parte dell'Enrico
VI. Dopo il 1594 si
susseguirono edizioni
anonime, in formato in
quarto, non curate
dall'autore, di parte
dei suoi drammi,
talvolta autorizzate
dalla compagnia (good
quartos, buoni quarti),
talvolta clandestine
(bad quartos, cattivi
quarti). Francis Meres
nell'opera Palladis
Tamia, Tesoro dello
spirito (1598), oltre ai
summenzionati poemetti e
ai sonetti elenca,
esprimendo sul loro
autore un giudizio
fortemente elogiativo,
dodici opere teatrali
sicuramente
shakespeariane, fino a
quell'anno note al
pubblico: I due
gentiluomini di Verona,
La commedia degli
errori, Pene d'amor
perdute, Pene di amor
vinte (quest'ultima
perduta, o, come vuole
qualcuno, da
identificarsi con La
bisbetica domata, o
Tutto è bene quel che
finisce bene, Sogno di
una notte di mezza
estate. Il mercante di
Venezia, Enrico IV,
Riccardo Il, Riccardo
III, Re Giovanni, Tito
Andronico, Romeo e
Giulietta. Come attore,
Shakespeare nel 1598
recitò nel dramma
dell'amico Ben Jonson,
Ciascun uomo con il suo
carattere. Il prosperare
delle sue condizioni
economiche è attestato
dall'ottenuta
concessione di uno
stemma gentilizio per il
padre e per lui nel 1596
e dall'acquisto, l'anno
successivo, di una delle
più grandi case di
Stratford, New Place,
dove egli si ritirò
nell'ultimo periodo
della vita. Non
confermata da alcun dato
esterno, invece, la sua
supposta adesione alla
congiura del conte d'Essex
(1601), nella quale fu
coinvolto il suo
protettore, Southampton.
Nel 1599 intanto, con il
materiale recuperato
dalla demolizione del
teatro, la compagnia
aveva eretto a Southwark,
sulla sponda meridionale
del Tamigi, il Globe.
Alla morte della regina
Elisabetta (1603) essa
passò sotto la
protezione del re
Giacomo I e mutò il nome
in quello di King's Men.
La nuova compagnia mise
in scena il Seiano di
Ben Jonson (1603), in
cui recitò Shakespeare.
Le rappresentazioni dei
suoi drammi continuarono
fino al 1608, anno in
cui la peste fece
chiudere nuovamente i
teatri. Alla loro
riapertura nel 1609 la
compagnia oltre al Globe
possedeva il Blackftiars,
un locale coperto,
destinato al pubblico
aristocratico. Dopo il
1611 il nome di
Shakespeare non compare
più negli elenchi della
compagnia. L'ultima sua
fatica teatrale fu
l'Enrico VI .Il 25 marzo
1616 egli dettò a
Stratford il testamento
e il 23 aprile morì. La
sua tomba è nella chiesa
della Santa Trinità di
Stratford. La
pubblicazione completa
delle opere drammatiche
e non drammatiche di
Shakespeare fu curata
dagli attori dei King's
Men John Heminges e
Henry Condell
nell'edizione in folio
del 1623. Vi compaiono
trentasei drammi divisi
in commedie, storie, (Histories,
cioè drammi ispirati
alla storia nazionale) e
tragedie. Le commedie
sono: La tempesta, Due
gentiluomini di Verona,
Le allegre comari di
Windsor, Misura per
misura, La commedia
degli errori, Molto
rumore per nulla, Pene
d'amor perdute, Sogno
d'una notte dimezza
estate, Il mercante di
Venezia, Come vi piace,
La bisbetica domata,
Tutto è bene quel che
finisce bene, La
dodicesima notte, Il
racconto d'inverno. Le
storie sono: Re
Giovanni; Riccardo II;
le due parti dell'Enrico
IV; Enrico V, le tre
parti dell'Enrico VI;
Riccardo III Enrico VII.
Le tragedie sono:
Coriolano; Tito
Andronico; Romeo e
Giulietta; Timone
d'Atene; Giulio Cesare
Macbeth; Amleto; Re
Lear; Otello; Antonio e
Cleopatra; Cimbelino.
Tra le storie e le
tragedie compare Troilo
e Cressida. Questi
drammi, più il Pericle,
non compreso
nell'infolio, formano il
canone shakespeariano.
