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L'OPERA
da
Wikipedia
Fatta eccezione per due poemetti giovanili (Venere e
Adone e Lo stupro di Lucrezia), Shakespeare non si è
mai curato di dare alle stampe le proprie opere;
d’altra parte a quel tempo non vi era interesse a
farlo: le opere teatrali erano di proprietà della
compagnia e pubblicarle avrebbe significato mettere
nelle mani di compagnie rivali i propri copioni. Le
opere di Shakespeare oggi in nostro possesso si
basano quindi su copie illegali, spesso malandate,
dell’epoca (i cosiddetti bad Quartos) e soprattutto
sulle edizioni in-folio pubblicate dopo la sua
morte. La prima e la più importante di queste è
quella stampata nel 1623 dai suoi amici John Heminge
e Henry Condell (Mr. William Shakespeare’s Comedies,
Histories & Tragedies). L’in-folio comprende
trentasei opere teatrali suddivise per categoria:
commedie, drammi storici, tragedie. |
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Cronologia delle opere
La cronologia delle opere di Shakespeare è incerta e
rappresenta un argomento ancora dibattuto dagli
studiosi. Di certo sappiamo che Shakespeare inaugurò
la sua carriera teatrale e pubblica con la prima
parte di un dramma storico, l'Enrico VI. Esclusi
rari come questo, si è proceduto all'identificazione
della data di composizione tramite due canali:
considerazioni stilistiche e richiami presenti in
documenti del tempo. L' opera poetica e
drammaturgica di Shakespeare costituisce una parte
fondamentale della letteratura occidentale, è
continuamente studiata e rappresentata in ogni parte
del globo. Per ciò che riguarda i testi teatrali,
per la loro natura di opere destinate alla
rappresentazione pubblicate fortunosamente, non
possono essere considerati alla stessa stregua di
testi letterari, ma tutt'al più copioni, strumenti
dell'arte mutevole della recitazione. Non a caso (e
con poche eccezioni filologiche), è tuttora costume
di ogni rappresentazione scespiriana di adattare,
volta per volta, il testo alle necessità sceniche,
operando tagli o omettendo intere scene. Ognuno dei
drammi può essere considerato come la fotografia di
un determinato momento nella elaborazione di uno
spettacolo, condizionato da molti fattori, nel quale
il ruolo di Shakespeare fu non solo quello del
fornitore di copioni originali o magistralmente
riscritti, ma spesso anche dell'organizzatore
teatrale e dell'impresario, attento ai mutevoli
gusti del pubblico e pronto ad adattare ogni scena
alle necessità del momento, ai vincoli della censura
o al particolare talento di un attore.
Gli inizi e i primi drammi storici
Inizialmente, come era tradizione in età
elisabettiana, Shakespeare collaborò con altri alla
stesura dei copioni per gli attori, nello stesso
modo in cui oggi vengono realizzate le sceneggiature
cinematografiche. La tragedia Tito Andronico
(composta con molta probabilità tra il 1589 ed il
1593) è una di queste 'sceneggiature teatrali'
scritta più mani, nella quale tuttavia l'apporto di
Shakespeare, allora non ancora trentenne e
all'inizio della sua carriera, fu senz'altro
determinante, nonostante la paternità dell'opera sia
stata a lungo messa in dubbio. Secondo un
drammaturgo di fine seicento, «egli si è limitato
soltanto a perfezionare con il suo magistrale tocco
uno o due dei personaggi principali». Aderente al
genere della tragedia di vendetta che con la Spanish
Tragedy di Thomas Kyd aveva avuto in quegli anni uno
straordinario successo, l'opera si rifà a Seneca e
Ovidio, mantenendo del primo la struttura tragica e
del secondo un linguaggio e un tono elegiaco che
rimandano alle Metamorfosi. L'impronta ovidiana era
già evidente ai contemporanei, come il Meres, il
quale afferma che «la dolce anima arguta di Ovidio
vive nel mellifluo Shakespeare», e segnala già
dall'inizio la sensibilità e la perizia di uno
Shakespeare poeta drammatico, grande innovatore del
teatro e della letteratura inglese ma costantemente
ancorato a modelli classici. Quando il Titus fu
pubblicato nel 1594, come molti altri drammi del
periodo senza l'indicazione di un autore, era già
stato rappresentato da piccole compagnie come i
Derby's (o Lord Strange's) Men, i Pembroke's Men e i
Sussex' Men.
Allo stesso modo nascono i quattro drammi intorno al
regno del Lancaster Enrico VI, i primi drammi
storici della letteratura inglese. Enrico VI, parte
I (composto tra il 1588 e il 1592), potrebbe essere
la prima opera di Shakespeare, sicuramente messa in
scena (se non commissionata) da Philip Henslowe. Al
successo della prima parte fanno seguito Enrico VI,
parte II, Enrico VI, parte III e Riccardo III,
costituendo a posteriori una tetralogia sulla guerra
delle due rose e sui fatti immediatamente
successivi. Opere in diversa misura composte a più
mani attingendo copiosamente dalle Cronache di
Raphael Holinshed (ma sempre più segnate dallo stile
caratteristico del drammaturgo), descrivono i
contrasti tra le dinastie York e Lancaster, conclusi
con l'avvento della dinastia Tudor di cui discendeva
la allora regnante Elisabetta I. Nel suo insieme,
prima ancora che celebrazione della monarchia e dei
meriti del suo casato, la tetralogia appare come un
appello alla concordia civile. Una particolarità
sostanziale nel Riccardo III, oltre alla grande
quantità di anacronismi, è nel ruolo del re gobbo,
che a differenza dei protagonisti degli altri drammi
giganteggia sulla scena, pronunciando circa un terzo
delle battute.
Un'altra opera a cui Shakespeare collaborò (ma solo
in piccola parte) fu il dramma mai rappresentato Sir
Thomas More, incappato subito nella censura che ne
impose tali e tanti tagli da renderne impossibile la
rappresentazione. Stampato per la prima volta nel
1844, è un esempio della perizia degli uomini di
teatro elisabettiani in questo genere di scrittura
collaborativa, in cui, nonostante le diverse mani e
le numerose revisioni e aggiunte, l'insieme ha una
struttura coerente ricca di rimandi e di
corrispondenze.
La produzione di opere storiche riguardanti le
origini della dinastia regnante andò di pari passo
con il successo suscitato da tale genere. Edoardo
III, attribuibile a Shakespeare solo in parte, offre
un esempio positivo di monarchia, contrapposto a
quello del Riccardo III. Re Giovanni, abile
riscrittura shakespeariana di un copione pubblicato
nel 1591 (The Troublesome Reign of King John) e già
utilizzato dai Queen's Men, narra di un monarca
instabile e tormentato e dei discutibili personaggi
che lo circondano.
I
drammi eufuistici
Di datazione
controversa, ma
collocabili prima delle
opere della maturità,
sono un piccolo gruppo
di commedie (La
bisbetica domata, La
commedia degli errori, I
due gentiluomini di
Verona, Pene d'amore
perdute, Sogno di una
notte di mezza estate) e
la tragedia Romeo e
Giulietta. In tutti
questi drammi è forte
l'influenza
dell'eufuismo, ed emerge
un nuovo genere: la
commedia italiana,
ispirata ai testi dei
letterati rinascimentali
e alle ambientazioni
della penisola.
In tutte queste opere,
compresa la tragedia
Romeo e Giulietta, è
presente il wit, gioco
letterario basato sulle
sottigliezze lessicali.
Shakespeare riesce a
rendere i giochi di
parole, gli ossimori, le
figure retoriche, come
strumenti espressivi. Il
gioco di parole
raffinato non è mai fine
a sé stesso, ma inserito
a creare voluti
contrasti tra l'eleganza
della convenzione
letteraria e i
sentimenti autentici dei
personaggi. Esempi di un
tale contrasto sono
ravvisabili appunto
anche in Romeo e
Giulietta, dove gli
stilemi del linguaggio
sono utilizzati per
sottolineare stati
d'animo tutt'altro che
giocosi (un esempio è la
scena di Giulietta con
la Balia, al momento di
apprendere la notizia
dell'esilio di Romeo).
I poemi non
drammatici
Negli anni dal 1592 al
1594 a Londra infuriò la
peste, provocando la
chiusura dei teatri.