Ne sono esclusi due
nobili parenti,
pubblicato nel 1634 come
opera di Shakespeare e
J.Fletcher, e Sir Thomas
More, edito solo nel
1044, opera di diversi
autori, di cui una scena
di tre pagine sarebbe
stata scritta da
Shakespeare. Tra le
opere minori sono da
ricordare la miscellanea
di poesie Il pellegrino
appassionato (1599), un
breve componimento
poetico, La fenice e la
tortora (1601). e il
poemetto Lamento
dell'innamorata, apparso
in appendice
all'edizione dei
Sonetti(1609). In una
così vasta produzione,
che denuncia come dato
immediatamente
rilevabile la
straordinaria
versatilità dell'autore,
capace di provarsi
contemporaneamente nei
più diversi generi
drammatici e poetici, si
possono pur distinguere
periodi abbastanza
differenziati. Negli
anni anteriori al 1601
il fervore col quale il
poeta entrò in gara coi
più fortunati esponenti
del teatro
contemporaneo, passando
dalla plautina Commedia
degli errori alla truce
tragedia senechiana di
Tito Andronico, lo portò
a ispirarsi a una
concezione che persino
in un dramma della
passione quale Romeo e
Giulietta lascia
intravedere un
sostanziale
riconoscimento dei
valori positivi della
vita. La presenza nei
severi drammi storici,
che si collegano
all'antico teatro
religioso, di personaggi
come Falstaff è un
indizio significativo di
questa disposizione del
poeta, il quale del
testo rivela la sua
originalità soprattutto
nel fantastico Sogno di
una notte dimezza
estate, nel geniale
contrappunto
sentimentale del
Mercante di Venezia,
Molto rumore per nulla,
Come vi piace, La
dodicesima notte, e
nella commedia borghese
delle Allegre comari di
Windsor. Una diversa
pessimistica concezione,
cui non furono estranee
le vicende che allora
sconvolsero
l'Inghilterra a
cominciate dalla
congiura del conte di
Essen, caratterizza
invece il secondo e più
prestigioso periodo del
teatro shakespeariano,
dal 1601 al 1600. Nelle
stesse commedie di
quegli anni, come Tutto
è bene quel che finisce
bene e Misura per
misura, il riso si fa
amaro e spesso
sarcastico. Ma quelli
furono soprattutto gli
anni delle tragedie in
cui grandeggiano i
personaggi dominati
dalle passioni più folli
e le vittime della
perfidia umana, sia che
il poeta s'ispirasse
alla storia antica sulla
scorta di Plutarco
(Antonio e Cleopatra,
Coriolano), sia che
attingesse dalle
leggende o dalla
tradizione novellistica
(Amleto, Otello, Re
Lear, Macbeth). Una
serenità che non ha più
il carattere fiducioso
degli entusiasmi
giovanili, ma nasce da
una contemplazione
distaccata delle
contraddizioni della
vita ispirò infine i
capolavori dell'ultima
stagione, compresa fra
il 1600 e il 1616:
Cimbelino, li racconto
d'inverno, La tempesta.
L'opera teatrale di
Shakespeare nacque in
perfetto accordo con la
sua età, e alcuni dei
suoi tratti
caratteristici si
Spiegano innanzi tutto
come concessioni al
gusto del pubblico. Tra
gli spettatori si
mescolavano
aristocratici, borghesi
e artigiani, gli unì
appassionati per le
battute spiritose, i
giochi di parole, i
dialoghi frizzanti, le
trovate romanzesche e le
soluzioni patetiche, gli
altri portati ad
apprezzare la violenza e
l'orrore di alcune scene
tragiche e il buffonesco
di altre, più vicine
alla farsa che alla vera
e propria commedia. Ne
si deve sottovalutare la
tecnica degli spettacoli
propri dell'età
elisabettiana: la scena
era una piattaforma che
si pro- tendeva come una
penisola in mezzo agli
spettatori della platea,
i quali assistevano in
piedi, mentre solo pochi
privilegiati potevano
assistere seduti nelle
gallerie o sulla scena
stessa.
Rudimentale e
simbolico era lo
scenario; la convenzione
teatrale era accolta
senza riserve, e questo
consentiva rapidi e
frequenti cambiamenti di
luogo; l'atmosfera era
creata dal testo; i
ruoli femminili erano
sostenuti da giovinetti;
fantasmi, apparizioni
portentose non turbavano
gli spettatori, i quali
partecipavano allo
spettacolo manifestando
liberamente il loro
entusiasmo e la loro
delusione. Queste
condizioni danno ragione
di quelli che vennero a
lungo considerati i
difetti del teatro
shakespeariano:
struttura tutt'altro che
rigorosa, mescolanza di
generi, violenza,
grossolanità,
inverosimiglianza. Ma
proprio in quelli che
potevano sembrare gli
errori di Shakespeare
consiste la potenza
eccezionale della sua
poesia, capace di
interpretare nella sua
ricca e contraddittoria
complessità tutta la
vita. Nella sua opera,
che pur rielabora
soggetti per lo più
noti, c'è infatti tutto
ciò che il teatro può
offrire: fantasia
aggraziata e lieve,
preziosità, comicità
raffinata, realistica o
farsesca, voli epici,
fremiti lirici,
grandezza tragica. E se
alla lettura questi
elementi possono
talvolta sembrare non
perfettamente fusi tra
loro, il movimento e il
ritmo impresso alle
scene fanno si che nella
rappresentazione l'unità
risulti perfettamente
raggiunta. Lo stile non
ha nulla che lo uguagli
in tutta la poesia
inglese: vigoroso e
immaginifico, sa di
volta in volta mettere a
profitto le risorse
d'una prosa colorita e
quelle del verso sciolto
(blank verse), al quale,
dopo avere spezzato lo
schema rigido del
pentametro giambico dei
primi drammi, il poeta
seppe imprimere nelle
sue grandi tragedie una
straordinaria
flessibilità e una
eguagliabile forza di
suggestione; questa
raffinatezza di stile è
tale da non cedere
talvolta nemmeno a
quella che l'artista
seppe attuare nei
Sonetti, capolavoro
della lirica inglese.