Shakespeare, nell'attesa
di riprendere la sua
attività sul
palcoscenico, scrive
alcuni poemi, di diverso
stile. Venere e Adone,
pubblicato nel 1593, fu
ristampato numerose
volte ed ebbe un
notevole seguito. Lo
stupro di Lucrezia,
registrato l'anno
seguente, ebbe un
successo molto
inferiore. Negli anni
seguenti Shakespeare
continuò occasionalmente
a scrivere poemi e
sonetti, perlopiù
diffusi nella cerchia
delle sue amicizie.
Nel 1609 l'editore
Thomas Thorpe stampa
senza il consenso
dell'autore Sonnets, una
raccolta di 154 sonetti
di William Shakespeare.
Scritti presumibilmente
tra il 1593 e il 1595, i
sonetti sono di una
validità artistica tale
che da soli basterebbero
per assicurare a
Shakespeare un posto
rilevante nella storia
della letteratura
inglese.
La critica ha suddiviso
sommariamente la
raccolta in due grossi
tronconi: la prima parte
è dedicata a un non
meglio specificato "fair
friend" (bell'amico,
sonetti 1-126), la
seconda ad una "dark
lady" (donna bruna,
misteriosa, sonetti
127-154); tra questi
possiamo poi individuare
la sequenza del "poeta
rivale" (sonetti 76-86).
Thorpe appose una dedica
nell'opera in cui
ringraziava l'autore e
un fantomatico "begetter"
(l'"ispiratore" dei
versi della prima parte,
ma per alcuni
semplicemente il
"procacciatore" della
copia fraudolenta).
Molto si è dibattuto e
indagato per scoprire
l'identità di questa
persona; la critica
storicamente si è divisa
principalmente su due
candidati: il Conte di
Southampton Henry
Wriothesly e William
Herbert.
I sonetti, trasfigurando
nel mezzo letterario gli
stati d'animo
dell'autore,
rappresentano l'unica
opera autobiografica di
Shakespeare; d'altra
parte, come sottolineato
da diversi critici,
l'intera raccolta è da
considerarsi anche come
libro filosofico colmo
di implicazioni
meditative.
Il secondo ciclo
storico
Nel 1594 Shakespeare
trova una situazione per
lui molto propizia. La
peste e l'inasprirsi
della censura hanno
prodotto la scomparsa di
molte compagnie, tra cui
i celebri Queen's Men.
Nascono nuove realtà
teatrali che ne
raccolgono i migliori
talenti, e in una di
queste, i "servi del
Ciambellano" (The Lord
Chamberlain's Men) egli
prende parte come autore
e azionista. La abilità
del drammaturgo e uomo
di teatro di
identificare i temi più
richiesti e il suo
talento nella
riscrittura dei copioni
perché non incappino nei
tagli del Master of the
Revels (il maestro di
cerimonie incaricato di
supervisionare le opere
rappresentate) gli
assicurano in questo
periodo una rapida
ascesa al successo.
Nacque per i
Chamberlain's la seconda
serie di drammi storici
inglesi, il Riccardo II,
le due parti dell'Enrico
IV e Enrico V. Fu
determinante per il
successo dei drammi
l'introduzione di
personaggi fittizi a cui
il pubblico si
affezionò, come
Falstaff.
Tragicommedie e
commedie romantiche
Seguì un nutrito gruppo
di commedie,
caratterizzate per i
toni a volte più scuri e
propri di un
tragicommedia come Il
mercante di Venezia e
Molto rumore per nulla,
altre più leggere (e
definite commedie
romantiche): Come vi
piace, La dodicesima
notte, Le allegre comari
di Windsor.
Giulio Cesare e i
drammi dialettici
Ormai il drammaturgo è
riconosciuto e famoso, e
negli anni a cavallo tra
i due secoli riesce ad
esprimersi al massimo
delle sue potenzialità
creative, facendo
rappresentare al Globe
moltissimi dei suoi
drammi tra cui il Giulio
Cesare, precursore di
altre opere di argomento
romano, e un nuovo tipo
di tragedia: l'Amleto.
Il problem play, dramma
dialettico, segna un
nuovo modo di intendere
la rappresentazione, in
cui i personaggi
esprimono compiutamente
le contraddizioni umane,
dando voce alle
problematiche di
un'epoca che si è ormai
distaccata completamente
dagli schemi medioevali.
La transizione è un
passaggio definitivo,
che influenzerà la
produzione successiva,
sia tragica (Troilo e
Cressida) che dei drammi
a lieto fine come Tutto
è bene quel che finisce
bene e Misura per
misura.
Le grandi tragedie
Il 1603 segna una svolta
storica per il teatro
inglese. Salito al
trono, Giacomo I
promuove un nuovo
impulso delle arti
sceniche, avocando a sé
la migliore compagnia
dell'epoca, i
Chamberlain's Men, che
da quel momento si
chiameranno The King's
Men. A Giacomo I
Shakespeare dedicò
alcune delle sue opere
maggiori, scritte per
l'ascesa al trono del
sovrano scozzese, come
Otello (1604), Re Lear
(1605), Macbeth (1606,
omaggio alla dinastìa
Stuart), e La tempesta
(1611, che include tra
l'altro una "maschera",
interludio musicale in
onore del re che
assistette alla prima
rappresentazione).
Le tre ultime tragedie
risentono della lezione
di Amleto, sono drammi
che restano aperti,
senza ristabilire un
ordine ma generando
casomai ulteriori
interrogativi. Ciò che
conta non è l'esito
finale, ma l'esperienza,
l'essere maturi (ripeness
is all), come afferma
Edgar nel quinto atto
del Re Lear
(parafrasando Amleto,
the readiness is all).
Ciò a cui si dà maggiore
importanza è
l'esperienza catartica
dell'azione scenica,
piuttosto che la sua
conclusione.
Inizio
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I drammi d'argomento
classico
I drammi di argomento
classico sono
l'occasione per
affrontare il tema
politico, calato nella
dimensione della storia
antica, ricca di
corrispondenze con la
realtà britannica, ma
con la possibilità di
assumere una valenza
universale. In Antonio e
Cleopatra l'utilizzo di
una scrittura poetica
sottolinea la
grandiosità del tema, le
vicissitudini storiche e
politiche dell'impero
romano, non limitandosi
a raccontare della
tragedia privata dei
protagonisti. Coriolano
è occasione per
affrontare il tema del
crollo dei potenti,
l'indagine sui vizi e
sulle virtù. Viene data
voce ad una intera
comunità (cittadini,
servitori, senatori
senza nome) come in una
sorta di coro. Timone
d'Atene, probabilmente
scritto in
collaborazione con
Thomas Middleton,
contiene allo stesso
tempo la coscienza dei
rischi di un
individualismo moderno e
la denuncia (fatta per
bocca del misantropo
Timone) della
corruzione, del potere
dell'oro, gialla carogna
che farà diventare
bianco il nero, bello il
brutto.
I drammi romanzeschi
Negli ultimi anni della
produzione scespiriana,
il mondo del teatro
londinese subisce un
cambiamento sensibile.
Il pubblico
aristocratico e della
nuova borghesia agiata
non frequentava più i
grandi anfiteatri, ma
teatri più raccolti come
il Blackfriars. Le
richieste di tale
pubblico andavano più
nella direzione
dell'intrattenimento che
non del coinvolgimento
nella rappresentazione.
Shakespeare, sempre
attento ai cambiamenti
del gusto e della
sensibilità dei suoi
spettatori, produce dei
nuovi drammi, i
cosiddetti romances,
"drammi romanzeschi".
Nascono Pericle,
principe di Tiro,
Cimbelino, Il racconto
d'inverno, La tempesta,
I due nobili cugini.
L'ultimo dramma
storico
Un discorso a parte
merita Enrico VIII,
l'ultimo grande
rifacimento di un dramma
storico già in
cartellone per le
compagnie rivali. La
versione di Shakespeare
(aiutato probabilmente
da Fletcher) arricchiva
e perfezionava la
vicenda, riprendendo i
temi della produzione
precedente, dalla
cronaca storica e
nazionale al dramma
morale, riprendendo lo
stile dell'età
elisabettiana nel
momento in cui
quell'epoca era giunta
al termine.
Debiti intellettuali
e fonti
Sterminata è la
ricchezza delle fonti da
cui Shakespeare ha
tratto ispirazione. La
grande maggioranza dei
suoi lavori sono
rielaborazioni di opere
precedenti; inoltre, non
rado è il caso in cui
Shakespeare attinga a
gruppi separati di
narrazioni per
intrecciarle tra loro.