Ma, anche nell'opinione
popolare, Shakespeare è
soprattutto creatore di
personaggi Immortali:
eroi portati dal loro
tormento interiore al
limite della
disperazione, quali
Amleto, Macbeth, Otello,
re Lear; affascinanti
creature femminili,
delicate e fragili come
Ofelia e Desdemona, o
maliziose e abili come
Rosalinda e Viola,
infine figure comiche,
vittime ridicole ma al
tempo stesso commoventi
delle loro debolezze,
come Malvolio, o piene
d'iniziative e
vivacissime, come
Falstaff.
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La fortuna di
Shakespeare
Mentre i contemporanei
avvertirono la grandezza
del drammaturgo, di cui
Ben Jonson celebrò alte
lodi nella prefazione
all'edizione in folio
del 1623, il periodo che
segui la riapertura de
teatri inglesi dopo la
parentesi puritana
(l642-1660f vide
appuntarsi contro di lui
le censure dei critici,
informati al culto
classicistico
dell'ordine e della
chiarezza razionale:
quello stesso che
indusse Voltaire a
correggere drasticamente
il giudizio favorevole
inizialmente espresso su
Shakespeare nelle
Lettere filosofiche.
Presso il pubblico
inglese, tuttavia, la
sua popolarità rimase
immutata, anche in virtù
delle interpretazioni
magistrali. Ma che ne
diede David Garrick e
che furono illustrate
perfino da pittori, come
Reynolds e W. Hogarth.
Ma solo col prevalere
del gusto romantico
l'arte del drammaturgo
inglese si rivelò in
tutta la sua potenza; in
questo senso, la sua
fortuna offre spunti di
somiglianza con quella
di Dante, colui, tra i
grandi creatori, col
quale, nonostante la
diversa collocazione
storica, egli ha più
forti punti di contatto.
Espresse immaginosamente
le ragioni
dell'ammirazione, sempre
più crescente fuori
dell'Inghilterra a
datare dai Settecento,
il Goethe, quando
paragonò l'opera del
grande drammaturgo al
libro della natura, In
lui videro l'ideale
precursore i poeti dello
Sturm und Drang. che ne
diffusero le tragedie in
Europa. Spirito
assolutamente romantico,
lo proclamò F. Schlegel,
il cui fratello A. W.
Schlegel curò, in
collaborazione con L.
Tieck, una magistrale
traduzione di tutta la
sua produzione
(1797-1810), ancor oggi
validissima. In Italia
l'arte di Shakespeare
costituì uno dei
principali termini di
polemica tra classicisti
e romantici ed ebbe tra
i più illustri
sostenitori il Manzoni,
che ne penetrò la
potente verità
drammatica e il severo
pessimismo. Tra le poche
voci di dissenso,
nell'ottocento, quella
di Tolstoi, che condannò
Shakespeare sulla base
di un giudizio
moralistico. Memorabili
interpretazioni teatrali
delle opere drammatiche
di Shakespeare diedero
in Inghilterra gli
attori Edmund Kean e
Henry lrving, in
Germania l'austriaco
Kainz. Tra gli
interpreti del secolo,
si ricordano gli inglesi
I. Gielgud, I. Guthrie,
e, prestigioso tra gli
altri, I. Olinier, che a
Shakespeare dedicò nel
1955 un mirabile ciclo
di rappresentazioni al
Memorial Theatre di
Stratford, e ancora D.
Wolfit, M. Redgrave; gli
italiani E. Novelli, E.
Zacconi, R. Ruggeri, R.
Ricci, 5. Randone, V.
Gassman; tra i registi
lo stesso Oliviet,
Reinhardt, Sharoff, L.
Visconti, I,. Squarzina.
Sha kespeare fu portato
sullo schermo da G.