Oltre che per il tema
delle sue opere,
Shakespeare ha tratto
spunti e materiale per i
suoi dialoghi e
monologhi da
innumerevoli autori
precedenti, tanto che
Ralph Waldo Emerson, nel
suo saggio su
Shakespeare, scrisse:
« Di fatto appare che
Shakespeare aveva debiti
in ogni direzione, ed
era in grado di
utilizzare qualunque
cosa trovasse; e
l'ammontare dei debiti
si può inferire dai
laboriosi calcoli di
Malone riguardo alla
parte I, II e III
dell'Enrico IV, in cui,
su 6043 versi, 1771
furono scritti da
qualche autore
precedente Shakespeare,
2373 da lui, sulle
fondamenta posate dai
suoi predecessori, e
1899 erano interamente
suoi. »
Fra le fonti di
Shakespeare spiccano
Plauto, Holinshed,
Goffredo di Monmouth,
Saxo Grammaticus, che
gli offrono temi per i
drammi storici, e anche
per Re Lear e Amleto;
poi Chaucer, Greene, tra
i francesi Belleforest,
ma sono molti anche gli
autori italiani
utilizzati come risorse
e ispirazione: Giovanni
Boccaccio, Ludovico
Ariosto, Matteo Bandello,
Baldassarre Castiglione,
Giambattista Giraldi
Cinzio,Torquato Tasso.
Non bisogna dimenticare,
inoltre, che molte delle
sue opere furono
riscritture di
allestimenti delle
compagnie rivali (ad es:
Amleto, Troilo e
Cressida, Re Lear), o
adattamenti di materiali
di provenienza non
teatrale alle esigenze
della scena.
Tra la moltitudine di
fonti a cui ha attinto
direttamente o
indirettamente
Shakesepare, è possibile
individuare quattro
filoni principali:
Gli elisabettiani
- Il primo punto di
riferimento sono
evidentemente le opere
dei contemporanei, le
opere teatrali, ma anche
i romanzi e i poemi.
- Alcuni esempi di
opere utilizzate come
fonte d'ispirazione sono
i romanzi Rosalynde di
Thomas Lodge per Come vi
piace; Pandosto o il
trionfo del tempo di
Robert Greene per Il
racconto d'inverno;
Arcadia di Philip Sidney
per Re Lear, I due
gentiluomini di Verona e
Come vi piace.
- Alle opere originali
degli autori del tempo
vanno aggiunte tutte
quelle opere di autori
stranieri riproposte da
autori inglesi, a loro
volta ripresi da
Shakespeare: ad esempio,
è il caso del poemetto
The tragical History of
Romeus and Juliet di
Arthur Brooke -
riproposizione di una
novella di Matteo
Bandello - utilizzato da
Shakespeare per Romeo e
Giulietta; oppure del
romanzo pastorale Diana
Enamorada del portoghese
Jorge de Montemayor,
tradotto in inglese da
Bartolomew Yong nel
1582, traduzione
utilizzata da
Shakespeare per I due
gentiluomini di Verona e
per Sogno di una notte
di mezza estate.
Gli storici Tudor
- Per i drammi storici
la fonte principale sono
le imponenti
compilazioni
cronologiche degli
storici Tudor.
- La prima opera
utilizzata da
Shakespeare per i suoi
drammi storici fu The
Union of the Two Noble
and Illustre Families of
Lancastre and Yorke
(1542) di Edward Hall,
tuttavia "ben presto
Shakespeare avrebbe
abbandonato l'opera di
Hall a favore delle più
ricche e pittoresche
Chronicles of England,
Scotland and Ireland di
Raphael Holinshed".
Oltre che ai drammi
storici, queste cronache
fornirono spunti
importanti anche per
Macbeth, Cimbelino e Re
Lear. Sia Hall sia
Holinshead hanno spesso
attinto dalla Anglicae
Historiae Libri XXVI
(1534) dell'umanista
italiano Polidoro
Virgilio.
- Altre opere storiche
certamente utilizzate da
Shakespeare furono la
Historia Regum
Britanniae redatta in
latino da Goffredo di
Monmouth nel 1130 e poi
ripresa da altri autori
compreso Holinshed,
utilizzata per Re Lear e
Cimbelino, e le Gesta
Danorum di Saxo
Grammaticus fonte
principale dell'Amleto.
La novellistica
italiana
- Numerose sono
le riproposizioni di
storie e tematiche
presenti nella
novellistica italiana,
tuttavia è probabile che
Shakespeare sia arrivato
a conoscenza di tali
storie solo attraverso
la mediazione di
traduzioni ed
adattamenti francesi ed
inglesi. Tra
Quattrocento e
Cinquecento spesso le
novelle italiane
seguirono un percorso
che le portò a
traduzioni in francese e
da qui a traduzioni in
inglese, presumibilmente
solo queste ultime
furono conosciute da
Shakespeare.
- Le traduzioni o
adattamenti inglesi
delle novelle di Matteo
Bandello furono
utilizzate per Romeo e
Giulietta, in Molto
rumore per nulla e ne La
dodicesima notte.
- Alcuni spunti del
Decameron di Giovanni
Boccaccio sono
rintracciabili in Tutto
è bene quel che finisce
bene e nel Cimbelino.
- La traduzione inglese
delle 100 novelle degli
Hecatommithi di
Giambattista Giraldi
Cinzio servì a
Shakespeare per alcuni
elementi di Misura per
misura e una novella in
particolare fu la fonte
principale dell'Otello.
- Il Pecorone di
Giovanni Fiorentino
servì per Le allegre
comari di Windsor e per
Il mercante di Venezia.
- La novella Le
piacevoli notti di
Gianfrancesco Straparola
servì anch'essa per Le
allegre comari di
Windsor.
- La traduzione inglese
di George Gascoigne de I
suppositi di Ludovico
Ariosto servì per La
bisbetica domata.
- Gl'ingannati, una
commedia italiana
allestita a Siena
dall'Accademia degli
Intronati nel 1531 e
stampata a Venezia nel
1537, fornì la guida
principale per la
vicenda amorosa de La
dodicesima notte.
- La traduzione inglese
di Thomas Hoby de Il
Cortegiano di Baldassare
Castiglione fu
certamente letta da
Shakespeare: "la figura
delineata nell'opera
fornì un modello ai
gentiluomini dell'epoca;
la visione della "dama
di palazzo" come sua
degna interlocutrice
trova più di un'eco nei
duetti tra Beatrice e
Benedetto in Molto
rumore per nulla".
I classici greci e
latini
- Shakespeare
probabilmente non
conosceva il greco,
tuttavia aveva studiato
il latino e letto i
classici come Seneca
alla King's New School
di Stratford, non c'è da
stupirsi pertanto che
molti spunti delle sue
opere provengono da
autori antichi.
- Le Vite parallele di
Plutarco fornirono la
fonte principale del
Giulio Cesare, Antonio e
Cleopatra, Coriolano e
del Timone d'Atene; non
conoscendo il greco è
probabile che
Shakespeare abbia
utilizzato la traduzione
di Thomas North
Plutarch's Lives of the
noble Grecians and
Romans (Vite dei nobili
greci e romani) stampata
nel 1579 e nel 1595.
- I Menaechmi di Plauto
servirono come spunto
per La commedia degli
errori e La dodicesima
notte; la Mostellaria
servì invece per La
bisbetica domata.
- Le tragedie di Seneca
fornirono alcuni
elementi del Tito
Andronico, ma anche più
in generale un modello
classico alle "tragedie
di vendetta".
- Ovidio era il modello
dichiarato dei due
poemetti giovanili di
Shakespeare, Venere e
Adone e il Lo stupro di
Lucrezia. Le Metamorfosi
riecheggiano anche in
Tito Andronico, La
commedia degli errori,
Le allegre comari di
Windsor, Sogno di una
notte di mezza estate
(con la vicenda di
Piramo e Tisbe), Troilo
e Cressida e La
tempesta.
Identità e paternità
« Sono numerosi quelli
che dubitano della
paternità delle opere di
Shakespeare, o
addirittura della stessa
esistenza dello
scrittore.
Ipotesi del genere
nascono da ignoranza e
da pregiudizi.