Cokor (Giulietta e
Romeo, 1936), A. Cayatte
f Gli amanti di Verona,
1948), Castellani
(Giulietta e Romeo,
1954), Zeffirelli (Romeo
e Giulietta e La
bisbetica domata, 1968;
Amleto, 1990). Ma colui
che meglio di ogni altro
ha saputo tradurre
Shakespeare per immagini
è stato L. Olivier, il
quale ha diretto e
interpretato sullo
schermo Enrico Vf1944),
esempio insuperato di
perfetta trasposizione
cinematografica del
teatro shakespeariano,
Amleto (1948), Riccardo
III(1956). Marloe Brando
fu Antonio e James Mason
Bruto nell'ottima
versione del Giulio
Cesare a opera di
Mankiewicz (1953); Orsoe
Weiles diresse con
originalità A4acbeth
(1948) e Otello (1951),
mentre Akira lCurosama
realizzò una singolare
versione giapponese del
A4acbeth con Il castello
delle ragnatele o Il
trono di sangue (1956).
Traduzioni italiane
totali o parziali del
teatro shakespeariano
sono state fatte da G.
Baldini, E. Cecchi, E.
Montale, Quasimodo, C.
V. Lodovici. Al teatro
shakespeatiano si
ispirarono musicisti di
ogni epoca: tra questi
assunse particolare
rilievo la produzione di
H. Purceli (di cui va
soprattutto ricordata
l'opera The Fairy Queen
(1692) dal Sogno di una
nozze di mezza estate) e
quella di Verdi, che
legò al nome del
drammaturgo, di cui fu
profondo conoscitore,
alcune delle sue più
alte realizzazioni:
Macbeth (1847), Otello
(1887), FaIstaff (1893).
Nell'ambito del
melodramma sono inoltre
da citare l'Otello di
Rossini (1816), l'Oberon
di Weber (1826) (dal
Sogno di una nozze di
mezza estate, I Capuleti
e i Monlecchi di Bellini
(1830), ispirati a Romeo
e Giulietta, cui si
rifecero più tardi
Gounod (1867) e Zandonai
(1922) mantenendo il
titolo originale. Tra
gli autori di
composizioni sinfoniche
figurano H. Berlioz, con
l'ouverture Re Lear
(1831) e la sinfonia
drammatica Romeo e
Giulietza (1839) e
Ciaikovski con
I'ouverture omonima
(1869), mentre alla
musica di scena diede il
massimo contributo F.
Mendelssohn-Bartholdy
con il suo Sogno di una
notte dimezza estate
(1826-1843).
La questione
shakespeariana
Nel corso del xix sec.,
in concomitanza col
rinato culto per il
teatro di Shakespeare e
con l'intensificarsicarsi
delle indagini
biografiche ed erudite,
avanzò l'ipotesi che
l'autore di così vasta
produzione non fosse
l'uomo di Stratford, ma
un personaggio di grande
cultura, e per ignote
ragioni si celava dietro
il nome del modesto e,
si presumeva, incolto
attore W. Shakespeare.
Per lungo tempo il nome
suggerito dagli
antistratfordiani fu
quello di filosofo E.
Bacone, il cui prestigio
culturale e la cui
posizione politica
sembravano accreditare
le ragioni di un voluto
anonimato in opere
teatrali. Accanto al suo
furono fatti i nomi di
William Stanley, 6°
conte di Derby ottimo
conoscitore della lingua
e della letteratura
francese; di Robert
Devereux, 2° conte di
Essen, uomo d'armi di
ricca cultura, assai ben
introdotto a corte prima
del e complotto contro
la regina Elisabetta che
ne segnò la condanna;
del famoso esploratore e
navigatore sir Walter
Raleigh; del drammaturgo
Marlowe, che la storia
vuole assassinato in una
rissa d'osteria nel
1593; secondo i suoi
sostenitori, la cui tesi
parrebbe avvalorata
dalla scarsezza di
notizie relative a
Shakespeare per il
periodo anteriore al
1953 egli avrebbe
simulato la morte per
sfuggire ad un'accusa di
ateismo, e, nascostosi
presso l'amico Thomas
Walsingham, avrebbe
continuato a scrivere,
firmando le sue opere
successive col nome di
W. Shakespeare. Ma il
candidato sul quale
convergono, con fondate
ragioni le teorie dei
critici moderni è Edward
de Vere, 17° conte di
Oxford, uomo di vasta
cultura e poeta,
investito di importanti
cariche a corte, il cui
stemma presentava un
leone shaking a spear
(che scuote una lancia)
e che per l'abilità nei
tornei era denominato
Spearshaker (scuotilancia).
Un cenno meritano ancora
la teoria collettivista
che, fondandosi sulla
molteplicità delle fonti
shakespeariane, avanza
l'ipotesi di una
redazione collettiva
delle opere (in cui
Shakespeare oppure
ancora il conte di
Oxford avrebbe avuto la
parte di redattore
coordinatore), e il
problema suscitato dalla
tentata identificazione
del personaggio cui sono
dedicati i Sonetti.
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