Shakespeare, che da
ragazzo aveva
frequentato la Grammar
School, sapeva almeno
leggere il latino e
inoltre avrebbe potuto
conoscere qualcosa del
mondo romano attraverso
le traduzioni dei
classici; un po' di
francese lo aveva forse
appreso dalla famiglia
di rifugiati presso la
quale aveva abitato, e
le maniere dell'alta
società avrebbe potuto
impararle dal Conte di
Southampton (uno dei
possibili candidati al
titolo di "vero autore")
oppure facendo ricorso
alla sua intelligenza
pronta e duttile. I vari
metodi usati per
dimostrare che le opere
furono scritte da
qualcun altro (esame di
cifrari, crittogrammi,
contraffazioni) non
hanno alcuna consistenza
di fronte alla
testimonianza di Jonson,
che chiama Shakespeare
"dolce cigno di Avon", o
alla poesia inclusa nel
primo in-folio e scritta
da Leonard Digges,
figliastro
dell'esecutore
testamentario del poeta.
»
(da Tutto il teatro
di William Shakespeare.
Testo inglese a fronte.
Con CD-ROM, Garzanti
Libri, 2000)
I più recenti studi
scespiriani affermano
ormai senza alcun dubbio
che lo Shakespeare nato
a Stratford on Avon sia
l'autore materiale delle
opere che gli furono
attribuite. Tuttavia, in
passato, a causa della
scarsità di notizie
sulla sua vita e la sua
istruzione, sono stati
avanzati diversi dubbi
sull'identità del
drammaturgo. A partire
dal XVIII secolo questi
temi sono stati
ampiamente e
accanitamente dibattuti
dagli studiosi e non.
I più recenti studi
scespiriani affermano
ormai senza alcun dubbio
che lo Shakespeare nato
a Stratford on Avon sia
l'autore materiale delle
opere che gli furono
attribuite. Tuttavia, in
passato, a causa della
scarsità di notizie
sulla sua vita e la sua
istruzione, sono stati
avanzati diversi dubbi
sull'identità del
drammaturgo. A partire
dal XVIII secolo questi
temi sono stati
ampiamente e
accanitamente dibattuti
dagli studiosi e non.
In particolare come
autori delle opere sono
state avanzate le
candidature di:
- Edward de Vere, 17°
conte di Oxford, colto
nobiluomo della corte
elisabettiana che
avrebbe potuto
continuare la propria
giovanile attività
poetica sotto uno
pseudonimo per motivi di
decoro. I sostenitori di
questa ipotesi prendono
il nome di oxfordiani;
essendo de Vere morto
nel 1604, essi assumono
estremi di composizione
delle opere differenti
rispetto alla cronologia
stratfordiana.
- William Stanley, sesto
Conte di Derby, genero
di Edward de Vere.
- Francesco Bacone,
celebre filosofo e
scrittore, che avrebbe
scritto le opere
teatrali sotto uno
pseudonimo.
- Christopher Marlowe,
altro autore teatrale
che non sarebbe morto
nel 1593 come si
ritiene, ma avrebbe
svolto attività di
spionaggio per la corona
e avrebbe continuato la
propria attività
letteraria con un falso
nome.
Sono stati fatti, tra
gli altri, anche i nomi
di Ben Jonson, Thomas
Middleton, sir Walter
Raleigh, forse in
collaborazione con
Bacone, Mary Sidney
contessa di Pembroke, e
persino della stessa
regina Elisabetta I.
Altre ipotesi sono state
avanzate in seguito, tra
cui quella sorta negli
anni venti del XX
secolo, che ha avuto una
isolata reviviscenza
negli anni '50, riguardo
al linguista siciliano
Michel Agnolo (o
Michelangelo) Florio
Crollalanza.[13]. Di
recente ha avuto un
limitato rilievo
giornalistico[14] ma,
nel tempo, non ha mai
goduto di riconoscimento
e credibilità in campo
accademico.
Il volto di
Shakespeare
Numerosi sono i dipinti
o le sculture che
raffigurano William
Shakespeare, tuttavia
nella maggior parte dei
casi si tratta di opere
posteriori alla sua
morte, realizzate da
artisti che mai videro
il vero volto di
Shakespeare. Le uniche
due raffigurazioni di
cui è accettato il
valore documentario sono
la statua del monumento
funebre a Stratford e
l'incisione presente sul
First Folio del 1623.
Tra i ritratti la cui
attendibilità è discussa
possiamo ricordare il
Ritratto Chandos, il
ritratto dell'Ely
Palace, il ritratto
Flowers, la maschera
mortuaria Kesselstadt,
il ritratto di Cornelius
Janssen, la miniatura di
Nicholas Hilliard e il
recente Ritratto Cobbe.
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